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venerdì 28 agosto 2026

Steve Hackett & Steve Rothery - The Roaring Waves 2026 (UK) Symphonic Prog

Cover album The Roaring Waves - Steve Hackett & Steve Rothery 2026

Quando due pilastri storici del rock progressivo uniscono le forze, le aspettative si impennano inevitabilmente. Con The Roaring Waves, pubblicato proprio oggi tramite InsideOut Music, Steve Hackett (leggendaria chitarra dei Genesis) e Steve Rothery (storico chitarrista co-fondatore dei Marillion) danno vita a un'opera interamente strumentale della durata complessiva di 45 minuti e 12 secondi.

Nato da una collaborazione informale maturata negli anni e concretizzatasi negli studi del Racket Club, l'album esplora un filo conduttore ben definito: il mare in tutte le sue sfaccettature, da quelle tempestose e drammatiche fino ai momenti di contemplazione e viaggio lungo le coste.

Analisi Tematica

Il concetto cardine del disco ruota attorno all'elemento marino, inteso sia come forza naturale che come scenario di memorie e leggende.

L'aspetto drammatico e tempestoso: Brani come The Storm e la title-track The Roaring Waves mettono in risalto la potenza incontrollabile dell'oceano, traducendo in suono il vento, il fragore delle onde e la sensazione di imminente pericolo.

La memoria e il luogo: Sandsend e Pacific Coast Highway introducono un approccio più nostalgico e narrativo. Se la prima attinge ai ricordi della costa dello Yorkshire vicina a Whitby, la seconda evoca il fascino del viaggio aperto e del paesaggio costiero americano.

Mistero e storia: Con Red Dragon, K-129 (riferimento al famoso sottomarino sovietico scomparso nelle acque del Pacifico) e The Black Sea, l'album si tinge di toni scuri, misteriosi ed epici, esplorando l'ignoto dei fondali e l'inquietudine delle acque profonde.

Analisi Strumentale ed Esecutiva

Dal punto di vista dell'intreccio sonoro, il disco evita deliberatamente la trappola del "duello tra virtuosi", puntando su un dialogo maturo e complementare tra i due protagonisti.

Le Chitarre: Steve Hackett porta con sé la sua classica impronta timbrica - arpeggi limpidi, l'uso dell'armonica a bocca per sfumature blues/bluesy e gli iconici assoli dal sustain infinito ottenuti con il sistema Sustainer e tecniche di tapping. Steve Rothery risponde con il suo inconfondibile approccio melodico, basato su frasi intense, l'uso sapiente del delay, arpeggi avvolgenti e un tocco lirico di straordinaria espressività.

Tastiere e Basso: Rothery condivide la gestione delle tastiere e delle linee di basso con Riccardo Romano. I synth e gli arrangiamenti sinfonici non prevaricano mai le chitarre, ma costruiscono ampi scenari orchestrali e atmosfere d'ambiente su cui i due solisti si scambiano i temi principali.

La Sezione Ritmica: La batteria è suddivisa tra Daniele Pomo (presente sui brani 1, 2, 3 e 4) e Leon Parr (impegnato su The Black Sea e Pacific Coast Highway). Entrambi offrono un supporto dinamico impeccabile: Pomo predilige passaggi sinfonici e cambi di tempo strutturati, mentre Parr si concentra su groove ampi e d'impatto.

Guida ai Brani

The Storm (6:51): Apertura drammatica con tastiere imponenti e riff d'impatto che simulano l'arrivo della tempesta, seguiti da uno scambio di assoli serrato.

Sandsend (4:45): Traccia intima e delicata, guidata da arpeggi acustici e melodie aperte che richiamano la tranquillità di una spiaggia scozzese o britannica al mattino.

Red Dragon (4:18): Pezzo ritmato e incalzante, caratterizzato da un groove di basso evidente e da un registro chitarristico più aggressivo e incisivo.

The Roaring Waves (7:11): Il punto culminante dell'album. Una vera e propria suite in miniatura con sezioni orchestrali, improvvise variazioni dinamiche e un duetto finale di chitarra tra i più intensi dell'opera.

K-129 (7:53): Traccia cupa e progressiva. L'atmosfera claustrofobica dei fondali marini viene resa da sonorità basse di sintetizzatore e note tenute a lungo dalla chitarra di Rothery.

The Black Sea (6:41): Brano d'atmosfera in cui l'armonica di Hackett si fonde con le tappe melodiche di Rothery, creando un suggestivo contrasto tra folk e neo-prog.

Pacific Coast Highway (7:33): Chiusura solare e distesa. Il ritmo costante simula l'incedere di un viaggio su strada al tramonto, lasciando spazio a un finale melodico di ampio respiro.

Conclusione

The Roaring Waves è un lavoro elegante, equilibrato e accessibile anche a chi non frequenta abitualmente il progressive rock più complesso. Hackett e Rothery mettono da parte l'egocentrismo per offrire 45 minuti di pura pittura sonora, dimostrando come la classe e la sensibilità melodica possano ancora raccontare grandi storie senza bisogno di usare le parole. Un ascolto consigliato a tutti gli amanti della buona musica chitarristica e d'atmosfera.

Per un Primo Ascolto e l'acquisto: Quì


mercoledì 26 agosto 2026

Yes - Aurora 2026 (Symphonic Prog) UK

                                                              Yes - Aurora

Cover album Aurora - Yes 2026

Gli Yes tornano a far parlare di sé con "Aurora" (uscito a giugno 2026 per Inside Out Music), ventiquattresimo lavoro in studio che rappresenta una vera rinfrescata per la storica formazione britannica. Un album luminoso, accessibile anche a chi si avvicina per la prima volta al mondo del rock progressivo, capace di bilanciare le grandi architetture sonore del passato con un respiro moderno e immediato.

A guidare questa nave c'è l'attuale formazione, un mix perfetto di storia e continuità: il pilastro Steve Howe alla chitarra (presente dal 1970), Geoff Downes alle tastiere (già protagonista nell'era Drama), Jon Davison con la sua voce limpida e cristallina dal 2012, Billy Sherwood al basso (scelto dal leggendario Chris Squire) e Jay Schellen alla batteria, erede del tocco di Alan White. Ad arricchire il tutto c'è l'impatto visivo curato dallo storico illustratore Roger Dean insieme a Freya Dean, le cui copertine sognanti traducono in immagini l'idea di rinascita evocata dal titolo.

L'ascolto si apre con la title-track Aurora, sette minuti e ventisette secondi che partono da un'atmosfera sognante per poi esplodere in un intreccio solare tra chitarre e tastiere. La strada si fa subito più diretta con Turnaround Situation, un brano dal ritmo incalzante e dalle melodie vocali contagiose, che cede il passo alla delicatezza di Love Lies Dreaming, una traccia soffusa e dominata dai tocchi acustici di Howe.

Il vero cuore pulsante del disco arriva con i quasi quattordici minuti di Countermovement: qui la band sfoggia il suo lato più autenticamente prog, regalandoci una suite magnifica, ricca di continui cambi di tempo, assoli virtuosi ed evoluzioni strumentali di altissimo livello.

Riconquistato l'equilibrio con la maestosa ed elegante Ariadne, intrisa di suggestioni mitologiche, l'album scivola verso la sua seconda metà. La breve e dinamica All Hands On Deck porta una sferzata di energia positiva prima di Outside The Box, episodio dalle sonorità più moderne e sperimentali che esce dagli schemi tradizionali della band. A chiudere la scaletta principale ci pensa la profonda ed espressiva Emotional Intelligence, incentrata su linee vocali particolarmente limpide e intime. Per i collezionisti, l'esperienza si completa con due tracce bonus di grande fascino: le sferzate ritmiche di Jambustin' e la dolcezza distensiva di Watching The River Roll.

Per gli amanti dell'alta fedeltà, l'edizione Deluxe rappresenta un passaggio imperdibile, grazie ai mix in Dolby e audio surround 5.1 curati da Curtis Schwartz, capaci di regalare a ogni nota una tridimensionalità sorprendente. Aurora si rivela così un'opera fluida e coinvolgente, dimostrando che la fiamma degli Yes continua a brillare con immutata freschezza.

Un Primo ascolto: Countermovement

Buy: Quì


lunedì 24 agosto 2026

Big Big Train - Woodcut 2026 (Symphonic Prog) UK . Review

Cover album Woodcut - Big Big Train 2026

 Big Big Train – Woodcut (2026)

Un’opera concettuale di altissimo profilo

Ci sono band che non si accontentano di adagiarsi sui propri successi, ma sentono il bisogno viscerale di evolversi, di scavare sempre più a fondo nella materia sonora per tirarne fuori un senso nuovo. È esattamente quello che hanno fatto i Big Big Train con "Woodcut", sedicesimo album in studio e vera e propria pietra miliare della loro trentennale carriera.

Se con il precedente The Likes Of Us (2024) il gruppo aveva inaugurato la transizione verso la formazione guidata dalla carismatica voce di Alberto Bravin, Woodcut alza radicalmente l'asticella: ci troviamo di fronte al primo concept album continuo e organico nella storia del gruppo.

Il tema centrale ruota attorno alla figura dell'Artista, alla spinta creativa, all'ossessione per il dettaglio e al sottile confine che separa l'ispirazione dalla perdita di sé. Come un incisore che intaglia il legno asportando il superfluo per rivelare l'immagine nascosta, i Big Big Train costruiscono una narrazione sonora simmetrica, fatta di contrasti tra luce e ombra, positivo e negativo.

Il suono: tradizione e rinnovamento

Ciò che rende Woodcut un lavoro di rara brillantezza è il perfetto equilibrio tra la maestosità del Symphonic Prog classico (i richiami alla delicatezza dei Genesis o alla profondità dei dettagli stilistici inglesi) e un'energia viscerale, a tratti moderna e inaspettatamente grintosa.

I sedici brani che compongono il disco non si presentano come una semplice sequenza di canzoni, ma come un'unica grande suite fluida in cui i temi musicali (i classici leitmotiv) ritornano, si trasformano e cambiano forma nell'arco dell'opera.

La formazione schierata è in uno stato di grazia invidiabile:

Alberto Bravin si conferma un leader d'eccezione, capace di passare da momenti di estrema dolcezza e intimismo a interpretazioni vocali intense e drammatiche.

L'ossatura ritmica guidata da Gregory Spawton (basso e pedali) e Nick D’Virgilio (batteria e percussioni) è una roccia di precisione e dinamismo.

La sezione strumentale composta da Oskar Holldorff (tastiere, Mellotron, piano) e Rikard Sjöblom (chitarre, organo Hammond) regala intrecci armonici sontuosi.

La presenza determinante del violino di Clare Lindley e della tromba di Paul Mitchell arricchisce la tavolozza sonora con colori folk, classici e sognanti.

Viaggio traccia per traccia: i punti salienti dell'album

L'Apertura e la Creatività: L'introduttiva e malinconica Inkwell Black predispone l'ascoltatore all'atmosfera d'insieme, cedendo il passo alla magnificenza di The Artist. In oltre sette minuti, questo brano riassume l'essenza stessa del prog: chitarre acustiche a 12 corde, esplosioni ritmiche, soli di tromba toccanti e un testo che affronta i dubbi di chiunque cerchi di creare arte. The Lie Of The Land prosegue con intrecci vocali e pianoforti avvolgenti che ricordano la natura incontaminata delle campagne inglesi.

Tensioni e Inquietudini: Con The Sharpest Blade e la frenetica Albion Press l'album mostra il suo lato più spigoloso e avvincente. Qui emergono ritmi sincopati, la voce graffiante e misteriosa di Clare Lindley e riff rock di grande impatto, a testimoniare la tormentata ossessione del protagonista.

I Contrasti e la Svolta: La parte centrale del disco gioca su specchi e contrapposizioni. Tracce più raccolte come Chimaera o la poetica Arcadia offrono un respiro acustico e melodico di grande lirismo, mentre pezzi vertiginosi e complessi come la strumentale Cut And Run o l'impetuosa Warp And Weft mostrano la band al massimo della propria potenza tecnica e virtuosistica.

Verso il Finale: Man mano che ci si avvicina alla conclusione, Light Without Heat e Dreams In Black And White riprendono i temi iniziali rivestendoli di una luce diversa, carica di disillusione e consapevolezza. La vetta emotiva dell'album si raggiunge con Counting Stars: oltre cinque minuti di pura estasi progressiva, sostenuti dai pedali del basso, da un assolo di chitarra mozzafiato e dall'interpretazione vocale forse più commovente dell'intero disco. A chiudere il cerchio ci pensa Last Stand, epilogo perfetto e maestoso che sigilla il racconto.

Giudizio Finale

"Woodcut" non è semplicemente un gran bel disco di rock progressivo: è la dimostrazione di come un genere storico possa rimanere vivo, vibrante e rilevante senza scivolare nell'effetto nostalgia o in esercizi di stile fine a se stessi.

I Big Big Train hanno confezionato un'opera coerente, elegante, ricca di sfumature narrative e musicali, capace di conquistare sia il fan storico alla ricerca di ricchezza strutturale, sia l'ascoltatore occasionale guidato dal gusto per le buone melodie e le grandi storie. Un lavoro destinato a rimanere a lungo nelle cuffie e nei cuori degli appassionati.

Un primo ascolto: The Artist, Albion Press, Chimaera, Cut And Run, Counting Stars

Buy: Quì


domenica 23 agosto 2026

The Tirith – Quetzalcoatl (2026) UK - Progressive Rock / Space Rock / Classic Rock Revival

 

Cover album  Quetzalcoatl - The Tirith 2026

The Tirith: Il ritorno dei maestri dell'underground britannico

Il viaggio dei The Tirith è uno dei capitoli più affascinanti e atipici della storia del rock progressivo britannico. Nati originariamente nei primi anni '70, la band ha attraversato decenni di metamorfosi, pause prolungate e rinascite, consolidandosi negli ultimi dieci anni come una garanzia per tutti gli amanti delle sonorità prog dure, psichedeliche e ricche di atmosfera.

Con il loro nuovo lavoro del 2026 dal titolo "Quetzalcoatl", il quartetto dimostra una matura consapevolezza dei propri mezzi, riuscendo a mescolare la ruvidità del classic/hard rock a soluzioni space-prog raffinate, sostenute da una produzione moderna e vibrante.

L'Opus e la Copertina: Tra Mito, Spazio e Natura

Già dal titolo e dalla suggestiva copertina (che ritrae il celebre serpente piumato azteco avvolto attorno a una piramide Mesoamericana su uno sfondo di un cosmico-tramonto), si intuisce l'ispirazione concettuale del disco. Quetzalcoatl è un album esoterico, narrativo e fortemente evocativo, dove mitologia antica, fantascienza, sguardi alla natura ed elucubrazioni filosofiche si intrecciano in un viaggio sonoro di dodici tracce.

L'interazione tra le chitarre incisive di Tim Cox e l'impalcatura di tastiere gestita da Anthony Hill (con l'apporto dello stesso Cory) crea una trama armonica densa, mentre la sezione ritmica di Williams e Cory garantisce un groove solido, dinamico e mai banale.

Analisi Brano per Brano

1. Intro: L'album si apre con una breve ma immersiva introduzione atmosferica. Tappeti di tastiere spaziali ed effetti ambientali preparano l'ascoltatore, creando quella classica suspense da opera prog prima dell'esplosione musicale.

2. Quetzalcoatl: La title-track entra in scena con un riff di chitarra granitico e ritmi incalzanti. È un brano maestoso, sorretto da tastiere sferzanti e dalla voce carismatica di Richard Cory. Il mix tra elementi etnici/mitologici ed energico hard-prog anni '70 la rende immediatamente uno dei punti di forza dell'intero disco.

3. The Slide: la band rallenta leggermente il ritmo ma aumenta il groove. Chitarre dal sapore bluesy e linee di basso pulsanti creano un'atmosfera avvolgente e psichedelica, arricchita da un assolo di chitarra ispido e ricchissimo di pathos.

4. Moon King: Uno dei momenti più trascinanti ed evocativi del lavoro. Moon King mette in mostra l'anima space-rock dei The Tirith: synth sognanti, ritmiche ipnotiche e un refrain vocale che si stampa in testa al primo ascolto.

5. Back to Space: Come suggerisce il titolo, qui la band decolla definitivamente verso le stelle. Un pezzo che strizza l'occhio ai grandi maestri dello Space Rock (Hawkwind, Eloy), caratterizzato da arpeggi di synth, chitarre sferzanti e una ritmica marziale.

6. Rabbit Ings: Collocato al centro del disco, Rabbit Ings introduce sfumature folk e intimiste. L'uso della chitarra acustica e le stratificazioni vocali regalano una parentesi pastorale e malinconica, squisitamente britannica, mettendo in luce la versatilità compositiva della band.

7. Dancing with Vampires: Un cambio di registro netto: Dancing with Vampires è un brano dalle tinte più scure e teatrali. Con un giro di basso cupo ed elegante e chitarra e tastiere quasi gotiche, la traccia sviluppa una tensione crescente davvero efficace.

8. Spirit of the Volcano: Esplosiva e potente, Spirit of the Volcano restituisce tutta la carica hard-rock della formazione. Le rullate di Paul Williams sostengono duetti infuocati tra la chitarra di Cox e i synth di Hill.

9. Masters of Highways: Un brano ritmato e "on the road", sorretto da un piglio quasi stoner/classic rock. Le chitarre graffiano e la struttura, pur rimanendo complessa negli arrangiamenti, risulta fresca e d'impatto.

10. Save The Oak: Un vero e proprio manifesto ecologista e spirituale. Save The Oak fonde atmosfere prog-folk ad accelerazioni sinfoniche. I cambi di tempo e l'interpretazione vocale intensa ne fanno una delle gemme nascoste della seconda metà del disco.

11. No Mind (Mushin): Ispirato al concetto zen di Mushin (la mente senza mente, uno stato di totale presenza privo di ego), questo pezzo prevalentemente strumentale/atmosferico offre passaggi sognanti, ricchi di sfumature tastieristiche ed esecuzioni chitarristiche di eccezionale delicatezza.

12. The Riddles:  La perfetta conclusione dell'album. The Riddles riassume tutti gli elementi ascoltati fino ad ora: suite complessa, variazioni dinamiche, crescendo epici e un finale monumentale che lascia l'ascoltatore desideroso di far ripartire il disco da capo.

Conclusioni

In "Quetzalcoatl", i The Tirith dimostrano di non essere una band ancorata unicamente alla nostalgia, ma un collettivo musicale vivo, viscerale e in continua evoluzione. L'equilibrio tra la potenza dell'hard-rock vintage e la maestosità dello space/progressive rock è dosato con grande maestria.

La produzione, pur mantenendo un impatto organico e "suonato vero", risulta nitida, permettendo a ogni strumento - dai preziosi intrecci di tastiere alle frequenze calde del basso - di respirare al meglio.

Per chi ama il rock progressivo che sa essere al contempo melodico, energico, sognante e mai pretenzioso, Quetzalcoatl rappresenta un ascolto imprescindibile di questo 2026.

Line-up

Tim Cox: Chitarre

Richard Cory: Basso, Voce, Chitarra acustica, Tastiere

Paul Williams: Batteria, Canti di supporto / Voce

Anthony Hill: Tastiere


Un primo ascolto: Quetzalcoatl, Moon King, Save The Oak, The Riddles

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sabato 22 agosto 2026

Soft Machine - Thirteen 2026 (UK) Jazz-Prog Canterbury

 

Cover album  Thirteen - Soft Machine 2026

Il miracolo di Canterbury continua: I Soft Machine e l’eredità visionaria di "Thirteen"

È difficile credere che nel 2026 si possa ancora recensire un nuovo album in studio firmato Soft Machine. Eppure, a cinquantotto anni di distanza dall'esordio, la sigla più importante e seminale del cosiddetto "Canterbury Sound" è tornata con un lavoro intitolato emblematicamente Thirteen (pubblicato per la Dyad Records).

Registrato in pochissimi giorni ai Temple Music Studios nel Surrey, l'album vede la formazione attuale - capitanata dallo storico chitarrista John Etheridge e dal poliedrico Theo Travis (sax, flauti, mellotron), affiancati dalla straordinaria sezione ritmica di Fred Baker al basso fretless e Asaf Sirkis alla batteria - compiere un piccolo miracolo. Thirteen non è una stanca operazione nostalgica, ma un ponte ideale sospeso tra il presente e l'avanguardia più pura.

Il Filo Rosso con la Trilogia d’Oro ('68 - '70)

Per i lettori del nostro blog che venerano i primi tre storici capitoli della band, questo disco riserva vibrazioni familiari ma declinate in modo inedito. C'è un legame spirituale profondo che unisce Thirteen a quella rivoluzione di fine anni Sessanta:

 The Soft Machine (1968) & Volume Two (1969): L'urgenza dadaista, la psichedelia sghemba e lo spirito libertario di Kevin Ayers, Robert Wyatt e Daevid Allen riecheggiano qui in modo esplicito. Non è un caso che la traccia di chiusura si intitoli Daevid’s Special Cuppa, un commovente omaggio psichedelico che include contributi postumi di chitarra glissata dello stesso Allen dei Gong. C’è poi Waltz For Robert, uno splendido brano introdotto dal flauto di Travis che suona come una lettera d’amore e rispetto indirizzata proprio a Robert Wyatt.

 Third (1970): Il capolavoro del jazz-rock europeo rivive nella concezione delle suite a lungo respiro. Il cuore pulsante di Thirteen è infatti The Longest Night: una traccia monumentale di ben tredici minuti. Esattamente come accadeva in Third, qui il tempo si dilata. La band si lancia in un progressive rock epico, mescolando improvvisazione libera, loop elettronici e un assolo di chitarra di Etheridge da brividi.

Tra Modernità e Campionamenti Storici

Ciò che rende Thirteen un ascolto obbligatorio per il 2026 è la capacità di suonare fresco. L’apertura con Lemon Poem Song mette subito in chiaro le cose: un jazz-rock caldo, avvolgente, dove la batteria di Sirkis e il basso di Baker creano un tappeto poliritmico solido e modernissimo.

Ma la vera chicca per gli appassionati dell'avant-garde d'epoca si trova in Open Road. In questo pezzo, dominato dal sax e dalle tastiere, i Soft Machine utilizzano dei campionamenti d'archivio di un Mellotron storico, messi a disposizione nientemeno che da Steven Wilson. Il risultato è un suono stratificato, "cameristico" ma al contempo alieno, che si inserisce perfettamente nella tradizione più sperimentale della band.

Il mio Verdetto

Thirteen è la dimostrazione che l’avanguardia non è un genere musicale legato a un'epoca, ma uno stato mentale. I Soft Machine del 2026 non scimmiottano il passato, lo onorano. Se avete amato la libertà espressiva, il jazz acido e la follia controllata dei primi tre album, in questo tredicesimo capitolo troverete la stessa identica fiamma che brucia ancora, vivida e incontaminata. Un disco denso, ineccepibile e, a tratti, profondamente emozionante.

Un primo ascolto: Quì

sabato 15 agosto 2026

Deep Purple – SPLAT! 2026 (UK)

 

Cover album  SPLAT! - Deep Purple 2026

Deep Purple – SPLAT!: L’anima heavy-prog dei pionieri del rock non si spegne

Cosa spinge una band con oltre mezzo secolo di storia alle spalle a rimettersi in gioco, evitando la trappola nostalgica dei tour d'addio infiniti? La risposta si nasconde tra i solchi digitali e i solchi del vinile di “SPLAT!”, il nuovo capitolo discografico dei Deep Purple pubblicato in questo luglio 2026.

Se qualcuno si aspettava un pigro compendio di hard rock standardizzato, rimarrà felicemente spiazzato: “SPLAT!” è un disco vibrante, coraggioso e, soprattutto, profondamente ancorato a quell'universo heavy prog che la band stessa ha contribuito a inventare tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70.

Il perfetto equilibrio tra Hammond e sei corde

L'album si apre senza timori reverenziali. La sezione ritmica è una macchina del tempo instancabile, ma il vero cuore pulsante del disco risiede nel dialogo serratissimo tra le tastiere e la chitarra. Non siamo di fronte a una semplice esibizione di muscoli; le tracce respirano attraverso strutture complesse e tempi dispari che deviano costantemente dai classici canoni del rock radiofonico.

La produzione mette in risalto un calore analogico avvolgente, quasi a voler dimostrare che l'energia del rock non ha bisogno di compressioni digitali esasperate. L’immancabile organo Hammond ruggisce come nei giorni migliori, stendendo tappeti sonori imponenti e lanciandosi in assoli vertiginosi che faranno la felicità degli amanti del progressive classico. La chitarra risponde colpo su colpo con riff taglienti e aperture melodiche drammatiche, figlie del miglior chitarrismo prog-oriented.

Tra psichedelia e suite strumentali

La vera sorpresa di “SPLAT!” è la sua imprevedibilità. I Deep Purple rispolverano la loro antica anima psichedelica, dilatando i brani e lasciando ampio spazio all'improvvisazione controllata.

Non mancano le cavalcate strumentali d'ampio respiro, dove la band abbandona momentaneamente la forma-canzone per esplorare territori più complessi. Le tracce si sviluppano attraverso continui cambi di tempo e atmosfere che fluttuano tra momenti di pura energia heavy e rallentamenti sognanti, quasi sinfonici. È proprio in queste suite che emerge la maturità di un gruppo che non ha più nulla da dimostrare, se non il proprio viscerale amore per la musica d'avanguardia.

Il mio verdetto

SPLAT!” non è solo un ottimo album dei Deep Purple: è una dichiarazione d'intenti. In un panorama musicale spesso omologato, i pionieri del genere ricordano a tutti che il rock progressivo non è un pezzo da museo, ma una materia viva, pulsante e ancora capace di graffiare.

Un ascolto obbligato per chi cerca dinamismo, tecnica e quel pizzico di sana follia strumentale tipica delle grandi produzioni degli anni Settanta.

Un primo ascolto: Quì

venerdì 14 agosto 2026

Riffstone - Mythical Creatures (UK) 2026

 

Cover album  Mythical Creatures - Riffstone 2026

"Mythical Creatures" dei Riffstone – Un disco rock che lascia il segno

Se c’è una cosa che serve al rock di oggi, è la capacità di raccontare belle storie senza complicarsi troppo la vita. I Riffstone lo sanno bene, e lo dimostrano dall'inizio alla fine nel loro nuovo album, "Mythical Creatures". Questo disco non è solo una raccolta di brani, ma un vero e proprio viaggio che fa venire in mente paesaggi desertici, storie misteriose e tanto buon rock vecchio stile.

Come suona l'album?

Fin dalla prima traccia, il disco mette le cose in chiaro: qui si suona rock duro, ma con un ritmo che ti entra subito in testa e un pizzico di melodia che non guasta mai. La cosa più bella è come è stato registrato: gli strumenti si sentono tutti benissimo, il basso è caldo e profondo e la batteria dà un ritmo forte e preciso.

Le chitarre sono le vere regine del disco. I giri di nota sono potenti e pesanti, ma ci sono anche dei bellissimi assoli che sembrano volare e che ti catturano fin dal primo ascolto.

Di cosa parla il disco?

Il titolo dell'album significa "Creature Mitiche", ma non aspettatevi canzoni su draghi o unicorni delle favole. Le creature di cui parlano i Riffstone siamo un po' tutti noi: parlano delle nostre paure, dei ricordi del passato e dei segreti che ognuno di noi si porta dentro.

 I pezzi migliori: Alcuni brani colpiscono dritto alla pancia con un ritmo lento e rock che ti conquista, mentre altre sono più veloci e piene di energia.

 La voce: Il cantante ha una voce fantastica, un po' graffiante. Riesce a passare da un tono calmo e quasi sussurrato a grida piene di energia.

La cosa più bella: Quest'album si sente che è vero. Non è musica finta fatta al computer: si percepisce il lavoro della band in sala prove e l'intesa tra i musicisti che suonano insieme con passione.

In conclusione: perché vale la pena ascoltarlo?

I Riffstone non hanno inventato un genere nuovo, ma sanno fare il loro lavoro maledettamente bene. "Mythical Creatures" è un disco solido, maturo, che va ascoltato a volume alto, magari in macchina o la sera per rilassarsi.

Se vi piace il rock vero, quello fatto con il cuore e con le chitarre che spingono forte, quest'album deve assolutamente entrare nella vostra lista dei preferiti di quest'anno.

Un primo ascolto: Quì


domenica 9 agosto 2026

Bruce Soord - Ghosts In The Park 2026 (UK)

 

Cover album  Ghosts In The Park - Bruce Soord  2026

"Ghosts In The Park" – Il nuovo capolavoro intimo di Bruce Soord (2026)

Se siete alla ricerca di un album capace di fermare il tempo e farvi viaggiare con la mente, fermatevi qui. Bruce Soord, la mente geniale dietro la band rock progressiva The Pineapple Thief, è tornato nel 2026 con un nuovo lavoro solista intitolato "Ghosts In The Park".

Se temete che si tratti di un disco complicato o "solo per esperti di musica", potete tirare un sospiro di sollievo: quest'album è una carezza acustica, pensata per arrivare dritta al cuore di chiunque.

Di cosa parla l'album?

Il titolo, che si traduce in "Fantasmi nel parco", racconta già molto dell'atmosfera che respirerete durante l'ascolto. Non si parla di storie dell'orrore, ma di quei "fantasmi" che tutti noi abbiamo: i ricordi d'infanzia, le persone che abbiamo incrociato nella vita e i momenti passati che riaffiorano quando camminiamo da soli, magari proprio in un parco in una giornata d'autunno.

Come suona "Ghosts In The Park"?

Dimenticate le chitarre elettriche aggressive o i ritmi frenetici. Bruce Soord decide di spogliare la sua musica e lasciarla "nuda". Gli ingredienti principali sono tre:

 Una chitarra acustica suonata con una delicatezza disarmante.

 Tappeti di suoni elettronici soffusi che creano un'atmosfera quasi magica.

 La sua voce, che sembra sussurrare direttamente all'orecchio di chi ascolta.

Le canzoni scorrono una dopo l'altra come i capitoli di un buon libro. Non ci sono canzoni "da discoteca" o ritornelli da urlare a squarciagola; è un disco fatto di sfumature, di pause e di grandi emozioni trattenute.

Perché dovreste ascoltarlo (anche se non conoscete l'artista)

La vera forza di Ghosts In The Park sta nella sua accessibilità. Bruce Soord ha il dono raro di saper scrivere melodie bellissime usando pochissime note. È l'album perfetto da mettere in cuffia la sera per staccare la spina dallo stress quotidiano, o da tenere in sottofondo durante una giornata di pioggia.

La canzone simbolo: "Kept Me Thinking"

Se dovessi scegliere un solo brano per raccontare l'intero album, vi direi di ascoltare subito "Kept Me Thinking" (mi ha fatto riflettere). Questa traccia è una vera e propria fotografia di Ghosts In The Park.

Il brano inizia quasi nel silenzio, con la voce sussurrante di Soord e una chitarra che ripete una melodia semplice ma ipnotica. Soord, canta di un vecchio ricordo d'infanzia legato a un parco della sua città natale. A metà canzone, quasi senza che ve ne accorgiate, si aggiunge una chitarra elettrica delicatissima che vi fa sentire letteralmente avvolti dal suono. È un brano che non esplode mai, ma che cresce dentro, lasciando addosso una dolce nostalgia. Se vi emoziona questa traccia, amerete l'intero album.

In conclusione

Ghosts In The Park è un diario aperto, un invito a rallentare e a guardarsi dentro. Bruce Soord ci dimostra che nel 2026 non c'è bisogno di fare rumore per farsi notare: a volte, un sussurro ben assestato può emozionare molto più di un grido.

Un primo ascolto: Quì 

sabato 1 agosto 2026

Legs on Wheels - Gobble 2026 (UK) Eclectic Prog


Cover album Gobble - Legs on Wheels 2026

Oltre il sipario del tempo: perché "Gobble" dei Legs on Wheels domina il Prog nel 2026

Quando si stila la classifica di fine anno per un genere monumentale (e a volte fin troppo accademico) come il progressive rock, il rischio è sempre quello di premiare la tecnica fine a se stessa o i nostalgici ritorni al passato. Nel 2026, però, una band di Manchester ha deciso di prendere le regole del tavolo, ribaltarlo e costringerci a ballare sulle macerie. Il primo posto della mia personale classifica, di quest'anno, andrà senza la minima esitazione, a Gobble, la seconda e dirompente prova sulla lunga distanza dei Legs on Wheels.

Se il loro debutto Legroom (2023) ci aveva mostrato una band promettente, Gobble è il momento in carena in cui il quintetto (Danny Murgatroyd, Alex Crumbie, George Roberts, Ged Hawksworth e Dean Stoloff) compie il definitivo salto di qualità, confezionando 44 minuti di assoluta, controllata e schizofrenica genialità.

Tra Zappa, XTC e i Gentle Giant: un'eredità digerita e risputata

La musica contenuta in Gobble è un organismo vivente e iperattivo. È "Eclectic Prog" nella sua accezione più pura e nobile. Immaginate i ricami barocchi e la complessità ritmica dei Gentle Giant, la spigolosità post-punk e l'ironia pop degli XTC, la follia dissacrante di Frank Zappa e la teatralità del primo Peter Gabriel. Eppure, i Legs on Wheels non suonano come dei semplici imitatori: hanno preso questo enorme calderone e lo hanno aggiornato per l'ascoltatore moderno, con un'attitudine "ADHD-coded" che non ti lascia un attimo di respiro.

La prima cosa che colpisce è l'incredibile pulizia sonora: la produzione e il mixaggio riescono nel miracolo di rendere intelligibile ogni singolo strato. E di strati ce ne sono tantissimi. Synth analogici che stridono, assoli di tastiera taglienti, armonie vocali stratificate e una sezione ritmica (basso e batteria) che viaggia a velocità intergalattiche, cambiando tempo ogni tre battute ma mantenendo sempre un groove micidiale.

Il viaggio traccia per traccia: dall'assurdo all'epico

L'album si sviluppa come un banchetto surreale sin dal titolo ("Gobble" dopotutto significa "ingozzarsi", "divorare").

 L'apertura è affidata a Oysters On The Half Shell, un manifesto programmatico che aggredisce l'ascoltatore con un'energia frenetica, mettendo subito in chiaro che i confini della forma-canzone tradizionale qui sono banditi.

 Si passa poi attraverso le bizzarrie aliene di A.P.E.S. e il piglio contagioso di Winner Winner e Peekaboo, tracce brevi ma densissime, dove la band dimostra una dote rara nel prog moderno: la capacità di scrivere ritornelli irresistibili e memorabili pur dentro a strutture ritmiche impossibili.

 La parte centrale tocca vette di puro godimento strumentale con Waiting For His Drowning e la spaventosa Centipede, quest'ultima impreziosita da un assolo di tastiera di George Roberts che definire devastante è riduttivo. Quando la tensione si fa infernale in Dinnertime For Rat, capisci che la band non ha paura di sporcarsi le mani con atmosfere cupe e spigolose.

La suite definitiva: Masteroid

Il vero capolavoro nel capolavoro, però, è la traccia di chiusura. Nessun album prog degno di questo nome può dirsi completo senza una suite di oltre dieci minuti, e Masteroid (10:47) adempie al compito in modo magistrale. I testi, immaginifici e a tratti dadaisti (ma mai vuoti, anzi ricchi di metafore sull'ipocrisia umana e sul senso dell'esistenza), si esauriscono nella prima metà del brano. Da lì in poi, la band si lancia in una cavalcata strumentale fantascientifica. Sembra di correre dentro a una griglia al neon, schivando ostacoli a folle velocità, finché la traccia non si decompone in un finale psichedelico, dilatato e sognante, dominato dal feedback di un loop di nastro, lasciando l'ascoltatore a fluttuare nello spazio profondo.

"Gobble"  è la dimostrazione che il progressive rock non ha bisogno di guardarsi indietro per essere grandioso. Ha bisogno di audacia, di ironia e di una spaventosa dose di talento.

Perché è il numero uno del 2026?

In questo  2026 ho ascoltato ottimi dischi, produzioni imponenti e ritorni di fiamma. Ma nessuno ha avuto il coraggio, la gioia contagiosa e la freschezza dei Legs on Wheels. Gobble è un album che richiede più ascolti per essere assimilato, che diverte, che spiazza e che si rifiuta categoricamente di essere noioso o pretenzioso. È la dimostrazione che la complessità musicale può (e deve) essere esaltante e divertente.

Lo troverete in cima alla mia personalissima classifica dei "The Best Albums Progressive" del 2026 che sarà pubblicata come al solito all'inizio del nuovo anno.

Se cercate il solito clone dei Pink Floyd o dei Genesis, cercate altrove. Se volete sentire dove sta andando il futuro del rock progressivo, Gobble è la vostra unica, imprescindibile destinazione. Primo posto meritatissimo.

Nino A.

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venerdì 31 luglio 2026

Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. I° (England)

                                            England (UK)


Ci sono dischi che nascono sotto una stella sfortunata, non per mancanza di talento, ma per un banale e tragico errore di sincronizzazione con la storia. Se prendete il nastro di "Garden Shed" e lo fate ascoltare a scatola chiusa a un appassionato, vi direbbe che si tratta di un capolavoro perduto dei Genesis del periodo Selling England by the Pound o di un album nascosto degli Yes più pastorali.

Invece, quel disco è stato pubblicato nel 1977. L'anno in cui i Sex Pistols urlavano Anarchy in the UK e i Clash incendiavano i club di Londra. In quel preciso istante, quattro ragazzi inglesi decisero di pubblicare un album di progressive rock sinfonico, barocco, romantico e clamorosamente complesso.

Il loro nome era programmatico e quasi di sfida: England.

Chi erano gli England?

Nati nel West Sussex, gli England erano guidati dalla mente del tastierista Robert Webb e del bassista/cantante Martin Henderson, a cui si unirono il chitarrista Frank Holland e il batterista Jode Leigh.

La band non voleva semplificare il proprio sound per allinearsi alle nuove mode. Al contrario, portò all'estremo la lezione del prog classico: il Mellotron veniva usato come un'orchestra filarmonica, i cambi di tempo erano continui e le armonie vocali ricalcavano la complessa tradizione corale inglese. C'era in loro una disperata e bellissima urgenza di suonare la musica che amavano, ignorando il fatto che il mondo fuori stesse andando esattamente nella direzione opposta.

Il Capolavoro Anacronistico: Garden Shed (1977)

Cover album  Garden Shed - England 1977
England - Garden Shed

Pubblicato dalla Arista Records (che probabilmente non sapeva bene come promuoverlo in quel clima culturale), Garden Shed è un gioiello di rara bellezza. Il titolo stesso ("Il capanno degli attrezzi in giardino") evoca una dimensione domestica, intima e tipicamente britannica, quasi a voler proteggere quella musica dal caos metropolitano del punk.

L'album è composto da sei tracce che ridefiniscono il concetto di prog sinfonico:

 Three Piece Suite: Una suite che racchiude tutto ciò che un amante del genere possa desiderare: aperture melodiche celestiali, svisate di sintetizzatore e un uso del basso Rickenbacker che ricorda le trame più serrate di Chris Squire negli Yes.

 Paraffinalea: Un brano più ritmico e bizzarro, che dimostra come la band avesse anche un fortissimo senso dell'ironia e della teatralità, non lontano dallo stile dei Gentle Giant.

 Poisoned Youth: Il climax oscuro del disco. Una traccia complessa, a tratti angosciante, dove il Mellotron evoca cattedrali gotiche e la sezione ritmica si lancia in incastri matematici.


La vera magia di Garden Shed sta nella sua freschezza. Nonostante fosse formalmente "vecchio" per il 1977, il disco suona incredibilmente vitale, privo della stanchezza che affliggeva i dischi dei "grandi dinosauri" del prog in quegli stessi anni.

Schiacciati dall'onda d'urto del '77

Il destino dell'album era purtroppo segnato. La stampa musicale britannica dell'epoca, capitanata da riviste come il NME, aveva occhi e orecchie solo per la rivoluzione punk e la nascente New Wave. Un gruppo che suonava suite da dieci minuti con testi fantasy e muri di tastiere analogiche veniva visto come un fossile vivente.

Le vendite furono microscopiche e la Arista Records staccò rapidamente la spina al progetto. La band registrò del materiale successivo (raccolto anni dopo nell'album The Last of the Jubblies), ma l'avventura si concluse di lì a poco, lasciando gli England nel dimenticatoio per decenni.

Il verdetto del tempo: Perché riscoprirli oggi?

La storia, però, sa essere giusta sulle lunghe distanze. Con la nascita del movimento "Neo-Prog" negli anni '80 (Marillion, IQ) e la successiva riscoperta del genere tramite internet, Garden Shed è stato strappato all'oblio ed è oggi considerato all'unanimità uno dei più grandi album di progressive rock di tutti i tempi, a prescindere dall'anno di pubblicazione.

Elemento Chiave: Il Mellotron di Robert Webb, gestito con una sensibilità orchestrale che non ha nulla da invidiare a Tony Banks.

La Produzione: Nonostante i budget ridotti, il suono è nitido, dinamico e caldissimo.

L'originalità nella tradizione: Pur citando i grandi del prog. la band ha una spinta melodica pop-art squisitamente propria.

Gli England sono stati gli ultimi cavalieri di un regno che stava crollando. Hanno suonato mentre il Titanic affondava, e lo hanno fatto regalandoci una delle colonne sonore più belle di quel decennio.

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giovedì 30 luglio 2026

Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori: East Of Eden (UK)

                                                         East of Eden (UK)

Voglio aprire questo viaggio con una band emblematica e rappresentativa della rubrica                                                                                    "Brevi Storie delle Prog Band Minori"

Band - East Of Eden
East Of Eden

Quando si parla di rock progressivo britannico a cavallo tra gli anni '60 e '70, la mente viaggia subito verso i paesaggi sinfonici dei King Crimson o le tastiere monumentali degli Emerson, Lake & Palmer. Eppure, fuori dai circuiti commerciali più battuti, esistevano laboratori sonori capaci di osare molto di più. Tra questi, gli East of Eden rappresentano uno dei casi studio più affascinanti e ingiustamente trascurati.

Nati a Bristol nel 1967, non si sono limitati a seguire l'ondata del neonato "prog", ma hanno anticipato la world music, innestando nel rock elementi di jazz d'avanguardia, folk britannico e scale mediorientali.

L'architettura del suono: Oltre la chitarra rock

Il vero nucleo pulsante e distintivo degli East of Eden non risiedeva nelle tastiere (strumento principe del prog classico), ma nella straordinaria versatilità dei suoi polistrumentisti. Dave Arbus, con il suo violino elettrico e il flauto, e Ron Caines ai sassofoni, deviavano continuamente il flusso musicale lontano dai cliché del rock dell'epoca.

La band non cercava la suite barocca o il tecnicismo fine a se stesso; puntava invece a una commistione quasi tribale e psichedelica, dove il jazz modale incontrava le strutture del rock in un'atmosfera costantemente sospesa e ipnotica.

La pietra miliare:  Mercator Projected (1969)

Cover album Mercator Projected - East Of Eden 1969
Mercator Projected (1969)

Il loro debutto sulla lunga distanza, pubblicato per l'etichetta d'avanguardia Deram (la stessa dei primi Caravan), resta un capolavoro assoluto del periodo. Mercator Projected è un viaggio geografico e mentale.

Brani come Water Feature o Isadora mostrano una band capace di improvvisare con la libertà del jazz ma con l'impatto elettrico del rock. Il violino di Arbus taglia le composizioni con influenze che spaziano dalla musica classica indiana alla tradizione gaelica, mentre la sezione ritmica spinge su tempi dispari mai banali. È un disco denso, scuro a tratti, ma incredibilmente vitale.

Il paradosso del successo e il declino

Nel 1970 la band pubblica Snafu: 

Snafu (1970)

Un album che esaspera le componenti jazz e sperimentali. Eppure, proprio mentre la loro proposta si faceva più complessa, arrivò un successo commerciale del tutto inaspettato (e per certi versi distruttivo): il singolo "Jig-a-Jig".

Jig a Jig (1971)

Il brano, un travolgente pezzo folk-rock strumentale basato su una danza tradizionale, divenne un successo da Top 10 nel Regno Unito ed ebbe un enorme riscontro anche in Europa.

Questo successo estemporaneo creò un cortocircuito. Il pubblico ai concerti voleva il folk leggero e ballabile di Jig-a-Jig, mentre la band voleva suonare jazz-prog d'avanguardia. Le tensioni interne, unite a continui cambi di formazione (tra cui l'abbandono dei membri fondatori Caines e Arbus - quest'ultimo celebre anche per aver suonato il leggendario assolo di violino in Baba O'Riley degli Who - , portarono gli East of Eden verso una proposta più vicina al country-rock nei dischi successivi, disperdendo l'originalità degli esordi fino allo scioglimento a metà anni '70.

La discografia essenziale

Se vuoi scoprire il cuore progressivo degli East of Eden, la tua ricerca deve concentrarsi su questa tripletta iniziale:

Mercator Projected (1969)

Snafu (1970)

Jig a Jig (1971)

Gli East of Eden rimangono il simbolo di un'epoca in cui "sperimentare" non era un rischio calcolato, ma l'unica urgenza artistica possibile. Una band minore per le classifiche, ma gigantesca per la storia della musica.

Prefazione

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mercoledì 22 luglio 2026

Steve Hackett & Steve Rothery - The Roaring Waves 2026 (UK)

                                              Steve Hackett & Steve Rothery

Cover album  The Roaring Waves - Steve Hackett & Steve Rothery 2026

Quando il Cerchio si Chiude: "The Roaring Waves" e la Profezia di Genesis-Marillion

Nel 2008, quando ho concepito questo blog e ho deciso di unire nel nome Genesis e Marillion, nella mia mente non c’era solo la celebrazione di due delle band più straordinarie della storia della musica. C’era un’idea precisa, una visione: raccontare un filo rosso invisibile ma indistruttibile. Quello che lega il rock progressivo classico e teatrale degli anni '70 alla sua rinascita emotiva e moderna, il neo-prog, capace di traghettare quel fuoco sacro fino ai giorni nostri.

Per anni, quel trattino tra i due nomi ha rappresentato un ponte ideale. Oggi, a distanza di tanto tempo, quel ponte è diventato solido, di pietra e corde di chitarra.

Questo prossimo agosto accadrà qualcosa che va oltre la semplice collaborazione: uscirà un intero album a quattro mani firmato da Steve Hackett e Steve Rothery, intitolato The Roaring Waves. Non un’apparizione fugace in un brano altrui, ma un progetto comune, un manifesto sonoro. Per questo blog, e per chi lo legge, è la chiusura di un cerchio perfetto. È la conferma che quell’intuizione nata anni fa non era solo un accostamento suggestivo, ma una verità storica latente.

I Genesis e l'Ambiziosa Architettura del Sogno

Per capire l'impatto di questa unione, bisogna fare un passo indietro e tornare alle radici della nostra passione. I Genesis degli anni '70 hanno ridefinito i confini di ciò che la musica rock poteva osare. Non si trattava solo di canzoni, ma di vere e proprie suite d'avanguardia, dove la musica classica, il folk pastorale inglese e la teatralità più spinta si fondevano in un unico corpo.

 L'approccio geometrico e sognante: Brani come Supper's Ready o Firth of Fifth hanno ridefinito il concetto di struttura musicale.

 Il tocco di Steve Hackett: Con il suo uso pionieristico del tapping e dell'archetto, Hackett non cercava il virtuosismo fine a se stesso, ma dipingeva affreschi sonori. La sua chitarra era una voce narrante, capace di evocare castelli incantati o brughiere nebbiose.

I Genesis hanno dato al progressivo la sua dignità accademica e la sua massima ambizione concettuale, lasciando un'eredità che sembrava troppo pesante per essere raccolta.

I Marillion e la Scintilla del Neo-Prog: Nuova Linfa al Genere

Quando gli anni '80 arrivarono con la loro ondata synth-pop e l'immediatezza della new wave, molti decretarono la morte del prog. Ma la musica che ha un'anima non muore: si rigenera. È qui che entrano in gioco i Marillion.

Lungi dall'essere semplici cloni, i Marillion hanno preso il testimone dei Genesis e lo hanno immerso in un bagno di emotività moderna, urgenza lirica e sonorità taglienti. Hanno dimostrato che il progressive poteva ancora graffiare, commuovere e, soprattutto, rinnovarsi.

 Il lirismo di Steve Rothery: Se Hackett è il pittore delle atmosfere, Rothery è il custode della melodia straziante. I suoi assoli (basti pensare a Easter o Sugar Mice) sono lezioni magistrali di espressività: ogni nota pesa come un macigno, ogni bending tocca una corda dell'anima.

I Marillion non hanno solo tenuto in vita il genere; lo hanno traghettato verso il futuro, esplorando nei decenni successivi - e fino ai giorni nostri - territori sempre più intimi, rock e sperimentali.

"The Roaring Waves": l'Incontro dei due Steve

L'annuncio di The Roaring Waves per il prossimo mese di agosto non è quindi un evento di cronaca musicale come gli altri. È un evento epocale. Vedere i due architetti sonori di Genesis e Marillion unire le forze per un intero album significa assistere all'abbraccio definitivo tra due ere geologiche del prog.

Cosa dobbiamo aspettarci da questo incontro al vertice?

Da un lato, la ricerca timbrica, il gusto per l'antico e l'onirico di Hackett; dall'altro, il suono cristallino, avvolgente e malinconico di Rothery. Le loro chitarre non si sfideranno in un duello di velocità, ma dialogheranno, intrecciando le onde di quel mare sonoro che dà il titolo all'album.

Orgoglio Progressivo: Dal 2008 a Oggi

Quando nel 2008 ho battezzato questo spazio genesis-marillion, volevo proprio questo: dimostrare che il rock progressivo non è un fossile da museo, ma un fiume in piena che continua a scorrere.

The Roaring Waves sembra quasi voler firmare e suggellare il manifesto programmatico di questo blog. La musica dei Genesis e dei Marillion ha condiviso la stessa ambizione: non accontentarsi del già sentito, elevare l'ascoltatore, trasformare un album in un viaggio.

Ad agosto le onde di Hackett e Rothery si infrangeranno sui nostri giradischi e sui nostri lettori. E noi saremo qui, come sempre, pronti a lasciarci travolgere, fieri di aver visto lungo quando tutto questo era solo un bellissimo sogno nel nome del progressive.

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lunedì 11 maggio 2026

Le Vie del Progressive Rock - Dal Prog Classico degli anni '70, alle Strade verso l'Oltre

Welcome to my blog! Below you will find a deep dive into this progressive rock gem. While the text is in Italian, you can easily use your browser's translation tool to follow along. Let's celebrate the great history of prog music together!

Immagine - Le strade infinite del rock progressivo

          L'Odissea del Suono: Il Progressive Rock come Retta Infinita della Musica Colta 

Il Progressive Rock è più di un semplice genere musicale; rappresenta un'ambizione artistica. Se considerassimo l'evoluzione della musica colta — dal contrappunto fiammingo alle innovazioni dissonanti di Stravinskij — come un'unica grande via, il Prog ne sarebbe il naturale proseguimento nell'era del silicio e dell'elettricità. Tuttavia, la visione di questo cammino è spesso offuscata dalla pigrizia intellettuale e dalla mancanza di una mappa adeguata.

La Stasi dei Primi Cento Metri: 

L'Equivoco "Pink Floyd" Molti ascoltatori si fermano all'inizio di questa strada, convinti di averne compreso l'essenza dopo aver percorso solo i primi cento metri. Qui, i Pink Floyd dominano il panorama, creando un'area confortevole dove la psichedelia con i suoi tratti melodici si fa rassicurante e l'estetica sovrasta la complessità strutturale. Coloro che si muovono avanti e indietro in questo breve tratto apprezzano l'estetica del Prog, ma ignorano la sua dinamica: si lasciano affascinare dal riflesso di un prisma senza interrogarsi su come la luce venga scomposta. Questo rappresenta un'ammirazione per un'icona piuttosto che per un linguaggio musicale.

Il Primo 10 Chilometri: L'Età dell'Oro e il Canone Classico 

Proseguendo verso il primo chilometro, incontriamo le colonne portanti del genere: Yes, Genesis, Renaissance, Emerson Lake and Palmer, King Crimson, Gentle Giant, Soft Machine, Camel, Jethro Tull  e Van Der Graaf Generator. Qui, il cammino diventa arduo. I ritmi si spezzano, e le suite si trasformano in cattedrali, mentre il virtuosismo diventa un requisito necessario. Chi raggiunge questo punto comprende la dimensione "colta" del rock, che dialoga con la musica classica, il jazz e il folk. Tuttavia, fermarsi al decimo chilometro — l'intero decennio degli anni '70 — vorrebbe dire trattare il Prog come un reperto archeologico, un museo a cielo aperto di un'epoca irripetibile.

Oltre la Curva: L'Evoluzione verso l'Infinito 

La strada non si interrompe con la crisi generata dal punk o l'arrivo degli anni '80; essa continua a espandersi in modo geometrico. Emergono vari sviluppi: il Neo Prog, con la sua rigenerazione melodica; la contaminazione metal, che unisce complessità strutturale e potenza (Dream Theater, Opeth, Tool), portando il Prog a una dimensione più muscolare; e l'era digitale, che apre a nuove texture sonore grazie al campionamento, trasformando la tecnologia da semplice strumento a elemento compositivo. Infine, con l'intelligenza artificiale, ci troviamo di fronte all'ultimo tratto visibile, in cui la creazione diventa algoritmica e la sfida si sposta sulla capacità umana di mantenere un'anima in un contesto di puro calcolo.

Verso l'Orizzonte: Cosa c'è alla fine della Strada Infinita? 

Se la strada è infinita, l'idea di una "fine" si fa paradossale. Tuttavia, proiettando lo sguardo verso l'ultimo orizzonte possibile, potremmo scoprire la Musica Totale. Procedendo senza sosta, la distinzione fra "colto" e "popolare", tra "umano" e "artificiale", e tra "strumento" e "ambiente" svanirebbe. In fondo alla strada infinita, non troveremmo un genere musicale, ma una Pura Astrazione Sonora, un punto in cui il Progressive Rock si ricongiunge con la fisica teorica. Scopriremmo che il vero scopo della musica colta e del Prog non è semplicemente l'ascolto di un brano, ma la comprensione dell'ordine nel caos. La conclusione del percorso è il momento in cui l'ascoltatore non è più un semplice fruitore, ma diventa parte integrante di una vibrazione universale che trascende le etichette e si nutre di una curiosità senza fine verso ciò che è "oltre". In questo senso, l'élite non è rappresentata da chi sa di più, ma da chi ha il coraggio di continuare a camminare, rifiutando di tornare indietro verso i rassicuranti cento metri iniziali.

I Chilometri della Frammentazione e della Sintesi (Anni '80 - '90) 

Dopo l'epoca d'oro, la strada non si arresta, ma subisce una metamorfosi molecolare. Da monolite, il Prog si trasforma in un virus capace di infettare altri generi. Si incontra il Neo-Prog (il chilometro del ritorno), in cui band come Marillion, IQ e Pedragon non si limitano a imitare il passato, ma introducono una sensibilità lirica e una produziona moderna, dimostrando che il linguaggio del Prog può sopravvivere all'edonismo degli anni '80. La New Wave e il Post-Prog portano a una fusione tra il prog e il minimalismo, come al cospetto dei King Crimson con i loro lavori più sperimentali, dove il cammino si interseca con la geometria musicale, abbandonano il "rock barocco" per una musica più geometrica, quasi matematica.

I Chilometri della Potenza: Il Progressive Metal (Anni '90 - 2000) Questo tratto di strada è caratterizzato da una pavimentazione di acciaio. Con band come Dream Theater, Fates Warning e, in seguito, Tool, Riverside, il Prog riacquista la sua essenza "elitaria" attraverso una sfida tecnica ineguagliata. In questi chilometri, la "musica colta" si confronta con l'aggressività. La complessità non abbraccia più solo l'armonia, ma diventa anche ritmica: testi dispari sovrapposti che richiedono un'attenzione quasi scientifica da parte dell'ascoltatore. I Tool, in particolare, trasformano il cammino in un percorso rituale e filosofico, integrando la sezione aurea e la geometria sacra nelle loro strutture.

I Chilometri della Rigenerazione: Il Prog Moderno e l'Eclettismo (2010 - Oggi) Superato il quarantesimo chilometro, la strada assume una dimensione multidimensionale. Non esiste più un centro, ma una rete di percorsi. The Dear Hunter, Coheed and CambriaSteven Wilson e i Porcupine Tree rappresentano i chilometri della sintesi suprema, riuscendo a coniugare pop psichedelico, metal ed elettronica, portando il genere oltre il "ghetto" degli appassionati senza svendere la sua complessità. Il Djent e il Math Rock (sottogeneri del progressive metal), con band come Animals as Leaders, spingono la strada verso confini tecnici che sembravano irraggiungibili, con la chitarra a 8 corde che diventa un'orchestra e il jazz d'avanguardia che si fonde con una distorsione estrema, creando una musica colta eseguita con una precisione chirurgica che supera i limiti fisici dell'essere umano.

La Strada verso l'Oltre: Algoritmi e IA Oggi, a una notevole distanza dall'inizio, la strada è diventata immateriale. L'ascoltatore che arriva a questo punto scopre che il Progressive moderno utilizza i campionamenti non per pigrizia, ma come nuovi strumenti d'orchestra. L'intelligenza artificiale non segna la fine del percorso, ma rappresenta una nuova forma di pavimentazione. Essa consente di esplorare variazioni sonore che la mente umana faticherebbe a concepire in tempi brevi. Chi percorre oggi questo tratto assiste alla fusione tra la creatività umana e la capacità di calcolo delle macchine, dando vita a una "Musica Colta 2.0", in cui l'opera d'arte è in perenne trasformazione.

Conclusione del Trattato: L'Elite del Movimento 

Per chiudere, l'errore di chi si attarda ai primi cento metri è credere che il Prog sia un monumento da contemplare. Coloro che si avventurano oltre comprendono che il Prog è un movimento perpetuo. Mentre i primi cento metri celebrano la nostalgia, i chilometri successivi esaltano la scoperta. La vera élite culturale non è quella che detiene la collezione di vinili più rara, ma quella che accetta la sfida dell'ignoto, camminando lungo un sentiero dove ogni passo annulla il confine tra ciò che sappiamo e ciò che potremmo ancora diventare.

Epilogo 

La Prigionia del Comfort e l'Illusione del Traguardo 

Il dramma culturale di chi rimane intrappolato nei primi cento metri della strada - quell'area rassicurante delimitata dai solchi di The Dark Side of the Moon - non deriva da una mancanza di gusto, ma dall'equivoco della scoperta che si considera conclusa. Tali individui vivono in una sorta di "limbo del già noto", dove la musica smette di essere una via verso l'ignoto e diventa un feticcio identitario, un riparo contro il cambiamento. Rimanere prigionieri di quel primo tratto significa confondere un punto di partenza con l'intero orizzonte. Mentre la strada del Prog continua, cambiando forma e rigenerandosi attraverso il Neo-Prog, il Metal d'avanguardia e le nuove frontiere dell'intelligenza artificiale, l'ascoltatore statico si condanna a una ripetizione sterile. Non ascolta più la musica, ma la celebra come un rito religioso di cui ha già imparato a memoria le preghiere. Questa stasi genera una forma di "analfabetismo del presente": la convinzione che la musica colta si sia fermata agli anni '70 rappresenta una negazione della sua essenza di organismo vivo; la claustrofobia temporale di chi non supera i cento metri lo costringe a vivere in un tempo circolare, un eterno ritorno che ostacola lo sviluppo della sensibilità critica. Senza confrontarsi con la complessità del nuovo, anche la comprensione del passato svanisce, riducendosi a pura nostalgia.

In ultima analisi, il cammino del Progressive è una prova di coraggio intellettuale. L'élite non è un club esclusivo fondato sulla conoscenza, ma una comunità di viandanti disposti ad affrontare il rischio dell'ignoto. Chi rifiuta di proseguire oltre il primo chilometro non protegge la purezza del genere; sta semplicemente erigendo le mura della propria prigione. Il Progressive Rock, per la sua stessa natura, richiede movimento. Rimanere fermi ai primi cento metri è l'antitesi dello spirito "Progressive": è il momento in cui la musica si ferma, diventando solo arredamento. La strada infinita continua a scorrere sotto i piedi di chi ha ancora la capacità di guardare avanti, lasciando dietro di sé, nel silenzio di un passato divenuto museo, chi ha temuto di scoprire cosa si celasse oltre la prossima curva.

Nino A.



domenica 10 maggio 2026

Magenta – Tarot (2026). Il ritorno del Progressive Rock Sinfonico

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Recensione Magenta Tarot

                                              Recensione 

Nel 2026, i Magenta tornano a stupire il pubblico con il loro ultimo lavoro in studio: "Tarot". Questo album si distingue immediatamente per un’audace fusione tra le sonorità classiche del progressive rock e sperimentazioni sonore d'avanguardia. Composto da 10 brani (di cui 4 brevi "Etude"), il disco segna un’importante evoluzione artistica per la band. Pur rimanendo fedeli alle radici del genere, i Magenta esplorano qui nuovi territori tematici legati all’esoterismo e all’arcano.

In questa analisi traccia per traccia, scopriremo come "Tarot" si inserisce nel panorama musicale contemporaneo.

Analisi dei Brani: Un viaggio tra gli Arcani

1. The Lovers

L’apertura dell’album è affidata a un brano intriso di tensione e mistero. I Magenta combinano magistralmente arpeggi di pianoforte con sintetizzatori eterei, elevati dalla splendida voce di Christina Booth. Questo primo pezzo, che potremmo definire propriamente "Arcano", introduce l'ascoltatore a un percorso sonoro sinfonico. Il finale, caratterizzato dal tocco inconfondibile della chitarra di Robert Reed, fa da cornice perfetta all'intero brano.

2. Etude 1

Un breve frammento di 24 secondi in cui la chitarra acustica di ci regala un momento folk delicato e sognante.

3. The Magician

Qui la struttura si fa dinamica, alternando passaggi soft a momenti esplosivi. Il ritmo incalzante sposa un lirismo evocativo, riflettendo sui temi del destino e del libero arbitrio. L'estetica magica del disco emerge con forza in questo brano, dove le armonie vocali creano una sensazione di sospensione, offrendo una pausa meditativa nel cuore dell'album.

4. Etude 2

Ancora 21 secondi di pura atmosfera: un dialogo delicato tra chitarra folk e flauto, a cura della Axelsen.

5. The World

La band abbraccia qui le radici narrative dei rituali antichi. Segmenti strumentali complessi si intrecciano con assoli di chitarra appassionati e orchestrazioni che richiamano lo stile dei Renaissance. "The World" testimonia l’abilità dei Magenta nel fondere tradizione e innovazione in una traccia sofisticata e coinvolgente.

6. Etude 3

Un nuovo stacco folk di 24 secondi dove il flauto e la chitarra acustica tornano a dialogare con grazia.

7. Strength

Il disco vira verso ritmi più pulsanti. La precisione dell'esecuzione sottolinea l'innovazione stilistica della band, che qui sperimenta con tempi dispari e arrangiamenti insoliti, mantenendo però una coerenza lirica e musicale impeccabile.

8. Etude 4

L'ultima pausa emotiva del disco (22 secondi), che prepara l'ascoltatore al gran finale.

9. The Empress

Un componimento audace che unisce sintetizzatori moderni a orchestrazioni vintage, con la chitarra di Reed sempre in primo piano. L’evoluzione del suono in questo pezzo evidenzia la volontà dei Magenta di superare i confini del genere, pur restando fedeli all'essenza del prog rock.

10. Tarot

L’album si chiude con la title-track, un brano solenne che riassume l’intero percorso. Arrangiamenti epici, un coro finale suggestivo e la chitarra di Reed lasciano un senso di compiutezza, come se l'ultimo atto di un incantesimo avesse appena avuto luogo.

Conclusione: Un nuovo capitolo per il Progressive Rock

Con "Tarot", i Magenta dimostrano una maturità artistica straordinaria. L’album abbandona parzialmente i ritmi più canonici per abbracciare un percorso audace e sperimentale, in perfetta linea con le tendenze del progressive rock del 2026. Ogni brano affronta tematiche diverse, ma il filo conduttore resta il mistero e l’esoterismo.

Dal punto di vista tecnico, il disco brilla per originalità. Anche se la perfezione è un traguardo difficile, l'impegno nella ricerca di nuovi linguaggi sonori è evidente. La combinazione di strumenti tradizionali ed elementi elettronici dimostra che la band è pronta a reinventarsi senza rinunciare alla profondità emotiva.

In definitiva, "Tarot" è un'opera imperdibile per gli appassionati. La critica non potrà che sottolineare l'audacia dei Magenta nel trattare temi universali attraverso metafore ricercate. Un disco destinato a occupare un posto di rilievo nella scena prog attuale.

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lunedì 4 maggio 2026

Il Progressive Rock non è nato dal nulla

            Breve panoramica sulle radici del progressive rock.

Immagine - Le radici del Progressive rock

Il Progressive Rock non è nato dal nulla, ma è stato il risultato di una collisione creativa senza precedenti. Tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70, una generazione di musicisti eclettici ha deciso che il formato della "canzone da tre minuti" era troppo stretto. Venivano dal blues, dal jazz, dai conservatori o dalle cantine della psichedelia londinese, e avevano un obiettivo comune: trasformare il rock in una forma d'arte totale. Quello che segue è un breve viaggio alle origini dei giganti che hanno ridefinito i confini della musica, partendo dai loro primi, timidi (o audaci) passi.

1.Emerson, Lake & Palmer: Il Supergruppo dalle radici diverse

Prima di unirsi, i tre erano già delle piccole stelle in contesti molto differenti.

Keith Emerson (The Nice): Con i The Nice, Keith stava già fondendo musica classica e rock.

Brano emblematico: Rondo (1967). Qui senti già l’organo Hammond trattato come uno strumento d'assalto e le citazioni di Mozart e Bach.

Greg Lake (King Crimson): Prima di ELP, Lake era la voce angelica e il bassista del primo, fondamentale album dei King Crimson.

• Brano emblematico: 21st Century Schizoid Man (1969). L'urlo primordiale del prog.

Carl Palmer (The Crazy World of Arthur Brown): Giovanissimo, batteva le pelli per il "dio del fuoco infernale".

• Brano emblematico: Fire (1968). Un'energia teatrale e ritmica che avrebbe portato con sè negli ELP.

2. Genesis: I ragazzi della Charterhouse

A differenza di altri, i Genesis sono nati quasi "in provetta" a scuola, ma il loro esordio era molto diverso dal prog pastorale che conosciamo.

Peter Gabriel, Tony Banks, Mike Rutherford, Anthony Phillips: Iniziarono come autori di canzoni pop influenzati dai Bee Gees sotto l'ala del produttore Jonathan King.

• Brano emblematico: The Serpent (1969), dall'album From Genesis to Revelation. Nonostante la produzione pop, si sentono già le trame epiche e i testi biblico-mitologici che esploderanno in Trespass.

3. Yes: Armonie vocali e Jazz-Rock

Gli Yes non sono nati subito "spaziali"; inizialmente erano una band che faceva cover molto elaborate.

Jon Anderson & Chris Squire (The Mabel Greer's Toyshop): Questa era la band pre-Yes dove iniziarono a sperimentare le armonie vocali complesse.

• Brano emblematico: Beyond and Before (1969). Il basso di Squire è già "cingolato" e aggressivo, un marchio di fabbrica del genere.

Steve Howe (Tomorrow): Prima di sostituire Peter Banks negli Yes, Howe era un eroe della psichedelia londinese.

• Brano emblematico: My White Bicycle (1967).

4. Pink Floyd: Dalla Psichedelia allo Spazio

Prima di The Dark Side of the Moon, i Floyd erano i re dell'UFO Club guidati dal genio fragile di Syd Barrett.

Syd Barrett, Waters, Wright, Mason: Erano una band di R&B (The Tea Set) trasformata in un laboratorio sonoro.

• Brano emblematico: Interstellar Overdrive (1967). Qui non c'è più il blues, c'è l'esplorazione pura delle strutture libere che definirà il prog spaziale.

5. Jethro Tull: Il Blues che diventa Barocco

Ian Anderson non ha iniziato con il flauto traverso "folk", ma con un blues molto sporco.

Ian Anderson & Mick Abrahams: Nei primi giorni erano una band di British Blues.

• Brano emblematico: A Song for Jeffrey (1968). Senti l'armonica blues che lotta con i primi accenni di quel flauto saltellante che diventerà l'icona del prog-folk.

6. Gentle Giant: L'eredità dei Simon Dupree

Questa è forse la trasformazione più incredibile. I fratelli Shulman erano delle pop-star radiofoniche!

I fratelli Shulman (Simon Dupree and the Big Sound): Facevano pop psichedelico di successo.

• Brano emblematico: Kites (1967). Un pezzo pop molto atmosferico, ma i fratelli odiavano essere limitati da quel formato. Lo scioglimento della band portò alla nascita dei Gentle Giant per "creare musica senza compromessi".

Citazione: C’è da dire, però, che tutti questi ragazzi avevano  una formazione accademica o jazzistica. Non erano "autodidatti del garage" nel senso stretto; studiavano i classici (Stravinsky, Holst, Bach) e cercavano di capire come inserire quelle strutture 4/4 in tempi dispari come 5/4 o 7/8.

7. Van der Graaf Generator: L'esistenzialismo di Peter Hammill

Prima di diventare i "profeti oscuri" del prog, i VDGG erano quasi un progetto solista di Peter Hammill, nato tra le mura dell'Università di Manchester.

Peter Hammill: Inizialmente influenzato dal cantautorato più colto e dal rhythm & blues, Hammill cercava un modo per unire la parola poetica a un suono che fosse "fisico".

• Brano emblematico: Afterwards (1969). Nell'omonimo album di debutto (che doveva essere un disco solista di Hammill), si sente già quella tensione nervosa e quella voce che passa dal sussurro al grido.

Judge Smith: Fu il co-fondatore insieme a Hammill. La sua visione teatrale e bizzarra diede l'imprinting alla band prima che il sax dissonante di David Jackson (che veniva da esperienze jazz e militari) definisse il loro suono unico, privo di chitarra elettrica solista.

8. Renaissance: Dalle ceneri degli Yardbirds

Questa è una delle storie più affascinanti: come si passa dal blues-rock che ha generato Eric Clapton e Jimmy Page alla musica da camera?

Keith Relf & Jim McCarty: Erano rispettivamente il cantante e il batterista degli Yardbirds. Stanchi del volume assordante e dei tour frenetici, decisero di sciogliere la band per formare qualcosa di radicalmente diverso, unendo musica classica, folk e jazz.

• Brano emblematico: Kings and Queens (1969). Se ascolti questo brano dal loro primo album omonimo, senti subito il clavicembalo e le citazioni di Beethoven. È il momento esatto in cui il rock si siede al pianoforte a coda.

Annie Haslam: Entrerà poco dopo (nel 1971) per sostituire Jane Relf, portando quella voce da cinque ottave che diventerà il marchio di fabbrica del "Prog Sinfonico" per eccellenza.

9. Camel: Il Lirismo del Blues che diventa Sinfonia

I Camel non cercavano lo scontro sonoro o la complessità fine a se stessa; la loro missione era la creazione di paesaggi sonori quasi cinematografici, partendo da una solida base blues e jazz-rock.

Andrew Latimer & Peter Bardens (The Brew / Shotgun Express): Prima di fondare i Camel, Latimer militava nei The Brew, un trio orientato al blues. L'incontro con il tastierista Peter Bardens (che aveva suonato con Van Morrison e nei Shotgun Express insieme a un giovane Mick Fleetwood) fu la scintilla definitiva.

• Brano emblematico: Never Let Go (1973). Contenuto nel loro album di debutto, questo brano mostra perfettamente la transizione: la chitarra di Latimer ha ancora un'anima blues, ma la struttura si espande in intrecci di tastiere che anticipano i concept album strumentali come The Snow Goose.

• Il marchio di fabbrica: La chitarra di Latimer, capace di "cantare" con un sustain infinito, e l'uso del flauto traverso portarono una delicatezza pastorale che divenne un punto di riferimento per tutto il movimento neo-prog degli anni '80.

10. Le radici dei King Crimson

Prima di fondare la band nel 1969, i membri chiave orbitavano attorno alla scena pop-psichedelica e al jazz. Robert Fripp e Michael Giles suonavano nel trio eccentrico Giles,Giles & Fripp, mentre Ian Mc Donald arrivava dalle band militari e Greg Lake militava in formazioni locali come i The Gods. Insieme hanno trasformato quell'eredità pop in un'architettura sonora maestosa e oscura.

. Brano emblematico: Giles,Giles and Fripp - Erudite Eyes

Curiosità

Mentre i Renaissance usavano il pianoforte per elevare il rock a una forma di "arte superiore" quasi celestiale, i Van der Graaf Generator usavano l'organo e il sax per scavare nell'abisso della psiche umana. Due modi opposti di usare  maestria tecnica.

Ed ancora, i Camel rappresentano l'anima più lirica e sognante del genere. Spesso definiti i "Pink Floyd del prog" per la loro capacità di creare atmosfere dilatate, si distinguono per un gusto melodico impeccabile e per l'assoluta assenza di narcisismo tecnico: ogni nota è al servizio dell'emozione.

Mentre i Camel, appunto, puntavano sulla melodia e l'atmosfera, i Van der Graaf Generator  rappresentavano l'opposto polare: l'irrequietezza e il caos controllato. È affascinante notare come, nello stesso periodo, il "Prog" potesse significare sia il paradiso melodico di Latimer che l'inferno esistenziale di Hammill.


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