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martedì 1 settembre 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo V°) Part. V° (Italia) Biglietto per L ‘Inferno

Cover album Biglietto Per L'Inferno - Biglietto Per L'Inferno 1974

Concludiamo questa straordinaria cinquina italiana con una delle opere più potenti, oscure e viscerali di tutta la stagione del rock progressivo tricolore. Ci spostiamo in Lombardia per raccontare la storia dei Biglietto per l'Inferno e del loro omonimo, memorabile album del 1974: un perfetto equilibrio tra foga hard rock, impalcature progressive sinfoniche e una narrazione concettuale dal fascino quasi presago.

Brevi Storie delle prog band minori: Biglietto per l'Inferno

Se c'è un album che è riuscito a catturare la tensione, il buio e l'energia viscerale dell'Italia dei primi anni '70, quello è senza dubbio l'esordio omonimo dei Biglietto per l'Inferno, pubblicato nel 1974 per la Trident Records.

A metà strada tra l'aggressività dell'hard rock alla Uriah Heep / Deep Purple e le raffinate architetture del prog sinfonico nostrano, questo gruppo lecchese ha firmato un capolavoro di rara potenza espressiva, dominato da una storia concettuale angosciante e da un destino umano che sembrava già scritto tra i solchi del vinile.

L'energia del doppio tastierista e del flauto

I Biglietto per l'Inferno vantavano una formazione dal potenziale sonoro devastante. Accanto alle chitarre grintose di Marco Mainetti e alle tastiere di Giuseppe "Baffo" Banfi e Giuseppe Costa (che spaziavano tra organo Hammond e sintetizzatori) e alla solidissima sezione ritmica formata da Fausto Branchini (basso) e Mauro Gnecchi (batteria), la band ruotava attorno alla figura centrale di Claudio Canali, cantante carismatico, autore dei testi e virtuoso del flauto traverso.

La scelta di affiancare l'organo Hammond ruggente e i sintetizzatori a un flauto aggressivo e alla chitarra distorta creava una trama sonora cupa, drammatica e incalzante, sorretta da un tiro ritmico e una carica live travolgente.

Biglietto per l'Inferno (1974): La storia fantastica e la discesa nel buio

L'album è una folgorante suite concettuale che ruota attorno alla storia di Claudio, un uomo emarginato e tormentato che cerca rifugio e risposte, ma finisce per incontrare il Diavolo in persona. Il dialogo tra l'uomo e il maligno diviene metafora delle paure, delle ipocrisie e dei drammi della società moderna.

L'attacco di "Ansia", "Confessione" e "Una Strana Regina": Fin dai primi brani, l'ascoltatore viene travolto da riff potenti d'organo e chitarra, spezzati da improvvisi assoli di flauto dal sapore Jethro-tulliano. La voce di Claudio Canali è violenta, sofferta, declamatoria: non canta semplicemente, ma recita e vive il dramma del suo personaggio con una teatralità sconvolgente.

"Il Nevare" e "L'Amico Suicida": La seconda facciata tocca vertici assoluti di dinamica progressive. I momenti di pura foga hard rock si alternano ad aperture liriche e sognanti, guidate da arpeggi acustici e tappeti di tastiere, fino all'esplosione finale dove il protagonista consuma la sua tragica resa dei conti.

Un destino già scritto: La metamorfosi di Claudio Canali

A rendere ancora più leggendario quest'album è la traiettoria umana del suo front-man. Chi ascolta oggi la foga, la disperazione e le tematiche spirituali/esistenziali affrontate da Canali nel 1974 non può non cogliere una sorta di sotterranea predestinazione.

Dopo lo scioglimento della band - avvenuto prematuramente a causa del fallimento della casa discografica proprio mentre stendevano i brani per il secondo album - e dopo un periodo di ricerca personale e isolamento, Claudio Canali compì una scelta radicale: nel 1990 entrò nel monastero camaldolese di Serra San Quirico (e successivamente nell'eremo delle Grotte di Siloe), prendendo i voti e diventando Fra Claudio (monaco benedettino).

Quella ricerca della verità, urlata a pieni polmoni tra il flauto e i riff storti dei Biglietto per l'Inferno, ha trovato così la sua risposta nel silenzio e nella preghiera.

Il verdetto del tempo

Nonostante una carriera discografica fulminea, l'album dei Biglietto per l'Inferno resta una colonna portante del rock progressivo italiano. Un disco melodico e selvaggio al tempo stesso, capace di unire la potenza dell'hard prog a una storia fantastica che continua a far venire i brividi a ogni ascolto.

Con i Biglietto per l'Inferno si chiude alla grande anche questa quinta cinquina, interamente dedicata alle nostre eccellenze italiane!

Un Primo Ascolto: QUI

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo V°) Part. IV° (Italia) Celeste


Cover album Principe Di Un Giorno - Celeste 1976

Dalla grazia da camera di Quella Vecchia Locanda ci spostiamo in Liguria per incontrare una band che ha fatto della delicatezza, del lirismo e dell'esplorazione sonora il proprio marchio di fabbrica: i Celeste.

Se molti gruppi del prog italiano degli anni '70 cercavano l'impatto sonoro attraverso chitarre distorte e ritmiche furiose, i Celeste hanno tracciato una via del tutto personale e poetica, consegnando alla storia un disco dove il Mellotron stende tappeti da sogno ed evoca paesaggi incantati.

Brevi Storie delle prog band minori: Celeste

Nel 1976, quando il panorama del progressive rock stava affrontando una profonda trasformazione, una band di Sanremo pubblica in modo quasi silenzioso un album destinato a diventare uno dei più grandi oggetti di culto per i collezionisti di tutto il mondo. Il gruppo si chiama Celeste e il loro disco d'esordio, "Principe di un giorno" (pubblicato per la piccolissima etichetta Dischi Ricordi / Grog), è un'opera d'arte pura, sospesa in un tempo indeterminato tra fiaba, musica rinascimentale e pura introspezione acustica.

Privo quasi del tutto di chitarre elettriche distorte e di batterie aggressive, Principe di un giorno è la dimostrazione di come il prog possa essere incredibilmente potente pur sussurrando.

Architetti di sogni e di suono

I Celeste nascono attorno alla figura del polistrumentista e compositore Ciro Perrino (voce, tastiere, flauto, percussioni), affiancato dal chitarrista e flautista Leonardo Lagorio (già nei Museo Rosenbach), dal violoncellista e flautista Mariano Schiavolini e dal bassista Giorgio Battaglia.

La scelta d'arrangiamento dei Celeste fu rivoluzionaria per l'epoca: rinunciare ai ritmi martellanti del rock per costruire una vera e propria orchestra acustica e sintetica. Il protagonista assoluto dell'album è il Mellotron, suonato da Perrino, i cui celebri campionamenti d'archi e flauti vengono utilizzati non come semplice sottofondo, ma come una trama viva su cui si appoggiano flauti traversi e chitarre classiche, pianoforte e violoncello.

Principe di un giorno (1976): Un viaggio fiabesco

L'ascolto di Principe di un giorno è un'esperienza quasi terapeutica, un'immersione in un bosco incantato o in un castello sospeso tra le nebbie:

 La maestosità del Mellotron: Fin dal brano di apertura "Principe di un giorno", il Mellotron ricama cattedrali sonore d'archi di rara bellezza. Il suono è caldo, avvolgente, malinconico e maestoso, capace di regalare un senso di pace profonda ma sempre attraversata da un velo di nostalgia.

Flauti, chitarre acustiche e canti eterei: I flauti s'intrecciano con gli arpeggi di chitarra con corde di nylon e con gli interventi di pianoforte, creando atmosfere pastorali e derivazioni rinascimentali. La voce di Ciro Perrino è delicata, quasi sussurrata, e s'inserisce nel tessuto musicale con la grazia di uno strumento aggiunto.

Sfumature impressioniste: Brani come "Favole antiche" e "Giochi nella notte" mostrano un gusto compositivo che guarda da vicino all'impressionismo classico (Debussy, Ravel) e al folk pastorale britannico dei primi King Crimson (In the Court of the Crimson King) e al periodo McDonald & Giles, ma riletto con la tipica sensibilità solare e mediterranea dell'ambiente ligure.

Un cult-album senza tempo

Nonostante le vendite modestissime all'epoca della pubblicazione a causa della scarsa distribuzione dell'etichetta indipendente, "Principe di un giorno" è stato riscoperto nei decenni successivi - specialmente in Giappone -, dove è considerato uno dei vertici assoluti del prog poetico ed etereo mondiale.

Il lavoro dei Celeste rimane una perla di rara eleganza, un album fiabesco in cui ogni nota di Mellotron e ogni soffio di flauto invitano l'ascoltatore a fermarsi, chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare in un mondo lontano.

Un Primo Ascolto: QUI

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo V°) Part. III° (Italia) Quella vecchia locanda

Cover album - Quella Vecchia Locanda - Quella Vecchia Locanda 1972

 Nel variegato mosaico del progressive rock italiano degli anni '70, pochissime band sono riuscite a coniugare l'irruenza del rock con la grazia della musica classica ed etnica in modo così fluido ed emozionante come Quella Vecchia Locanda. Nata a Roma alla fine degli anni '60 e arrivata all'esordio omonimo nel 1972 per l'etichetta RCA, questa formazione ha firmato pagine di rara bellezza, distinguendosi immediatamente per l'uso magistrale degli strumenti ad arco e a fiato.

Se il loro secondo lavoro (Il tempo della gioia, 1974) ne confermerà la maturità, l'album d'esordio del 1972 rimane una folgorante testimonianza di freschezza, poesia e potenza espressiva.

Il dialogo tra rock e musica da camera

Ciò che rendeva unico il suono di Quella Vecchia Locanda era la composizione del gruppo, che vedeva affiancati musicisti di estrazione rock e strumentisti di formazione classica. La formazione del primo album vedeva Giorgio Giorgi al flauto e voce solista, Donald Lax al violino, Massimo Roselli alle tastiere, Raimondo Cocco alle chitarre, Romualdo Coletta al basso e Patrick Traina alla batteria.

In un'epoca in cui molti gruppi usavano il violino o il flauto solo come colore occasionale, la Locanda ne fece i pilastri portanti della propria architettura sonora. Il violino di Lax e il flauto di Giorgi non si limitavano a seguire le melodie, ma duellavano costantemente con la chitarra elettrica e l'organo Hammond, creando una trama timbrica ricca, vibrante e dal sapore squisitamente mediterraneo.

Quella Vecchia Locanda (1972): Una fiaba in musica

L'album d'esordio del 1972 - celebre anche per l'iconica e sognante copertina illustrata - è un susseguirsi di dinamiche perfette, dove momenti di profonda introspezione acustica sfociano improvvisamente in furiose fughe rock:

"Prologo" e "Un villaggio, un'illusione": L'apertura del disco chiarisce subito la statura della band. Arpeggi delicati di chitarra acustica e interventi eterei di flauto si fondono con la voce poetica e declamatoria di Giorgio Giorgi, prima che il violino e la sezione ritmica scatenino un crescendo sinfonico mozzafiato.

"Realtà" e "Immagini Sfuocate": Brani in cui l'organo Hammond e la chitarra distorta spingono su ritmiche serrate, sorrette dai cambi di tempo geometrici di Traina e Coletta. Il violino assume toni quasi zingareschi e virtuosistici, donando un carattere energico ed etnico del tutto originale.

"Il Cieco", "Dialogo", "Verso la Locanda" e "Sogno ,Risveglio E..": Insieme rappresentano i vertici lirici dell'album e di tutto il prog italiano. Melodia malinconiche e indimenticabili, sorrette dal pianoforte e da un violino struggente, che mostrano il lato più romantico e intimista del gruppo.

Un'eredità d'oro della scuola romana

Nonostante due album impeccabili e un grande consenso da parte di chi li vedeva dal vivo, la band decise di sciogliersi a metà anni '70 di fronte alle trasformazioni del mercato discografico e alla fine della stagione d'oro del prog.

Ciononostante, l'opera d'esordio di Quella Vecchia Locanda rimane un capolavoro assoluto, capace di equilibrare perfettamente la grazia del barocco e del rinascimento con la forza del rock anni '70. Un ascolto imprescindibile che impreziosisce ulteriormente questa quinta cinquina tutta italiana della mia rubrica "Brevi Storie delle Prog Band Minori".

Un Primo Ascolto: QUI

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo V°) Part.II° (Italia) Alphataurus

Cover album Alphatarus - Alphataurus 1973

 Tra le tante meteore splendenti che hanno popolato la scena del Progressive Rock Italiano nei primi anni '70, gli Alphataurus occupano un posto del tutto speciale. Formatisi a Milano e arrivati all'esordio discografico nel 1973 per la celebre etichetta Magma (fondata da Vittorio De Scalzi dei New Trolls), questo quintetto ha lasciato un segno incancellabile con un unico album omonimo, diventato negli anni un oggetto di culto assoluto per collezionisti di tutto il mondo.

Con la loro iconica copertina apribile firmata da Adriano Marangoni - raffigurante una colomba meccanica da guerra che sgancia bombe su una città disastrata -, gli Alphataurus hanno incarnato la perfetta sintesi tra l'impatto viscerale dell'hard rock e la raffinata maestosità del prog sinfonico.

La potenza di una formazione unica

La forza travolgente degli Alphataurus risiedeva nell'intesa perfetta tra i suoi cinque elementi: Pietro Pellegrini alle tastiere (organo Hammond, Moog, spinetta), Guido Wassermann alle chitarre, Alfonso Oliva al basso, Giorgio Santandrea alla batteria e, soprattutto, il grandioso Michele Bavaro alla voce.

Bavaro possedeva una delle voci più impressionanti e versatili dell'intera scena tricolore: un timbro caldo, stentoreo, potente ed esteso, in grado di passare con disinvoltura da acuti laceranti a momenti di profonda ed intima drammaticità.

Alphataurus (1973): Un uragano sonoro di classe ed energia

L'album Alphataurus è composto da cinque sole tracce, ciascuna delle quali rappresenta una lezione magistrale di dinamica e arrangiamento:


"Peccato d'Orgoglio": Il brano d'apertura è una suite travolgente guidata dall'organo Hammond di Pellegrini e dalla chitarra graffiante di Wassermann. La sezione ritmica di Santandrea e Oliva stende trame complesse e inarrestabili su cui la voce di Bavaro esplode in tutta la sua drammaticità.

"Dopo l'Uragano" e "Croma": Due episodi che mostrano il lato più grintoso e ritmico della band, dove riff taglienti di matrice hard si fondono con fughe di tastiere dal sapore classico.

"La mente vola": Uno dei momenti più lirici e suggestivi dell'intero prog italiano. Un'introduzione ipnotica di spinetta e moog lascia spazio a una melodia struggente e sognante, con una prestazione vocale di Bavaro che lascia letteralmente a bocca aperta per pathos ed estensione.

"Ombra Muta": La chiusura strumentale che evidenzia l'incredibile perizia tecnica della band e il gusto per gli incastri timbrici e i continui cambi di tempo.

Un mito interrotto sul più bello

Come purtroppo accaduto a molti colleghi della scena italiana, gli Alphataurus non riuscirono a dare un seguito immediato a questo esordio folgorante. Durante le sessioni di registrazione del secondo album, problemi personali e difficoltà economiche portarono alla dissoluzione del gruppo, lasciando incompiuto quel nuovo materiale (pubblicato solo decenni dopo come "Dietro l'uragano").

Nonostante la brevissima parabola iniziale, l'album del 1973 degli Alphataurus rimane un monumento insuperato di energia, tecnica e passione. Un capolavoro imprescindibile che dimostra come il prog italiano sapesse picchiare duro senza mai perdere un grammo di poesia.

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo V°) Part. I° (Italia) Museo Rosenbach

Cover album  Zarathustra - Museo Rosenbach 1973

 Ci sono album che diventano leggenda non solo per la musica contenuta nei loro solchi, ma per la tempesta culturale, mediatica e sociale che sono riusciti a scatenare. Nel fitto sottobosco del progressive rock italiano degli anni '70, nessun disco incarna questa aura di "capolavoro maledetto" con la stessa potenza di "Zarathustra" del Museo Rosenbach, pubblicato nel 1973 dalla Ricordi.

Un'opera monumentale, viscerale e complessa che, pur travolta all'epoca da assurde polemiche ideologiche, è riuscita a vincere la sfida contro il tempo, imponendosi oggi come una delle pietre miliari assolute del prog sinfonico a livello internazionale.

Dalle coste ligure al tempio del Prog

La storia del Museo Rosenbach affonda le sue radici a Bordighera, in Liguria, dall'unione di due formazioni locali (La Quinta Strada e gli Insieme). La formazione classica che darà vita all'album vede Giancarlo Golzi alla batteria (futuro perno dei Matia Bazar), Alberto Moreno al basso e pianoforte, Pit Corradi alle tastiere, Enzo Merogno alla chitarra e un giovanissimo Stefano "Lupo" Galifi alla voce.

Ciò che distingueva il Museo Rosenbach dalla maggior parte delle band era l'impatto sonoro: una combinazione perfetta tra la maestosità sinfonica dell'organo Hammond e del Mellotron e un'aggressività ritmica quasi hard rock, guidata dal canto potente, graffiante e teatrale di Lupo Galifi.

Zarathustra: L'impatto di un capolavoro

Ispirato liberamente alla figura e alla filosofia di Friedrich Nietzsche, Zarathustra è un concept album incentrato sul superamento dell'uomo, sulle sue debolezze e sulla ricerca di una nuova consapevolezza. Il disco si apre con la titanica suite che occupa l'intera prima facciata del vinile, divisa in cinque movimenti (a partire dal folgorante "l'Ultimo Uomo" fino a "Il Tempio delle Clessidre").

L'intreccio sonoro: Il lavoro di Pit Corradi al Mellotron e all'Hammond stende cattedrali di suono cupe ed evocative, su cui si innestano i riff taglienti della chitarra di Merogno e le complesse geometrie della sezione ritmica di Golzi e Moreno.

La voce di Lupo Galifi: La prestazione vocale di Galifi è una delle più straordinarie di tutto il prog italiano. La sua interpretazione è viscerale, drammatica, carica di un pathos che trascina l'ascoltatore dentro il travaglio interiore del protagonista.

La seconda facciata racchiude tre brani distinti ma concettualmente legati ("Degli Uomini", "Della Natura" e "Dell'eterno Ritorno"), dove la band dimostra una maturità compositiva disarmante, capace di alternare momenti di pura violenza sonora a delicate e malinconiche aperture acustiche.

Le polemiche e la riscoperta

Purtroppo, al momento della sua uscita nel 1973, l'album fu travolto da una feroce polemica politica. La scelta del tema nietzscheano, unita al volto di Mussolini inserito nel collage d'epoca della celebre copertina nera ad opera di Cesare Monti, portò l'ambiente discografico e radiofonico (RAI in primis) a boicottare il disco, etichettando ingiustamente la band.

Messa ai margini e frustrata dalla mancanza di supporto, la band si sciolse poco dopo. Tuttavia, la forza della musica ha superato ogni censura: a partire dagli anni '80 e '90, con la riscoperta del prog italiano in Giappone e in tutta Europa, Zarathustra è stato riconosciuto per ciò che è sempre stato: un'opera d'arte pura, potente ed esaltante.

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giovedì 27 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IV°) Part. V° (Argentina) Espìritu

Dalla Danimarca torniamo in Sud America, e più precisamente in Argentina, per chiudere in bellezza questa quarta cinquina. Se i Crucis rappresentavano l'anima più elettrica e virtuosistica del prog argentino, gli Espíritu ne incarnano il lato più poetico, spirituale e profondamente lirico. E proprio come i loro connazionali, anche questi straordinari musicisti portano nel proprio DNA un'inconfondibile "anima italiana", fatta di melodie solari, intrecci acustici e quella drammaticità appassionata tipica della nostra scuola sinfonica.


Cover album Crisalida - Espiritu 1975

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori: Espíritu

 Nel panorama del rock progressivo sudamericano degli anni '70, l'Argentina ha saputo sviluppare una sensibilità unica, capace di coniugare la complessità delle strutture europee con un calore umano travolgente. Se gruppi come i Crucis puntavano sull'aggressività e sul virtuosismo ritmico, gli Espíritu hanno scelto la strada della poesia, della luce e del lirismo spirituale.

 Autori nel 1975 di un debutto memorabile intitolato "Crisalida", questo quintetto di Buenos Aires ha firmato uno dei concept album più emozionanti dell'intero continente, con una spiccata affinità stilistica ed emotiva verso la grande scuola del Prog Rock Italiano.

 Dalle radici latine alla luce di Buenos Aires

 Gli Espíritu si formano nei primi anni '70 per iniziativa del chitarrista e compositore Osvaldo Favrot e del cantante Fernando Bergé. La formazione classica che darà vita al primo album si completa con il tastierista Gustavo Fedel, il bassista Claudio Martinez e il batterista Carlos Goler.

 Fin dai loro esordi dal vivo, la band si distingue per l'incredibile cura degli arrangiamenti e per la ricerca di un sound che non fosse una semplice replica del prog britannico. Gli Espíritu volevano raccontare storie profonde, legate alla metamorfosi dell'anima, alla speranza e alla ricerca interiore, trovando nella lingua spagnola un veicolo espressivo perfetto, caldo e declamatorio.

Crisalida: L'anima italiana nel cuore dell'Argentina

 Pubblicato nel 1975, Crisalida è un concept album incentrato sul ciclo della vita e sulla trasformazione spirituale (rappresentata appunto dalla crisalide che si schiude). Fin dalle prime note è impossibile per un ascoltatore italiano non cogliere una fortissima affinità elettiva con band nostrane come la Premiata Forneria Marconi (quella di Storia di un minuto), i Celeste o le trame più delicate del Banco del Mutuo Soccorso.

 L'anima italiana emerge con forza in diversi elementi:

La vocalità appassionata e teatrale: La voce di Fernando Bergé possiede quel lirismo limpido e drammatico tipico dei grandi cantanti del nostro prog. Non c'è la freddezza accademica di certo prog nordeuropeo, ma un canto aperto, viscerale, ricco di pathos e dinamica.

Gli intrecci acustici e pastorali: I dialoghi tra la chitarra classica ed elettrica di Osvaldo Favrot e il flauto (che fa delicate apparizioni) evocano immediatamente le atmosfere bucoliche e soleggiate della PFM, creando momenti di rara poesia sensoriale.

 Cattedrali di tastiere e melodia sempre al centro: Gustavo Fedel tesse trame avvolgenti all'organo Hammond, al Mellotron e al pianoforte. Ma la tecnica non è mai fine a se stessa: ogni cambio di tempo, ogni fuga di tastiere sfocia sempre in un'apertura melodica memorabile e luminosa.

 L'album si sviluppa come un unico flusso sonoro diviso in più parti (tra cui spiccano le splendide Hay un Mundo Luminoso ( e il brano d'apertura La Casa de la Mente), dove momenti di quiete acustica si alternano a improvvise ed epiche esplosioni sinfoniche.

 Una meteora di rara bellezza

 Nonostante il grandissimo successo di pubblico e critica ottenuto con le esibizioni dal vivo al Luna Park di Buenos Aires, le crescenti tensioni politiche in Argentina e le divergenze interne portarono a continui cambi di formazione. La band pubblicherà altri quattro album negli anni successivi (Libre Y Natural nel 1976, Espíritu III nel 1982, En movimiento nel 1983 e Fronteras Màgicas nel 2003), ma la magia pura e irripetibile racchiusa nei solchi di Crisálida rimarrà ineguagliata.

 Crisálida è la prova di come il rock progressivo sia stato una grande lingua madre europea in grado di valicare gli oceani per ritrovare, nell'abbraccio caldo dell'Argentina, quell'anima solare, mediterranea e poetica che continua a far battere il cuore dei collezionisti di tutto il mondo.

Un primo ascolto: QUI

Precedente: Volume IV° (Parte IV°) Ache (Danimarca)

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IV°) Part. IV° (Danimarca) Ache

Voliamo in Danimarca per riscoprire gli Ache, un gruppo formidabile che già nei primissimi anni '70 proponeva un prog sinfonico ed esplorativo di assoluta avanguardia, lontano dalle mode e con un uso impressionante dell'organo Hammond.

Cover album De Homine Urbano - Ache 1970

Rubrica Storie delle prog band minori: Ache – De Homine Urbano (1970)

Quando si parla dell'alba del rock progressivo europeo nei primissimi anni '70, la mente va subito alla Gran Bretagna o alla Germania. Eppure, nel profondo Nord, la Danimarca vantava una scena fermentativa di primissimo ordine. Tra le band più audaci e mature di quel periodo spiccano gli Ache, un quartetto che già nel 1970, con il suo primo capolavoro "De Homine Urbano", ha saputo firmare una delle opere più avanguardistiche, complesse e visionarie dell'epoca.

Mentre molti gruppi stavano ancora cercando di capire come integrare la musica classica nel rock, gli Ache avevano già perfezionato un linguaggio unico, dove lunghe suite strumentali e intuizioni teatrali si fondevano in un'esperienza sonica totale.

I pionieri di Copenaghen

Formatisi a Copenaghen alla fine degli anni '60, gli Ache vedevano nella loro formazione di punta Torsten Olafsson (basso, voce e percussioni), Finn Olafsson (chitarre), Glenn Fischer (batteria) e il vero e proprio motore sonoro della band, il tastierista Peter Mellin.

Già da questo suo fantasioso esordio del 1970 (De Homine Urbano), la band si distinse per una scelta radicale: comporre brani lunghissimi pensati per accompagnare spettacoli di danza moderna e parti teatrali. Questo legame con le arti visive diede alla loro musica una spiccata natura drammatica e cinematografica, priva delle classiche strutture canzone pop dell'epoca.

De Homine Urbano: L'organo Hammond e l'avanguardia nordica

Pubblicato nel 197o dalla Philips, De Homine Urbano è un album monumentale diviso sostanzialmente in due grandi suite che occupano le due facciate del vinile. È un lavoro d'impatto, oscuro e magnificamente distorto, guidato da un approccio tastieristico che non sfigura affatto accanto a quello di giganti come Keith Emerson o Jon Lord.

Il dominio sonoro di Peter Mellin: Mellin fa letteralmente ruggire il suo organo Hammond. Il suo stile passa con disinvoltura da contrappunti di chiara matrice bachiana a dissonanze quasi jazz e rumoriste, anticipando molte soluzioni che il prog sinfonico avrebbe adottato solo negli anni successivi.

Tensioni ritmiche e intrecci di chitarra: La chitarra di Finn Olafsson si muove tra arpeggi delicati e riff pesanti, quasi hard rock, mentre la sezione ritmica di Fischer e Torsten Olafsson garantisce cambi di tempo continui e una spinta propulsiva ipnotica.

La suite che dà il titolo all'album, De Homine Urbano, è un capolavoro di drammaturgia musicale: tra passaggi cantati in lingua madre (e in inglese), esplosioni d'organo e momenti di pura improvvisazione d'avanguardia, il brano dipinge affreschi sonori cupi ed epici con una maestria disarmante per il 1970.

Un'eredità da riscoprire

Nonostante l'immenso valore artistico dei loro primi due lavori, la svolta verso sonorità più commerciali negli anni successivi portò a un ridimensionamento del nome degli Ache, che finirono per sciogliersi alla fine del decennio.

Tuttavia, De Homine Urbano rimane una pietra miliare assoluta del prog scandinavo e proto-sinfonico. Un album coraggioso, oscuro e incredibilmente maturo per i suoi tempi, che merita di essere riscoperto da tutti gli amanti delle sonorità analogiche più viscerali e avventurose.

Un primo ascolto: QUI

Precedente: Capitolo IV° (Parte III°) Bacamarte (Brasile)

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IV°) Part. III° (Brasile) Bacamarte

 Dalla Germania ci spostiamo nel cuore del Sud America. Se l'Argentina ha avuto nei Crucis la sua punta di diamante, il Brasile ha risposto con una band capace di firmare quello che da molti collezionisti è considerato uno dei più grandi capolavori del progressive rock mondiale degli anni '80 (sebbene scritto nel decennio precedente): i Bacamarte e il loro leggendario album "Depois Do Fim".

Cover album  Depois do Fim - Bacamarte 1983

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori: Bacamarte

Ci sono album che sembrano benedetti da una magia irripetibile. Opere nate in contesti apparentemente sfavorevoli che, una volta incise su solco, riescono a superare qualsiasi prova del tempo, trasformandosi in leggenda. Nel panorama del progressive rock sudamericano, nessun disco incarna questa parabola con maggiore forza di "Depois Do Fim" dei brasiliani Bacamarte.

Composto quasi interamente alla fine degli anni '70 dal giovanissimo virtuoso della chitarra e polistrumentista Mário Neto, ma pubblicato solo nel 1983 a causa del disinteresse delle grandi case discografiche, questo album è un uragano di perizia tecnica, lirismo latino e foga sinfonica.

La visione di Mário Neto a Rio de Janeiro

La storia dei Bacamarte ha origine a Rio de Janeiro nel 1974. Il leader indiscusso del progetto è Mário Neto, un chitarrista dal talento mostruoso che a soli sedici anni ha già chiarissimo in testa il suono della sua band: una sintesi perfetta tra il prog sinfonico di matrice britannica (Yes, Genesis, Gentle Giant), il virtuosismo della musica classica e la travolgente energia ritmica della tradizione musicale brasiliana.

Attorno a sé Neto raduna musicisti straordinari, tra cui spiccano il tastierista Sergio Villarim, il flautista Marcus Moura e la giovanissima cantante Jane Duboc, dotata di un timbro vocale limpido, potente e di un'estensione impressionante.

L'album viene registrato nel 1977, ma la dittatura militare ancora presente nel paese e la totale chiusura delle major discografiche verso la musica complessa bloccano il master in un cassetto per ben sei anni. Sarà lo stesso Neto, nel 1983, a rilevare i diritti e a stampare l'album in modo indipendente.

Depois Do Fim: Un incanto sonoro

Ascoltare Depois Do Fim è un'esperienza travolgente. L'album è un susseguirsi di dinamiche mozzafiato dove la velocità esecutiva non va mai a discapito della melodia e dell'emozione.

 I fuochi d'artificio di Mário Neto: Il lavoro chitarristico di Neto è semplicemente strabiliante. I suoi arpeggi di chitarra classica si alternano a assoli elettrici fulminei, caratterizzati da una precisione millimetrica e da un gusto per il contrappunto che attinge a piene mani da Bach e Villa-Lobos.

 Flauto, tastiere e la voce di Jane Duboc: Il flauto di Marcus Moura dà un tocco pastorale ed etereo alle composizioni, mentre le tastiere di Villarim creano ricchi tappeti d'organo e sintetizzatore. Sopra questo intreccio perfetto svetta la voce di Jane Duboc, che canta in portoghese con una passione e un lirismo che lasciano a bocca aperta, specialmente negli interventi vocali del monumentale "Entardecer".

La sezione ritmica sorregge il tutto con tempi dispari continui e una pulsazione quasi latina che dà alla musica una spinta propulsiva unica.

Un monumento del prog mondiale

Nonostante la pubblicazione tardiva nel 1983, quando ormai il punk e la new wave dominavano la scena globale, l'impatto di Depois Do Fim fu devastante nell'ambiente degli appassionati. Il passaparola valicò rapidamente i confini del Brasile, trasformando il disco in un oggetto di culto assoluto in Europa e in Giappone.

Oggi, i Bacamarte sono universalmente riconosciuti come uno dei punti più alti mai raggiunti dal rock progressivo sudamericano. Depois Do Fim è un capolavoro di rara intensità, un ascolto imperdibile che aggiunge una luce caldissima e abbagliante a questa nostra rubrica.

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IV°) Part. II° (Germania ) Epidaurus

 Dalle atmosfere sognanti e complesse del Medio Oriente torniamo in Germania, ma questa volta abbandoniamo del tutto il versante più folle e teatrale dei Grobschnitt per immergerci in un monumento di pura eleganza sinfonica, dominato da organo e Mellotron. Voliamo nella Bassa Sassonia per scoprire gli Epidaurus, autori di uno dei dischi d'esordio più affascinanti e ricercati di tutto il prog tedesco tardivo.

Cover album  Earthly Paradise - Epidaurus 1977

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori: Epidaurus

Quando si esplora la scena tedesca della seconda metà degli anni '70, si ha spesso l'impressione che il rock progressivo si stesse dividendo in due strade: da un lato la sperimentazione elettronica purissima, dall'altro una sterzata verso il pop-rock. Eppure, nel 1977, una giovanissima formazione di Bochum decide di fare esattamente l'opposto: ignorare qualsiasi condizionamento commerciale per edificare un'opera sinfonica maestosa, strumentale per quasi la sua interezza e totalmente devota ai grandi maestri del prog classico. Loro sono gli Epidaurus e il loro album "Earthly Paradise" è una gemma di rara e delicata bellezza.

L'architettura dei due tastieristi

Fondati nel 1976, gli Epidaurus ruotavano attorno a una scelta d'arrangiamento ben precisa e ambiziosa: la presenza contemporanea di due tastieristi, Günther Henne e Gerd Linke. Insieme a loro, la formazione comprendeva il bassista Heinz Kunert e il batterista Volker Oehmig (affiancato in studio dal percussionista Manfred Struck e dalla cantante Christiane  per un breve intervento vocale) e Peter Majer al flauto. 

L'idea di avere due tastieristi sul palco non serviva a mostrare muscoli o virtuosismo di maniera, ma a costruire una tessitura sonora multistrato. Mentre uno si occupava di stendere maestosi tappeti d'organo Hammond e Mellotron, l'altro ricamava melodie ricche di pathos con il pianoforte acustico e il sintetizzatore Moog.

Earthly Paradise: Un viaggio strumentale e romantico

Pubblicato nel 1977 per un'etichetta indipendente locale in una tiratura limitatissima, Earthly Paradise è un disco che fa della dinamica e dell'atmosfera la sua forza principale. Composto da cinque sole tracce, l'album si sviluppa come una lunga suite rilassante ma mai banale, dove il senso della melodia resta sempre al centro.

Le cattedrali di Mellotron e synth: Il suono del disco è caldo, avvolgente, quasi pastorale. L'uso del Mellotron evoca paesaggi sterminati e cieli aperti, ricordando da vicino le atmosfere contemplative dei Camel di Moonmadness o le trame cosmiche dei colleghi tedeschi Novalis.

Il flauto e le sfumature liriche: Il Flauto di Peter Majer interviene con grande misura, inserendosi nei dialoghi delle tastiere con assoli puliti e altamente melodici. Il raro cantato, vede la voce femminile di Christiane aggiungere un tocco etereo e fiabesco a un panorama sonoro già di per sé molto evocativo.

Il brano di punta dell'album, Actions and Reactions, sintetizza al meglio la cifra stilistica della band: oltre sette minuti di cambi di tempo fluidi, crescendo emotivi e trame strumentali che catturano l'ascoltatore senza mai risultare noiose o pretenziose.

La riscoperta di un "Paradiso Terrestre"

Come accaduto a tante altre perle del prog minore, la scarsissima promozione e la distribuzione limitata relegarono Earthly Paradise a un oblio durato anni, trasformando il vinile originale in un oggetto da collezione dal valore altissimo.

La riscoperta avvenuta negli anni '90 grazie alle ristampe in CD ha però permesso di riabilitare un lavoro di altissima classe. Earthly Paradise non è un disco di rottura, ma un atto d'amore puro nei confronti del rock sinfonico più romantico ed elegante. Un ascolto avvolgente.

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IV°) Part. I° (Israele ) Atmosphera

Brevi Storie delle prog band minori: Atmosphera

Cover Album  Lady of Shalott - Atmosphera 1977

Quando si tracciano le coordinate del progressive rock anni '70, il Medio Oriente appare spesso come una terra ai margini. Eppure, proprio in Israele, in un clima culturale e politico tutt'altro che semplice, un gruppo di giovanissimi musicisti è riuscito a creare un'opera di rara bellezza sinfonica, capace di competere ad armi pari con i monumenti di Yes e Genesis. Loro sono gli Atmosphera e la loro storia è legata a un disco fondamentale ma rimasto nell'ombra per due decenni: "Lady of Shalott (1977)".

Il sogno sinfonico a Tel Aviv

Gli Atmosphera nascono a Tel Aviv a metà degli anni '70 per iniziativa del chitarrista e principale compositore Moti Fonseka. Attorno a lui si raccoglie una formazione di talenti straordinari: il tastierista Yuval Rivlin, il bassista Alon Nadel, il batterista Ami Lipner e il cantante Efrayim Barak, la cui voce pulita e versatile rappresenterà uno dei marchi di fabbrica del gruppo.

Mentre la scena locale prediligeva sonorità pop, folk o rock più commerciali, gli Atmosphera sceglievano una strada intransigente: brani lunghissimi, metriche irregolari, arrangiamenti complessi e testi interamente in inglese ispirati alla mitologia e alla letteratura cavalleresca, come il ciclo arturiano.

Lady of Shalott: Un capolavoro sospeso nel tempo

Nel 1977 la band entra in studio per registrare il suo primo concept album, Lady of Shalott. Il risultato è un compendio perfetto di prog sinfonico di matrice britannica, ma attraversato da un'energia e da una sensibilità del tutto particolari.

Architetture di tastiere ed eleganza chitarristica: Yuval Rivlin domina la scena con un uso maestoso del Mellotron, del pianoforte e dei sintetizzatori, creando tappeti sonori orchestrali che richiamano i lavori di Tony Banks. Su queste basi, Moti Fonseka ricama assoli di chitarra cristallini e arpeggi raffinati che guidano l'ascoltatore attraverso continui cambi di tempo e di atmosfera.

Le grandi suite: L'album si sviluppa attorno a tracce imponenti come la title-track Lady of Shalott e la monumentale Cuckoo (Love's Labour's Lost), suite di oltre quindici minuti in cui la band mostra una maturità compositiva disarmante. I passaggi acustici e delicati si alternano a improvvise accelerazioni guidate da una sezione ritmica tecnica e precisissima.

Nonostante la bellezza eccelsa del materiale, la storia prese una piega drammatica: le case discografiche locali trovarono il progetto "troppo complesso e poco commerciale" per il mercato israeliano dell'epoca, rifiutandosi di pubblicarlo. Sopraffatti dalle difficoltà economiche e dalla frustrazione, gli Atmosphera si sciolsero poco dopo.

La rinascita dopo vent'anni

Per oltre due decenni, Lady of Shalott è rimasto un fantasma, un nastro dimenticato che girava solo tra le mani di pochi collezionisti fortunati. La svolta è arrivata nel 2002, quando l'etichetta specializzata Mellow Records ha finalmente pubblicato l'album in CD, restituendo al mondo un capolavoro perduto.

Oggi, "Lady of Shalott" è riconosciuto all'unanimità come una delle pietre miliari del prog sinfonico internazionale degli anni '70. Un disco radioso, elegante e profondo che dimostra come la magia della grande musica non conosca confini geografici.

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Prefazione

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giovedì 20 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. V° (Polonia ) Exodus

Per l'ultimo tassello di questo terzo volume compiamo un salto temporale e geografico affascinante. Ci spostiamo nella Polonia del 1980, oltre la Cortina di Ferro. In un'epoca in cui nel resto d'Europa il progressive rock classico era considerato ormai defunto, una band polacca firma un debutto monumentale, che fonde il sinfonismo spaziale degli Yes con la maestosità elettronica dei Tangerine Dream. Chiudiamo in bellezza con gli Exodus e il loro capolavoro: "The Most Beautiful Day".

Cover album The Most Beautiful Day - Exodus 1980
Exodus – The Most Beautiful Day 

Rubrica Storie delle prog band minori: Exodus – The Most Beautiful Day (1980)

Mentre il mondo intero salutava l’arrivo degli anni '80 a ritmo di New Wave, Post-Punk ed elettronica sintetica, in Polonia il tempo sembrava essersi fermato per regalare una delle ultime, immense fiammate del progressive rock sinfonico vecchio stile. Nel 1980, la band di Varsavia Exodus debutta sul mercato con "The Most Beautiful Day", un disco che ignora deliberatamente le mode occidentali per erigere un monumento sonoro di proporzioni cosmiche e fantascientifiche.

Registrato in condizioni complesse a causa del regime comunista e il conseguente isolamento culturale, questo album è la dimostrazione di come la passione per il grande prog sinfonico potesse superare qualsiasi barriera politica.

I sognatori di Varsavia

La storia degli Exodus ruota attorno a due fratelli polistrumentisti visionari: Andrzej Puczyński (chitarra) e Wojciech Puczynski (basso). Insieme a loro, la formazione classica vede Zbigniew Fyk alla batteria, il cantante dalla voce cristallina Paweł Birula (che imbracciava anche la dodici corde) e il vero architetto delle atmosfere spaziali della band, il tastierista Włodzimierz Komendarek, una personalità eccentrica destinata a diventare un pioniere dell'elettronica polacca.

Ciò che rendeva unici gli Exodus era la capacità di unire il calore della tradizione melodica slava a un massiccio uso di tecnologia sintetica. Nonostante le difficoltà nel reperire strumenti occidentali, la band riuscì a mettere insieme un arsenale di sintetizzatori capace di competere con le produzioni miliardarie d'oltremanica.

The Most Beautiful Day: Sinfonismo spaziale e melodramma

L'album, pubblicato dalla storica etichetta di stato Polskie Nagrania Muza, è un viaggio avvolgente, guidato da arrangiamenti orchestrali e atmosfere che fluttuano tra la fantascienza e il sogno. Sebbene i brani siano cantati in polacco (scelta che dona al disco un fascino poetico e drammatico del tutto particolare), la musica parla un linguaggio universale.

 La voce celestiale di Paweł Birula: Il timbro di Birula ha una pulizia e un'estensione impressionanti. Ricorda da vicino il lirismo di Jon Anderson degli Yes, muovendosi con una grazia incredibile sopra le complesse trame strumentali del gruppo.

 Le cascate elettroniche di Komendarek: Il lavoro alle tastiere su questo album è mastodontico. Komendarek stende giganteschi muri di sintetizzatori, alternando assoli fulminei e futuristici a tappeti sinfonici maestosi. La title-track, che occupa gran parte della seconda facciata con i suoi quasi venti minuti di suite, è un crescendo emotivo che passa da ballate acustiche e delicate a esplosioni cosmiche di rara potenza.

La chitarra di Andrzej Puczyński taglia le tastiere con assoli puliti e affilati, mentre il basso di Puczynski pulsa con un'aggressività geometrica che bilancia il sound etereo del disco.

Un faro nella notte del prog

In patria The Most Beautiful Day fu un successo clamoroso, tanto da trasformare gli Exodus in una delle band rock più seguite della Polonia dei primi anni '80. Fuori dai confini dell'Est Europa, tuttavia, il disco rimase a lungo una leggenda per pochi intimi, complici la scarsa distribuzione internazionale e i pregiudizi sulla lingua.

Il tempo ha fortunatamente cancellato i confini. Oggi quest'album è considerato all'unanimità non solo il vertice del prog polacco, ma uno degli ultimi grandi capolavori del rock sinfonico mondiale prima della totale egemonia del pop sintetico. Un finale maestoso, spaziale e profondo per questo nostro terzo capitolo.

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. IV° (Finch ) Olanda

Dalla teatralità drammatica e cantata dei Mona Lisa, ci spostiamo ora nei Paesi Bassi per incontrare una band che ha fatto una scelta radicale e vincente: eliminare completamente la parola per lasciare che fossero solo gli strumenti a parlare. Voliamo in Olanda per riscoprire i Finch, maestri assoluti del progressive rock interamente strumentale, capaci di unire una tecnica spaventosa a una fluidità melodica straordinaria.

Cover album  Beyond Expression - Finch 1976

Rubrica Storie delle prog band minori: Finch

Nel mondo del progressive rock, la voce è spesso usata come uno strumento aggiunto per narrare storie fantastiche o concept complessi. Ma cosa succede quando una band decide di fare a meno del cantante e di affidare l'intera narrazione solo a chitarre, tastiere, basso e batteria? La risposta sta nei Paesi Bassi dei metà anni '70, dove i Finch hanno dimostrato che la musica strumentale non deve essere per forza un sottofondo jazz-rock da intellettuali, ma può avere la stessa forza epica, la stessa dinamica e lo stesso impatto emotivo delle più grandi suite sinfoniche dei Genesis o degli Yes.

Il loro secondo album del 1976, "Beyond Expression", è il manifesto perfetto di questa filosofia: tre lunghe suite mozzafiato dove la noia non è semplicemente contemplata.

I quattro architetti del suono olandese

I Finch nascono nel 1974 a L'Aia, fondati dallo straordinario chitarrista Joop van Nimwegen e dal bassista Peter Vink (già attivo nei leggendari Q65). A completare la formazione del loro periodo d'oro troviamo il talentuoso tastierista Paul Vink (successivamente sostituito da Cleem Determeijer) e il batterista Beer Klaasse.

Il segreto dei Finch risiede nell'equilibrio perfetto tra due anime: da un lato l'amore per le strutture sinfoniche e i cambi di tempo tipici del prog classico, dall'altro un groove micidiale e un'energia ereditata dall'hard rock e dalla fusion. Questa combinazione rendeva i loro brani incredibilmente fluidi, privi di quei tempi morti che a volte affliggevano le band interamente strumentali dell'epoca.

Beyond Expression: La musica oltre le parole

Pubblicato nel 1976, Beyond Expression è un viaggio intenso diviso in tre sole mastodontiche tracce (A Passion Condensed, Scars on the Ego e Beyond the Bizzarre). Il titolo stesso suggerisce l'obiettivo della band: arrivare là dove le parole non riescono a esprimersi.

 La chitarra funambolica di Joop van Nimwegen: Joop è il vero motore trainante della band. Il suo stile unisce la pulizia melodica di Jan Akkerman (Focus) all'aggressività rock. I suoi assoli sono lunghi, complessi, ma sempre costruiti con un senso logico rigoroso, capaci di stampare in testa melodie memorabili pur senza un ritornello cantato.

 Le architetture di tastiere e basso: Le tastiere creano il perfetto contrappunto sinfonico alla chitarra, muovendosi tra pianoforte acustico, sintetizzatori guizzanti e organi ruggenti. Il tutto è sorretto dal basso distorto e pulsante di Peter Vink, che conferisce alle composizioni una spinta ritmica granitica e travolgente.

Ogni brano si sviluppa come una montagna russa emotiva, passando da passaggi delicati e prettamente classicheggianti a improvvise accelerate jazz-rock, fino a sfociare in maestosi finali sinfonici.

Un culto per gli amanti della tecnica e del cuore

I Finch pubblicheranno un terzo eccellente album, Galleons of Passion (1977), prima di sciogliersi alla fine del decennio a causa dei continui cambi di formazione e delle pressioni del mercato discografico, che ormai non vedeva di buon occhio le lunghe divagazioni strumentali.

Cover album Galleons of Passion - Finch 1977
Finch - Galleons of Passion

Nonostante una carriera relativamente breve, la band è rimasta un punto di riferimento assoluto per chiunque ami il prog strumentale. Beyond Expression non è solo una dimostrazione di virtuosismo tecnico, ma un album vivo, accessibile ed entusiasmante che dimostra come la musica, quando è scritta con questa classe, non abbia davvero bisogno di parole per raccontare una grande storia.

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Precedente: Capitolo III° (Part. III°) Mona Lisa (Francia)

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. III° (Mona Lisa ) Francia

Dalla Germania solare e favolistica dei Grobschnitt attraversiamo il confine e ci immergiamo nelle atmosfere raffinate, drammatiche e squisitamente teatrali della Francia. È il momento di riscoprire i Mona Lisa, una delle punte di diamante del prog transalpino che, insieme agli Ange, ha ridefinito il concetto di "rock teatrale" cantato in lingua madre.

Cover album  Le Petit Violon de Mr Gregoire - Mona Lisa 1976
Mona Lisa - Le Petit Violon de Mr Gregoire

Rubrica: Storie delle prog band minori: Mona Lisa

Se il progressive rock britannico ha trovato il suo vertice teatrale nei Genesis di Peter Gabriel, la Francia ha risposto creando una vera e propria scuola drammatica unica nel suo genere. In questo scenario, dominato commercialmente dagli Ange, i Mona Lisa rappresentano la declinazione più poetica, oscura e barocca di quel modo di intendere la musica.

Attiva per tutti gli anni '70, questa band è riuscita a trasformare il rock sinfonico in una vera e propria opera teatrale decadente. Il loro capolavoro del 1976, "Le Petit Violon de Mr Gregoire", è un viaggio intenso ed emozionante che merita un posto d'onore nella libreria di ogni appassionato.

Il palcoscenico di Versailles

I Mona Lisa si formano a Versailles all'inizio del decennio su iniziativa del carismatico cantante e attore Dominique Le Guennec. La formazione che darà vita alle loro opere più importanti vede Jean-Paul Pierson alle tastiere, Pascal Jardon alle chitarre, Jean-Luc Martin al basso e Francis Poulet alla batteria.

Sul palco, Dominique Le Guennec non si limitava a cantare: si truccava, cambiava costumi, interpretava personaggi grotteschi o tragici, proprio come una maschera della commedia dell'arte. La scelta di utilizzare esclusivamente la lingua francese non era solo un fatto identitario, ma una precisa necessità artistica: le parole dovevano graffiare, emozionare e declamare storie complesse con la massima forza espressiva possibile.

Le Petit Violon de Mr Gregoire: Il vertice del prog teatrale francese

Dopo due album interlocutori ma affascinanti, la band raggiunge la piena maturità espressiva nel 1976 con Le Petit Violon de Mr Gregoire. Il disco è un gioiello di dinamismo ed eleganza barocca, diviso in cinque tracce che scorrono come atti di un'unica opera teatrale:

 L'istrionismo di Le Guennec: La voce di Dominique è il perno assoluto del disco. Il suo stile si muove costantemente tra il canto lirico, il recitato teatrale e improvvisi slanci di lucida follia, creando una tensione drammatica pazzesca.

 Intrecci sinfonici e Mellotron: Jean-Paul Pierson stende tappeti magistrali di organo e Mellotron, creando cattedrali sonore su cui la chitarra di Pascal Jardon può ricamare assoli affilati ed espressivi, che ricordano da vicino lo stile di Steve Hackett.

La suite che dà il titolo all'album occupa gran parte del disco ed è un perfetto esempio di come la band sapesse gestire i contrasti: passaggi acustici delicati e medievaleggianti vengono improvvisamente spezzati da esplosioni sinfoniche guidate da una sezione ritmica potente e geometrica.

Un'eredità da riscoprire

Nonostante l'altissima qualità delle loro produzioni e il grande rispetto da parte della critica, i Mona Lisa rimasero parzialmente all'ombra dei cugini Ange in termini di vendite. La band si sciolse alla fine degli anni '70 dopo la pubblicazione di Vers demain, lasciando però un segno indelebile nei cuori dei cultori del prog sinfonico più drammatico.

Le Petit Violon de Mr Gregoire non è solo una splendida rarità discografica, ma è la dimostrazione di come il progressive rock potesse sposarsi alla perfezione con la tradizione teatrale e letteraria europea, regalando un ascolto denso, poetico e fortemente suggestivo.

Un primo ascolto: Quì

Precedente: Capitolo III° (Part. II°) Grobschnitt (Germania)

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. II° (Grobschnitt) Germania

Dall'Austria dei Kyrie Eleison ci spostiamo in Germania. Ma attenzione: dimentica per un attimo il Krautrock cosmico, ipnotico e ripetitivo dei corrieri cosmici come i Tangerine Dream o i Can. Entriamo nel mondo dei Grobschnitt, una delle band più eclettiche, teatrali e straordinariamente uniche dell'intera scena tedesca, capace di unire suite sinfoniche di proporzioni bibliche a una straripante dose di ironia e follia da palcoscenico.

Cover album  Rockpommel's Land - Grobschnitt 1977
Grobschnitt - Rockpommel's Land

Rubrica Storie delle prog band minori: Grobschnitt

Se c'è un elemento che spesso viene ingiustamente negato al progressive rock, quello è il senso dell'umorismo. Molti giganti del genere si prendevano maledettamente sul serio, ma non i Grobschnitt. Nati ad Hagen all'inizio degli anni '70, questi musicisti tedeschi hanno dimostrato che si poteva spingere la complessità musicale ai massimi livelli senza mai perdere la voglia di giocare, travestirsi e far divertire il pubblico.

Definirli "minori" è quasi un'ingiustizia storica se si guarda alla loro popolarità in patria, ma fuori dai confini tedeschi rimangono una perla sotterranea tutta da riscoprire, specialmente per il loro vertice assoluto: il monumentale concept album "Rockpommel's Land" del 1977.

Molto più di una band: Un circo progressivo

La storia dei Grobschnitt ha radici teatrali. I membri della band non usavano i loro veri nomi, ma pseudonimi stravaganti che ne sottolineavano l'attitudine da commedia dell'arte: il leader spirituale e chitarrista Lupo (Gerd Otto Kühn), il cantante e polistrumentista Wildschwein (Stefan Danielak), il tastierista Mist (Volker Kahrs) e il batterista/percussionista Eroc (Joachim Heinz Ehrig), una vera e propria leggenda dietro le pelli e in cabina di regia.

I loro concerti erano leggendari e potevano durare ore. Non erano semplici esibizioni, ma veri e propri happening caotici fatti di scherzi autolesionisti, maschere strambe, fuochi d'artificio artigianali e una teatralità dissacrante che anticipava, in modo bizzarro, certe intuizioni della new wave.

Rockpommel's Land: La risposta tedesca a "Close to the Edge"

Dopo aver sperimentato sonorità più aspre e space-rock nei primi lavori, i Grobschnitt trovano la formula magica nel 1977 con Rockpommel's Land. L'album è una fiaba in musica incentrata sul viaggio di un ragazzino di nome Ernie e di un grande uccello della fantasia chiamato Maraboo.

La copertina, squisitamente illustrata con uno stile che ricorda le fiabe d'altri tempi, introduce un sound che è un tripudio di prog sinfonico radioso ed elegante:

 L'intreccio tastiere-chitarra: Mist crea tappeti orchestrali perfetti, dominati da Mellotron e sintetizzatori, sui quali Lupo ricama assoli di chitarra fluidi, puliti e fortemente melodici che richiamano da vicino lo stile di Steve Howe degli Yes.

 Le Suite e la dinamica: Il disco è composto da solo quattro tracce, culminanti nella monumentale title-track di oltre venti minuti che occupa l'intera seconda facciata del vinile. Nonostante la lunghezza, la musica vola via con una leggerezza disarmante, alternando momenti di pura delicatezza acustica cantata in inglese a esplosioni sinfoniche di una solarità e di una bellezza commoventi.

Un'eredità intramontabile

I Grobschnitt continueranno a suonare per tutti gli anni '80, modificando il loro sound verso il pop-rock e la Neue Deutsche Welle (la new wave tedesca), prima di sciogliersi e poi riunirsi parzialmente nei decenni successivi. Ma la magia racchiusa nel loro periodo d'oro degli anni '70 rimane ineguagliata.

Rockpommel's Land non è solo un disco fondamentale per capire il prog sinfonico teutonico, ma è la prova di come il rock progressivo potesse essere profondo, complesso e favolistico, senza per forza risultare freddo o accademico.

Un primo ascolto: Quì

Precedente: Capitolo III° (Part.I°) Kyrie Eleison (Austria)

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. I° (Kyrie Eleison) Austria

Cover album  The Fountain Beyond Sunrise - Kyrie Eleison 1976
Kyrie Eleison - The Fountain Beyond Sunrise

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori: Kyrie Eleison

Quando si esplora la mappa del progressive rock europeo degli anni '70, l'Austria viene spesso considerata una terra di passaggio, schiacciata tra il Krautrock sperimentale della Germania e le aperture sinfoniche dell'Italia. Eppure, proprio a Vienna, un gruppo di musicisti ha dato vita a una delle risposte più maestose, drammatiche e fedeli al sound dei Genesis dell'era Peter Gabriel. Loro sono i Kyrie Eleison e il loro album del 1976, "The Fountain Beyond Sunrise", è un Santo Graal del prog sinfonico continentale.

Il teatro delle ombre a Vienna

I Kyrie Eleison si formano nel 1974 su iniziativa del tastierista Gerald Krampl, vero motore compositivo del gruppo. Insieme a lui, la formazione classica vede Michael Schubert alla voce, Manfred Drapela alle chitarre, Norbert Morin al basso e Karl Novotny alla batteria.

Ciò che distingueva i Kyrie Eleison dalla stragrande maggioranza delle band austriache coeve era la loro totale dedizione al Concept: i loro concerti non erano semplici esibizioni musicali, ma veri e propri spettacoli teatrali ricchi di costumi, maschere, effetti visivi e cambi di scena. Una forte impronta visiva che rifletteva perfettamente l'ambizione della loro musica.

The Fountain Beyond Sunrise: Un capolavoro di drammaticità e Mellotron

Pubblicato nel 1976 in modo totalmente indipendente e in una tiratura che definire microscopica è poco, The Fountain Beyond Sunrise è un disco che ignora deliberatamente l'avvento del punk o la semplificazione delle strutture musicali. L'album è composto da lunghe suite guidate da una narrazione complessa e affascinante.

 La teatralità vocale: Michael Schubert non nasconde la sua enorme ammirazione per Peter Gabriel. La sua voce è espressiva, istrionica, capace di passare da sussurri evocativi a improvvisi slanci drammatici, cantando rigorosamente in inglese per dare un respiro internazionale al progetto.

 Le cattedrali di tastiere di Krampl: Gerald Krampl erige muri sonori maestosi. Il suo arsenale, dominato da un uso orchestrale e massiccio del Mellotron e del sintetizzatore, dialoga costantemente con la chitarra arpeggiata e solista di Drapela. I cambi di tempo sono continui, ma sempre legati a un filo conduttore melodico che cattura l'ascoltatore.

Il sound complessivo richiama inevitabilmente le atmosfere di capolavori come Nursery Cryme o Foxtrot, ma arricchito da una malinconia tipicamente mitteleuropea che rende il disco un'esperienza unica e non una semplice copia.

Il destino di una perla nascosta

Come purtroppo accaduto a molte delle band di questa rubrica, la mancanza di un supporto da parte di una major e la distribuzione puramente locale condannarono i Kyrie Eleison all'anonimato commerciale. La band registrò altro materiale (successivamente pubblicato in raccolte postume come The Blind Windows Suite), ma la spinta iniziale si esaurì verso la fine del decennio.

Oggi, le pochissime copie originali in vinile di The Fountain Beyond Sunrise sono scambiate a cifre astronomiche tra i collezionisti. La riscoperta in formato CD ha però restituito agli appassionati un album immenso, un ascolto obbligatorio per chiunque voglia scoprire come la magia del prog teatrale e sinfonico abbia saputo trovare una via magnifica e decadente anche tra i palazzi storici di Vienna.

Un primo ascolto: Quì

Prefazione

Precedente: Capitolo II° (Part. V°) Canamii (Sud Africa)

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lunedì 10 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo II°) Part. V° (Canamii) Sud Africa

Dall'Estremo Oriente viriamo bruscamente verso sud, compiendo l'ultima tappa di questo secondo volume in una terra la cui storia musicale è tanto ricca quanto complessa. Atterriamo nel Sud Africa della fine degli anni '70 per scoprire come, in un contesto politico e sociale drammatico e isolato, un gruppo di musicisti sia riuscito a far fiorire una gemma di puro prog sinfonico, intrisa di una forte impronta teatrale e fiabesca: i Canami.

Cover album  Concept - Canamii 1980
Canamii - Concept

Quando si mappa la geografia del progressive rock, l'Africa rimane spesso una macchia bianca sulle cartine dei collezionisti. Eppure, proprio nei momenti di maggiore isolamento culturale e politico, l'urgenza espressiva trova strade impensabili. È il caso del Sud Africa del 1978: mentre il paese è stretto nella morsa dell'Apartheid e le radio di regime boicottano quasi tutto ciò che non sia strettamente allineato, una band di Johannesburg decide di debuttare con un concept album orchestrale, ambizioso e totalmente fuori dal tempo. Loro sono i Canamii e il loro unico lascito si chiama "Concept".

Un'oasi sinfonica a Johannesburg

Il progetto Canamii nasce dall'incontro tra polistrumentisti e arrangiatori visionari, tra cui spiccano Paul Woodley (chitarre), Philip Nel (tastiere) e la cantante Claire Whittaker.

Nel 1978, l'industria discografica sudafricana è orientata o verso il pop leggero o verso il boicottaggio internazionale. Registrare un album prog in questo contesto è un atto di pura follia romantica. Eppure, la band riesce a farsi produrre dalla Atlantic locale, entrando in studio con un obiettivo chiaro: creare un'opera che unisca la complessità del rock sinfonico europeo a una forte componente narrativa e teatrale, quasi da colonna sonora cinematografica.

Concept: Tra fiaba, tastiere giganti e dinamica

L'unico omonimo album dei Canamii (noto appunto anche come Concept) è un lavoro sorprendente, strutturato come un racconto continuo. Il sound della band si distacca dalle spigolosità rock dei coevi connazionali Freedom's Children per abbracciare un prog sinfonico ultra-melodico, che guarda direttamente ai Renaissance più orchestrali e ai Genesis dell'era Wind & Wuthering.

 La teatralità vocale di Claire Whittaker: La voce di Claire è il filo conduttore dell'album. Chiara, potente e drammatica, si muove su linee melodiche complesse, dando al disco un'atmosfera fiabesca, a tratti epica, che bilancia perfettamente le incursioni strumentali.

 Muri di tastiere e arrangiamenti classicheggianti: Philip Nel tesse trame imponenti usando sintetizzatori, organo e pianoforte con un approccio marcatamente classico. I brani cambiano costantemente atmosfera, alternando ballate acustiche e delicate a improvvise aperture sinfoniche dove la chitarra di Woodley esce allo scoperto con assoli di grande gusto melodico.

Ciò che colpisce di Concept è la pulizia della produzione, incredibile se si pensa ai mezzi dell'epoca in quel territorio, e la capacità di mantenere una narrazione fluida per tutta la durata del disco, senza mai cadere nella noia o nel virtuosismo fine a se stesso.

Il valore di una rarità assoluta

Inutile dire che, date le barriere commerciali del Sud Africa dell'epoca, il disco dei Canamii rimase confinato entro i confini nazionali, diventando quasi subito un fantasma editoriale. Per decenni, scovare una copia in vinile della Atlantic sudafricana è stata un'impresa titanica riservata a pochissimi eletti.

Fortunatamente, l'archeologia musicale del prog ha fatto il suo corso e la successiva riscoperta da parte delle etichette di ristampa ha sottratto i Canamii all'oblio. Concept resta una testimonianza straordinaria: la prova che la musica progressiva, con il suo desiderio di evadere dalla realtà per costruire mondi alternativi, è riuscita a mettere radici e a generare bellezza anche negli angoli più inaspettati e complessi del pianeta.

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Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo II°) Part. IV° (Yonin Bayashi) Giappone

Dall'energia latina dei Crucis attraversiamo l'Oceano Pacifico per approdare in un Giappone in pieno fermento creativo. A metà degli anni '70, mentre l'Occidente guardava al Sol Levante quasi solo per la tecnologia, un gruppo di giovanissimi musicisti stava ridefinendo i confini del rock psichedelico e progressivo asiatico, assimilando la lezione dello space-rock britannico per rivestirla di una precisione e di una poesia uniche. Parliamo degli Yonin Bayashi.

Cover album  Isshoku-Sokuhatsu - yonin bayashi 1974
yonin bayashi Isshoku-Sokuhatsu

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori: Yonin Bayashi

Quando si esplora il progressive rock giapponese, il rischio è quello di imbattersi in band degli anni '80 caratterizzate da tastiere gelide e un sound marcatamente neo-prog. Ma se si scava indietro fino agli anni '70, si scopre una stagione d'oro di una spontaneità e di una finezza disarmanti. In cima a questa piramide sotterranea ci sono senza dubbio gli Yonin Bayashi, una band che è riuscita a prendere il lirismo dilatato dei Pink Floyd e a fonderlo con la precisione millimetrica tipica della cultura nipponica.

Il loro capolavoro del 1974, "Isshoku-Sokuhatsu", è un titolo che in giapponese descrive una situazione esplosiva, pronta a scattare al minimo tocco. Ed è esattamente ciò che si prova poggiando la puntina sul piatto: un perfetto equilibrio tra quiete ipnotica e improvvise scariche elettriche.

I quattro musicisti del tempo

Nati a Tokyo nei primi anni '70 come quartetto, gli Yonin Bayashi schieravano una formazione di autentici talenti precoci: Daiji Okai alla batteria, Shin'ichi Nakamura al basso, Hidemi Sakashita alle tastiere e, soprattutto, il leader carismatico Katsutoshi Morizono alla chitarra e alla voce.

Mentre molte band coeve in Giappone si limitavano a copiare pedestremente il blues rock americano o il prog sinfonico europeo, questi ragazzi scelsero una terza via. Decisero di cantare rigorosamente in lingua madre (scelta coraggiosa all'epoca per il rock locale) e di puntare tutto sulla costruzione di atmosfere dilatate, cinematiche e fortemente evocative.

La risposta giapponese a "Dark Side of the Moon"

Ascoltare Isshoku-Sokuhatsu significa fare un viaggio a cavallo tra lo space-rock di Meddle e le suite più ragionate dei Camel. La genialità degli Yonin Bayashi sta nella gestione dello spazio e del silenzio: la loro musica non è mai inutilmente affollata di note, ma ogni singolo tocco è pesato per massimizzare l'impatto emotivo.

 La chitarra liquida di Morizono: Il lavoro chitarristico in questo album è celestiale. Morizono possiede un tocco fluido ed elegante che flirta costantemente con il jazz-rock, alternando arpeggi malinconici ad assoli graffianti dal sustain infinito che ricordano il miglior David Gilmour.

 Tastiere e dinamiche ipnotiche: Sakashita stende tappeti di tastiere discreti ma fondamentali, lasciando che la sezione ritmica crei groove ipnotici e mai banali. Il brano che dà il titolo all'album è una suite magistrale di oltre dodici minuti in cui i cambi di tempo e di atmosfera avvengono con una naturalezza disarmante, passando da momenti di pura psichedelia fluttuante a riff di chitarra rock granitici.

Un culto transoceanico

Nonostante l'enorme successo di critica in patria (furono persino scelti per aprire le date giapponesi dei Rainbow di Ritchie Blackmore), fuori dai confini nazionali gli Yonin Bayashi rimasero a lungo un segreto custodito gelosamente da pochi collezionisti disposti a pagare cifre astronomiche per le stampe originali della Toho Records.

La band subirà cambi di formazione negli anni successivi, virando verso sonorità più commerciali e fusion, ma il valore storico e artistico del loro debutto del 1974 resta intatto e leggendario. Isshoku-Sokuhatsu è la dimostrazione fulgida di come il progressive rock potesse diventare un linguaggio globale, capace di assorbire l'anima d'oltreoceano per restituire un'opera d'arte profondamente radicata nella sensibilità e nel fascino del Sol Levante.

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Dalle atmosfere dense e stratificate del prog americano dei Cathedral, ci spostiamo ora verso il calore e la travolgente energia del Sud America. Voliamo in Argentina per riscoprire una band leggendaria che, pur avendo avuto una vita brevissima, ha lasciato un segno indelebile grazie a una combinazione unica di tecnica impressionante e passione latina: i Crucis.

Immagine Band - Crucis

Rubrica Brevi Storie delle prog band minori: Crucis

Se c’è una nazione che negli anni '70 ha saputo assimilare la lezione del progressive rock europeo per poi sputarla fuori con una foga, un lirismo e un'elettricità del tutto unici, quella è l’Argentina. In questo panorama così fertile e drammatico, i Crucis rappresentano una delle vette assolute del rock sinfonico ed energetico dell'intero continente.

Autori di due soli album prima di sciogliersi, questi quattro musicisti straordinari sono riusciti a fondere la complessità del prog con una visceralità ritmica quasi hard rock. Il risultato? Un suono travolgente che, in più di un'occasione, evoca la magia e la freschezza dei primi capolavori di casa nostra.

Un quartetto di virtuosi nella Buenos Aires degli anni '70

La storia dei Crucis decolla a Buenos Aires intorno al 1974, quando la formazione si stabilizza come un quartetto formidabile: Gustavo Montesano (basso e voce), Pino Marrone (chitarra), Aníbal Kerpel (tastiere) e Gonzalo Farrugia (batteria).

A differenza di molte band minori che faticavano a trovare spazio, i Crucis impressionano fin da subito per la loro devastante potenza tecnica dal vivo. Vengono notati da Charly García (il padrino del rock argentino), che decide di produrre il loro omonimo album di debutto nel 1976. Ma è con il secondo e ultimo capitolo, "Los Delirios del Mariscal" (sempre del 1976), che la band firma il suo capolavoro definitivo: un album interamente strumentale che ridefinisce i confini del prog sinfonico e del jazz-rock.

Cover album Crucis - Crucis 1976
Crucis - Crucis

Cover album Los Delirios del Mariscal - Crucis  1976
Crucis - Los Delirios Del Mariscal

Quell'inconfondibile profumo di PFM

Per un ascoltatore italiano (e non solo), l'ascolto dei Crucis regala spesso improvvisi brividi di familiarità. La loro musica ha un legame genetico fortissimo con la sensibilità mediterranea e, in particolare, con i primi due storici album della Premiata Forneria Marconi: Storia di un minuto e Per un amico.

Non si tratta di una banale imitazione, ma di una profonda affinità elettiva. Nelle trame dei Crucis ritroviamo:

 I dialoghi tra tastiere e chitarra: Il modo in cui i synth e l'organo di Aníbal Kerpel si intrecciano con i fraseggi solisti e fulminei della chitarra di Pino Marrone ricorda da vicino la magica intesa tra Flavio Premoli e Franco Mussida.

 La transizione dinamica: Proprio come nei primi lavori della PFM, i Crucis sono maestri nel passare, nello spazio di un secondo, da passaggi acustici delicati, quasi bucolici e pastorali, a improvvise ed esplosive cavalcate sinfoniche guidate da una sezione ritmica serratissima.

 La solarità melodica: Nonostante la complessità strutturale dei brani (come la monumentale title-track Los Delirios del Mariscal), la melodia resta sempre al centro. È un prog luminoso, caldo, che privilegia l'emozione e il dinamismo rispetto all'oscurità claustrofobica tipica di certe band nordeuropee.

Una cometa nel cielo argentino

La parabola dei Crucis fu purtroppo tanto luminosa quanto breve. Le tensioni interne e la complessa situazione politica e sociale dell'Argentina della fine degli anni '70 spinsero la band allo scioglimento nel 1977, subito dopo un tour di grande successo in Brasile.

Ciò che resta nella loro discografia è però oro puro. Los Delirios del Mariscal non è solo un disco consigliato ai collezionisti, ma un ascolto obbligatorio per chiunque ami la PFM più energica e voglia scoprire come quella stessa urgenza espressiva sia riuscita a fiorire, intatta e vibrante, dall'altra parte del mondo. Un vero e proprio gioiello di dinamismo strumentale che merita di essere rispolverato e celebrato.

Un primo ascolto: Quì

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