Kaipa (Svezia)
Quando pensiamo alle radici del progressive rock, la mappa geografica ci porta quasi sempre a Londra, a Canterbury o tra le città d'arte italiane. Eppure, a metà degli anni '70, mentre nel resto d'Europa il genere iniziava a mostrare i primi segni di stanchezza, nelle gelide terre della Svezia stava germogliando qualcosa di incantevole.
I Kaipa non sono stati solo una band minore di quel periodo: sono stati i custodi di un sound boreale, capaci di prendere la complessità del prog sinfonico e tingerla con i colori della malinconia e delle leggende popolari scandinave.
La nascita del suono boreale
La storia comincia a Uppsala nel 1973, inizialmente sotto il nome di Ura Kaipa, per iniziativa del tastierista Hans Lundin e del bassista Tomas Eriksson. La svolta decisiva arriva però con l'ingresso di un giovanissimo e talentuoso chitarrista, non ancora maggiorenne: Roine Stolt (un nome che, decenni dopo, scriverà pagine fondamentali del genere).
A differenza dei loro contemporanei anglosassoni, i Kaipa scelsero una strada coraggiosa: rifiutarono l'inglese e decisero di cantare rigorosamente nella loro lingua madre. Questa scelta, se da un lato ne limitò l'esportazione immediata all'estero, dall'altro conferì alla loro musica un'autenticità e un fascino fiabesco inimitabili. Le tastiere di Lundin e la chitarra lirica di Stolt dialogavano come se stessero descrivendo immensi paesaggi innevati, foreste millenarie e cieli scandinavi.
Gli anni d'oro: Inget Nytt Under Solen (1976)
Dopo un eccellente album di debutto omonimo nel 1975, la band pubblica l'anno successivo quello che è considerato il loro capolavoro assoluto degli anni '70: "Inget Nytt Under Solen"(Niente di nuovo sotto il sole).
L'album è un trionfo di prog sinfonico che guarda ai Genesis di Foxtrot e agli Yes di Close to the Edge, ma rielaborati attraverso una sensibilità melodica squisitamente svedese. La suite che dà il titolo al disco, divisa in quattro parti, è un viaggio strumentale e vocale di rara bellezza, dove la chitarra di Stolt piange letteralmente note di puro lirismo, sorretta da un uso maestoso di organo Hammond e sintetizzatori.
Nonostante il successo in patria e i tour intensi, i continui cambi di formazione e l'arrivo degli anni '80 (con l'inevitabile mutamento del mercato discografico) spinsero la band a una lunga pausa, che sembrava aver messo la parola fine alla loro storia nel 1982.
Il miracolo della rinascita: Un ponte verso il presente
Molte delle storie che raccontiamo in questa rubrica finiscono con un muro di rimpianti e lo scioglimento definitivo. Per i Kaipa, invece, il destino aveva in serbo una trama completamente diversa.
Nel 2002, dopo vent'anni di silenzio, Hans Lundin e Roine Stolt si sono ritrovati, decidendo di riaccendere il motore della band. Non si è trattato di una semplice operazione nostalgica, ma dell'inizio di una seconda giovinezza artistica straordinaria.
I Kaipa sono una delle pochissime realtà degli anni '70 che non solo è attiva ancora ai nostri giorni, ma che da oltre vent'anni continua a regalarci capolavori di progressive rock moderno a scadenze regolari. Album come Notes from the Past (2002), Sattyg (2014) o il meraviglioso Urskog (2022) mostrano una band che non ha perso un briciolo della propria freschezza.
Oggi, arricchiti da musicisti straordinari della scena svedese (come il bassista Jonas Reingold e le incredibili voci di Patrik Lundström e Aleena Gibson), i Kaipa continuano a tessere trame sonore maestose, dimostrando che il progressive rock, quando ha radici profonde e sincere, non invecchia mai. Splende, semplicemente, come un sole di mezzanotte.
La bussola per i lettori: I due volti dei Kaipa
Per iniziare a esplorare il loro immenso patrimonio musicale, ti consigliamo di ascoltare questi tre dischi, distanti nel tempo ma uniti dallo stesso spirito:
Inget Nytt Under Solen (1976)
Notes from the Past (2002)
Urskog (2022)
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