giovedì 8 ottobre 2026

Esistenza Ciclica e Reincarnazione Cosmica: Un Viaggio nell'Omniverso

 


Esistenza Ciclica secondo il Buddhismo: Una Visione Estesa

Il concetto di ciclicità nell’insegnamento buddhista è da sempre un argomento affascinante e stratificato, capace di riunire dimensioni spirituali e cosmiche in una prospettiva che va ben oltre le semplici reincarnazioni terrene. La "ciclicità buddhista" non si limita ad una visione antropocentrica o puramente materiale: essa abbraccia la totalità del multiverso, estendendo il concetto di reincarnazione oltre la nostra immaginazione convenzionale, fino ad arrivare a contemplare l’Omniverso. In questo articolo, esploreremo brevemente tali concetti in profondità, cercando di ampliare la nostra comprensione della reincarnazione cosmica, intesa non soltanto come una rinascita fisica, ma anche come un continuo processo di trasformazione che interessa ogni forma di vita e ogni realtà.

Definizione

Tradizionalmente, il buddismo insegna il ciclo di nascita, morte e rinascita – un percorso privo di fine in cui ogni esistenza è solamente una tappa in un lungo processo di evoluzione spirituale. La nozione di ciclicità buddhista è profondamente radicata nell’idea della legge del karma, la quale determina che ogni azione ha conseguenze che si manifestano nelle vite future. Tuttavia, questa interpretazione classica si concentra primariamente su reincarnazioni che avvengono all’interno di un contesto terrestre o, al massimo, universale in senso stretto.

In quest’ottica ampliativa, le reincarnazioni non sono confinate a un singolo universo materiale, ma si estendono a tutto l’Omniverso. L’Omniverso, concetto che abbraccia ogni possibile universo, dimensione e piano esistenziale, suggerisce che il processo di reincarnazione possa interessare anche realtà non fisiche o metafisiche. In altre parole, la rinascita non si limita alla forma fisica del corpo, ma si manifesta in esperienze di vita, energie e consapevolezze che attraversano molteplici dimensioni.

Questo approccio teorico e speculativo non intende fornire una dottrina ufficiale, ma piuttosto proporre una visione estesa della reincarnazione, che è stata, per molti, fonte di nuova ispirazione e di profonda riflessione. La nostra esplorazione si tuffa in un mare di possibilità, invitandoci a riconsiderare la nostra comprensione dei cicli vitali e a riconoscere la vastità delle esperienze che possono demarcare l'esistenza stessa.

Ambiti Cosmici

Quando si parla di reincarnazione cosmica, l'immaginazione si apre a infinite possibilità. Il concetto di reincarnazione cosmica implica che il processo ciclico non si limiti a eventi che avvengono in un singolo universo, bensì si estenda agli innumerevoli mondi che compongono l’Omniverso. Ogni pianeta, ogni forma di vita, ogni manifestazione di coscienza potrebbe rappresentare una tappa in un percorso evolutivo molto più complesso di quanto comunemente creduto.

In questo contesto, la ciclicità buddhista si trasforma in una struttura dinamica e interconnessa, in cui le vite non sono entità singole e distinte, ma parte di un continuum che abbraccia sia il tangibile che l’intangibile. Immaginiamo un pianeta non come una semplice sfera di materia, ma come un microcosmo che ospita forme di vita e coscienze che, attraverso cicli di trasformazione e rinascita, partecipano attivamente all’evoluzione dell’Omniverso.

Ad esempio, si potrebbe teorizzare che un’essenza vitale, dopo la cessazione della forma fisica, ritorni in un’altra realtà o dimensione. Questa rinascita cosmica non è necessariamente legata ad un'apparenza materiale: potrebbe avvenire sotto forma di energia pura, consapevolezza spirituale o persino piattaforma di esistenza interconnessa con altre dimensioni. L’idea è che l'energia vitale, l'essenza dell'individuo, continui il suo percorso infinito attraverso una molteplicità di stati ed esperienze esistenziali.

Questa visione espansa sfida il pensiero tradizionale limitato alla materia e al fisico, invitando a considerare la realtà come un tessuto in cui ogni filo rappresenta un possibile percorso di crescita e di trasformazione spirituale. Qui, la reincarnazione diventa un meccanismo universale, un principio fondamentale che collega ogni forma esistente, indipendentemente da dove o come essa si manifesti. L’Omniverso, in questo quadro teorico, diventa il palcoscenico di un dramma cosmico in cui ogni essere è sia attore che spettatore di un ciclo infinito di vita, morte e rinascita.

Il concetto di ciclicità buddhista si adatta dunque a questa visione cosmica, sottintendendo che le leggi karmiche non sono limitate a una realtà visibile e misurabile, ma si estendono a tutte le esistenze, siano esse fisiche, energetiche o puramente spirituali. Tali teorie, pur non essendo parte della dottrina ufficiale, arricchiscono il dibattito filosofico offrendo spunti di riflessione su come l’ordinamento naturale del cosmo possa essere molto più vasto e misterioso di quanto comunemente percepito.

Implicazioni

L'estensione del concetto di reincarnazione a tutto l’Omniverso ha profonde implicazioni sia filosofiche che esistenziali. In primo luogo, se accettiamo l'idea che ogni esistenza sia parte di un ciclo infinito che trascende la semplice dimensione fisica, siamo portati a riconsiderare il significato del nostro essere e del nostro ruolo all'interno di un sistema cosmico molto più grande.

Dal punto di vista filosofico, la visione della reincarnazione cosmica sfida le nostre convinte idee di individualità e linearità temporale. Invece di concepire la vita come un percorso lineare che si conclude con la morte, si apre la possibilità che ogni esistenza – in ogni forma e in ogni dimensione – sia in realtà un capitolo di un racconto infinitamente ramificato e interconnesso. Questo porta ad una riflessione profonda su come le nostre azioni, i nostri pensieri, e il nostro karma possano influenzare non solo la nostra vita successiva, ma anche quelle di innumerevoli altre forme di vita sparse nell’Omniverso.

Un’altra implicazione riguarda la nostra percezione del tempo e dello spazio. Se consideriamo che ogni rinascita possa accadere in contesti che vanno ben oltre i confini del nostro universo tradizionale, diventa chiaro che il concetto di tempo come lineare e il concetto di spazio come limitato sono riduttivi. In questo scenario, il tempo potrebbe essere concepito come una dimensione fluida e interconnessa, una sorta di fiume cosmico in cui le esperienze passate, presenti e future si intersecano e si fondono. Lo stesso vale per lo spazio, inteso non come un semplice contenitore di materia, ma come una rete complessa di relazioni e connessioni fra infinità di pianeti e dimensioni.

Per i praticanti e gli studiosi del buddismo, questa visione espansa può servire da stimolo a guardare oltre le convenzioni e ad abbracciare una prospettiva più ampia dell'esistenza. Se la vita è veramente un ciclo infinito che attraversa l’Omniverso, allora ogni esperienza, anche quella terrena, può essere vista come parte di un disegno cosmico più profondo. Tale riflessione incoraggia la tolleranza, la compassione e un senso di responsabilità verso ogni forma di vita, poiché, in ultima analisi, siamo tutti parte della stessa rete di esistenza e trasformazione.

Riflettendo su questi temi, il lettore è invitato a considerare quanto possa essere limitante la nostra visione tradizionale dell’esistenza e della reincarnazione. Le teorie della ciclicità buddhista e della reincarnazione cosmica ci offrono la possibilità di estendere lo sguardo oltre il tangibile, aprendo una finestra su nuove dimensioni in cui la vita, la morte e la rinascita si intrecciano in forme inaspettate. Tale prospettiva, pur essendo puramente interpretativa e speculativa, arricchisce il dibattito filosofico e spirituale, stimolando una riflessione profonda sul senso del nostro percorso in un cosmos di immensa complessità.

Inoltre, la visione dell’Omniverso come scenario in cui si verifica la reincarnazione ha un forte impatto anche sul campo della cosmologia sperimentale. Sebbene le teorie più tradizionali si concentrino su modelli scientifici e osservabili, l’idea che le forze spirituali possano agire in un contesto di dimensioni molteplici e interconnesse apre la porta a nuove domande. È possibile che le leggi karmiche e i processi evolutivi abbiano analoghi in altre dimensioni, trasmettendo una saggezza antica che, sebbene non ancora compresa appieno dalla scienza moderna, potrebbe un giorno trovare una sua spiegazione nell’ambito della fisica teorica e della cosmologia.

Questa riflessione amplia il campo di indagine integrando il misticismo con la scienza, dimostrando come il confine tra il noto e l’ignoto sia spesso labile e permeabile. In tal modo, il lettore è invitato a riconoscere che la ricerca della verità non si esaurisce nelle risposte fornite dalla sola logica o dall’elaborazione teorica, ma si nutre della capacità di abbracciare il mistero e di accettare che certe domande possano avere molteplici risposte, a seconda del modo in cui scegliamo di interpretare la realtà.

Nell’ottica di una visione estesa e cosmica, la reincarnazione si rivela quindi come un fenomeno che abbraccia ogni aspetto dell’essere, trascendendo la dimensione fisica per toccare la sfera dell’energia, della coscienza e della connessione universale. Essa ci invita a riflettere sulla natura del cambiamento, sulla continuità della vita e sulla nostra responsabilità individuale e collettiva all’interno dell’Omniverso. Anche se queste interpretazioni restano nel campo della speculazione filosofica, esse hanno il potere di arricchire il nostro senso di meraviglia nei confronti dell’esistenza e di spingerci a guardare al di là delle apparenze superficiali.

Conclusione

In conclusione, questo viaggio intellettuale attraverso i concetti di ciclicità buddhista, Omniverso e reincarnazione cosmica ci mostra che la nostra percezione della realtà può essere ampliata se siamo disposti a mettere in discussione le nostre certezze e ad abbracciare l’idea che tutto ciò che esiste sia in una costante trasformazione. La reincarnazione, intesa in una prospettiva cosmica e multidimensionale, non è semplicemente un ritorno alla vita, ma una metamorfosi che coinvolge ogni aspetto dell’essere, invitandoci a riflettere sulle infinite possibilità che il cosmo ha da offrire.

Invitiamo ogni lettore a interrogarsi sulla propria visione della vita e del ciclo esistenziale, a lasciarsi coinvolgere in questo affascinante percorso di scoperta che unisce tradizione e innovazione, spiritualità e cosmologia. Qual è il significato della morte se essa è solo l’inizio di una nuova forma di esistenza, parte integrante di un disegno universale che trascende il materiale? Tale domanda, pur non avendo una risposta definitiva, diventa il fulcro di una riflessione continua che può arricchire non solo il nostro spirito, ma anche il nostro sguardo su un universo misterioso e in continua evoluzione.

 Nino A.

martedì 6 ottobre 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IX°) Part. V° (Germania) Zomby Woof

 

Cover album Riding on a Tear - Zomby Woof 1977

Chiudiamo in bellezza la nostra cinquina tedesca con una delle formazioni più eclettiche e brillanti di tutto il prog teutonico di fine anni '70: i Zomby Woof.

Prendendo il nome da un celebre brano di Frank Zappa, la band dà vita nel 1977 al suo unico e straordinario album in studio, "Riding on a Tear" (pubblicato per la Jupiter Records), un lavoro che sintetizza in maniera impeccabile il prog sinfonico anglosassone, il symphonic rock alla Gentle Giant e ritmiche decisamente più moderne e dinamiche.

Rubrica: Storie delle prog band minori: Zomby Woof

Nel 1977, mentre il mondo musicale assisteva alla nascita del punk e della disco music, cinque talentuosi musicisti del Baden-Württemberg unirono le forze per regalare agli appassionati una perla di rara raffinatezza compositiva. L'album "Riding on a Tear" dei Zomby Woof rappresenta un perfetto punto d'incontro tra la scuola sinfonica britannica (Yes, Genesis e Gentle Giant) e la consueta concretezza esecutiva del rock tedesco.

Caratterizzato da arrangiamenti stratificati, controcanti elaborati, fughe di tastiera e continui cambi di tempo, il disco brilla per freschezza, energia e una produzione sorprendentemente pulita per l'epoca.

Architetture polifoniche e ricchezza strumentale

La vera forza dei Zomby Woof risiede nella straordinaria preparazione tecnica dei suoi membri e nell'uso magistrale dei sintetizzatori e del Clavinet. La formazione vedeva Ulrich Herter alla voce, chitarre acustiche ed elettriche e sintetizzatori, Heinrich Winter alla voce, chitarre ed un vibrante Hohner D6 Clavinet, Matthias Zumbroich ad un arsenale di tastiere sconfinato (gran coda, organo Hammond, Minimoog, String-ensemble, Mellotron, piano elettrico) e sax, Udo Kreuß al basso e Berthold Maier alla batteria, percussioni e tamburello.

Gli intrecci vocali a due voci tra Herter e Winter, abbinati ai ricami di sintetizzatore e Minimoog di Zumbroich, creano un sound variopinto che spazia con naturalezza dal rock sinfonico più classico a divagazioni dal sapore quasi pop-prog sofisticato.

Riding on a Tear (1977): Un viaggio tra sinfonismo ed energia

L'album originale si sviluppa lungo un percorso avvincente e privo di punti deboli:

Introduction, Suicide e Riding on a Tear: Dopo l'atmosferica apertura di Introduction, Suicide mette subito in chiaro le intenzioni della band: un brano ritmato, ricco di stacchi di synth e riff di chitarra. La title-track Riding on a Tear è un capolavoro di melodia e dinamica, condito da splendide armonie vocali e parti di pianoforte di altissima scuola.

Requiem (Part I & Part II) e Dora's Drive: Il Requiem, diviso in due parti, mostra la vena più solenne e drammatica del gruppo, con il Mellotron e le tastiere a stendere un tappeto sonoro maestoso. Dora's Drive, la traccia più lunga del vinile originale con i suoi quasi nove minuti, è una suite spettacolare che mette in mostra la duttilità di tutta la band tra fughe strumentali e cambi di ritmo serrati.

Mary Walking Through the Woods ,Walking Through the Woods e Finale: Il viaggio sonoro si completa con queste due tracce speculari e suggestive, ricche di ricami acustici, sax e atmosfere sognanti prima dell'ironico e brevissimo Finale. Nelle edizioni successive su CD, il disco si è arricchito anche di preziosi brani bonus come Dora's Drive, Mary Walking Through The Woods, Highwire Dance e Back Home.

Il lascito di una perla di fine anni '70

Nonostante le enormi potenzialità e un album acclamato dalla critica, i Zomby Woof non riuscirono a trovare la continuità necessaria per proseguire la propria avventura discografica, arrivando allo scioglimento poco tempo dopo. Alcuni dei suoi membri, tra cui Ulrich Herter, avrebbero poi proseguito la propria carriera come produttori e compositori nell'industria musicale tedesca.

"Riding on a Tear" rimane una testimonianza sfolgorante di quanto il rock progressivo tedesco avesse ancora da dire sul finire del decennio: un disco brillante, dinamico e tecnico che chiude in modo perfetto la nostra cinquina teutonica.

Con i Zomby Woof anche la nona cinquina (dedicata alla Germania con Ikarus, Twenty Sixty Six And Then, Neuschwanstein, Minotaurus e Zomby Woof) è completa. Appuntamento alla prossima cinquina. 

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IX°) Part. IV° (Germania) Minotaurus

 

Cover album Fly Away - Minotaurus 1978

Dal romanticismo genesisiano dei Neuschwanstein ci immergiamo ora nelle atmosfere più ombrose, mitologiche ed epiche del prog teutonico di fine anni '70. La quarta tappa della nostra cinquina tedesca ci porta a scoprire i Minotaurus e il loro unico, affascinante album d'esordio del 1978: "Fly Away".

Rubrica: Storie delle prog band minori: Minotaurus

Nel 1978, una formazione proveniente dalla Renania Settentrionale-Vestfalia decide di consegnare alla storia del rock progressivo un'opera dal sapore cupo, teatrale e fortemente suggestivo. I Minotaurus danno alle stampe l'album "Fly Away", un lavoro autofinanziato e autoprodotto diventato negli anni un vero e proprio oggetto di culto per i collezionisti di rarità teutoniche.

In questo LP si intrecciano riff di chitarra d'impostazione folk-hard rock, tappeti di tastiere calde ed evocative e una linea vocale teatrale e drammatica.

Corde intrecciate e declamazioni epiche

A differenza di molti gruppi del periodo dominati esclusivamente dai sintetizzatori, il sound dei Minotaurus basa gran parte della propria forza sull'intreccio di due chitarre e su una sezione ritmica quadrata ed espressiva. La line-up vedeva Michael Helsberg alle chitarre, Ludger "Lucky" Hofstetter alle chitarre, Ulli Poetschulat alla batteria, Bernd Maciej al basso, Peter Scheu alla voce solista e Dietmar Barzen alle tastiere.

Il cantato di Peter Scheu, caratterizzato da un timbro profondo e declamatorio, dona ai brani una forte connotazione narrativa, quasi fiabesca e teatrale, sorretta dalle trame d'organo di Barzen e dai continui botta e risposta tra le chitarre di Helsberg e Hofstetter.

Fly Away (1978): Tra oscurità, melodia e suite epiche

L'album si sviluppa lungo sette tracce per oltre 42 minuti di viaggio sonoro:

7117 e Your Dream: L'apertura con 7117 mostra subito la personalità del gruppo: un brano introspettivo guidato da arpeggi acustici, organo e improvvise accelerate rock. Your Dream prosegue su ritmi sognanti ma malinconici, mettendo in risalto la profonda espressività vocale di Scheu.

Lonely Seas e Highway: Due tracce più immediate e snelle. Lonely Seas regala atmosfere intimiste ed eteree, mentre Highway punta su un groove più ruvido e dinamico in cui le chitarre elettriche prendono il sopravvento.

Fly Away, The Day the Earth Will Die e Sunflowers: La suite Fly Away, con i suoi oltre tredici minuti, rappresenta il vertice assoluto dell'opera. Un lungo affresco sonoro ricco di cambi di tempo, assoli di chitarra ispirati, pause liriche ed esplosioni strumentali. Il disco si avvia alla fine con la visione apocalittica di The Day the Earth Will Die e si chiude con la delicata Sunflowers.

Un'unica impronta nel labirinto del prog

Proprio come la creatura mitologica da cui hanno preso il nome, i Minotaurus sono rimasti avvolti nel mistero e nella leggenda: l'assenza di un supporto discografico importante e la scarsa distribuzione dell'epoca portarono la band a sciogliersi poco dopo l'uscita dell'album.

"Fly Away" rimane un piccolo gioiello nascosto del prog tedesco di fine anni '70: un album affascinante, genuino e malinconico che merita senza dubbio di essere riscoperto.

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IX°) Part. III° (Germania) Neuschwanstein

 

Cover album Battlement - Neuschwanstein 1979

Dall'hard-prog viscerale dei Twenty Sixty Six And Then ci spostiamo su sonorità decisamente più romantiche ed eteree. Se c'è una band tedesca capace di incarnare la quintessenza del prog sinfonico di matrice genesisiana, quella è senza dubbio i Neuschwanstein.

Rubrica: Storie delle prog band minori: Neuschwanstein

Nel 1979, quando il punk e la new wave stavano spazzando via le imponenti strutture del rock progressivo classico, una band proveniente dalla Saarland decise di andare controcorrente dando alla luce un autentico capolavoro sinfonico: "Battlement". I Neuschwanstein (nome ispirato al celebre castello fiabesco della Baviera) firmarono per la Rittenhouse Records un disco intriso di magia, sogni e trame orchestrali di rara bellezza.

Un album dove delicatezza acustica, flauti incantati ed esplosioni di sintetizzatore si fondono con una grazia che rimanda ai momenti più poetici di Genesis e Camel.

Sinfonismo pastorale e gusto d'altri tempi

La forza di Battlement risiede nella straordinaria coesione della formazione e nel colore timbrico garantito da un'impostazione polistrumentale ricchissima. Il gruppo vedeva Frédéric Joos alla voce solista e chitarre acustiche, Roger Weiler alle chitarre, Thomas Neuroth alle tastiere, Klaus Mayer a flauti e sintetizzatori, Rainer Zimmer al basso e cori (voce solista sulla title-track), e Hans-Peter Schwarz alla batteria. Un dettaglio curioso riguarda proprio il brano d'apertura, che vede la partecipazione speciale di Hermann Rarebell (famoso batterista degli Scorpions) alle percussioni.

La voce di Joos, calda e incredibilmente vicina al timbro di Peter Gabriel, si adagia su un tappeto sonoro dominato dal flauto di Mayer e dai ricami di tastiera di Neuroth, creando un'atmosfera sognante e senza tempo.

Battlement (1979): Un viaggio fiabesco in sei capitoli

L'album si snoda attraverso composizioni fluide e mai pretenziose, capaci di alternare momenti lirici ad aperture strumentali imponenti:

Loafer Jack e Ice with Dwale: L'attacco di Loafer Jack mostra il lato più ritmato e incisivo della band, guidato dalla batteria di Rarebell. Con Ice with Dwale ci si addentra invece in atmosfere sospese, dove il flauto e la chitarra acustica stendono trame bucoliche di grande suggestione.

Intruders and the Punishment e Beyond the Bugle: Due vette del disco. Tra fughe di sintetizzatore, arpeggi di chitarra ed entrate di flauto, la band dimostra un senso della composizione maturo, capace di toccare picchi d'emozione pura.

Battlement e Zärtlicher Abschied: La seconda metà del vinile tocca il vertice con la maestosa title-track (cantata da Rainer Zimmer) e si chiude con la struggente ed eterea Zärtlicher Abschied, perfetto congedo strumentale dal sapore malinconico.

Nella successiva riedizione in CD è stato aggiunto il brano: Midsummer Day (7:42)

I capitoli collaterali della storia

Sebbene Battlement sia rimasto il loro unico album ufficiale negli anni '70, la discografia dei Neuschwanstein si è arricchita nel tempo di altri due importanti tasselli:

Alice in Wonderland (1976 / pubblicato in seguito): Un'opera concettuale registrata originariamente come nastro dimostrativo prima del debutto, ispirata alla celebre fiaba di Lewis Carroll e caratterizzata da sonorità interamente strumentali, acerbe ma ricche d'atmosfera.

Fine Art (2016): Il ritorno discografico a distanza di decenni firmato dal tastierista Thomas Neuroth, un lavoro ambizioso e moderno orientato verso il rock sinfonico con forti innesti di musica classica e flauto.

"Battlement" resta tuttavia il capolavoro insuperato dei Neuschwanstein: una meravigliosa cattedrale sonora che rappresenta una delle pagine più poetiche dell'intero rock progressivo europeo.

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IX°) Part. II° (Germania) Twenty Sixty Six and Then

Cover album  Reflections on the Future - Twethy six sixth and Then 1972

 Twethy six sixth and Then - Reflections on the Future (1972)

Dalla furia jazz-rock degli Ikarus rimaniamo nel primissimo scorcio degli anni '70 per incontrare una formazione che ha saputo fondere l'impatto ruvido dell'hard-rock alla maestosità sinfonica del prog anglo-tedesco: i Twenty Sixty Six and Then.

Il loro unico e leggendario album d'esordio del 1972, "Reflections on the Future"(pubblicato per la celebre etichetta United Artists Records), rappresenta un capolavoro assoluto di potenza, tecnica e stratificazione. 

Rubrica: Storie delle prog band minori: Twenty Sixty Six and Then

Nel 1972, a Mannheim, prende forma un sestetto unico nel suo genere, capace di erigere un vero e proprio "muro del suono". I Twenty Sixty Six and Then firmano con "Reflections on the Future" un album esplosivo, in cui l'aggressività delle chitarre e le fughe d'organo tipiche del sound proto-prog si fondono con le dilatazioni cosmiche e psichedeliche della scuola germanica.

Un disco viscerale, potente e al contempo virtuosistico, dominato da una presenza vocale carismatica e da un assetto strumentale d'impatto devastante.

L'arsenale a tastiera doppia e l'impronta britannica

La vera cifra distintiva della band risiedeva nella presenza contemporanea di ben due tastieristi di primissimo ordine e di un cantante britannico di razza. La formazione vedeva Geff Harrison alla voce solista, Gerhard Mrozeck alle chitarre (elettrica ed acustica) e cori, Steve Robinson ad un arsenale di tastiere (organo, piano elettrico, synth, Mellotron, vibrafono e cori), Veit Marvos (organo, pianoforte, piano elettrico, Mellotron, percussioni e cori), Dieter Bauer al basso e Konstatin Bommarius alla batteria.

Il continuo dialogo tra i due tastieristi - capaci di sovrapporre tappeti di Mellotron a sferzanti riff di organo e vibrante vibrafono - trovava una valvola di sfogo perfetta nei graffi di chitarra di Mrozeck e nella voce ruvida, potente e d'ispirazione hard-rock di Geff Harrison.

Reflections on the Future (1972): Un viaggio tra rabbia e visione

L'album si snoda attraverso cinque composizioni tese ed energiche che non concedono pause:

At my Home: L'apertura è un attacco diretto. Riff granitici di chitarra e organo distorto sorreggono la voce graffiante di Harrison, impostando subito ritmi serrati e cambi di tempo imprevedibili.

Autumn e Butterking: Due brani di straordinaria ampiezza dinamica. In Autumn le atmosfere malinconiche introdotte dal Mellotron e dal pianoforte sfociano in un crescendo sinfonico d'impatto drammatico, mentre Butterking sfoggia un groove ritmico travolgente arricchito da fughe di tastiera quasi jazzate.

Reflections on the Future e How do you feel: La title-track è una suite monumentale di oltre sedici minuti, vero e proprio cuore pulsante dell'opera. Tra digressioni psichedeliche, assoli virtuosistici, esplosioni hard-rock e dilatazioni sonore, la band tocca il suo apice compositivo prima di chiudere il vinile con la più breve e sferzante How do you feel.

Un'impronta indelebile nel rock teutonico

Nonostante la qualità eccelsa del materiale e l'accoglienza entusiastica da parte degli appassionati del settore, problemi di gestione e divergenze interne portarono allo scioglimento della band poco dopo la pubblicazione. Molti dei suoi membri avrebbero poi alimentato altri progetti di spicco della scena tedesca (come Emergency, Eloy e Achor).

"Reflections on the Future" dei Twenty Sixty Six and Then resta una pietra miliare incandescente: un album muscolare, affascinante e ricco di sfumature che merita un posto d'onore in ogni collezione di rock progressivo.

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IX°) Part. I° (Germania) Ikarus

Dedichiamo questa  IX cinquina interamente alla Germania e ad alcune opere straordinarie delle sue prog band minori. 

Cover album  Ikarus - Ikarus 1971

Tuffiamoci subito nella scena tedesca degli anni '70. Se da un lato il Krautrock dominava le avanguardie, la Germania ha saputo regalare anche perle di rarissima fattura tra prog sinfonico, hard-prog e contaminazioni jazz-rock d'altissimo livello.

Iniziamo la nona cinquina con gli Ikarus e il loro folgorante debutto del 1971.

Rubrica Storie delle prog band minori: Ikarus

Nel 1971, mentre in Germania occidentale divampava la rivoluzione psichedelica e cosmica del Krautrock, una formazione di Amburgo decise di percorrere una strada ben diversa, fondendo l'aggressività dell'hard-rock a trame jazz-prog complesse e ricche di fiati. Quella band prese il nome di Ikarus e il loro omonimo album d'esordio, pubblicato per la mitica etichetta Plus, rimane uno dei dischi più potenti, virtuosi e sottovalutati del primo panorama progressivo tedesco.

Un'opera energetica e scura, in cui maestosi arrangiamenti di fiati si incastrano su organo Hammond, ritmiche serrate e linee vocali grintose.

Eclettismo sonoro e potenza polistrumentale

Ciò che colpisce nell'unico lavoro degli Ikarus è la capacità di bilanciare la ruvidità tipica della scena tedesca del periodo con una classe negli arrangiamenti d'ispirazione britannica (con forti echi di Colosseum e Van der Graaf Generator). La formazione vedeva Lorenz Köhler alla voce solista, Wolfgang Kracht al basso e cori, Jochen Petersen ad un impressionante arsenale di fiati e chitarre (chitarra acustica ed elettrica, sax contralto e tenore, flauto, clarinetto e cori), Bernd Schröder a batteria e percussioni, Manfred Schulz a chitarra, cori e voce solista su una traccia, e Wulf-Dieter Struntz a organo Hammond e pianoforte.

Il dialogo tra il sax di Petersen, l'organo di Struntz e le risposte di chitarra crea una tensione costante che sorregge l'interpretazione vocale potente ed espressiva di Köhler.

Ikarus (1971): Un viaggio in quattro suite tra jazz e rock sinfonico

L'album si snoda attraverso quattro composizioni di lunga durata che lasciano ampio spazio all'improvvisazione e alla dinamica:

Eclipse (Skyscrapers / Sooner or later): Suite monumentale di oltre quindici minuti che apre il vinile in modo travolgente. Un inizio cupo guidato dall'organo sfocia in una cavalcata ritmica sorretta da sax sferzanti, cambi di tempo improvvisi e un cantato di grande impatto.

Mesentery e The raven (include "Theme for James Marshall"): La prima traccia mostra un lato più viscerale e ritmato, mentre la lunga The raven tocca vertici di drammaticità lirica. Qui il flauto e il clarinetto di Petersen creano atmosfere ombrose e psichedeliche, per poi esplodere in una progressione strumentale di rara potenza.

Early bell's voice: Il brano di chiusura vedeva Manfred Schulz alla voce solista, guidando un pezzo più sognante ed etereo dove chitarre acustiche e pianoforte si intrecciano prima del gran finale orchestrale.

Volo breve ma indimenticabile

Proprio come il personaggio mitologico da cui presero il nome, gli Ikarus vissero una parabola brevissima: le difficoltà della piccola etichetta discografica e la mancanza di promozione portarono lo scioglimento prematuro del gruppo poco dopo l'uscita del disco.

Il loro omonimo "Ikarus" resta una gemma incandescente e imprescindibile, un ponte perfetto tra l'hard-prog anglosassone e la sperimentazione teutonica dei primi anni '70.

Prefazione

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domenica 27 settembre 2026

Broken Springs - Hidden Door 2026 (Ungheria)

 

Cover album Hidden Door - Broken Springs 2026

Il debutto dei Broken Springs, intitolato Hidden Door, si presenta fin dal primo ascolto come un’opera di rara coerenza viscerale e raffinatezza compositiva. Nel panorama contemporaneo del progressive rock, spesso incline a un tecnicismo sterile o a una stancante nostalgia anni '70, il collettivo ungherese sceglie una via diversa e decisamente più coraggiosa: quella dell’emotività pura legata alla forma canzone evoluta.

Un’architettura sonora tra intimità e maestosità

L'album non cerca mai il virtuosismo fine a se stesso; la perizia tecnica dei musicisti - tutti professionisti con anni di esperienza alle spalle - è costantemente messa al servizio dell'atmosfera. Hidden Door funziona proprio come suggerisce il titolo: una porta socchiusa su stanze sonore inaspettate, dove momenti rarefatti e acustici sfociano improvvisamente in aperture sinfoniche di grande impatto drammatico.

La fusione tra stilemi classici del prog (archi sintetizzati, tempi dispari mai ostentati, tessiture di tastiere avvolgenti) e sonorità contemporanee (chitarre dal timbro moderno, una sezione ritmica asciutta e profonda) dona al disco una freschezza dinamica notevole. Ogni traccia respira, lasciando che siano il silenzio e la variazione di volume a guidare la tensione emotiva.

La presenza carismatica di Madeline Besson

Elemento di rottura ed autentico valore aggiunto dell'album è l'innesto della cantante francese Madeline Besson (nota anche per il progetto Molly Moonshine). La sua vocalità non si adegua ai cliché del progressive metal o del prog sinfonico tradizionale:

 Timbro e interprete: Possiede un colore caldo, sfaccettato e profondo, capace di passare da un sussurro intimo e malinconico a vette d'estensione graffianti ed evocative.

 Identità sonora: La combinazione tra la matrice strumentale mitteleuropea dei Broken Springs e l'espressività di stampo chiaramente europeo-occidentale di Besson crea un contrasto magnetico che diventa il vero marchio di fabbrica di Hidden Door.

I punti di forza del disco

1. Gestione delle dinamiche: I pezzi non risultano mai prevedibili. Le strutture ampie ed elaborate non appesantiscono l'ascolto grazie a un bilanciamento continuo tra melodie immediate ed espansioni strumentali.

2. Produzione indipendente pulita ed organica: Pur trattandosi di un'autoproduzione, il suono è fluido, arioso e privo di quella compressione eccessiva che spiana la resa dinamica nelle produzioni moderne.

3. Forte spinta melodica: Nonostante la complessità degli arrangiamenti, i temi melodici rimangono impressi fin dai primi ascolti, rendendo l'opera accessibile anche a chi non frequenta abitualmente i territori del prog.

CONCLUSIONE

Hidden Door è un debutto maturo e rigenerante per la scena progressive europea. I Broken Springs dimostrano che è ancora possibile fare rock progressivo mettendo l'anima e il sentimento al centro del progetto, senza rimanere ostaggio del passato o cedimenti auto-celebrativi. Un album ideale per chi cerca musica d'atmosfera, ricca di dettagli da svelare ascolto dopo ascolto.

Tracce consigliate: Le composizioni più estese del disco, dove il dialogo tra la voce di Madeline Besson e i crescendo strumentali della band raggiunge la massima espressività.

Un ascolto imprescindibile. Quì


mercoledì 23 settembre 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. VI° (Italia) Corte dei Miracoli

 

Cover album  Corte dei Miracoli - Corte dei Miracoli 1976

Rubrica Storie delle prog band minori: Corte dei Miracoli 

Per questa tappa dedicata al prog italiano è d'obbligo fare un'eccezione alla regola: aggiungere un contenuto bonus speciale dedicato a una band che si lega in maniera viscerale e perfetta alle altre cinque protagoniste della selezione. Parliamo della Corte dei Miracoli, formazione ligure che nel 1976 diede alle stampe per la GDM il suo omonimo capolavoro d'esordio, firmando una delle testimonianze più eleganti e travolgenti dell'intero panorama nazionale.

Con un suono dominato da un virtuosismo mai fine a sé stesso e un doppio intreccio di tastiere da capogiro, il gruppo rappresenta il coronamento ideale di questo viaggio nel prog nostrano.

Il marchio di fabbrica: Doppie tastiere e dinamismo lirico

La caratteristica distintiva della Corte dei Miracoli risiede nella presenza di ben due tastieristi di formazione classica, capaci di creare una muraglia sonora imponente e raffinata. La lineup vedeva Graziano Zippo alla voce solista, Alessio Feltri e Riccardo Zegna alle tastiere, Gabriele Siri al basso e Flavio Scogna alla batteria e percussioni (con la partecipazione speciale di Vittorio De Scalzi dei New Trolls alla chitarra nel primo brano e al missaggio).

L'assenza di una chitarra di ruolo nella formazione base viene brillantemente compensata dal dialogo perenne tra pianoforte, organo Hammond e sintetizzatori, sostenuti da una sezione ritmica rocciosa e dalla voce drammatica e potente di Zippo.

Corte dei Miracoli (1976): Un capolavoro di equilibrio sinfonico

L'album del 1976 si sviluppa in cinque traccia-capolavoro per oltre 41 minuti di pura estasi progressiva:

...E Verrà L'Uomo e Verso Il Sole: L'inizio è folgorante. Tra contrappunti di tastiera, stacchi ritmici complessi e la chitarra di De Scalzi ad impreziosire l'apertura, la band mostra subito la capacità di unire la potenza del rock sinfonico a una vena melodica genuinamente italiana.

Una Storia Fiabesca e Il Rituale Notturno: Episodi in cui la poetica del gruppo si fa più scura ed evocativa. Tra arpeggi di pianoforte, fughe d'organo dal sapore barocco e un basso pulsante, la musica evoca scenari d'altri tempi.

I Due Amanti: La suite finale di oltre 13 minuti rappresenta il vertice espressivo del disco. Un lungo viaggio sonoro ricco di variazioni di tempo, crescendo drammatici e momenti di sospensione lirica che confermano la straordinaria maturità della band.

Il capitolo ritrovato: Dimensione Onirica (1992)

A dimostrazione della straordinaria vena creativa di questa formazione, nel 1992 l'etichetta Mellow Records ha recuperato e pubblicato "Dimensione Onirica".

Sebbene sia venuto alla luce nei primi anni '90, il materiale contenuto nel disco è stato interamente concepito e registrato nella metà degli anni '70, prima dello scioglimento della band. Si tratta di un album che racchiude registrazioni d'epoca e brani inediti che confermano la dimensione sognante, complessa e fiabesca del gruppo, regalando ai collezionisti un ulteriore tassello di inestimabile valore.

La Corte dei Miracoli rimane così la perfetta ciliegina sulla torta di questo capitolo italiano: un miracolo sonoro che merita un posto d'onore tra le grandi opere del rock progressivo.

Un Primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. V° (Italia) Cherry Five

Cover album  Cherry Five - Cherry Five 1975

 Dalla maestosità dei Murple continuiamo la quinta tappa del nostro viaggio nella scena italiana con un gruppo legato a una delle storie più affascinanti e curiose di tutta la musica nostrana: i Cherry Five.

Pubblicato nel 1975 per la Cinevox, l'omonimo "Cherry Five" rappresenta uno straordinario esempio di prog sinfonico anglo-italiano, nato dalle ceneri degli Oliver e destinato a trasformarsi, quasi contestualmente, nel nucleo fondante dei celeberrimi Goblin. 

Rubrica Storie delle prog band minori: Cherry Five

Nel 1975 vede la luce un lavoro di rara caratura tecnica, rimasto a lungo avvolto in un'aura di mistero per via delle intricate vicende di formazione che lo accompagnarono. L'album "Cherry Five" dei Cherry Five è una gemma di prog sinfonico cantata interamente in lingua inglese, guidata da intrecci di tastiere scintillanti e riff di chitarra di chiarissima scuola britannica, con fortissimi richiami a Yes e Genesis.

Incisione registrata prima che il gruppo cambiasse nome in Goblin per firmare la colonna sonora di Profondo Rosso, questo LP brilla di luce propria grazie ad arrangiamenti complessi, ritmiche serrate e una carica melodica di altissimo livello.

Virtuosismo britannico con cuore romano

L'organico impegnato sul disco vanta nomi che avrebbero segnato la storia della musica per film e del rock progressivo: Tony Tartarini alla voce solista, Massimo Morante alle chitarre ed in veste di compositore, Claudio Simonetti a tastiere e composizione, Fabio Pignatelli al basso e chitarra acustica, e Carlo Bordini a batteria e percussioni.

Le rutilanti tastiere di Simonetti (Mellotron, organo e synth) si spingono in serrati contrappunti con la chitarra elettrica di Morante, sorrette da un basso pulsante e da una batteria versatile, creando un'architettura sonora ricca e mai statica.

Cherry Five (1975): Tra letteratura, ritmo e sinfonismo

L'album si articola in sei traccia-capolavoro per un totale di oltre 42 minuti di pura musica progressiva:

Country Grave Yard e The Picture of Dorian Gray: I due lunghi brani d'apertura mostrano subito la caratura della band. Tra aperture tastieristiche solenni, continui cambi di tempo e l'ispirato canto di Tartarini, la musica si muove agile tra atmosfere cupe ed esplosioni di puro sinfonismo.

The Swan Is a Murderer (Part 1 & Part 2): Divisa in due sezioni, questa composizione mette in luce l'incredibile coesione del gruppo, dove arpeggi delicati e ritmiche spezzate sfociano in assoli lirici di chitarra e synth.

Oliver e My Little Cloud Land: La parte finale consolida l'ispirazione britannica del disco. Oliver, con i suoi oltre nove minuti, è un monumento di tecnica ed eleganza, mentre My Little Cloud Land chiude l'opera con un perfetto bilanciamento tra potenza rock e ricchezza d'arrangiamento.

I capitoli e le reincarnazioni successive

Se il disco del 1975 rimase a lungo un episodio isolato per via del travolgente successo ottenuto dai membri fondatori sotto il marchio Goblin, la storia degli Cherry Five non si è spenta del tutto. A distanza di quarant'anni, la sigla è stata ripresa per dare vita a nuovi capitoli discografici:

Il Pozzo Dei Giganti (2015): Album che vede il ritorno di Tony Tartarini e Carlo Bordini insieme a una nuova formazione, per un ambizioso concept ispirato alla Divina Commedia di Dante.

De Rossi e Bordini: De Rossi e Bordini (2022): Un'ulteriore diramazione e continuazione del percorso artistico legata al batterista Carlo Bordini insieme a Gianluca De Rossi.

L'album d'esordio "Cherry Five" del 1975 rimane un punto fermo e imprescindibile: un lavoro fresco, internazionale ed energico che chiude degnamente la quinta parte di questo  nostro ottavo capitolo e la panoramica su alcune delle più interessanti prog band "minori" italiane dei seventies.

Un Primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. III° (Italia) Alusa Fallax

Cover album  Intorno alla mia Cattiva Educazione - Alusa Fallax 1974

 Dalla drammaticità solenne dei Metamorfosi ci spostiamo in Lombardia per scoprire uno dei dischi concettuali più raffinati, poetici ed eleganti dell'intera storia del rock progressivo italiano: "Intorno alla mia cattiva educazione" degli Alusa Fallax.

Pubblicato nel 1974 per la Fonit Cetra, questo concept album rappresenta una perfetta sintesi tra il sinfonismo classico, delicate sfumature jazz-rock e un lirismo introspettivo di rara bellezza.

Rubrica Storie delle prog band minori: Alusa Fallax

Nel 1974, nel pieno dell'età d'oro del prog nostrano, gli Alusa Fallax danno alla luce un'opera dalla sensibilità e dalla maturità compositiva disarmanti. Il loro unico album in studio, "Intorno alla mia cattiva educazione", affronta il tema della crescita individuale, dei condizionamenti sociali e del difficile scontro tra la libertà dell'individuo e le imposizioni del mondo adulto.

Un viaggio sonoro fluido e continuo, in cui le tredici tracce si fondono l'una nell'altra creando un unico, grande affresco musicale prive di frammentazioni artificiali.

Polistrumentismo e finezza d'arrangiamento

A rendere il suono degli Alusa Fallax così ricco e variegato è l'eccezionale versatilità dei suoi musicisti. La formazione vedeva Augusto "Duty" Cirla alla voce solista, batteria, campane e flauto dolce, affiancato da Guido Gabet alle chitarre (elettrica ed acustica) e cori, Massimo Parretti a un parco tastiere d'altissimo livello (pianoforte, organo, clavicembalo e sintetizzatore ARP), Mario Cirla ai sassofoni (tenore e contralto), flauto traverso, corno francese e cori, e Guido Cirla al basso e cori.

L'uso sapiente e mai invadente dei fiati (flauto, sax e corno francese) regala all'album una tavolozza cromatico-sonora calda e avvolgente, che spazia dal sinfonismo di stampo classico a suggestivi tocchi pastorali.

Intorno alla mia cattiva educazione (1974): L'evoluzione di un'anima

L'album si sviluppa come un racconto ininterrotto che guida l'ascoltatore attraverso le varie tappe della consapevolezza:

I primi passi e la presa di coscienza: Dalla delicata introduzione di Soliloquio e Non Fatemi Caso, si passa a brani come la title-track Intorno Alla Mia Cattiva Educazione, Fuori Di Me, Dentro Di Me e Riflessioni Al Tramonto. Qui arpeggi acustici, fughe di pianoforte e interventi di flauto si alternano a vigorosi stacchi ritmici e melodie vocali intense.

La critica alle convenzioni: Brani più brevi e tirati come Il Peso Delle Tradizioni, Carta Carbone e Perchè Ho Venduto Il Mio Sangue mettono in luce il lato più aggressivo ed energico del gruppo, dove il synth ARP e il sax disegnano trame serrate e graffianti.

La rinascita e il finale sinfonico: Nella parte conclusiva, con Per Iniziare Una Vita, E' Oggi, E' Così Poco Quel Che Conosco, Ciò Che Nasce Con Me e la maestosa Splendida Sensazione, la musica si dilata. Tra crescendo d'organo, assoli di chitarra carichi di pathos e un intreccio polifonico tra le voci ed i fiati, l'album si chiude con una liberatoria e sognante apertura verso il futuro.

Una meteora di pura classe

Nonostante il valore artistico assoluto dell'opera e l'ottima risposta della critica, gli Alusa Fallax non riuscirono a dare un seguito a questo capolavoro, sciogliendosi poco tempo dopo.

Ciononostante, "Intorno alla mia cattiva educazione" rimane una pietra miliare del prog italiano: un album equilibrato, profondo e arrangiato con una maestria che continua a incantare generazioni di appassionati.

Un Primo Ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. II° (Italia) Metamorfosi


Cover album Inferno - Metamorfosi 1972

Dalla furia giovanile dei Semiramis rimaniamo a Roma per incontrare una band che ha saputo firmare una delle opere più ambiziose, concettuali e imponenti di tutta la storia del rock progressivo italiano: i Metamorfosi.

Dopo l'esordio dai toni ancora embrionali del 1972 con "...E fu il sesto giorno", la band romana compie un balzo evolutivo impressionante, regalando alla storia un capolavoro assoluto che avrebbe dato il via a un vero e proprio viaggio dantesco proseguito e completato molti anni più tardi con Paradiso (2004) e Purgatorio (2016).

Rubrica Storie delle prog band minori: Metamorfosi

Nel 1973, anno di grazia per la musica d'autore e il prog d'oltralpe e nostrano, i Metamorfosi pubblicano per la Vedette Records un album monumentale: "Inferno". Se il disco d'esordio dell'anno precedente, ...E fu il sesto giorno, mostrava ancora un legame forte con il beat e il pop sinfonico dell'epoca, con Inferno la formazione romana sposta l'asticella verso un rock progressivo oscuro, maturo e intriso di una drammaticità teatrale travolgente.

Ispirandosi liberamente alla prima cantica della Divina Commedia di Dante Alighieri, la band rivisita i gironi infernali attualizzandoli in chiave sociale e politica, creando un'opera che travalica il tempo.

La forza operistica delle tastiere e della voce

La struttura sonora di Inferno si regge su un intreccio strumentale potentissimo, guidato dall'imponente formazione del gruppo: la voce operistica, stentorea e inconfondibile di Jimmy Spitaleri (impegnato anche al flauto), le tastiere ed i sintetizzatori di Enrico Olivieri, le chitarre, il basso e i cori di Roberto Turbitosi, e la batteria e percussioni di Gianluca Herygers.

Privo di chitarre soliste invadenti, il disco poggia interamente sulle cattedrali sonore erette da Enrico Olivieri al pianoforte, organo e synth, sulle quali svetta l'interpretazione vocale di Spitaleri, vera e propria forza della natura capace di donare al disco un'atmosfera sacra, solenne e al contempo terrorizzante.

Inferno (1973): I gironi della società moderna

L'album è un lungo flusso continuo diviso in 12 capitoli che non lasciano un attimo di tregua:

L'apertura solenne: Dalla maestosa Introduzione fino alla Porta dell'Inferno e Caronte, la band costruisce una tensione palpabile, sorretta da fughe di tastiere e dal declamare lirico di Spitaleri.

La condanna dei mali moderni: I peccati danteschi diventano le piaghe del mondo contemporaneo. Brani come Spacciatore di droga, Lussuriosi, Avari, Violenti e Malebolge si susseguono a ritmi serrati, alternando momenti sinfonici ad attacchi carichi di rabbia e sdegno.

Il vertice politico e la chiusura: Con Sfruttatori, Razzisti e la spietata Lucifero (Politicanti), i Metamorfosi sferrano un attacco frontale ai poteri forti e alle ingiustizie della società. La breve Conclusione chiude il viaggio lasciando l'ascoltatore col fiato sospeso.

Il completamento della trilogia dantesca

Nonostante lo scioglimento dopo l'uscita del disco, il legame dei Metamorfosi con l'opera dantesca non si è mai spezzato. A distanza di decenni, la band si è ritrovata per completare quel viaggio ideale iniziato nel 1973: prima con la pubblicazione di "Paradiso" nel 2004 e infine con "Purgatorio" nel 2016.

Tuttavia, il fascino primordiale, scuro e viscerale di "Inferno" rimane un punto fermo e ineguagliabile: un capolavoro di sinfonismo e impegno che iscrive di diritto i Metamorfosi tra i giganti del prog italiano.

Un Primo Ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. I° (Italia) Semiramis

 Questa ottava cinquina (+ 1) delle brevi storie delle prog band minori è completamente dedicata al RPI

Cover album Dedicato a Frazz - Semiramis 1973

Rubrica Storie delle prog band minori: Semiramis

Nel 1973, nel pieno del fermento creativo della scena romana, un gruppo di ragazzi appena maggiorenni dà alle stampe per la Trident Records un disco destinato a diventare un pilastro imprescindibile del rock progressivo italiano: "Dedicato a Frazz". Quella band si chiamava Semiramis e l'album rappresenta un'esplosione di aggressività, tecnica e lirismo tragico che non ha eguali nell'intera produzione d'epoca.

Un lavoro tirato, complesso e scuro, dove la giovinezza dei componenti si traduce in una furia espressiva travolgente, priva di qualsiasi filtro o banale concessione commerciale.

Virtuosismo precoce e sonorità imponenti

Ciò che rende incredibile l'unico LP dei Semiramis è l'altissima perizia tecnica profusa da una formazione giovanissima. Il gruppo vedeva un sedicenne Michele Zarrillo alla voce solista, chitarra elettrica ed acustica (oltre che autore delle musiche), affiancato da Giampiero Artegiani ai sintetizzatori e chitarre (classica e 12 corde), Maurizio Zarrillo ad un arsenale di tastiere (pianoforte gran coda, organo Eminent, piano elettrico, synth, clavicembalo etc.), Marcello Reddavide al basso, campane ed effetti, e Paolo Faenza a batteria, percussioni, vibrafono ed effetti.

La presenza di un vero e proprio "muro" di tastiere, combinato con gli strappi aggressivi della chitarra elettrica e gli interventi del vibrafono, creava un suono denso, nevrotico e continuamente cangiante.

Dedicato a Frazz (1973): Un viaggio drammatico in sette tracce

L'album si snoda attraverso sette brani concatenati che compongono un affresco musicale cupo e teatrale:

La bottega del rigattiere e Luna Park: L'attacco è bruciante. I continui cambi di tempo e gli intrecci tra sintetizzatori e chitarra elettrica introducono una voce graffiante e disperata, capace di passare da sussurri sognanti a esplosioni rabbiose.

Uno zoo di vetro e Per una strada affolata: Episodi in cui la band dimostra una sensibilità compositiva matura, dove momenti d'atmosfera dominati dalla chitarra a 12 corde e dal pianoforte sfociano in ritmiche serratissime e fughe di organo dal sapore classico.

Dietro una porta di carta, Frazz e Clown: Il cuore e il finale del disco. Tra l'uso del vibrafono, gli effetti sonori e l'intreccio vocale, i Semiramis mettono in scena la paranoia e la solitudine dell'essere umano, toccando il vertice con la title-track e la drammatica chiusura di Clown.

Un'eredità immortale del prog italiano

Subito dopo la pubblicazione del disco e qualche esibizione dal vivo nei festival dell'epoca, le strade dei musicisti si separarono (con Michele Zarrillo e Giampiero Artegiani destinati a percorsi di relativo successo nella musica d'autore pop).

Tuttavia, "Dedicato a Frazz" dei Semiramis rimane una meteora incandescente: un disco di pura avanguardia e passione giovanile che ancora oggi lascia a bocca aperta gli appassionati di tutto il mondo.

Un Primo Ascolto: Quì


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giovedì 17 settembre 2026

L'Ombra della Sera - Segreti nel Nero 2026 (Italia) RPI

Cover album Segreti nel Nero - L'Ombra della Sera 2026

 Un viaggio ipnotico nel mistero della TV italiana degli anni '70

Con l'album Segreti nel Nero, il supergruppo L'Ombra della Sera, creato dai membri de La Maschera di Cera (Fabio Zuffanti, Alessandro Corvaglia, Agostino Macor) insieme a Martin Grice (Delirium) e Andrea Orlando (La Coscienza di Zeno,  firma un’opera affascinante.

Il disco è un tributo al fascino dei famosi sceneggiati televisivi di genere giallo, sci-fi e mistero della Rai degli anni '70. Tra sigle storiche reinterpretate ed elementi di pura invenzione, la band prende le leggendarie composizioni di maestri come Riz Ortolani, Berto Pisano ed Enrico Simonetti e le riplasma secondo il proprio linguaggio musicale.

Caratteristiche musicali

Sound Vintage e Atmosferico: Il disco punta su strumentazioni dell'epoca - sintetizzatori vintage, organo, mellotron, flauto e sax - per creare un'atmosfera sospesa nel tempo, scura ma avvolgente.

Prog Rock e Intrecci Generi: Le fondamenta appartengono al rock progressivo di matrice dark/gotica e sinfonica, ma vengono arricchite con inserti psichedelici, spunti jazz, venature funkeggianti e passaggi cameristici.

La Suite Monumentale: Il fulcro narrativo e musicale dell'album è rappresentato dai 19 minuti di Le Venti Giornate di Torino, colonna sonora immaginaria ispirata all'omonimo romanzo di Giorgio De Maria, articolata in 8 movimenti che spaziano da momenti di tensione sotterranea ad aperture liriche.

Cosa vuole trasmettere la band

L'Ombra della Sera non si limita all'effetto nostalgia. Il messaggio e l'intento profondo dell'opera sono chiari:

Il brivido dell'ignoto: Recuperare quella sensazione di lucida inquietudine e mistero che la televisione in bianco e nero riusciva a stampare nell'immaginario collettivo degli spettatori.

Musica come narrazione visiva: Ogni brano lavora per immagini; l'ascolto diventa una vera e propria proiezione cinematografica della mente.

Memoria e modernità: Dimostrare come il patrimonio delle colonne sonore italiane degli anni '70 mantenga una potenza espressiva straordinaria, capace di parlare con forza e attualità anche al pubblico di oggi.

Line-up

Agostino Macor (tastiere, orchestrazioni)

Fabio Zuffanti (basso)

Martin Grice (sax, flauto)

Andrea Orlando (batteria)

Alessandro Corvaglia (tastiere, voce)

Tracklist

Albert e L'uomo Nero (4:26)

Gamma (6:09)

Ritratto di Donna Velata (3:36)

Fantastic Fly (Racconti Fantastici) (5:36)

A Come Andromeda (6:43)

La Traccia Verde (6:10)

La Ballata Di Carini (L'amaro Caso della Baronessa di Carini) (5:33)

Le Venti Giornate di Torino (19:06)

Cento Campane (Il Segno del Comando) (4:55)

A Blue Shadow (Ho Incontrato un'Ombra) (10:46)

"Segreti nel Nero" è un lavoro elegante, evocativo e accessibile sia agli amanti del rock progressivo che a chiunque voglia lasciarsi trasportare dall'iconica estetica del mistero all'italiana. Un ascolto consigliato da assaporare rigorosamente a luci soffuse.

Per un primo ascolto e l'acquisto: Quì

martedì 15 settembre 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VII°) Part. V° (Francia) Carpe Diem

 

Band Carpe Diem
Carpe Diem

Chiudiamo questa settima cinquina restando in Francia con un'altra band, i Carpe Diem, che ancora oggi fa parlare di se negli ambienti esclusivi degli appassionati e collezionisti

Rubrica Storie delle prog band minori: Carpe Diem

Nel panorama progressive francese degli anni '70, costellato da un lato dalla drammaticità teatrale degli Ange e dall'altro dalle sonorità oscure dei Magma, una band proveniente da Nizza scelse una strada completamente diversa: quella dell'eleganza pura, della trasparenza sonora e di un lirismo quasi pastorale. Quei musicisti rispondevano al nome di Carpe Diem e, tra il 1975 e il 1976, incisero due album in studio che rimangono tra le pagine più luminose e poetiche del prog europeo.

La loro musica, priva di virtuosismi e di aggressività, era un flusso continuo di arpeggi acustici, intrecci di flauto e sax, tastiere cristalline e lunghe digressioni atmosferiche che ricordavano i momenti più eterei dei Camel e dei Pink Floyd.

Architetture trasparenti e raffinatezza timbrica

I Carpe Diem vantavano una formazione dal gusto arrangiativo unico: Christian Trucchi (tastiere e voce), Gilbert Abbenanti (chitarra), Alain Berg (basso), Alain Faraut (batteria) e l'elemento chiave Claude-Marius David (sax e flauto traverso).

A differenza di molti gruppi simili che saturavano gli spazi con muri di organo Hammond o distorsioni, i Carpe Diem lavoravano sulla sottrazione e sul colore timbrico. Il sax soprano e il flauto non intervenivano per brevi assoli, ma guidavano le linee melodiche principali, intrecciandosi con il lavoro pulitissimo della chitarra e con le tessiture avvolgenti dei sintetizzatori.

La doppietta capolavoro: En Regardant Passer le Temps (1975) e Cueille le Jour (1976)

In soli due anni, la band di Nizza dette alla luce due opere imprescindibili per qualsiasi collezionista del genere:

En Regardant Passer le Temps (1975): L'esordio contemplativo

Cover album  En Regardant Passer le Temps - Carpe Diem 1975

Pubblicato per l'etichetta Arcane, l’album d'esordio è una meditazione in musica. Fin dai primi minuti della traccia d'apertura "Voyage du Non-Retour", la band mostra la propria cifra stilistica: tempi fluidi, sfumature jazz-rock trattenute e una straordinaria capacità di dilatare le strutture musicali. La suite "Publiophobie" e la splendida Jeux du siecle mostrano un intreccio continuo tra flauto, pianoforte elettrico e chitarra, stendendo un tappeto sonoro ipnotico dove il tempo sembra davvero fermarsi.

Cueille le Jour (1976): La piena maturità sinfonica

Cover album Cueille le Jour - Carpe Diem 1976

Il secondo album, pubblicato per la celebre etichetta Crypto, affina ulteriormente la formula rendendo il suono ancora più ricco e sinfonico. Diviso in sei composizioni di varia durata, l'album è un viaggio cromatico straordinario in cui fughe di sintetizzatore Moog, assoli lirici di sax e momenti acustici toccano vertici di pura bellezza. La conclusiva suite "Coulers", oltre 21 minuti di passione musicale, chiude l'opera con una spinta ritmica più decisa, confermando la perfetta coesione del gruppo.

Un'eredità d'immensa poesia

Nonostante l'accoglienza entusiastica della critica dell'epoca, le difficoltà finanziarie e i mutamenti del mercato musicale portarono la band allo scioglimento prima di poter completare un terzo lavoro.

I due album dei Carpe Diem rimangono tuttavia due monumenti di grazia ed equilibrio: la dimostrazione di come il rock progressivo sapesse essere sognante, colto e contemplativo senza mai risultare pretenzioso. Un'aggiunta d'obbligo per chiudere con la massima classe questa mia cinquina francese.

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VII°) Part. IV° (Francia) Shyloch


Cover album  Ile De Fievre - Shyloch 1978

Dalle coste della Normandia ci spostiamo in Alsazia per raccontare la storia di una band che ha fatto della perizia tecnica, dell'ampiezza degli arrangiamenti e della pura potenza sinfonica la propria bandiera: i Shyloch.

Se c'è un gruppo francese che ha saputo raccogliere l'eredità degli Yes più complessi e dei Camel più melodici per fonderli in un'unica, travolgente architettura sonora, quello è proprio il quintetto dei Shyloch.

Rubrica Storie delle prog band minori: Shyloch

Nel 1977, in una fase storica in cui l'industria discografica voltava definitivamente le spalle alle strutture complesse e ai brani di lunga durata, una formazione di Strasburgo decise di ignorare ogni logica di mercato per dare vita a un'opera monumentale. Quei musicisti erano gli Shyloch con  due album pubblicati a distanza di un anno l'uno dall'altro, "Gialorgues" 1977 e "Île de Fièvre" 1978 (pubblicato per la celebre etichetta Crypto), quest'ultimo, rappresenta un capolavoro assoluto di prog sinfonico, caratterizzato da un virtuosismo eccelso e da una produzione sorprendentemente nitida e potente.

Ci soffermeremo quì sul loro secondo straordinario lavoro, un disco esuberante, dinamico e privo di tempi morti, capace di unire la precisione matematica britannica alla consueta sensibilità poetica transalpina.

Architetture virtuose e sfumature di flauto

I Shyloch vantavano una formazione dal livello tecnico davvero impressionante. Il gruppo vedeva alla guida Didier Lustig (tastiere e sintetizzatori), Frédéric l'Epèe (chitarra elettrica ed acustica), Serge Summa (basso) e Andrè Fisichella (batteria e percussioni).

Ciò che distingueva i Shyloch da molte altre formazioni francesi dell'epoca era la scelta di dare alla chitarra solista e ai sintetizzatori un ruolo preminente e aggressivo: gli assoli fluidi ed espressivi  s'intrecciavano a fitte fughe di tastiera che regalava improvvise aperture pastorali e sognanti, garantendo un continuo cambio di colore timbrico.

Île de Fièvre (1979): Un viaggio tra luce e virtuosismo


L'album si sviluppa in sei tracce-capolavoro dove la melodia si sposa costantemente con tempi dispari e strutture articolate:


Île de Fièvre: La title-track d'apertura è un manifesto di puro rock progressivo. Riff taglienti di chitarra, synth squillanti e una sezione ritmica implacabile introducono un virtuosismo  espressivo in un crescendo che lascia subito a bocca aperta per impatto e precisione.


 Le Sang des Capucines: Un brano complesso e geometrico in cui le tastiere di Lustig si prendono la scena, dialogando con arpeggi di chitarra classica, pause e  improvvise ripartenze che ricordano la lezione dei Gentle Giant e dei Focus.


Choral, Himogène, Lierre  d'aujourd'hui e Laocksetal: Episodi in cui la band dimostra di saper dominare sia la delicatezza acustica che la lunga durata sinfonica. I momenti più sognanti lasciano il posto a lunghi intermezzi strumentali ricchi di pathos, sorretti da assoli di chitarra elettrica carichi di sustain ed eleganza.

Un monumento al tramonto del genere

Uscito in un anno difficile per il prog, "Île de Fièvre" fu una testimonianza discografica importante lasciata dagli Shyloch prima dello scioglimento. Nonostante la mancanza di un seguito, l'album ha saputo conquistare col tempo uno status di culto indiscutibile tra i collezionisti di tutto il mondo, venendo riconosciuto come una delle produzioni più pulite, mature e brillanti di tutta la scena francese tardo-settanta.

Gli Shyloch hanno dimostrato che la passione per la grande musica sinfonica non poteva essere spenta dalle mode del momento, regalandoci un'opera di rara potenza e intramontabile bellezza.

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Cover album Et Après... - Memoriance 1976

Dalle dissonanze teatrali degli Arachnoid facciamo tappa in Normandia, per la precisione a Le Havre,
per scoprire una band che ha saputo incarnare la componente più sognante, eterea e poetica del prog sinfonico francese: i Memoriance.

Se cercate intrecci chitarristici raffinati, tastiere avvolgenti dal retrogusto spaziale e strutture mai concitate, i Memoriance rappresentano uno dei segreti meglio custoditi d'oltralpe.

Rubrica Storie delle prog band minori: Memoriance

Nel 1976, mentre la scena progressive europea iniziava a subire i primi colpi di coda del cambiamento discografico, una formazione formatasi sulle coste della Normandia dà alle stampe per la Eurodisc un LP di rara bellezza: "Et Après...". Quella band si chiamava Memoriance e il loro album d'esordio è oggi ricordato come un capolavoro di equilibrio, eleganza e romanticismo sinfonico.

Capaci di sposare il pathos teatrale tipico dei gruppi transalpini con le trame malinconiche alla Steve Hackett ed echi spaziali in stile Pink Floyd, i Memoriance hanno creato un sound morbido, avvolgente e stratificato.

Intrecci chitarristici e cattedrali di tastiere

La cifra stilistica dei Memoriance poggiava su un'intesa strumentale priva di virtuosismi da sfoggio. La formazione dell'esordio vedeva Jean-François Périer alle tastiere e voce, Didier Guillaumat alla chitarra solista e voce, Jean-Pierre Boulais alla chitarra ritmica e voce, Michel Aze al basso e Didier Busson alla batteria.  

Il lavoro delle due chitarre (una costante presenza di arpeggi acustici e assoli lirici dai lunghi sustain) si combinava a meraviglia con il pianoforte e i sintetizzatori di Périer. Le parti vocali, cantate in francese con discrezione e tonalità suggestive, non prevaricavano mai la musica, ponendosi come un ulteriore elemento di atmosfera all'interno della trama orchestrale.

Et Après... (1976): Tra paesaggi pastorali e romanticismo

L'album Et Après... si sviluppa attraverso quattro composizioni di ampio respiro, ricche di variazioni timbriche e sfumature dinamiche:

Je Ne Sais Plus: L'apertura del disco definisce subito le coordinate sonore della band. Un arpeggio malinconico introduce un tema melodico guidato dalla chitarra e sorretto da un basso profondo e pulsante, per poi evolversi in aperture d'organo e synth di stampo squisitamente sinfonico.  

La Grange Mémoriance: Un brano straordinario per costruzione, dove gli arpeggi acustici dal sapore pastorale sfociano in dinamiche sinfoniche di ampio respiro. La sensibilità lirica della chitarra richiama da vicino le atmosfere di dischi come Wind & Wuthering o le produzioni dei francesi Carpe Diem.  

Et Après... e Tracsir: La seconda facciata contiene la suite che da il titolo all'album e il brano di chiusura. Tra cambi di ritmo fluidi, momenti di distensione psichedelica ed esplosioni melodiche, la band dimostra una maturità compositiva notevole, mantenendo sempre un tono poeticamente trattenuto e mai sguaiato.  

Un percorso unico nel prog d'Oltralpe

A differenza di molte band meteora, i Memoriance riuscirono a dare un seguito al proprio debutto, pubblicando qualche anno dopo (nel 1979) l'ambizioso concept album "L'Écume des Jours", ispirato all'omonimo romanzo di Boris Vian. Ciononostante, è proprio la freschezza sognante del primo disco, Et Après..., a rimanere impressa a fuoco nel cuore dei collezionisti.

I Memoriance rimangono la testimonianza di come il prog francese sapesse volare alto anche nelle sue declinazioni più delicate, regalandoci una musica che continua ad affascinare a distanza di decenni.

Un Primo Ascolto: Quì

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