domenica 30 agosto 2026

The Emerald Dawn - The Land, The Sea, The Air (Volume 2) 2026 (UK) Neo Prog

Cover album  The Land, The Sea, The Air (Volume 2) - The Emerald Dawn  2026
                                  The Emerald Dawn - The Land, The Sea, The Air (Volume 2°)

Se sei un appassionato di prog rock o sei alla ricerca di un viaggio musicale avvolgente e d'impatto, l'album "The Land, The Sea, The Air (Volume 2)" degli The Emerald Dawn è un lavoro che merita assolutamente la tua attenzione. Pubblicato nel 2026, questo album in studio si sviluppa lungo 45 minuti e 14 secondi di musica ricca di atmosfere, capaci di trasportare l'ascoltatore attraverso paesaggi sonori naturali, emozionali e ricchi di tensione drammatica.

Tracklist:

L'album si compone di tre ampie suite suddivise in varie sezioni narrative:

1) Song of the Rainforest (21:20)

I. Balance

II. Incursions

III. Loss

IV. Regret

2) Rivers of Tears (14:58)

I. The Natural Cycle

II. Disruption

3) Paradise (8:56)

I. Losing Paradise

II. Harmony Regained

Analisi Musicale e Atmosfera

La forza principale degli Emerald Dawn risiede nella loro capacità di dipingere vere e proprie immagini sonore. In questo secondo volume dedicato ai tre elementi naturali (terra, mare e aria), la band esplora il contrasto profondo tra l'equilibrio della natura e l'impatto distruttivo o trasformativo dell'uomo.

1. Song of the Rainforest (21:20)

È il cuore pulsante e la traccia più lunga del disco. Nei suoi oltre 21 minuti, il brano si apre con Balance, evocando l'armonia originaria di una foresta pluviale attraverso le delicate melodie del flauto di Tree Stewart e i tappeti sintetici. Man mano che ci si addentra in Incursions e Loss, le atmosfere si fanno più cupe e drammatiche: le chitarre e i sassofoni di Ally Carter prendono il sopravvento, sorretti da una ritmica incalzante di basso e batteria. Si chiude con Regret, un movimento malinconico ed emozionante che lascia il segno.

2. Rivers of Tears (14:58)

Questa seconda suite affronta il tema dell'acqua e del flusso delle emozioni. In The Natural Cycle, la musica scorre fluida, mettendo in risalto l'uso di strumenti moderni come il Roli Seaboard affiancati al basso a 6 corde di Dave Greenaway, che dona profondità e corpo al brano. Con Disruption, la traccia subisce una svolta energica e quasi inquietante, dove la batteria di Tom Jackson spinge il ritmo verso toni più complessi e dinamici.

3. Paradise (8:56)

L'album si chiude con il brano più breve ma estremamente significativo. Losing Paradise trasmette una sensazione di smarrimento e tensione solenne, guidata dalla voce suggestiva di Tree Stewart. Fortunatamente, la conclusione affidata a Harmony Regained apre uno spiraglio di speranza: la musica ritrova la sua armonia viscerale, offrendo un finale maestoso e pacificante che chiude perfettamente l'esperienza d'ascolto.

Punti di Forza distintivi dell'album

Varietà strumentale: L'integrazione di strumenti classici del prog (sassofono, flauto, chitarra) con tecnologie moderne (Roli Seaboard, handSonic) garantisce un sound fresco e mai banale.

Grande coesione: La sezione ritmica formata da Dave Greenaway e Tom Jackson crea una base solida e articolata su cui la melodia può svilupparsi liberamente.

Accessibilità: Nonostante le strutture complesse e i brani di lunga durata, l'album risulta fluido, melodico e piacevole anche per chi non è un cultore del genere progressive.

Conclusione

"The Land, The Sea, The Air (Volume 2)" è un viaggio emotivo completo che unisce poesia, natura e grande perizia tecnica. Gli Emerald Dawn confermano la loro abilità nel creare concept album immersivi che sanno parlare al cuore dell'ascoltatore. Un ascolto consigliatissimo per chiunque ami la musica suonata con passione e ricca di sfumature!

Line-up

Ally Carter: Chitarre, sassofono soprano e tenore, tastiere

Tree Stewart: Voce, tastiere, flauto, handSonic, Roli Seaboard

Dave Greenaway: Basso a 6 corde

Tom Jackson: Batteria

Un Primo Ascolto: Quì

venerdì 28 agosto 2026

Karfagen – Omni II Act I: The Glass of Time 2026 (Ucraina) Symphonic Prog

 

Cover album Omni II Act I: The Glass of Time - Karfagen 2026

Un viaggio tra tempo, memoria e grande musica

Se c’è una certezza incrollabile nel panorama del rock progressivo moderno, è che Antony Kalugin e le sue creature musicali ucraine (sotto l’insegna di progetti storici come Karfagen e Sunchild) non smettono mai di stupire per creatività, costanza e una passione viscerale. Con "Omni II Act I: The Glass of Time", il poliedrico tastierista e compositore firma un lavoro di straordinaria maturità, capace di riaffermare con forza i Karfagen ai vertici del neo-prog sinfonico europeo.

Kalugin è da anni considerato uno dei più instancabili architetti del prog contemporaneo: noto per la sua capacità di sfornare concept album maestosi a ritmi serrati senza mai sacrificare la cura dei dettagli, riesce a unire il sapore nostalgico dei giganti degli anni '70 (Yes, Genesis, Camel) a una sensibilità melodica modernissima, sognante e mai pretenziosa.

La struttura dell'opera

Analisi Strumentale e Cast Stellare

Dal punto di vista sonoro ci troviamo di fronte a un’opera monumentale in cui ogni strumento ha uno spazio calibrato al millimetro: non si tratta mai di virtuosismo fine a sé stesso, ma di un continuo e fluido intreccio di emozioni.

Tastiere e Regia (Antony Kalugin): Kalugin si conferma il vero direttore d’orchestra dell'opera. Le sue tastiere spaziano con disinvoltura da sintetizzatori scintillanti a pianoforti delicati e organi vintage, dettando i ritmi, i cambi di tempo e le atmosfere surreali del disco.

Ospiti d’Eccezione: L'elenco dei musicisti coinvolti è una vera e propria Hall of Fame del prog internazionale:

La presenza di Roine Stolt (frontman dei The Flower Kings) alla chitarra e alla voce porta con sé quell'inconfondibile tocco sinfonico svedese.

John Hackett (fratello dello storico chitarrista dei Genesis, Steve Hackett) regala con il suo flauto passaggi di incredibile poesia e leggerezza folk.

Marek Arnold al sax soprano inserisce pennellate calde e raffinate nei momenti più intimi.

Le chitarre di Kalle Wallner (RPWL), Max Velychko e Dmytro Ignatov offrono assoli graffianti ed epici che bilanciano alla perfezione i momenti più melodici.

Le voci carismatiche di Yogi Lang, Marco Glühmann e Jean Pageau, affiancate dai cori evocativi di Olha Rostovska e Maria Panasenko, donano al disco una varietà timbrica e una profondità drammatica eccezionali.

La sezione ritmica - guidata dall'impeccabile batteria di Alexandr Murenko, dal basso solido di Michael Stolt e dalle sonorità speciali del Chapman Stick di Pascal Gutman - asseconda con naturalezza i continui cambi di tempo, rendendo l'ascolto sempre dinamico e fluido.

Analisi Tematica: I Contenuti dell'Album

I titoli dei brani tracciano una rotta concettuale ben precisa: il tempo, la memoria, la fragilità dell'esistenza e la speranza.

Il Tempo e lo Specchio (The Glass of Time e Beyond the Mirror): L'album si apre e si chiude (nella sua sezione principale) con le due parti di The Glass of Time. Il "vetro del tempo" rappresenta la clessidra e la memoria, un tema da sempre caro a Kalugin. La musica riflette questa scorrevolezza: traccia dopo traccia si interroga su ciò che resta e su ciò che si trasforma.

La Fragilità Umana (How Fragile We Are, Shadowbound): In un periodo storico complesso per la terra d'origine della band, la fragilità non viene vista come una debolezza, ma come consapevolezza della bellezza della vita. Brani come How Fragile We Are e Carry On spingono verso la resilienza, offrendo un messaggio di speranza universale che invita ad andare avanti nonostante le ombre.

Il Capitolo Bonus (Under the Northern Lights, We Live While We Remember): Nel capitolo finale (OMNI Part 6), la riflessione diventa ancora più intima. We Live While We Remember ("Viviamo finché ricordiamo") sintetizza il cuore emotivo dell'opera: l'immortalità dell'anima risiede nei ricordi e nell'arte che ci lasciamo indietro.

Confronto con le Opere Precedenti

Paragonato a capolavori acclamati dalla critica come "Dragon Island" o "Birds of Passage", questo capitolo mostra un approccio ancora più corale e sinfonico. Se Dragon Island puntava molto sulle atmosfere fiabesche e strumentali, qui c'è una maggiore integrazione tra le parti vocali e quelle orchestrali, grazie anche alla ricchissima schiera di ospiti.

Rispetto a "Seven" o "Echoes From Within Dragon Island", la struttura "concept" appare ancora più coesa: i temi musicali ritornano, si evolvono e si intrecciano tra la prima e la seconda parte dell'album, regalando la sensazione di ascoltare un'unica grande suite in continua evoluzione.

Conclusione

"Omni II Act I: The Glass of Time" dei Karfagen dimostra come Antony Kalugin sia ormai un punto di riferimento imprescindibile per il prog-rock contemporaneo. Ricco di sfumature, accessibile al primo ascolto ma capace di svelare nuovi dettagli ad ogni riascolto, è un opera che unisce maestria tecnica e un cuore emotivo pulsante. Un ascolto obbligato per i cultori del genere e per chiunque ami la musica suonata col cuore.

Per un primo ascolto e l'acquisto: Quì

Steve Hackett & Steve Rothery - The Roaring Waves 2026 (UK) Symphonic Prog

Cover album The Roaring Waves - Steve Hackett & Steve Rothery 2026

Quando due pilastri storici del rock progressivo uniscono le forze, le aspettative si impennano inevitabilmente. Con The Roaring Waves, pubblicato proprio oggi tramite InsideOut Music, Steve Hackett (leggendaria chitarra dei Genesis) e Steve Rothery (storico chitarrista co-fondatore dei Marillion) danno vita a un'opera interamente strumentale della durata complessiva di 45 minuti e 12 secondi.

Nato da una collaborazione informale maturata negli anni e concretizzatasi negli studi del Racket Club, l'album esplora un filo conduttore ben definito: il mare in tutte le sue sfaccettature, da quelle tempestose e drammatiche fino ai momenti di contemplazione e viaggio lungo le coste.

Analisi Tematica

Il concetto cardine del disco ruota attorno all'elemento marino, inteso sia come forza naturale che come scenario di memorie e leggende.

L'aspetto drammatico e tempestoso: Brani come The Storm e la title-track The Roaring Waves mettono in risalto la potenza incontrollabile dell'oceano, traducendo in suono il vento, il fragore delle onde e la sensazione di imminente pericolo.

La memoria e il luogo: Sandsend e Pacific Coast Highway introducono un approccio più nostalgico e narrativo. Se la prima attinge ai ricordi della costa dello Yorkshire vicina a Whitby, la seconda evoca il fascino del viaggio aperto e del paesaggio costiero americano.

Mistero e storia: Con Red Dragon, K-129 (riferimento al famoso sottomarino sovietico scomparso nelle acque del Pacifico) e The Black Sea, l'album si tinge di toni scuri, misteriosi ed epici, esplorando l'ignoto dei fondali e l'inquietudine delle acque profonde.

Analisi Strumentale ed Esecutiva

Dal punto di vista dell'intreccio sonoro, il disco evita deliberatamente la trappola del "duello tra virtuosi", puntando su un dialogo maturo e complementare tra i due protagonisti.

Le Chitarre: Steve Hackett porta con sé la sua classica impronta timbrica - arpeggi limpidi, l'uso dell'armonica a bocca per sfumature blues/bluesy e gli iconici assoli dal sustain infinito ottenuti con il sistema Sustainer e tecniche di tapping. Steve Rothery risponde con il suo inconfondibile approccio melodico, basato su frasi intense, l'uso sapiente del delay, arpeggi avvolgenti e un tocco lirico di straordinaria espressività.

Tastiere e Basso: Rothery condivide la gestione delle tastiere e delle linee di basso con Riccardo Romano. I synth e gli arrangiamenti sinfonici non prevaricano mai le chitarre, ma costruiscono ampi scenari orchestrali e atmosfere d'ambiente su cui i due solisti si scambiano i temi principali.

La Sezione Ritmica: La batteria è suddivisa tra Daniele Pomo (presente sui brani 1, 2, 3 e 4) e Leon Parr (impegnato su The Black Sea e Pacific Coast Highway). Entrambi offrono un supporto dinamico impeccabile: Pomo predilige passaggi sinfonici e cambi di tempo strutturati, mentre Parr si concentra su groove ampi e d'impatto.

Guida ai Brani

The Storm (6:51): Apertura drammatica con tastiere imponenti e riff d'impatto che simulano l'arrivo della tempesta, seguiti da uno scambio di assoli serrato.

Sandsend (4:45): Traccia intima e delicata, guidata da arpeggi acustici e melodie aperte che richiamano la tranquillità di una spiaggia scozzese o britannica al mattino.

Red Dragon (4:18): Pezzo ritmato e incalzante, caratterizzato da un groove di basso evidente e da un registro chitarristico più aggressivo e incisivo.

The Roaring Waves (7:11): Il punto culminante dell'album. Una vera e propria suite in miniatura con sezioni orchestrali, improvvise variazioni dinamiche e un duetto finale di chitarra tra i più intensi dell'opera.

K-129 (7:53): Traccia cupa e progressiva. L'atmosfera claustrofobica dei fondali marini viene resa da sonorità basse di sintetizzatore e note tenute a lungo dalla chitarra di Rothery.

The Black Sea (6:41): Brano d'atmosfera in cui l'armonica di Hackett si fonde con le tappe melodiche di Rothery, creando un suggestivo contrasto tra folk e neo-prog.

Pacific Coast Highway (7:33): Chiusura solare e distesa. Il ritmo costante simula l'incedere di un viaggio su strada al tramonto, lasciando spazio a un finale melodico di ampio respiro.

Conclusione

The Roaring Waves è un lavoro elegante, equilibrato e accessibile anche a chi non frequenta abitualmente il progressive rock più complesso. Hackett e Rothery mettono da parte l'egocentrismo per offrire 45 minuti di pura pittura sonora, dimostrando come la classe e la sensibilità melodica possano ancora raccontare grandi storie senza bisogno di usare le parole. Un ascolto consigliato a tutti gli amanti della buona musica chitarristica e d'atmosfera.

Per un Primo Ascolto e l'acquisto: Quì


giovedì 27 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IV°) Part. V° (Argentina) Espìritu

Dalla Danimarca torniamo in Sud America, e più precisamente in Argentina, per chiudere in bellezza questa quarta cinquina. Se i Crucis rappresentavano l'anima più elettrica e virtuosistica del prog argentino, gli Espíritu ne incarnano il lato più poetico, spirituale e profondamente lirico. E proprio come i loro connazionali, anche questi straordinari musicisti portano nel proprio DNA un'inconfondibile "anima italiana", fatta di melodie solari, intrecci acustici e quella drammaticità appassionata tipica della nostra scuola sinfonica.


Cover album Crisalida - Espiritu 1975

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori: Espíritu

 Nel panorama del rock progressivo sudamericano degli anni '70, l'Argentina ha saputo sviluppare una sensibilità unica, capace di coniugare la complessità delle strutture europee con un calore umano travolgente. Se gruppi come i Crucis puntavano sull'aggressività e sul virtuosismo ritmico, gli Espíritu hanno scelto la strada della poesia, della luce e del lirismo spirituale.

 Autori nel 1975 di un debutto memorabile intitolato "Crisalida", questo quintetto di Buenos Aires ha firmato uno dei concept album più emozionanti dell'intero continente, con una spiccata affinità stilistica ed emotiva verso la grande scuola del Prog Rock Italiano.

 Dalle radici latine alla luce di Buenos Aires

 Gli Espíritu si formano nei primi anni '70 per iniziativa del chitarrista e compositore Osvaldo Favrot e del cantante Fernando Bergé. La formazione classica che darà vita al primo album si completa con il tastierista Gustavo Fedel, il bassista Claudio Martinez e il batterista Carlos Goler.

 Fin dai loro esordi dal vivo, la band si distingue per l'incredibile cura degli arrangiamenti e per la ricerca di un sound che non fosse una semplice replica del prog britannico. Gli Espíritu volevano raccontare storie profonde, legate alla metamorfosi dell'anima, alla speranza e alla ricerca interiore, trovando nella lingua spagnola un veicolo espressivo perfetto, caldo e declamatorio.

Crisalida: L'anima italiana nel cuore dell'Argentina

 Pubblicato nel 1975, Crisalida è un concept album incentrato sul ciclo della vita e sulla trasformazione spirituale (rappresentata appunto dalla crisalide che si schiude). Fin dalle prime note è impossibile per un ascoltatore italiano non cogliere una fortissima affinità elettiva con band nostrane come la Premiata Forneria Marconi (quella di Storia di un minuto), i Celeste o le trame più delicate del Banco del Mutuo Soccorso.

 L'anima italiana emerge con forza in diversi elementi:

La vocalità appassionata e teatrale: La voce di Fernando Bergé possiede quel lirismo limpido e drammatico tipico dei grandi cantanti del nostro prog. Non c'è la freddezza accademica di certo prog nordeuropeo, ma un canto aperto, viscerale, ricco di pathos e dinamica.

Gli intrecci acustici e pastorali: I dialoghi tra la chitarra classica ed elettrica di Osvaldo Favrot e il flauto (che fa delicate apparizioni) evocano immediatamente le atmosfere bucoliche e soleggiate della PFM, creando momenti di rara poesia sensoriale.

 Cattedrali di tastiere e melodia sempre al centro: Gustavo Fedel tesse trame avvolgenti all'organo Hammond, al Mellotron e al pianoforte. Ma la tecnica non è mai fine a se stessa: ogni cambio di tempo, ogni fuga di tastiere sfocia sempre in un'apertura melodica memorabile e luminosa.

 L'album si sviluppa come un unico flusso sonoro diviso in più parti (tra cui spiccano le splendide Hay un Mundo Luminoso ( e il brano d'apertura La Casa de la Mente), dove momenti di quiete acustica si alternano a improvvise ed epiche esplosioni sinfoniche.

 Una meteora di rara bellezza

 Nonostante il grandissimo successo di pubblico e critica ottenuto con le esibizioni dal vivo al Luna Park di Buenos Aires, le crescenti tensioni politiche in Argentina e le divergenze interne portarono a continui cambi di formazione. La band pubblicherà altri quattro album negli anni successivi (Libre Y Natural nel 1976, Espíritu III nel 1982, En movimiento nel 1983 e Fronteras Màgicas nel 2003), ma la magia pura e irripetibile racchiusa nei solchi di Crisálida rimarrà ineguagliata.

 Crisálida è la prova di come il rock progressivo sia stato una grande lingua madre europea in grado di valicare gli oceani per ritrovare, nell'abbraccio caldo dell'Argentina, quell'anima solare, mediterranea e poetica che continua a far battere il cuore dei collezionisti di tutto il mondo.

Un primo ascolto: QUI

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IV°) Part. IV° (Danimarca) Ache

Voliamo in Danimarca per riscoprire gli Ache, un gruppo formidabile che già nei primissimi anni '70 proponeva un prog sinfonico ed esplorativo di assoluta avanguardia, lontano dalle mode e con un uso impressionante dell'organo Hammond.

Cover album De Homine Urbano - Ache 1970

Rubrica Storie delle prog band minori: Ache – De Homine Urbano (1970)

Quando si parla dell'alba del rock progressivo europeo nei primissimi anni '70, la mente va subito alla Gran Bretagna o alla Germania. Eppure, nel profondo Nord, la Danimarca vantava una scena fermentativa di primissimo ordine. Tra le band più audaci e mature di quel periodo spiccano gli Ache, un quartetto che già nel 1970, con il suo primo capolavoro "De Homine Urbano", ha saputo firmare una delle opere più avanguardistiche, complesse e visionarie dell'epoca.

Mentre molti gruppi stavano ancora cercando di capire come integrare la musica classica nel rock, gli Ache avevano già perfezionato un linguaggio unico, dove lunghe suite strumentali e intuizioni teatrali si fondevano in un'esperienza sonica totale.

I pionieri di Copenaghen

Formatisi a Copenaghen alla fine degli anni '60, gli Ache vedevano nella loro formazione di punta Torsten Olafsson (basso, voce e percussioni), Finn Olafsson (chitarre), Glenn Fischer (batteria) e il vero e proprio motore sonoro della band, il tastierista Peter Mellin.

Già da questo suo fantasioso esordio del 1970 (De Homine Urbano), la band si distinse per una scelta radicale: comporre brani lunghissimi pensati per accompagnare spettacoli di danza moderna e parti teatrali. Questo legame con le arti visive diede alla loro musica una spiccata natura drammatica e cinematografica, priva delle classiche strutture canzone pop dell'epoca.

De Homine Urbano: L'organo Hammond e l'avanguardia nordica

Pubblicato nel 197o dalla Philips, De Homine Urbano è un album monumentale diviso sostanzialmente in due grandi suite che occupano le due facciate del vinile. È un lavoro d'impatto, oscuro e magnificamente distorto, guidato da un approccio tastieristico che non sfigura affatto accanto a quello di giganti come Keith Emerson o Jon Lord.

Il dominio sonoro di Peter Mellin: Mellin fa letteralmente ruggire il suo organo Hammond. Il suo stile passa con disinvoltura da contrappunti di chiara matrice bachiana a dissonanze quasi jazz e rumoriste, anticipando molte soluzioni che il prog sinfonico avrebbe adottato solo negli anni successivi.

Tensioni ritmiche e intrecci di chitarra: La chitarra di Finn Olafsson si muove tra arpeggi delicati e riff pesanti, quasi hard rock, mentre la sezione ritmica di Fischer e Torsten Olafsson garantisce cambi di tempo continui e una spinta propulsiva ipnotica.

La suite che dà il titolo all'album, De Homine Urbano, è un capolavoro di drammaturgia musicale: tra passaggi cantati in lingua madre (e in inglese), esplosioni d'organo e momenti di pura improvvisazione d'avanguardia, il brano dipinge affreschi sonori cupi ed epici con una maestria disarmante per il 1970.

Un'eredità da riscoprire

Nonostante l'immenso valore artistico dei loro primi due lavori, la svolta verso sonorità più commerciali negli anni successivi portò a un ridimensionamento del nome degli Ache, che finirono per sciogliersi alla fine del decennio.

Tuttavia, De Homine Urbano rimane una pietra miliare assoluta del prog scandinavo e proto-sinfonico. Un album coraggioso, oscuro e incredibilmente maturo per i suoi tempi, che merita di essere riscoperto da tutti gli amanti delle sonorità analogiche più viscerali e avventurose.

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Precedente: Capitolo IV° (Parte III°) Bacamarte (Brasile)

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IV°) Part. III° (Brasile) Bacamarte

 Dalla Germania ci spostiamo nel cuore del Sud America. Se l'Argentina ha avuto nei Crucis la sua punta di diamante, il Brasile ha risposto con una band capace di firmare quello che da molti collezionisti è considerato uno dei più grandi capolavori del progressive rock mondiale degli anni '80 (sebbene scritto nel decennio precedente): i Bacamarte e il loro leggendario album "Depois Do Fim".

Cover album  Depois do Fim - Bacamarte 1983

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori: Bacamarte

Ci sono album che sembrano benedetti da una magia irripetibile. Opere nate in contesti apparentemente sfavorevoli che, una volta incise su solco, riescono a superare qualsiasi prova del tempo, trasformandosi in leggenda. Nel panorama del progressive rock sudamericano, nessun disco incarna questa parabola con maggiore forza di "Depois Do Fim" dei brasiliani Bacamarte.

Composto quasi interamente alla fine degli anni '70 dal giovanissimo virtuoso della chitarra e polistrumentista Mário Neto, ma pubblicato solo nel 1983 a causa del disinteresse delle grandi case discografiche, questo album è un uragano di perizia tecnica, lirismo latino e foga sinfonica.

La visione di Mário Neto a Rio de Janeiro

La storia dei Bacamarte ha origine a Rio de Janeiro nel 1974. Il leader indiscusso del progetto è Mário Neto, un chitarrista dal talento mostruoso che a soli sedici anni ha già chiarissimo in testa il suono della sua band: una sintesi perfetta tra il prog sinfonico di matrice britannica (Yes, Genesis, Gentle Giant), il virtuosismo della musica classica e la travolgente energia ritmica della tradizione musicale brasiliana.

Attorno a sé Neto raduna musicisti straordinari, tra cui spiccano il tastierista Sergio Villarim, il flautista Marcus Moura e la giovanissima cantante Jane Duboc, dotata di un timbro vocale limpido, potente e di un'estensione impressionante.

L'album viene registrato nel 1977, ma la dittatura militare ancora presente nel paese e la totale chiusura delle major discografiche verso la musica complessa bloccano il master in un cassetto per ben sei anni. Sarà lo stesso Neto, nel 1983, a rilevare i diritti e a stampare l'album in modo indipendente.

Depois Do Fim: Un incanto sonoro

Ascoltare Depois Do Fim è un'esperienza travolgente. L'album è un susseguirsi di dinamiche mozzafiato dove la velocità esecutiva non va mai a discapito della melodia e dell'emozione.

 I fuochi d'artificio di Mário Neto: Il lavoro chitarristico di Neto è semplicemente strabiliante. I suoi arpeggi di chitarra classica si alternano a assoli elettrici fulminei, caratterizzati da una precisione millimetrica e da un gusto per il contrappunto che attinge a piene mani da Bach e Villa-Lobos.

 Flauto, tastiere e la voce di Jane Duboc: Il flauto di Marcus Moura dà un tocco pastorale ed etereo alle composizioni, mentre le tastiere di Villarim creano ricchi tappeti d'organo e sintetizzatore. Sopra questo intreccio perfetto svetta la voce di Jane Duboc, che canta in portoghese con una passione e un lirismo che lasciano a bocca aperta, specialmente negli interventi vocali del monumentale "Entardecer".

La sezione ritmica sorregge il tutto con tempi dispari continui e una pulsazione quasi latina che dà alla musica una spinta propulsiva unica.

Un monumento del prog mondiale

Nonostante la pubblicazione tardiva nel 1983, quando ormai il punk e la new wave dominavano la scena globale, l'impatto di Depois Do Fim fu devastante nell'ambiente degli appassionati. Il passaparola valicò rapidamente i confini del Brasile, trasformando il disco in un oggetto di culto assoluto in Europa e in Giappone.

Oggi, i Bacamarte sono universalmente riconosciuti come uno dei punti più alti mai raggiunti dal rock progressivo sudamericano. Depois Do Fim è un capolavoro di rara intensità, un ascolto imperdibile che aggiunge una luce caldissima e abbagliante a questa nostra rubrica.

Un primo ascolto: QUI

Precedente: Capitolo IV° (Parte II°) Epidaurus (Germania)

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IV°) Part. II° (Germania ) Epidaurus

 Dalle atmosfere sognanti e complesse del Medio Oriente torniamo in Germania, ma questa volta abbandoniamo del tutto il versante più folle e teatrale dei Grobschnitt per immergerci in un monumento di pura eleganza sinfonica, dominato da organo e Mellotron. Voliamo nella Bassa Sassonia per scoprire gli Epidaurus, autori di uno dei dischi d'esordio più affascinanti e ricercati di tutto il prog tedesco tardivo.

Cover album  Earthly Paradise - Epidaurus 1977

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori: Epidaurus

Quando si esplora la scena tedesca della seconda metà degli anni '70, si ha spesso l'impressione che il rock progressivo si stesse dividendo in due strade: da un lato la sperimentazione elettronica purissima, dall'altro una sterzata verso il pop-rock. Eppure, nel 1977, una giovanissima formazione di Bochum decide di fare esattamente l'opposto: ignorare qualsiasi condizionamento commerciale per edificare un'opera sinfonica maestosa, strumentale per quasi la sua interezza e totalmente devota ai grandi maestri del prog classico. Loro sono gli Epidaurus e il loro album "Earthly Paradise" è una gemma di rara e delicata bellezza.

L'architettura dei due tastieristi

Fondati nel 1976, gli Epidaurus ruotavano attorno a una scelta d'arrangiamento ben precisa e ambiziosa: la presenza contemporanea di due tastieristi, Günther Henne e Gerd Linke. Insieme a loro, la formazione comprendeva il bassista Heinz Kunert e il batterista Volker Oehmig (affiancato in studio dal percussionista Manfred Struck e dalla cantante Christiane  per un breve intervento vocale) e Peter Majer al flauto. 

L'idea di avere due tastieristi sul palco non serviva a mostrare muscoli o virtuosismo di maniera, ma a costruire una tessitura sonora multistrato. Mentre uno si occupava di stendere maestosi tappeti d'organo Hammond e Mellotron, l'altro ricamava melodie ricche di pathos con il pianoforte acustico e il sintetizzatore Moog.

Earthly Paradise: Un viaggio strumentale e romantico

Pubblicato nel 1977 per un'etichetta indipendente locale in una tiratura limitatissima, Earthly Paradise è un disco che fa della dinamica e dell'atmosfera la sua forza principale. Composto da cinque sole tracce, l'album si sviluppa come una lunga suite rilassante ma mai banale, dove il senso della melodia resta sempre al centro.

Le cattedrali di Mellotron e synth: Il suono del disco è caldo, avvolgente, quasi pastorale. L'uso del Mellotron evoca paesaggi sterminati e cieli aperti, ricordando da vicino le atmosfere contemplative dei Camel di Moonmadness o le trame cosmiche dei colleghi tedeschi Novalis.

Il flauto e le sfumature liriche: Il Flauto di Peter Majer interviene con grande misura, inserendosi nei dialoghi delle tastiere con assoli puliti e altamente melodici. Il raro cantato, vede la voce femminile di Christiane aggiungere un tocco etereo e fiabesco a un panorama sonoro già di per sé molto evocativo.

Il brano di punta dell'album, Actions and Reactions, sintetizza al meglio la cifra stilistica della band: oltre sette minuti di cambi di tempo fluidi, crescendo emotivi e trame strumentali che catturano l'ascoltatore senza mai risultare noiose o pretenziose.

La riscoperta di un "Paradiso Terrestre"

Come accaduto a tante altre perle del prog minore, la scarsissima promozione e la distribuzione limitata relegarono Earthly Paradise a un oblio durato anni, trasformando il vinile originale in un oggetto da collezione dal valore altissimo.

La riscoperta avvenuta negli anni '90 grazie alle ristampe in CD ha però permesso di riabilitare un lavoro di altissima classe. Earthly Paradise non è un disco di rottura, ma un atto d'amore puro nei confronti del rock sinfonico più romantico ed elegante. Un ascolto avvolgente.

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Precedente: Capitolo IV° (Parte I°) Atmosphera (Israele)

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IV°) Part. I° (Israele ) Atmosphera

Brevi Storie delle prog band minori: Atmosphera

Cover Album  Lady of Shalott - Atmosphera 1977

Quando si tracciano le coordinate del progressive rock anni '70, il Medio Oriente appare spesso come una terra ai margini. Eppure, proprio in Israele, in un clima culturale e politico tutt'altro che semplice, un gruppo di giovanissimi musicisti è riuscito a creare un'opera di rara bellezza sinfonica, capace di competere ad armi pari con i monumenti di Yes e Genesis. Loro sono gli Atmosphera e la loro storia è legata a un disco fondamentale ma rimasto nell'ombra per due decenni: "Lady of Shalott (1977)".

Il sogno sinfonico a Tel Aviv

Gli Atmosphera nascono a Tel Aviv a metà degli anni '70 per iniziativa del chitarrista e principale compositore Moti Fonseka. Attorno a lui si raccoglie una formazione di talenti straordinari: il tastierista Yuval Rivlin, il bassista Alon Nadel, il batterista Ami Lipner e il cantante Efrayim Barak, la cui voce pulita e versatile rappresenterà uno dei marchi di fabbrica del gruppo.

Mentre la scena locale prediligeva sonorità pop, folk o rock più commerciali, gli Atmosphera sceglievano una strada intransigente: brani lunghissimi, metriche irregolari, arrangiamenti complessi e testi interamente in inglese ispirati alla mitologia e alla letteratura cavalleresca, come il ciclo arturiano.

Lady of Shalott: Un capolavoro sospeso nel tempo

Nel 1977 la band entra in studio per registrare il suo primo concept album, Lady of Shalott. Il risultato è un compendio perfetto di prog sinfonico di matrice britannica, ma attraversato da un'energia e da una sensibilità del tutto particolari.

Architetture di tastiere ed eleganza chitarristica: Yuval Rivlin domina la scena con un uso maestoso del Mellotron, del pianoforte e dei sintetizzatori, creando tappeti sonori orchestrali che richiamano i lavori di Tony Banks. Su queste basi, Moti Fonseka ricama assoli di chitarra cristallini e arpeggi raffinati che guidano l'ascoltatore attraverso continui cambi di tempo e di atmosfera.

Le grandi suite: L'album si sviluppa attorno a tracce imponenti come la title-track Lady of Shalott e la monumentale Cuckoo (Love's Labour's Lost), suite di oltre quindici minuti in cui la band mostra una maturità compositiva disarmante. I passaggi acustici e delicati si alternano a improvvise accelerazioni guidate da una sezione ritmica tecnica e precisissima.

Nonostante la bellezza eccelsa del materiale, la storia prese una piega drammatica: le case discografiche locali trovarono il progetto "troppo complesso e poco commerciale" per il mercato israeliano dell'epoca, rifiutandosi di pubblicarlo. Sopraffatti dalle difficoltà economiche e dalla frustrazione, gli Atmosphera si sciolsero poco dopo.

La rinascita dopo vent'anni

Per oltre due decenni, Lady of Shalott è rimasto un fantasma, un nastro dimenticato che girava solo tra le mani di pochi collezionisti fortunati. La svolta è arrivata nel 2002, quando l'etichetta specializzata Mellow Records ha finalmente pubblicato l'album in CD, restituendo al mondo un capolavoro perduto.

Oggi, "Lady of Shalott" è riconosciuto all'unanimità come una delle pietre miliari del prog sinfonico internazionale degli anni '70. Un disco radioso, elegante e profondo che dimostra come la magia della grande musica non conosca confini geografici.

Un primo ascolto: QUI

Prefazione

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mercoledì 26 agosto 2026

Yes - Aurora 2026 (Symphonic Prog) UK

                                                              Yes - Aurora

Cover album Aurora - Yes 2026

Gli Yes tornano a far parlare di sé con "Aurora" (uscito a giugno 2026 per Inside Out Music), ventiquattresimo lavoro in studio che rappresenta una vera rinfrescata per la storica formazione britannica. Un album luminoso, accessibile anche a chi si avvicina per la prima volta al mondo del rock progressivo, capace di bilanciare le grandi architetture sonore del passato con un respiro moderno e immediato.

A guidare questa nave c'è l'attuale formazione, un mix perfetto di storia e continuità: il pilastro Steve Howe alla chitarra (presente dal 1970), Geoff Downes alle tastiere (già protagonista nell'era Drama), Jon Davison con la sua voce limpida e cristallina dal 2012, Billy Sherwood al basso (scelto dal leggendario Chris Squire) e Jay Schellen alla batteria, erede del tocco di Alan White. Ad arricchire il tutto c'è l'impatto visivo curato dallo storico illustratore Roger Dean insieme a Freya Dean, le cui copertine sognanti traducono in immagini l'idea di rinascita evocata dal titolo.

L'ascolto si apre con la title-track Aurora, sette minuti e ventisette secondi che partono da un'atmosfera sognante per poi esplodere in un intreccio solare tra chitarre e tastiere. La strada si fa subito più diretta con Turnaround Situation, un brano dal ritmo incalzante e dalle melodie vocali contagiose, che cede il passo alla delicatezza di Love Lies Dreaming, una traccia soffusa e dominata dai tocchi acustici di Howe.

Il vero cuore pulsante del disco arriva con i quasi quattordici minuti di Countermovement: qui la band sfoggia il suo lato più autenticamente prog, regalandoci una suite magnifica, ricca di continui cambi di tempo, assoli virtuosi ed evoluzioni strumentali di altissimo livello.

Riconquistato l'equilibrio con la maestosa ed elegante Ariadne, intrisa di suggestioni mitologiche, l'album scivola verso la sua seconda metà. La breve e dinamica All Hands On Deck porta una sferzata di energia positiva prima di Outside The Box, episodio dalle sonorità più moderne e sperimentali che esce dagli schemi tradizionali della band. A chiudere la scaletta principale ci pensa la profonda ed espressiva Emotional Intelligence, incentrata su linee vocali particolarmente limpide e intime. Per i collezionisti, l'esperienza si completa con due tracce bonus di grande fascino: le sferzate ritmiche di Jambustin' e la dolcezza distensiva di Watching The River Roll.

Per gli amanti dell'alta fedeltà, l'edizione Deluxe rappresenta un passaggio imperdibile, grazie ai mix in Dolby e audio surround 5.1 curati da Curtis Schwartz, capaci di regalare a ogni nota una tridimensionalità sorprendente. Aurora si rivela così un'opera fluida e coinvolgente, dimostrando che la fiamma degli Yes continua a brillare con immutata freschezza.

Un Primo ascolto: Countermovement

Buy: Quì


Manic Vice – Solo En Nuestra Cabeza (2026) Eclectic Prog - Spagna

 

Cover album  Solo En Nuestra Cabeza - Manic Vice 2026

Negli ultimi anni, la scena progressive rock spagnola sta vivendo una nuova primavera creativa, capace di mescolare la grande tradizione del rock andaluz e del prog vintage con sonorità moderne e imprevedibili. L’esempio più nitido e affascinante di questa tendenza è "Solo En Nuestra Cabeza", il lavoro targato Manic Vice.

Non lasciatevi spaventare dall'etichetta "Eclectic Prog": questo disco non è un semplice esercizio di stile per tecnici del suono o addetti ai lavori. Al contrario, è un viaggio musicale estremamente accessibile, pieno di melodie trascinanti, cambi di tempo frizzanti e una vena ironica teatrale che cattura l'ascoltatore fin dal primo minuto.

Un viaggio traccia per traccia

L’album è strutturato come una montagna russa di emozioni e stili musicali, dosando momenti di pura energia con passaggi più intimi e riflessivi:


1. Patrocinado por McChrystal's (1:05) Una breve introduzione sfrontata e ironica che mette subito in chiaro le intenzioni della band: spiazzare e divertire prima di fare sul serio.

2. Canción de Reencuentro (I. Tirar la Toalla; II. No Quieres Ver Ná; III. El Porvenir (6:16) Una vera e propria mini-suite divisa in tre parti. Qui la band mostra i muscoli della composizione prog: partendo da momenti più rilassati e malinconici, la traccia cresce fino a esplodere in un finale pieno di speranza e carica ritmica.

3. Da Igual (5:31) Un brano dal sapore groovy, arricchito dal basso ospite di Martín Samos Ventureira. Le linee di basso pulsanti si intrecciano con chitarre e tastiere, creando un'atmosfera quasi rock-fusion davvero irresistibile.

4. Jambalaya (4:28) Eclettismo allo stato puro! Come il piatto tipico da cui prende il nome, questo pezzo unisce ingredienti e spezie musicali differenti, regalandoci un ritmo incalzante e divertente.

5. Comic Boy (3:02) Pezzo conciso, fresco e diretto. Un’esplosione di energia pop-prog che si stampa subito in testa, perfetta per spezzare il ritmo dell'album.

6. Tu Palabra No Valía Nada (6:26) Uno dei punti più intensi e drammatici del disco. Le chitarre si fanno più graffianti e le voci (con l'intreccio tra maschile e femminile) trasmettono tanta rabbia e passione.

7. La Estela del Navegante Solitario (5:28) Traccia evocativa e atmosferica, dove le tastiere creano paesaggi sonori ampi e sognanti. Sembra davvero di viaggiare in mare aperto guidati dalla musica.

8. El Fin (pt.1) (6:52) La prima parte di un dittico fondamentale. Un pezzo strutturato, con cambi di tempo sorprendenti e assoli di chitarra che faranno la felicità degli amanti del genere.

9. El Fin (pt.2) (3:46) Continuazione diretta della traccia precedente, ma con un'impronta più serrata e ritmica che porta a una chiusura potente e drammatica.

10. La Mujer Esquizofrenica del S. XXI (5:11) Un titolo provocatorio per un brano ironico e schizofrenico nei suoni. Cambi improvvisi di genere, synth e ritmiche serrate dipingono perfettamente la frenesia del secolo attuale.

11. Sólo en Nuestra Cabeza (5:39) La title-track che chiude l'opera. Un brano completo, emozionante e riassuntivo di tutta l'anima del disco, lasciando all'ascoltatore la sensazione di aver vissuto un'avventura sonora indimenticabile.

Considerazioni finali

"Solo En Nuestra Cabeza" è la dimostrazione di come il Progressive Rock possa essere fresco, divertente e contemporaneo. I Manic Vice riescono a bilanciare la complessità dei tempi dispari con una grande sensibilità melodica e una freschezza interpretativa rara. Un album consigliatissimo non solo agli appassionati del prog classico (da Yes a King Crimson), ma a chiunque ami la buona musica rock suonata con il cuore e con la testa.

Line-up

Martín Cervera Villalobos: Chitarre, basso, voce

Celia Martín Navas: Tastiere, voce

Nicolás Marquerie Lorenzo: Batteria

Ospiti:

Martín Samos Ventureira: Basso ("3. Da Igual")

Un primo ascolto e l'acquisto: Quì


lunedì 24 agosto 2026

Big Big Train - Woodcut 2026 (Symphonic Prog) UK . Review

Cover album Woodcut - Big Big Train 2026

 Big Big Train – Woodcut (2026)

Un’opera concettuale di altissimo profilo

Ci sono band che non si accontentano di adagiarsi sui propri successi, ma sentono il bisogno viscerale di evolversi, di scavare sempre più a fondo nella materia sonora per tirarne fuori un senso nuovo. È esattamente quello che hanno fatto i Big Big Train con "Woodcut", sedicesimo album in studio e vera e propria pietra miliare della loro trentennale carriera.

Se con il precedente The Likes Of Us (2024) il gruppo aveva inaugurato la transizione verso la formazione guidata dalla carismatica voce di Alberto Bravin, Woodcut alza radicalmente l'asticella: ci troviamo di fronte al primo concept album continuo e organico nella storia del gruppo.

Il tema centrale ruota attorno alla figura dell'Artista, alla spinta creativa, all'ossessione per il dettaglio e al sottile confine che separa l'ispirazione dalla perdita di sé. Come un incisore che intaglia il legno asportando il superfluo per rivelare l'immagine nascosta, i Big Big Train costruiscono una narrazione sonora simmetrica, fatta di contrasti tra luce e ombra, positivo e negativo.

Il suono: tradizione e rinnovamento

Ciò che rende Woodcut un lavoro di rara brillantezza è il perfetto equilibrio tra la maestosità del Symphonic Prog classico (i richiami alla delicatezza dei Genesis o alla profondità dei dettagli stilistici inglesi) e un'energia viscerale, a tratti moderna e inaspettatamente grintosa.

I sedici brani che compongono il disco non si presentano come una semplice sequenza di canzoni, ma come un'unica grande suite fluida in cui i temi musicali (i classici leitmotiv) ritornano, si trasformano e cambiano forma nell'arco dell'opera.

La formazione schierata è in uno stato di grazia invidiabile:

Alberto Bravin si conferma un leader d'eccezione, capace di passare da momenti di estrema dolcezza e intimismo a interpretazioni vocali intense e drammatiche.

L'ossatura ritmica guidata da Gregory Spawton (basso e pedali) e Nick D’Virgilio (batteria e percussioni) è una roccia di precisione e dinamismo.

La sezione strumentale composta da Oskar Holldorff (tastiere, Mellotron, piano) e Rikard Sjöblom (chitarre, organo Hammond) regala intrecci armonici sontuosi.

La presenza determinante del violino di Clare Lindley e della tromba di Paul Mitchell arricchisce la tavolozza sonora con colori folk, classici e sognanti.

Viaggio traccia per traccia: i punti salienti dell'album

L'Apertura e la Creatività: L'introduttiva e malinconica Inkwell Black predispone l'ascoltatore all'atmosfera d'insieme, cedendo il passo alla magnificenza di The Artist. In oltre sette minuti, questo brano riassume l'essenza stessa del prog: chitarre acustiche a 12 corde, esplosioni ritmiche, soli di tromba toccanti e un testo che affronta i dubbi di chiunque cerchi di creare arte. The Lie Of The Land prosegue con intrecci vocali e pianoforti avvolgenti che ricordano la natura incontaminata delle campagne inglesi.

Tensioni e Inquietudini: Con The Sharpest Blade e la frenetica Albion Press l'album mostra il suo lato più spigoloso e avvincente. Qui emergono ritmi sincopati, la voce graffiante e misteriosa di Clare Lindley e riff rock di grande impatto, a testimoniare la tormentata ossessione del protagonista.

I Contrasti e la Svolta: La parte centrale del disco gioca su specchi e contrapposizioni. Tracce più raccolte come Chimaera o la poetica Arcadia offrono un respiro acustico e melodico di grande lirismo, mentre pezzi vertiginosi e complessi come la strumentale Cut And Run o l'impetuosa Warp And Weft mostrano la band al massimo della propria potenza tecnica e virtuosistica.

Verso il Finale: Man mano che ci si avvicina alla conclusione, Light Without Heat e Dreams In Black And White riprendono i temi iniziali rivestendoli di una luce diversa, carica di disillusione e consapevolezza. La vetta emotiva dell'album si raggiunge con Counting Stars: oltre cinque minuti di pura estasi progressiva, sostenuti dai pedali del basso, da un assolo di chitarra mozzafiato e dall'interpretazione vocale forse più commovente dell'intero disco. A chiudere il cerchio ci pensa Last Stand, epilogo perfetto e maestoso che sigilla il racconto.

Giudizio Finale

"Woodcut" non è semplicemente un gran bel disco di rock progressivo: è la dimostrazione di come un genere storico possa rimanere vivo, vibrante e rilevante senza scivolare nell'effetto nostalgia o in esercizi di stile fine a se stessi.

I Big Big Train hanno confezionato un'opera coerente, elegante, ricca di sfumature narrative e musicali, capace di conquistare sia il fan storico alla ricerca di ricchezza strutturale, sia l'ascoltatore occasionale guidato dal gusto per le buone melodie e le grandi storie. Un lavoro destinato a rimanere a lungo nelle cuffie e nei cuori degli appassionati.

Un primo ascolto: The Artist, Albion Press, Chimaera, Cut And Run, Counting Stars

Buy: Quì


domenica 23 agosto 2026

The Tirith – Quetzalcoatl (2026) UK - Progressive Rock / Space Rock / Classic Rock Revival

 

Cover album  Quetzalcoatl - The Tirith 2026

The Tirith: Il ritorno dei maestri dell'underground britannico

Il viaggio dei The Tirith è uno dei capitoli più affascinanti e atipici della storia del rock progressivo britannico. Nati originariamente nei primi anni '70, la band ha attraversato decenni di metamorfosi, pause prolungate e rinascite, consolidandosi negli ultimi dieci anni come una garanzia per tutti gli amanti delle sonorità prog dure, psichedeliche e ricche di atmosfera.

Con il loro nuovo lavoro del 2026 dal titolo "Quetzalcoatl", il quartetto dimostra una matura consapevolezza dei propri mezzi, riuscendo a mescolare la ruvidità del classic/hard rock a soluzioni space-prog raffinate, sostenute da una produzione moderna e vibrante.

L'Opus e la Copertina: Tra Mito, Spazio e Natura

Già dal titolo e dalla suggestiva copertina (che ritrae il celebre serpente piumato azteco avvolto attorno a una piramide Mesoamericana su uno sfondo di un cosmico-tramonto), si intuisce l'ispirazione concettuale del disco. Quetzalcoatl è un album esoterico, narrativo e fortemente evocativo, dove mitologia antica, fantascienza, sguardi alla natura ed elucubrazioni filosofiche si intrecciano in un viaggio sonoro di dodici tracce.

L'interazione tra le chitarre incisive di Tim Cox e l'impalcatura di tastiere gestita da Anthony Hill (con l'apporto dello stesso Cory) crea una trama armonica densa, mentre la sezione ritmica di Williams e Cory garantisce un groove solido, dinamico e mai banale.

Analisi Brano per Brano

1. Intro: L'album si apre con una breve ma immersiva introduzione atmosferica. Tappeti di tastiere spaziali ed effetti ambientali preparano l'ascoltatore, creando quella classica suspense da opera prog prima dell'esplosione musicale.

2. Quetzalcoatl: La title-track entra in scena con un riff di chitarra granitico e ritmi incalzanti. È un brano maestoso, sorretto da tastiere sferzanti e dalla voce carismatica di Richard Cory. Il mix tra elementi etnici/mitologici ed energico hard-prog anni '70 la rende immediatamente uno dei punti di forza dell'intero disco.

3. The Slide: la band rallenta leggermente il ritmo ma aumenta il groove. Chitarre dal sapore bluesy e linee di basso pulsanti creano un'atmosfera avvolgente e psichedelica, arricchita da un assolo di chitarra ispido e ricchissimo di pathos.

4. Moon King: Uno dei momenti più trascinanti ed evocativi del lavoro. Moon King mette in mostra l'anima space-rock dei The Tirith: synth sognanti, ritmiche ipnotiche e un refrain vocale che si stampa in testa al primo ascolto.

5. Back to Space: Come suggerisce il titolo, qui la band decolla definitivamente verso le stelle. Un pezzo che strizza l'occhio ai grandi maestri dello Space Rock (Hawkwind, Eloy), caratterizzato da arpeggi di synth, chitarre sferzanti e una ritmica marziale.

6. Rabbit Ings: Collocato al centro del disco, Rabbit Ings introduce sfumature folk e intimiste. L'uso della chitarra acustica e le stratificazioni vocali regalano una parentesi pastorale e malinconica, squisitamente britannica, mettendo in luce la versatilità compositiva della band.

7. Dancing with Vampires: Un cambio di registro netto: Dancing with Vampires è un brano dalle tinte più scure e teatrali. Con un giro di basso cupo ed elegante e chitarra e tastiere quasi gotiche, la traccia sviluppa una tensione crescente davvero efficace.

8. Spirit of the Volcano: Esplosiva e potente, Spirit of the Volcano restituisce tutta la carica hard-rock della formazione. Le rullate di Paul Williams sostengono duetti infuocati tra la chitarra di Cox e i synth di Hill.

9. Masters of Highways: Un brano ritmato e "on the road", sorretto da un piglio quasi stoner/classic rock. Le chitarre graffiano e la struttura, pur rimanendo complessa negli arrangiamenti, risulta fresca e d'impatto.

10. Save The Oak: Un vero e proprio manifesto ecologista e spirituale. Save The Oak fonde atmosfere prog-folk ad accelerazioni sinfoniche. I cambi di tempo e l'interpretazione vocale intensa ne fanno una delle gemme nascoste della seconda metà del disco.

11. No Mind (Mushin): Ispirato al concetto zen di Mushin (la mente senza mente, uno stato di totale presenza privo di ego), questo pezzo prevalentemente strumentale/atmosferico offre passaggi sognanti, ricchi di sfumature tastieristiche ed esecuzioni chitarristiche di eccezionale delicatezza.

12. The Riddles:  La perfetta conclusione dell'album. The Riddles riassume tutti gli elementi ascoltati fino ad ora: suite complessa, variazioni dinamiche, crescendo epici e un finale monumentale che lascia l'ascoltatore desideroso di far ripartire il disco da capo.

Conclusioni

In "Quetzalcoatl", i The Tirith dimostrano di non essere una band ancorata unicamente alla nostalgia, ma un collettivo musicale vivo, viscerale e in continua evoluzione. L'equilibrio tra la potenza dell'hard-rock vintage e la maestosità dello space/progressive rock è dosato con grande maestria.

La produzione, pur mantenendo un impatto organico e "suonato vero", risulta nitida, permettendo a ogni strumento - dai preziosi intrecci di tastiere alle frequenze calde del basso - di respirare al meglio.

Per chi ama il rock progressivo che sa essere al contempo melodico, energico, sognante e mai pretenzioso, Quetzalcoatl rappresenta un ascolto imprescindibile di questo 2026.

Line-up

Tim Cox: Chitarre

Richard Cory: Basso, Voce, Chitarra acustica, Tastiere

Paul Williams: Batteria, Canti di supporto / Voce

Anthony Hill: Tastiere


Un primo ascolto: Quetzalcoatl, Moon King, Save The Oak, The Riddles

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sabato 22 agosto 2026

Soft Machine - Thirteen 2026 (UK) Jazz-Prog Canterbury

 

Cover album  Thirteen - Soft Machine 2026

Il miracolo di Canterbury continua: I Soft Machine e l’eredità visionaria di "Thirteen"

È difficile credere che nel 2026 si possa ancora recensire un nuovo album in studio firmato Soft Machine. Eppure, a cinquantotto anni di distanza dall'esordio, la sigla più importante e seminale del cosiddetto "Canterbury Sound" è tornata con un lavoro intitolato emblematicamente Thirteen (pubblicato per la Dyad Records).

Registrato in pochissimi giorni ai Temple Music Studios nel Surrey, l'album vede la formazione attuale - capitanata dallo storico chitarrista John Etheridge e dal poliedrico Theo Travis (sax, flauti, mellotron), affiancati dalla straordinaria sezione ritmica di Fred Baker al basso fretless e Asaf Sirkis alla batteria - compiere un piccolo miracolo. Thirteen non è una stanca operazione nostalgica, ma un ponte ideale sospeso tra il presente e l'avanguardia più pura.

Il Filo Rosso con la Trilogia d’Oro ('68 - '70)

Per i lettori del nostro blog che venerano i primi tre storici capitoli della band, questo disco riserva vibrazioni familiari ma declinate in modo inedito. C'è un legame spirituale profondo che unisce Thirteen a quella rivoluzione di fine anni Sessanta:

 The Soft Machine (1968) & Volume Two (1969): L'urgenza dadaista, la psichedelia sghemba e lo spirito libertario di Kevin Ayers, Robert Wyatt e Daevid Allen riecheggiano qui in modo esplicito. Non è un caso che la traccia di chiusura si intitoli Daevid’s Special Cuppa, un commovente omaggio psichedelico che include contributi postumi di chitarra glissata dello stesso Allen dei Gong. C’è poi Waltz For Robert, uno splendido brano introdotto dal flauto di Travis che suona come una lettera d’amore e rispetto indirizzata proprio a Robert Wyatt.

 Third (1970): Il capolavoro del jazz-rock europeo rivive nella concezione delle suite a lungo respiro. Il cuore pulsante di Thirteen è infatti The Longest Night: una traccia monumentale di ben tredici minuti. Esattamente come accadeva in Third, qui il tempo si dilata. La band si lancia in un progressive rock epico, mescolando improvvisazione libera, loop elettronici e un assolo di chitarra di Etheridge da brividi.

Tra Modernità e Campionamenti Storici

Ciò che rende Thirteen un ascolto obbligatorio per il 2026 è la capacità di suonare fresco. L’apertura con Lemon Poem Song mette subito in chiaro le cose: un jazz-rock caldo, avvolgente, dove la batteria di Sirkis e il basso di Baker creano un tappeto poliritmico solido e modernissimo.

Ma la vera chicca per gli appassionati dell'avant-garde d'epoca si trova in Open Road. In questo pezzo, dominato dal sax e dalle tastiere, i Soft Machine utilizzano dei campionamenti d'archivio di un Mellotron storico, messi a disposizione nientemeno che da Steven Wilson. Il risultato è un suono stratificato, "cameristico" ma al contempo alieno, che si inserisce perfettamente nella tradizione più sperimentale della band.

Il mio Verdetto

Thirteen è la dimostrazione che l’avanguardia non è un genere musicale legato a un'epoca, ma uno stato mentale. I Soft Machine del 2026 non scimmiottano il passato, lo onorano. Se avete amato la libertà espressiva, il jazz acido e la follia controllata dei primi tre album, in questo tredicesimo capitolo troverete la stessa identica fiamma che brucia ancora, vivida e incontaminata. Un disco denso, ineccepibile e, a tratti, profondamente emozionante.

Un primo ascolto: Quì

venerdì 21 agosto 2026

The Claypool Lennon Delirium – The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy 2026 (US) Eclectic Prog

 

Cover album  The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy - The Claypool Lennon Delirium 2026

The Claypool Lennon Delirium – The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy 2026

Genere: Eclectic Prog / Psychedelic Rock

Se c’è un’operazione artistica che nel panorama odierno continua a sfidare le leggi della gravità musicale, è la collaborazione stravagante e geniale tra Les Claypool (deus ex machina dei Primus) e Sean Ono Lennon. Con la loro terza opera intitolata "The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy", il duo firma senza dubbio uno degli album più affascinanti, imprevedibili e complessi di questo 2026.

Ci troviamo di fronte a un lavoro di puro Eclectic Prog studiato nei minimi dettagli, dove la perizia tecnica e la visione lisergica si incontrano in una produzione acustica e sonora impeccabile.

Un’architettura sonora dominata dalla Sezione Ritmica

Ciò che salta subito all’orecchio ascoltando quest’opera è la scelta precisa del mixaggio e della produzione (curata dagli stessi Claypool e Lennon insieme a Matt Winegar, e masterizzata da Stephen Marcussen): la sezione ritmica è costantemente posizionata in primissimo piano.

Il basso pulsante, elastico, viscerale e inconfondibile di Les Claypool funge da vera e propria colonna portante per ogni singola traccia. Anziché limitarsi ad accompagnare, il basso guida la linea melodica, creando un'impalcatura dinamica su cui si innestano chitarre psichedeliche, tastiere vintage, sitar ed elementi orchestrali opachi. Basso e batteria sostengono gli altri strumenti solisti lasciando loro il giusto spazio per respirare, ma senza mai arretrare di un millimetro.

A completare questa cornice c'è la dimensione vocale: il canto si muove magistralmente tra tonalità teatrali, declamazioni surreali e vere e proprie aperture liriche. Il contrasto tra l’impostazione grottesca e narrante di Claypool e i cori trasognati, quasi neopsichedelici e trasparenti di Sean Lennon crea un cortocircuito espressivo d'impatto unico.

Analisi Strutturale dei Brani: Un Viaggio traccia per traccia

Per comprendere appieno la raffinatezza di quest'album di oltre 62 minuti, è necessario analizzare la complessa architettura con cui sono stati incastrati i singoli pezzi:

1. Pro-Log (0:37): Un breve preludio atmosferico e sognante che spalanca le porte del teatro dell'assurdo dei due musicisti.

2. W.A.P. (5:02): Il primo vero manifesto del disco. Ritmica in primo piano con tempi dispari che cambiano continuamente pelle. Il basso slap di Claypool intreccia riff obliqui con la chitarra elettrica di Lennon, in un crescendo ritmico serrato.

3. The Wake Up Call (2:53): Traccia più breve e nevrotica. Vede la partecipazione eccezionale di Gabby La La al sitar e ai cori, donando al brano una sfumatura etnica/raga-rock acida e lisergica.

4. Meat Machines (5:32): Una suite in miniatura. I cambi di tempo sono ipnotici: si passa da un groove funky-metal rallentato a momenti di puro spessore progressive anni '70, con sintetizzatori analogici e chitarre arpeggiate.

5. Troll Bait (4:57): Brano oscuro e tagliente. La struttura drammatica della voce qui diventa teatrale, vicina alle atmosfere del prog teatrale britannico (stile Genesis era Peter Gabriel), sorretta da una batteria secca e priva di fronzoli.

6. Simplest of Deeds (2:15): Un’interruzione acustica ed essenziale, delicatezza armonica che dimostra la versatilità compositiva del duo.

7. Heart of Chrome (5:14): Una cavalcata elettrica e meccanica. Le chitarre distorte di Lennon disegnano trame ipnotiche mentre la ritmica di Claypool imita il movimento inesorabile di una macchina in movimento.

8. Through the Horizon (4:05): Rilassamento psichedelico in cui la voce di Lennon sale verso registri quasi lirici e sospesi, ricordando le migliori produzioni cosmiche degli anni '60s.

9. Mantra of the Manatee (3:34): Traccia surreale, costruita su un pattern di basso circolare e ipnotico su cui si appoggiano strati di cori ipnotici.

10. The Golden Egg of Empathy (3:50): La title-track (con la voce dell'ospite Willow). Un brano dalla struttura raffinata, dove la melodia vocale s'intreccia con fraseggi orchestrali e un basso melodico che canta letteralmente insieme ai vocalist.

11. Cliptopia (3:38) Un brano strumentale che sviluppa un tema futurista e distopico.

12. Cliptron Scuttle (2:14): Un brano concettuale che è un'esplosione ibrida di jazz-fusion/prog nevrotica e virtuosistica.

13. Melody of Entropy (5:41): Malinconica e complessa, questa traccia esplora metriche irregolari e contrappunti armonici, conducendo l'ascoltatore verso il finale.

14. It's a Wrap (12:56): La vera pietra angolare dell'album. Una vera e propria suite di quasi 13 minuti che racchiude tutte le anime del disco: sezioni jam estese, improvvisazioni controllate, cambi di tempo repentini, riprese dei temi precedenti e un finale orchestrale che sfuma in un silenzio carico di significato.

Il Concetto e i Testi: Un Paradosso tra Tecnologia ed Empatia

Fin dal titolo (The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy, un gioco di parole ironico tra "Parrot/Parrot-Ox" e "Paradox"), l'album affronta temi lirici attuali ma riletti attraverso una lente surreale, grottesca e satirica.

Il filo conduttore dei testi riflette sulla perdita dell'empatia nella società contemporanea, schiava dell'algoritmo, dell'omologazione (l'uccello "pappagallo" che ripete ciò che sente senza capire) e della tecnologia alienante (esplicitata in brani come Meat Machines e Cliptopia).

Il "Golden Egg" (l'uovo d'oro) rappresenta quel nucleo fragile di umanità e compassione che l'uomo moderno rischia di distruggere o mercificare. La narrazione - accompagnata anche da un fumetto incluso nel booklet disegnato da Rich Ragsdale - tratta la tragicommedia umana con sferzante sarcasmo, senza però mai perdere quel tocco di profonda e poetica malinconia.

Conclusione

The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy non è un album facile da metabolizzare al primo ascolto, ed è proprio questo a renderlo speciale. È un lavoro prezioso, certosino, dove ogni nota, ogni cambio di tempo e ogni frequenza di basso sono stati posizionati con la precisione di un orologiaio svizzero.

Per chi ama la musica suonata ai massimi livelli, la grande psichedelia e la complessa architettura del prog rock eclettico, questo disco rappresenta senza dubbio una delle tappe obbligate e più esaltanti dell'intero 2026.

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giovedì 20 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. V° (Polonia ) Exodus

Per l'ultimo tassello di questo terzo volume compiamo un salto temporale e geografico affascinante. Ci spostiamo nella Polonia del 1980, oltre la Cortina di Ferro. In un'epoca in cui nel resto d'Europa il progressive rock classico era considerato ormai defunto, una band polacca firma un debutto monumentale, che fonde il sinfonismo spaziale degli Yes con la maestosità elettronica dei Tangerine Dream. Chiudiamo in bellezza con gli Exodus e il loro capolavoro: "The Most Beautiful Day".

Cover album The Most Beautiful Day - Exodus 1980
Exodus – The Most Beautiful Day 

Rubrica Storie delle prog band minori: Exodus – The Most Beautiful Day (1980)

Mentre il mondo intero salutava l’arrivo degli anni '80 a ritmo di New Wave, Post-Punk ed elettronica sintetica, in Polonia il tempo sembrava essersi fermato per regalare una delle ultime, immense fiammate del progressive rock sinfonico vecchio stile. Nel 1980, la band di Varsavia Exodus debutta sul mercato con "The Most Beautiful Day", un disco che ignora deliberatamente le mode occidentali per erigere un monumento sonoro di proporzioni cosmiche e fantascientifiche.

Registrato in condizioni complesse a causa del regime comunista e il conseguente isolamento culturale, questo album è la dimostrazione di come la passione per il grande prog sinfonico potesse superare qualsiasi barriera politica.

I sognatori di Varsavia

La storia degli Exodus ruota attorno a due fratelli polistrumentisti visionari: Andrzej Puczyński (chitarra) e Wojciech Puczynski (basso). Insieme a loro, la formazione classica vede Zbigniew Fyk alla batteria, il cantante dalla voce cristallina Paweł Birula (che imbracciava anche la dodici corde) e il vero architetto delle atmosfere spaziali della band, il tastierista Włodzimierz Komendarek, una personalità eccentrica destinata a diventare un pioniere dell'elettronica polacca.

Ciò che rendeva unici gli Exodus era la capacità di unire il calore della tradizione melodica slava a un massiccio uso di tecnologia sintetica. Nonostante le difficoltà nel reperire strumenti occidentali, la band riuscì a mettere insieme un arsenale di sintetizzatori capace di competere con le produzioni miliardarie d'oltremanica.

The Most Beautiful Day: Sinfonismo spaziale e melodramma

L'album, pubblicato dalla storica etichetta di stato Polskie Nagrania Muza, è un viaggio avvolgente, guidato da arrangiamenti orchestrali e atmosfere che fluttuano tra la fantascienza e il sogno. Sebbene i brani siano cantati in polacco (scelta che dona al disco un fascino poetico e drammatico del tutto particolare), la musica parla un linguaggio universale.

 La voce celestiale di Paweł Birula: Il timbro di Birula ha una pulizia e un'estensione impressionanti. Ricorda da vicino il lirismo di Jon Anderson degli Yes, muovendosi con una grazia incredibile sopra le complesse trame strumentali del gruppo.

 Le cascate elettroniche di Komendarek: Il lavoro alle tastiere su questo album è mastodontico. Komendarek stende giganteschi muri di sintetizzatori, alternando assoli fulminei e futuristici a tappeti sinfonici maestosi. La title-track, che occupa gran parte della seconda facciata con i suoi quasi venti minuti di suite, è un crescendo emotivo che passa da ballate acustiche e delicate a esplosioni cosmiche di rara potenza.

La chitarra di Andrzej Puczyński taglia le tastiere con assoli puliti e affilati, mentre il basso di Puczynski pulsa con un'aggressività geometrica che bilancia il sound etereo del disco.

Un faro nella notte del prog

In patria The Most Beautiful Day fu un successo clamoroso, tanto da trasformare gli Exodus in una delle band rock più seguite della Polonia dei primi anni '80. Fuori dai confini dell'Est Europa, tuttavia, il disco rimase a lungo una leggenda per pochi intimi, complici la scarsa distribuzione internazionale e i pregiudizi sulla lingua.

Il tempo ha fortunatamente cancellato i confini. Oggi quest'album è considerato all'unanimità non solo il vertice del prog polacco, ma uno degli ultimi grandi capolavori del rock sinfonico mondiale prima della totale egemonia del pop sintetico. Un finale maestoso, spaziale e profondo per questo nostro terzo capitolo.

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. IV° (Finch ) Olanda

Dalla teatralità drammatica e cantata dei Mona Lisa, ci spostiamo ora nei Paesi Bassi per incontrare una band che ha fatto una scelta radicale e vincente: eliminare completamente la parola per lasciare che fossero solo gli strumenti a parlare. Voliamo in Olanda per riscoprire i Finch, maestri assoluti del progressive rock interamente strumentale, capaci di unire una tecnica spaventosa a una fluidità melodica straordinaria.

Cover album  Beyond Expression - Finch 1976

Rubrica Storie delle prog band minori: Finch

Nel mondo del progressive rock, la voce è spesso usata come uno strumento aggiunto per narrare storie fantastiche o concept complessi. Ma cosa succede quando una band decide di fare a meno del cantante e di affidare l'intera narrazione solo a chitarre, tastiere, basso e batteria? La risposta sta nei Paesi Bassi dei metà anni '70, dove i Finch hanno dimostrato che la musica strumentale non deve essere per forza un sottofondo jazz-rock da intellettuali, ma può avere la stessa forza epica, la stessa dinamica e lo stesso impatto emotivo delle più grandi suite sinfoniche dei Genesis o degli Yes.

Il loro secondo album del 1976, "Beyond Expression", è il manifesto perfetto di questa filosofia: tre lunghe suite mozzafiato dove la noia non è semplicemente contemplata.

I quattro architetti del suono olandese

I Finch nascono nel 1974 a L'Aia, fondati dallo straordinario chitarrista Joop van Nimwegen e dal bassista Peter Vink (già attivo nei leggendari Q65). A completare la formazione del loro periodo d'oro troviamo il talentuoso tastierista Paul Vink (successivamente sostituito da Cleem Determeijer) e il batterista Beer Klaasse.

Il segreto dei Finch risiede nell'equilibrio perfetto tra due anime: da un lato l'amore per le strutture sinfoniche e i cambi di tempo tipici del prog classico, dall'altro un groove micidiale e un'energia ereditata dall'hard rock e dalla fusion. Questa combinazione rendeva i loro brani incredibilmente fluidi, privi di quei tempi morti che a volte affliggevano le band interamente strumentali dell'epoca.

Beyond Expression: La musica oltre le parole

Pubblicato nel 1976, Beyond Expression è un viaggio intenso diviso in tre sole mastodontiche tracce (A Passion Condensed, Scars on the Ego e Beyond the Bizzarre). Il titolo stesso suggerisce l'obiettivo della band: arrivare là dove le parole non riescono a esprimersi.

 La chitarra funambolica di Joop van Nimwegen: Joop è il vero motore trainante della band. Il suo stile unisce la pulizia melodica di Jan Akkerman (Focus) all'aggressività rock. I suoi assoli sono lunghi, complessi, ma sempre costruiti con un senso logico rigoroso, capaci di stampare in testa melodie memorabili pur senza un ritornello cantato.

 Le architetture di tastiere e basso: Le tastiere creano il perfetto contrappunto sinfonico alla chitarra, muovendosi tra pianoforte acustico, sintetizzatori guizzanti e organi ruggenti. Il tutto è sorretto dal basso distorto e pulsante di Peter Vink, che conferisce alle composizioni una spinta ritmica granitica e travolgente.

Ogni brano si sviluppa come una montagna russa emotiva, passando da passaggi delicati e prettamente classicheggianti a improvvise accelerate jazz-rock, fino a sfociare in maestosi finali sinfonici.

Un culto per gli amanti della tecnica e del cuore

I Finch pubblicheranno un terzo eccellente album, Galleons of Passion (1977), prima di sciogliersi alla fine del decennio a causa dei continui cambi di formazione e delle pressioni del mercato discografico, che ormai non vedeva di buon occhio le lunghe divagazioni strumentali.

Cover album Galleons of Passion - Finch 1977
Finch - Galleons of Passion

Nonostante una carriera relativamente breve, la band è rimasta un punto di riferimento assoluto per chiunque ami il prog strumentale. Beyond Expression non è solo una dimostrazione di virtuosismo tecnico, ma un album vivo, accessibile ed entusiasmante che dimostra come la musica, quando è scritta con questa classe, non abbia davvero bisogno di parole per raccontare una grande storia.

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. III° (Mona Lisa ) Francia

Dalla Germania solare e favolistica dei Grobschnitt attraversiamo il confine e ci immergiamo nelle atmosfere raffinate, drammatiche e squisitamente teatrali della Francia. È il momento di riscoprire i Mona Lisa, una delle punte di diamante del prog transalpino che, insieme agli Ange, ha ridefinito il concetto di "rock teatrale" cantato in lingua madre.

Cover album  Le Petit Violon de Mr Gregoire - Mona Lisa 1976
Mona Lisa - Le Petit Violon de Mr Gregoire

Rubrica: Storie delle prog band minori: Mona Lisa

Se il progressive rock britannico ha trovato il suo vertice teatrale nei Genesis di Peter Gabriel, la Francia ha risposto creando una vera e propria scuola drammatica unica nel suo genere. In questo scenario, dominato commercialmente dagli Ange, i Mona Lisa rappresentano la declinazione più poetica, oscura e barocca di quel modo di intendere la musica.

Attiva per tutti gli anni '70, questa band è riuscita a trasformare il rock sinfonico in una vera e propria opera teatrale decadente. Il loro capolavoro del 1976, "Le Petit Violon de Mr Gregoire", è un viaggio intenso ed emozionante che merita un posto d'onore nella libreria di ogni appassionato.

Il palcoscenico di Versailles

I Mona Lisa si formano a Versailles all'inizio del decennio su iniziativa del carismatico cantante e attore Dominique Le Guennec. La formazione che darà vita alle loro opere più importanti vede Jean-Paul Pierson alle tastiere, Pascal Jardon alle chitarre, Jean-Luc Martin al basso e Francis Poulet alla batteria.

Sul palco, Dominique Le Guennec non si limitava a cantare: si truccava, cambiava costumi, interpretava personaggi grotteschi o tragici, proprio come una maschera della commedia dell'arte. La scelta di utilizzare esclusivamente la lingua francese non era solo un fatto identitario, ma una precisa necessità artistica: le parole dovevano graffiare, emozionare e declamare storie complesse con la massima forza espressiva possibile.

Le Petit Violon de Mr Gregoire: Il vertice del prog teatrale francese

Dopo due album interlocutori ma affascinanti, la band raggiunge la piena maturità espressiva nel 1976 con Le Petit Violon de Mr Gregoire. Il disco è un gioiello di dinamismo ed eleganza barocca, diviso in cinque tracce che scorrono come atti di un'unica opera teatrale:

 L'istrionismo di Le Guennec: La voce di Dominique è il perno assoluto del disco. Il suo stile si muove costantemente tra il canto lirico, il recitato teatrale e improvvisi slanci di lucida follia, creando una tensione drammatica pazzesca.

 Intrecci sinfonici e Mellotron: Jean-Paul Pierson stende tappeti magistrali di organo e Mellotron, creando cattedrali sonore su cui la chitarra di Pascal Jardon può ricamare assoli affilati ed espressivi, che ricordano da vicino lo stile di Steve Hackett.

La suite che dà il titolo all'album occupa gran parte del disco ed è un perfetto esempio di come la band sapesse gestire i contrasti: passaggi acustici delicati e medievaleggianti vengono improvvisamente spezzati da esplosioni sinfoniche guidate da una sezione ritmica potente e geometrica.

Un'eredità da riscoprire

Nonostante l'altissima qualità delle loro produzioni e il grande rispetto da parte della critica, i Mona Lisa rimasero parzialmente all'ombra dei cugini Ange in termini di vendite. La band si sciolse alla fine degli anni '70 dopo la pubblicazione di Vers demain, lasciando però un segno indelebile nei cuori dei cultori del prog sinfonico più drammatico.

Le Petit Violon de Mr Gregoire non è solo una splendida rarità discografica, ma è la dimostrazione di come il progressive rock potesse sposarsi alla perfezione con la tradizione teatrale e letteraria europea, regalando un ascolto denso, poetico e fortemente suggestivo.

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