lunedì 10 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo II°) Part. V° (Canamii) Sud Africa

Dall'Estremo Oriente viriamo bruscamente verso sud, compiendo l'ultima tappa di questo secondo volume in una terra la cui storia musicale è tanto ricca quanto complessa. Atterriamo nel Sud Africa della fine degli anni '70 per scoprire come, in un contesto politico e sociale drammatico e isolato, un gruppo di musicisti sia riuscito a far fiorire una gemma di puro prog sinfonico, intrisa di una forte impronta teatrale e fiabesca: i Canami.

Cover album  Concept - Canamii 1980
Canamii - Concept

Quando si mappa la geografia del progressive rock, l'Africa rimane spesso una macchia bianca sulle cartine dei collezionisti. Eppure, proprio nei momenti di maggiore isolamento culturale e politico, l'urgenza espressiva trova strade impensabili. È il caso del Sud Africa del 1978: mentre il paese è stretto nella morsa dell'Apartheid e le radio di regime boicottano quasi tutto ciò che non sia strettamente allineato, una band di Johannesburg decide di debuttare con un concept album orchestrale, ambizioso e totalmente fuori dal tempo. Loro sono i Canamii e il loro unico lascito si chiama "Concept".

Un'oasi sinfonica a Johannesburg

Il progetto Canamii nasce dall'incontro tra polistrumentisti e arrangiatori visionari, tra cui spiccano Paul Woodley (chitarre), Philip Nel (tastiere) e la cantante Claire Whittaker.

Nel 1978, l'industria discografica sudafricana è orientata o verso il pop leggero o verso il boicottaggio internazionale. Registrare un album prog in questo contesto è un atto di pura follia romantica. Eppure, la band riesce a farsi produrre dalla Atlantic locale, entrando in studio con un obiettivo chiaro: creare un'opera che unisca la complessità del rock sinfonico europeo a una forte componente narrativa e teatrale, quasi da colonna sonora cinematografica.

Concept: Tra fiaba, tastiere giganti e dinamica

L'unico omonimo album dei Canamii (noto appunto anche come Concept) è un lavoro sorprendente, strutturato come un racconto continuo. Il sound della band si distacca dalle spigolosità rock dei coevi connazionali Freedom's Children per abbracciare un prog sinfonico ultra-melodico, che guarda direttamente ai Renaissance più orchestrali e ai Genesis dell'era Wind & Wuthering.

 La teatralità vocale di Claire Whittaker: La voce di Claire è il filo conduttore dell'album. Chiara, potente e drammatica, si muove su linee melodiche complesse, dando al disco un'atmosfera fiabesca, a tratti epica, che bilancia perfettamente le incursioni strumentali.

 Muri di tastiere e arrangiamenti classicheggianti: Philip Nel tesse trame imponenti usando sintetizzatori, organo e pianoforte con un approccio marcatamente classico. I brani cambiano costantemente atmosfera, alternando ballate acustiche e delicate a improvvise aperture sinfoniche dove la chitarra di Woodley esce allo scoperto con assoli di grande gusto melodico.

Ciò che colpisce di Concept è la pulizia della produzione, incredibile se si pensa ai mezzi dell'epoca in quel territorio, e la capacità di mantenere una narrazione fluida per tutta la durata del disco, senza mai cadere nella noia o nel virtuosismo fine a se stesso.

Il valore di una rarità assoluta

Inutile dire che, date le barriere commerciali del Sud Africa dell'epoca, il disco dei Canamii rimase confinato entro i confini nazionali, diventando quasi subito un fantasma editoriale. Per decenni, scovare una copia in vinile della Atlantic sudafricana è stata un'impresa titanica riservata a pochissimi eletti.

Fortunatamente, l'archeologia musicale del prog ha fatto il suo corso e la successiva riscoperta da parte delle etichette di ristampa ha sottratto i Canamii all'oblio. Concept resta una testimonianza straordinaria: la prova che la musica progressiva, con il suo desiderio di evadere dalla realtà per costruire mondi alternativi, è riuscita a mettere radici e a generare bellezza anche negli angoli più inaspettati e complessi del pianeta.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo II°) Part. IV° (Yonin Bayashi) Giappone

Dall'energia latina dei Crucis attraversiamo l'Oceano Pacifico per approdare in un Giappone in pieno fermento creativo. A metà degli anni '70, mentre l'Occidente guardava al Sol Levante quasi solo per la tecnologia, un gruppo di giovanissimi musicisti stava ridefinendo i confini del rock psichedelico e progressivo asiatico, assimilando la lezione dello space-rock britannico per rivestirla di una precisione e di una poesia uniche. Parliamo degli Yonin Bayashi.

Cover album  Isshoku-Sokuhatsu - yonin bayashi 1974
yonin bayashi Isshoku-Sokuhatsu

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori: Yonin Bayashi

Quando si esplora il progressive rock giapponese, il rischio è quello di imbattersi in band degli anni '80 caratterizzate da tastiere gelide e un sound marcatamente neo-prog. Ma se si scava indietro fino agli anni '70, si scopre una stagione d'oro di una spontaneità e di una finezza disarmanti. In cima a questa piramide sotterranea ci sono senza dubbio gli Yonin Bayashi, una band che è riuscita a prendere il lirismo dilatato dei Pink Floyd e a fonderlo con la precisione millimetrica tipica della cultura nipponica.

Il loro capolavoro del 1974, "Isshoku-Sokuhatsu", è un titolo che in giapponese descrive una situazione esplosiva, pronta a scattare al minimo tocco. Ed è esattamente ciò che si prova poggiando la puntina sul piatto: un perfetto equilibrio tra quiete ipnotica e improvvise scariche elettriche.

I quattro musicisti del tempo

Nati a Tokyo nei primi anni '70 come quartetto, gli Yonin Bayashi schieravano una formazione di autentici talenti precoci: Daiji Okai alla batteria, Shin'ichi Nakamura al basso, Hidemi Sakashita alle tastiere e, soprattutto, il leader carismatico Katsutoshi Morizono alla chitarra e alla voce.

Mentre molte band coeve in Giappone si limitavano a copiare pedestremente il blues rock americano o il prog sinfonico europeo, questi ragazzi scelsero una terza via. Decisero di cantare rigorosamente in lingua madre (scelta coraggiosa all'epoca per il rock locale) e di puntare tutto sulla costruzione di atmosfere dilatate, cinematiche e fortemente evocative.

La risposta giapponese a "Dark Side of the Moon"

Ascoltare Isshoku-Sokuhatsu significa fare un viaggio a cavallo tra lo space-rock di Meddle e le suite più ragionate dei Camel. La genialità degli Yonin Bayashi sta nella gestione dello spazio e del silenzio: la loro musica non è mai inutilmente affollata di note, ma ogni singolo tocco è pesato per massimizzare l'impatto emotivo.

 La chitarra liquida di Morizono: Il lavoro chitarristico in questo album è celestiale. Morizono possiede un tocco fluido ed elegante che flirta costantemente con il jazz-rock, alternando arpeggi malinconici ad assoli graffianti dal sustain infinito che ricordano il miglior David Gilmour.

 Tastiere e dinamiche ipnotiche: Sakashita stende tappeti di tastiere discreti ma fondamentali, lasciando che la sezione ritmica crei groove ipnotici e mai banali. Il brano che dà il titolo all'album è una suite magistrale di oltre dodici minuti in cui i cambi di tempo e di atmosfera avvengono con una naturalezza disarmante, passando da momenti di pura psichedelia fluttuante a riff di chitarra rock granitici.

Un culto transoceanico

Nonostante l'enorme successo di critica in patria (furono persino scelti per aprire le date giapponesi dei Rainbow di Ritchie Blackmore), fuori dai confini nazionali gli Yonin Bayashi rimasero a lungo un segreto custodito gelosamente da pochi collezionisti disposti a pagare cifre astronomiche per le stampe originali della Toho Records.

La band subirà cambi di formazione negli anni successivi, virando verso sonorità più commerciali e fusion, ma il valore storico e artistico del loro debutto del 1974 resta intatto e leggendario. Isshoku-Sokuhatsu è la dimostrazione fulgida di come il progressive rock potesse diventare un linguaggio globale, capace di assorbire l'anima d'oltreoceano per restituire un'opera d'arte profondamente radicata nella sensibilità e nel fascino del Sol Levante.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo II°) Part. III° (Crucis) Argentina

Dalle atmosfere dense e stratificate del prog americano dei Cathedral, ci spostiamo ora verso il calore e la travolgente energia del Sud America. Voliamo in Argentina per riscoprire una band leggendaria che, pur avendo avuto una vita brevissima, ha lasciato un segno indelebile grazie a una combinazione unica di tecnica impressionante e passione latina: i Crucis.

Immagine Band - Crucis

Rubrica Brevi Storie delle prog band minori: Crucis

Se c’è una nazione che negli anni '70 ha saputo assimilare la lezione del progressive rock europeo per poi sputarla fuori con una foga, un lirismo e un'elettricità del tutto unici, quella è l’Argentina. In questo panorama così fertile e drammatico, i Crucis rappresentano una delle vette assolute del rock sinfonico ed energetico dell'intero continente.

Autori di due soli album prima di sciogliersi, questi quattro musicisti straordinari sono riusciti a fondere la complessità del prog con una visceralità ritmica quasi hard rock. Il risultato? Un suono travolgente che, in più di un'occasione, evoca la magia e la freschezza dei primi capolavori di casa nostra.

Un quartetto di virtuosi nella Buenos Aires degli anni '70

La storia dei Crucis decolla a Buenos Aires intorno al 1974, quando la formazione si stabilizza come un quartetto formidabile: Gustavo Montesano (basso e voce), Pino Marrone (chitarra), Aníbal Kerpel (tastiere) e Gonzalo Farrugia (batteria).

A differenza di molte band minori che faticavano a trovare spazio, i Crucis impressionano fin da subito per la loro devastante potenza tecnica dal vivo. Vengono notati da Charly García (il padrino del rock argentino), che decide di produrre il loro omonimo album di debutto nel 1976. Ma è con il secondo e ultimo capitolo, "Los Delirios del Mariscal" (sempre del 1976), che la band firma il suo capolavoro definitivo: un album interamente strumentale che ridefinisce i confini del prog sinfonico e del jazz-rock.

Cover album Crucis - Crucis 1976
Crucis - Crucis

Cover album Los Delirios del Mariscal - Crucis  1976
Crucis - Los Delirios Del Mariscal

Quell'inconfondibile profumo di PFM

Per un ascoltatore italiano (e non solo), l'ascolto dei Crucis regala spesso improvvisi brividi di familiarità. La loro musica ha un legame genetico fortissimo con la sensibilità mediterranea e, in particolare, con i primi due storici album della Premiata Forneria Marconi: Storia di un minuto e Per un amico.

Non si tratta di una banale imitazione, ma di una profonda affinità elettiva. Nelle trame dei Crucis ritroviamo:

 I dialoghi tra tastiere e chitarra: Il modo in cui i synth e l'organo di Aníbal Kerpel si intrecciano con i fraseggi solisti e fulminei della chitarra di Pino Marrone ricorda da vicino la magica intesa tra Flavio Premoli e Franco Mussida.

 La transizione dinamica: Proprio come nei primi lavori della PFM, i Crucis sono maestri nel passare, nello spazio di un secondo, da passaggi acustici delicati, quasi bucolici e pastorali, a improvvise ed esplosive cavalcate sinfoniche guidate da una sezione ritmica serratissima.

 La solarità melodica: Nonostante la complessità strutturale dei brani (come la monumentale title-track Los Delirios del Mariscal), la melodia resta sempre al centro. È un prog luminoso, caldo, che privilegia l'emozione e il dinamismo rispetto all'oscurità claustrofobica tipica di certe band nordeuropee.

Una cometa nel cielo argentino

La parabola dei Crucis fu purtroppo tanto luminosa quanto breve. Le tensioni interne e la complessa situazione politica e sociale dell'Argentina della fine degli anni '70 spinsero la band allo scioglimento nel 1977, subito dopo un tour di grande successo in Brasile.

Ciò che resta nella loro discografia è però oro puro. Los Delirios del Mariscal non è solo un disco consigliato ai collezionisti, ma un ascolto obbligatorio per chiunque ami la PFM più energica e voglia scoprire come quella stessa urgenza espressiva sia riuscita a fiorire, intatta e vibrante, dall'altra parte del mondo. Un vero e proprio gioiello di dinamismo strumentale che merita di essere rispolverato e celebrato.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo II°) Part. II° (Cathedral) US

 

Cover album Stained Glass Stories - Cathedral 1978

Dall'eleganza pastorale e soleggiata della Calabria ci spostiamo adesso verso atmosfere decisamente più scure, fitte e labirintiche. Voliamo negli Stati Uniti della fine degli anni '70 per riscoprire una band che ha saputo raccogliere l'eredità dei giganti britannici e trasformarla in un monumento sonoro di rara complessità: i Cathedral.

Se c'è uno strumento che definisce il suono e l'anima del progressive rock, quello è il Mellotron. Con i suoi nastri magnetici capaci di riprodurre archi e cori spettrali, ha dato vita ad alcune delle atmosfere più epiche degli anni '70. E se esistesse un premio per l'uso più massiccio, ossessivo e spettacolare del Mellotron in un singolo album, quel premio andrebbe di diritto ai newyorkesi Cathedral e al loro unico, leggendario parto discografico del 1978: "Stained Glass Stories".

Mentre in Europa il punk e la new wave stavano spazzando via le complessità del rock sinfonico, dall'altra parte dell'Oceano questo quintetto decideva di andare controcorrente, edificando una vera e propria cattedrale sonora.

Controcorrente nella New York di fine anni '70

I Cathedral si formano a Islip, nello stato di New York, a metà degli anni '70. La formazione vede Mercury Caronia alla batteria, Fred Callan al basso, Rudy Perrone alla chitarra, Paul Seal alla voce, Tom Doncourt, alle tastiere e a un campionario sterminato di Mellotron.

Il contesto storico è fondamentale per capire l'unicità dei Cathedral: nel 1978 il prog britannico era in piena crisi d'identità o si stava convertendo al pop. Eppure, questi ragazzi americani scelgono di ignorare le mode del momento. Prendono le strutture intricate dei King Crimson dell'era Red, le melodie spigolose dei Gentle Giant e il gigantismo sinfonico degli Yes, fondendoli in qualcosa di profondamente personale, cupo e stratificato.

Stained Glass Stories: Le storie delle vetrate colorate

L'album viene pubblicato dall'etichetta indipendente Delta Records nel 1978. Il titolo, che evoca le storie raccontate attraverso le vetrate colorate delle antiche chiese, descrive perfettamente l'esperienza d'ascolto: un viaggio sonoro cangiante, dove la luce filtra attraverso incastri strumentali complessi e mai banali.

 L'architettura ritmica: Il basso di Fred Callan ha una spinta e una distorsione che ricordano da vicino il tocco di Chris Squire (Yes), creando una base pulsante e aggressiva insieme alla batteria geometrica di Caronia.

 Il labirinto del Mellotron: Tom Doncourt erige veri e propri muri di suono. Il Mellotron non è usato come semplice riempitivo o tappeto di sfondo, ma come uno strumento solista che dialoga costantemente con la chitarra acustica ed elettrica di Perrone, creando un contrasto continuo tra passaggi delicati e improvvise esplosioni drammatiche.

L'album si compone di sole cinque tracce, tra cui spiccano le lunghe suite Introspect e The Search. La voce di Paul Seal interviene raramente, lasciando che siano gli strumenti a narrare la storia. Nonostante la complessità tecnica e i continui cambi di tempo, la musica non risulta mai fredda, ma mantiene una tensione emotiva ed evocativa costante, a tratti quasi claustrofobica.

Un'eredità riscoperta

Come era prevedibile nel 1978, il disco passò quasi del tutto inosservato al momento dell'uscita, trasformando le pochissime copie in vinile della Delta Records in autentici e costosissimi spettri da scovare nelle fiere del disco.

Il tempo, però, ha reso giustizia ai Cathedral. Negli anni '80 e '90, il passaparola tra gli amanti del prog più oscuro e complesso ha elevato Stained Glass Stories allo status di capolavoro assoluto del rock progressivo americano. La ristampa in CD da parte della Syn-Phonic ha permesso a una nuova generazione di ascoltatori di perdersi tra le navate di questa incredibile cattedrale di note. Un ascolto denso, cupo e maestoso, imprescindibile per chiunque voglia capire fino a che punto si sia spinta la ricerca sonora del prog sinfonico tardivo.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo II°) Part. I° (Apoteosi)

 

Apoteosi - Brevi storie delle prog band minori

Rubrica Storie delle prog band minori: Apoteosi

Capitolo II° (Part. I°) 

Diamo spazio adesso ad altre 5 band ed ai loro lavori straordinari

Quando si parla di Rock Progressivo Italiano (RPI), la mente corre subito ai giganti come la PFM o il Banco. Ma c'è un sottobosco di band "one-shot" (autrici di un solo album) che ha creato dei capolavori assoluti, spesso stampati in pochissime copie e rimasti nascosti per decenni. Tra questi, gli Apoteosi occupano un posto d'onore nel cuore dei collezionisti di tutto il mondo.

La loro storia non nasce nei club di Milano o Roma, ma nel profondo Sud, a Palmi, in Calabria. È qui che, nel 1975, una band formata quasi interamente da membri della stessa famiglia, gli Idà, dà vita a un piccolo miracolo sonoro.

Il miracolo di Palmi

Il nucleo degli Apoteosi è una questione di famiglia: i fratelli Silvana Idà (voce), Massimo Idà (tastiere) e Federico Idà (basso), supportati dal chitarrista Franco Vinci e dal batterista Marcello Surace. La loro giovinezza (Massimo era appena quattordicenne all'epoca delle registrazioni!) è forse il segreto della freschezza della loro musica.

L'album, omonimo, viene pubblicato nel 1975 dall'etichetta romana Cedi, in una tiratura limitatissima. Ma non è un disco RPI canonico. Non ci sono le cavalcate aggressive o i barocchismi estremi tipici di altre band dell'epoca. La musica degli Apoteosi è qualcosa di diverso: un prog sinfonico e pastorale, intriso di una malinconia sognante e di un lirismo tutto italiano.

Cover album Apoteosi - Apoteosi 1975

L'album: Una suite tra sogno e realtà

L'omonimo "Apoteosi" è un'esperienza d'ascolto fluida. Sebbene diviso in tracce (come Prima Realtà / Frammentaria Rivolta, Embrion, Apoteosi, Il Grande Disumano / Oratorio (Corale) / Attesa, il disco si sviluppa come un'unica, grande suite senza soluzione di continuità. È un ascolto "liquido" e magico, capace di trasportare chi ascolta in una dimensione parallela.

 Le Tastiere di Massimo: Nonostante la giovane età, Massimo Idà domina la scena con un gusto e una maturità compositiva disarmanti. Il suo uso di organo Hammond, piano elettrico e, soprattutto, del Mellotron e del Moog, crea tappeti sonori orchestrali, morbidi e avvolgenti che definiscono lo spettro sinfonico del disco.

 La Voce Celestiale di Silvana: Il vero marchio di fabbrica degli Apoteosi è la voce di Silvana Idà. È una presenza eterea, pura, che canta melodie sognanti, quasi fiabesche, portando l'ascoltatore in una dimensione pastorale e incantata.

La musica scorre tra aperture sinfoniche maestose e momenti più intimi, quasi acustici, dove la chitarra dialoga dolcemente con le tastiere. È un album di atmosfere, non di tecnica fine a se stessa, che sembra riflettere la bellezza tranquilla e antica dei paesaggi calabresi da cui proviene.

Dalla polvere alle ristampe in CD

Come molte delle storie che raccontiamo qui, anche quella degli Apoteosi sembrò finire nel silenzio subito dopo la pubblicazione del disco. La scarsissima promozione e la limitata tiratura lo resero presto un oggetto del desiderio per i collezionisti.

Ma la magia di questo album era troppo forte per rimanere sepolta. Negli anni '90, con l'avvento del CD e il rinnovato interesse per il prog italiano, l'album è stato riscoperto e ristampato (memorabile quella della Mellow Records).

Oggi, "Apoteosi" è considerato un capolavoro imprescindibile del prog italiano "minore". Un disco che, a quasi cinquant'anni dalla sua uscita, continua a stupire per la sua bellezza fragile, sognante ed eterea. Una piccola, grande testimonianza di come il talento e la poesia potessero fiorire anche lontano dai grandi centri industriali.

Un primo ascolto: Quì

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Prefazione

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domenica 9 agosto 2026

Devin Townsend - The Moth 2026 (Canada) Prog Metal / Experimental

 

Cover album The Moth - Devin Townsend 2026

 "The Moth" (2026) – Devin Townsend

Con la pubblicazione di "The Moth", Devin Townsend sposta ancora una volta più in là l'asticella dell'audacia compositiva. L'opera si presenta non solo come un nuovo tassello della sua discografia, ma come una monumentale sintesi di sperimentazione, teatro musicale e Progressive Metal fuori da ogni canone formale.

Un Prog Metal fuori dagli schemi e un'impronta orchestrale totale

Se il Progressive Metal moderno tende spesso ad adagiarsi su manierismi tecnici e strutture prevedibili, Townsend sceglie la via dell'imprevedibilità. The Moth rifiuta i cliché del genere: i riff di chitarra, pur presenti e affilati, non sono il semplice centro attorno a cui ruota la traccia, ma diventano un ingranaggio all'interno di una macchina sonora molto più vasta.

La vera spina dorsale di quest'opera è la sua imponente componente orchestrale, che permea il disco dall'inizio alla fine. Non si tratta di un semplice strato di archi "aggiunto in post-produzione" per dare colore, ma di una vera e propria tessitura sinfonica e corale nativa, che dialoga costantemente con la sezione ritmica e le chitarre. Gli arrangiamenti d'orchestra spaziano da aperture maestose ed eteree a momenti drammatici e grotteschi, conferendo all'album la struttura di un'opera lirica/teatrale contemporanea.

Innovazione Sonora, Dualità e Concept

Il cuore di The Moth sta nella convivenza armoniosa tra elementi apparentemente inconciliabili:

Sintesi tra analogico, digitale ed elettronica: L'uso sapiente di sound design avanzato e tastiere si fonde con strumenti classici e cori imponenti.

Dualità vocale ed emotiva: La voce di Townsend spazia da registri melodici e confessionali a esplosioni aggressive e sguaiate, rispecchiando le tensioni liriche del disco.

Dinamica tra oscurità e luce: Il concept ruota attorno a temi esistenziali - il risveglio, la metamorfosi e il vuoto interiore -, espressi musicalmente attraverso improvvisi passaggi da quiete atmosferica a veri e propri muri di suono sinfonico.

Struttura dell'Opera e Viaggio d'Ascolto

I Brani di Apertura: Introduzioni atmosferiche e quasi cinematografiche mettono subito in chiaro le dimensioni del progetto, evolvendo lentamente in un crescendo dove orchestrazioni, sintetizzatori e chitarre tracciano il tema della trasformazione.

Il Cuore dell'Album: Le tracce centrali rappresentano il punto di massima fusione tra metal incontrollato e avanguardia sinfonica. Arpeggi complessi, sezioni ritmiche incalzanti e cori monumentali costruiscono un paesaggio sonoro in continua evoluzione.

La Conclusione: I brani finali tirano le fila dell'intero percorso narrativo. Attraverso interludi strumentali toccanti ed esplosioni sonore catartiche, l'album si chiude lasciando un forte impatto emotivo.

Confronto con il Passato ed Eredità Artistica

Rispetto a lavori del passato come Ocean Machine-Biomech (1977), Ziltoid The Omniscient (2007) o il Devin Townsend Project degli anni successivi, in The Moth si nota una maturità registica superiore. Se le sue produzioni storiche mantenevano comunque un ancoraggio più solido alle strutture del rock e del metal, qui l'artista canadese abbraccia pienamente la forma della suite sinfonica/operistica. L'influenza della musica classica, della world music e dell'elettronica d'avanguardia si fonde con l'aggressività del metal, rendendo quest'opera un ponte perfetto tra l'identità storica di Townsend e il suo futuro artistico.

Considerazioni Finali

"The Moth" è un'opera viscerale, complessa e ambiziosa. Un album che richiede ascolti attenti e che premia chiunque sia disposto a lasciarsi guidare all'interno di un viaggio sonoro privo di confini di genere. Per chi cerca nel Progressive Metal qualcosa di veramente unico, imprevedibile e cinematografico, questo lavoro rappresenta una tappa obbligata.

Un primo ascolto: QUI


Dimmi che musica ascolti e ti dirò chi sei: La sinestesia del (cattivo) gusto

 

C’è una verità scomoda che tendiamo a nascondere dietro il politicamente corretto del "tutti i gusti sono gusti": la musica che scegliamo di ascoltare non è solo un sottofondo, ma lo specchio esatto della nostra complessità intellettuale. O, molto più spesso, della nostra totale assenza di essa.

Per capire davvero chi abbiamo davanti, proviamo a fare un gioco di sinestesia: associare i generi musicali ai generi pittorici. Perché se l'orecchio può essere ingannato dalla moda, l'occhio non mente.

1. Rap, Trap e Hip-Hop: Gli scarabocchi da frigorifero

Parliamoci chiaramente. Se infiliamo le cuffie e ci sintonizziamo sulle frequenze della trap o del rap commerciale, l'equivalente visivo è immediato: i disegnetti infantili.

Sono quei fogli scarabocchiati a caso che i bambini piccoli realizzano non appena stringono in mano un pennarello. Non c’è tecnica, non c’è studio del colore, non c’è prospettiva. C'è solo istinto primordiale e rumore visivo.

 Il destino dell'opera: I genitori li appendono al frigorifero per dovere morale, per poi farli sparire nel cestino della spazzatura esattamente cinque minuti dopo.

 L'identikit dell'ascoltatore: Adolescenti o, peggio ancora, cinquantenni affetti da una sindrome di Peter Pan ormai fuori tempo massimo. Persone la cui competenza musicale è pari a zero, costantemente alla ricerca di un'approvazione sociale che consenta loro di sentirsi "giovani" e "ribelli" acquistando biglietti per concerti dove l'unica cosa intonata è l'autotune.

2. Il Pop di Sanremo: Le "croste" della domenica

Salendo di un gradino (ma non troppo), troviamo il Pop italiano vecchio stampo, quello che ogni anno monopolizza il Festival di Sanremo. Nella pittura, questo genere corrisponde alle "croste": tele dipinte a olio da dilettanti della domenica che spendono fortune in colori costosi solo per produrre paesaggi banali e nature morte senza anima.

 Il destino dell'opera: Finiscono inevitabilmente a prendere polvere in soffitta prima di essere smaltite nell'indifferenziata.

 L'identikit dell'ascoltatore: Il conformista puro. È colui che ha paura del silenzio e del vuoto mentale. Ascolta ciò che passa la radio perché non ha la forza intellettuale di cercare un’alternativa. È la persona che si commuove per rime prevedibili ("cuore/amore") e che vive una vita piatta, rassicurata solo dalla totale assenza di sorprese.

E il Britpop?

Resta leggermente ai margini. Possiamo paragonarlo ai disegni dei ragazzi delle scuole medie: c'è un accenno di tecnica, un tentativo di emulazione dei grandi del passato. Merita attenzione e un briciolo di rispetto, ma resta comunque un esercizio scolastico.

Altre interessanti associazioni: Quando il genere musicale rivela le nostre nevrosi

Per ampliare la galleria d'arte della nostra mente, ecco tre nuovi parallelismi tra generi musicali, correnti pittoriche e tratti caratteriali decisamente discutibili:

L'Indie Pop e il Minimalismo Pretenzioso

 Il paragone pittorico: Una tela completamente bianca con un solo cerchio nero sfocato al centro. Quei quadri concettuali davanti ai quali la gente si ferma per ore fingendo di vedere l'infinito.

 Il carattere dell'ascoltatore: Il finto profondo. È l'intellettuale da social che indossa occhiali da vista senza gradazione e sciarpe anche in estate. Usa la malinconia come accessorio di moda e scambia la propria apatia e incapacità di prendere decisioni per "sensibilità artistica".

L'Heavy Metal e l'Espressionismo Urlante (Munch o Bacon)

 Il paragone pittorico: Figure deformate dall'angoscia, colori violentissimi stesi con rabbia sulla tela, scenari apocalittici che evocano l'urlo primordiale.

 Il carattere dell'ascoltatore: Il drammatizzatore seriale. Spesso sono persone tranquille nella vita di tutti i giorni, ma che covano un vittimismo cosmico. Usano la musica come un immenso sfogo per frustrazioni quotidiane banali, convinti di combattere contro i demoni del destino quando in realtà stanno solo protestando perché il supermercato sotto casa ha finito la loro marca di birra preferita.

La Techno e la Musica Elettronica: Il Futurismo Geometrico (Mondrian)

 Il paragone pittorico: Griglie nere, quadrati rossi, gialli e blu ripetuti all'infinito. Precisione millimetrica, freddezza matematica, assenza totale di calore umano.

 Il carattere dell'ascoltatore: Il maniaco del controllo (o il fuggitivo). Individui iper-organizzati che nella vita privata programmano anche i respiri, ma che nel fine settimana cercano la totale alienazione sensoriale. Persone che usano il ritmo ripetitivo per spegnere il cervello, incapaci di gestire un vero confronto emotivo o una conversazione profonda che duri più di trenta secondi.

3. Classica, Jazz e Progressive: I Picasso e i Matisse della musica

Per fortuna, non tutto è perduto. Esiste una ristretta cerchia di persone che decide di andare oltre, di iscriversi idealmente all'Istituto d'Arte o al Liceo Artistico per affinare lo sguardo e l'udito. Da questo percorso emergono i veri talenti, i musicisti diplomati al conservatorio e i compositori geniali.

Ascoltare Musica Classica, Jazz o Progressive Rock con tutti i loro sottogeneri equivale a contemplare un quadro di Picasso, Matisse, Kandinskij o Dalí.

 La complessità: In queste opere visive ci sono infiniti riflessi, sfumature cromatiche, geometrie distorte e significati nascosti che cambiano a ogni sguardo. Nella musica corrispondente troviamo la teatralità, il virtuosismo esecutivo, i tempi dispari, le modulazioni armoniche impreviste e la fusione di generi diversi in un'unica suite.

 L'identikit dell'ascoltatore: L'élite culturale. È ovvio che questa musica non possa essere per tutti: richiede tempo, dedizione e una preparazione di base. Quante persone oggi sarebbero davvero in grado di spiegare la scomposizione geometrica di Guernica? Pochissime. Allo stesso modo, pochissimi sanno godere di una fuga di Bach o di un assolo di sax di Coltrane o di una lunga Suite di Rock Progressive.

Il trionfo della mediocrità

La fortuna commerciale del Rap, della Trap e delle canzonette pop sanremesi è legata a doppio filo con l'incompetenza e l'ignoranza musicale delle masse.

La storia, del resto, parla chiaro: le grandi rivoluzioni, le invenzioni scientifiche e i capolavori artistici sono sempre stati il frutto dell'intuizione di pochi singoli individui straordinari. Le masse, storicamente, preferiscono restare lì: pigre, passive, pronte a seguire docilmente i primi rintocchi di campana che sentono risuonare nel gregge.

Nino A.

Bruce Soord - Ghosts In The Park 2026 (UK)

 

Cover album  Ghosts In The Park - Bruce Soord  2026

"Ghosts In The Park" – Il nuovo capolavoro intimo di Bruce Soord (2026)

Se siete alla ricerca di un album capace di fermare il tempo e farvi viaggiare con la mente, fermatevi qui. Bruce Soord, la mente geniale dietro la band rock progressiva The Pineapple Thief, è tornato nel 2026 con un nuovo lavoro solista intitolato "Ghosts In The Park".

Se temete che si tratti di un disco complicato o "solo per esperti di musica", potete tirare un sospiro di sollievo: quest'album è una carezza acustica, pensata per arrivare dritta al cuore di chiunque.

Di cosa parla l'album?

Il titolo, che si traduce in "Fantasmi nel parco", racconta già molto dell'atmosfera che respirerete durante l'ascolto. Non si parla di storie dell'orrore, ma di quei "fantasmi" che tutti noi abbiamo: i ricordi d'infanzia, le persone che abbiamo incrociato nella vita e i momenti passati che riaffiorano quando camminiamo da soli, magari proprio in un parco in una giornata d'autunno.

Come suona "Ghosts In The Park"?

Dimenticate le chitarre elettriche aggressive o i ritmi frenetici. Bruce Soord decide di spogliare la sua musica e lasciarla "nuda". Gli ingredienti principali sono tre:

 Una chitarra acustica suonata con una delicatezza disarmante.

 Tappeti di suoni elettronici soffusi che creano un'atmosfera quasi magica.

 La sua voce, che sembra sussurrare direttamente all'orecchio di chi ascolta.

Le canzoni scorrono una dopo l'altra come i capitoli di un buon libro. Non ci sono canzoni "da discoteca" o ritornelli da urlare a squarciagola; è un disco fatto di sfumature, di pause e di grandi emozioni trattenute.

Perché dovreste ascoltarlo (anche se non conoscete l'artista)

La vera forza di Ghosts In The Park sta nella sua accessibilità. Bruce Soord ha il dono raro di saper scrivere melodie bellissime usando pochissime note. È l'album perfetto da mettere in cuffia la sera per staccare la spina dallo stress quotidiano, o da tenere in sottofondo durante una giornata di pioggia.

La canzone simbolo: "Kept Me Thinking"

Se dovessi scegliere un solo brano per raccontare l'intero album, vi direi di ascoltare subito "Kept Me Thinking" (mi ha fatto riflettere). Questa traccia è una vera e propria fotografia di Ghosts In The Park.

Il brano inizia quasi nel silenzio, con la voce sussurrante di Soord e una chitarra che ripete una melodia semplice ma ipnotica. Soord, canta di un vecchio ricordo d'infanzia legato a un parco della sua città natale. A metà canzone, quasi senza che ve ne accorgiate, si aggiunge una chitarra elettrica delicatissima che vi fa sentire letteralmente avvolti dal suono. È un brano che non esplode mai, ma che cresce dentro, lasciando addosso una dolce nostalgia. Se vi emoziona questa traccia, amerete l'intero album.

In conclusione

Ghosts In The Park è un diario aperto, un invito a rallentare e a guardarsi dentro. Bruce Soord ci dimostra che nel 2026 non c'è bisogno di fare rumore per farsi notare: a volte, un sussurro ben assestato può emozionare molto più di un grido.

Un primo ascolto: Quì 

Dalle radici del Prog Italiano all'Australia: il ritorno della "Simbiosi" di Nello Panebianco (Re-Post)


Immagine Nello Panebianco - La Simbiosi
                                                                     Anni '70 - Italia

                                                                     Oggi - Australia

Il Proto Prog di Nello Panebianco (Australia)

Esistono storie che sembrano interrompersi bruscamente, lasciando un senso di incompiuto, per poi riaffiorare decenni dopo grazie alla potenza della tecnologia e di una passione mai sopita. È il caso di Nello Panebianco, voce e chitarra solista de La Simbiosi.

Un frammento di storia del Proto Prog italiano

Per chi ha sfogliato le pagine del libro Italian Prog o ha seguito le cronache di genesis-marillion.blogspot.com, il nome della band siciliana La Simbiosi evoca immediatamente quel fermento creativo dei primi anni '70. La loro avventura, nata nel cuore della Sicilia, si interruppe prematuramente oltre cinquant'anni fa. Il motivo? Il trasferimento di Nello in Australia, un viaggio verso l'altro capo del mondo che, se da un lato ha segnato l'inizio di una nuova vita, dall'altro ha causato il silenzio di una possibile promessa del rock progressivo nostrano.

La rinascita: "Simbiosi" su YouTube

Dopo anni di "oblio" artistico, la scintilla si è riaccesa. Nello ha ripreso in mano la chitarra e ha ricominciato a far vibrare la sua voce, dando vita a una nuova fase creativa. Oggi, i suoi brani vengono pubblicati su YouTube sotto il nome di Simbiosi (questa volta senza l'articolo, quasi a sottolineare un'essenzialità nuova e più matura).

Tra nostalgia e modernità

Sebbene le nuove composizioni si distacchino dalle strutture più articolate del Progressive Rock tradizionale, l'anima di quegli anni è ancora lì, intatta:

Atmosfere Anni '70: La sua musica respira ancora quell'aria vintage, ricca di suggestioni e calore analogico.

Un legame indissolubile: Ascoltando questi brani, si percepisce come l'impegno profuso nei Seventies non sia mai andato perduto, ma sia rimasto custodito in attesa del momento giusto per rifiorire.

Perché ascoltarlo

Condivido questa storia sul blog non solo per rendere omaggio a un artista che ha fatto parte della nostra storia musicale, ma anche per celebrare la costanza di chi non dimentica le proprie passioni. In un mondo che corre veloce, il ritorno di Nello Panebianco ci ricorda che la musica non conosce distanze né scadenze.

Vi invito a cercare il canale della Simbiosi su YouTube per riscoprire il talento di un musicista che, dall'Australia, continua a parlare la lingua del cuore e del nostro amato rock.

Nino A.

Qui sotto alcuni suoi brani.

Anni '70: 

Cover album l'Angelo della Morte - La Simbiosi

l'Angelo della Morte: Nuova Versione (Singolo) - Quì

Ricordi del Passato 1973: Recreation - Quì


Anni 2000


Neighbour

Matti

The Window

Felicidad

Le Donne

sabato 8 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. V° (Yezda Urfa) US

                                         Yezda Urfa (US)

Yezda Urfa - Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. V°

Se pensate che il progressive rock degli anni '70 sia stato un affare esclusivamente europeo, fatto di conservatori, atmosfere medievali e aplomb britannico, preparatevi a ricredervi. Per il capitolo finale della nostra prima cinquina attraversiamo l'oceano e atterriamo a Portage, una cittadina industriale dell'Indiana, Stati Uniti.

È qui che nel 1973 un manipolo di polistrumentisti fuori di testa decide di fondare gli Yezda Urfa. Il loro obiettivo? Prendere la complessità geometrica del prog europeo, moltiplicarne la velocità per dieci e frullare il tutto con un'ironia dissacrante. Il risultato è una delle montagne russe musicali più incredibili mai registrate su nastro.

Una tempesta di note nel vuoto discografico

Guidati dal polistrumentista Rick Rodenbaugh alla voce e da una sezione ritmica formata da Marc Miller (basso) e Brad Christoff (batteria), gli Yezda Urfa si sono subito dei mostri di tecnica. Ma a differenza delle grandi band americane del periodo (come i Kansas o gli Styx), che cercavano di unire il prog all'hard rock da arena per scalare le classifiche, questi ragazzi ignoravano totalmente le regole del mercato.

Il loro stile era un mosaico impazzito. Immaginate i cambi di tempo matematici e spezzati dei Gentle Giant, gli intrecci melodici frenetici dei Gentle Giant o degli Yes del periodo Relayer, e l'umorismo grottesco e tagliente di Frank Zappa. In un solo brano degli Yezda Urfa potevate trovare un assolo di flauto folk, una sfuriata jazz-fusion, un coro polifonico a cappella e un riff di chitarra ai limiti del metal. Il tutto eseguito a una velocità d'esecuzione che definire "frenetica" è un eufemismo.

Il dramma delle autoproduzioni: Boris e Sacred Baboon

La proposta degli Yezda Urfa era così estrema e fuori dagli schemi che nessuna casa discografica americana ebbe il coraggio di metterli sotto contratto. Troppo complessi per le radio rock, troppo bizzarri per il pubblico di massa.

Cover album Boris - Yezda Urfa 1975



Nonostante l'isolamento, la band non si arrese e nel 1975 registrò un demo album intitolato "Boris", stampato privatamente in pochissime copie (oggi un vinile originale vale una fortuna tra i collezionisti). L'anno successivo, nel 1976, entrarono nuovamente in studio per registrare il loro capolavoro formale: "Sacred Baboon".

Cover album Sacred Baboon - Yezda Urfa 1976



 Brani come ToTa in the Moya o Cancer of the Band sono monumenti al virtuosismo d'avanguardia. Le tastiere di Phil Kimbrough e la chitarra di Mark Tipins si incastrano in rincorse sonore millimetriche, mentre la voce di Rodenbaugh si lancia in vocalizzi teatrali e surreali.

Purtroppo, anche Sacred Baboon non trovò sbocchi commerciali. Schiacciata dall'indifferenza delle major e dall'impossibilità di sopravvivere senza un supporto economico, la band si arrese e si sciolse alla fine del decennio, svanendo nel nulla senza aver mai pubblicato ufficialmente il proprio capolavoro (che vedrà la luce solo nel 1989 grazie all'etichetta Syn-Phonic).

Il mito sotterraneo

Con gli anni, la leggenda degli Yezda Urfa è cresciuta a dismisura grazie al passaparola globale tra gli amanti del prog più estremo e tecnico. Oggi sono considerati dei pionieri assoluti, anticipatori di quel filone iper-tecnico e matematico che anni dopo prenderà il nome di Math Rock o prog-metal d'avanguardia.

Gli Yezda Urfa sono stati una meteora impazzita, un gruppo che ha osato sfidare i limiti del tecnicismo senza mai perdere il gusto per il divertimento. Il finale perfetto per dimostrare che il progressive rock, negli anni '70, non aveva confini né geografici né mentali.

Un primo ascolto quì sotto:



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Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. IV° (Wigwam)

                                      Wigwam (Finlandia)

Wigwam - Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. IV°

Dalla Svezia ci spostiamo di poco, attraversando il Mar Baltico per approdare in Finlandia. Parlare dei Wigwam significa raccontare la storia di una band che in patria è considerata una leggenda assoluta (una sorta di monumento nazionale del rock), ma che nel resto d'Europa è rimasta intrappolata nello status di "culto per pochi".

La loro particolarità? Pur venendo dalla fredda Finlandia, sono riusciti a creare un sound caldissimo, che sembrava geneticamente modificato con il DNA della scena britannica di Canterbury.

Rubrica Storie delle prog band minori: Wigwam

Se c’è una nazione che oggi associamo immediatamente al metal sinfonico o alle sonorità più oscure, quella è la Finlandia. Ma nei primi anni '70, la terra dei mille laghi era un laboratorio incredibile per il rock progressivo. In cima a questa piramide creativa c’erano i Wigwam, nati a Helsinki nel 1968.

Mentre molte band scandinave dell'epoca cercavano di emulare il suono duro dei Deep Purple o il sinfonismo dei Genesis, i Wigwam scelsero una strada bizzarra e raffinatissima: presero la malinconia tipica del Nord Europa e la mescolarono con l'eccentricità, il jazz-rock e l'ironia del "Canterbury Sound" inglese (quello di Caravan e Soft Machine).

La doppia anima della band

Il segreto del sound dei Wigwam risiedeva nello scontro - e nel perfetto bilanciamento - tra due fortissime personalità artistiche, entrambe alle tastiere e alla voce: Jukka Gustavson e Jim Pembroke (quest'ultimo britannico di nascita, ma trasferitosi in Finlandia).

Gustavson era l'anima più squisitamente "progressive", filosofica e legata al jazz d'avanguardia; i suoi arrangiamenti all'organo Hammond erano complessi, densi e spirituali. Pembroke, d'altro canto, era il genio della melodia pop-art, capace di scrivere canzoni oblique, ironiche e malinconiche. Insieme al virtuoso del basso Pekka Pohjola (un altro musicista monumentale che attirerà persino l'attenzione di Mike Oldfield), i Wigwam crearono un melting pot sonoro unico al mondo.

Il Capolavoro Sconosciuto: Being (1974)

Cover album Being - Wigwam 1974

Dopo i primi lavori sperimentali, la band pubblica nel 1974 quello che molti critici considerano il Magnum Opus del prog finlandese: "Being".

Nato principalmente dalla mente di Jukka Gustavson, Being è un concept album profondo, politico e filosofico che critica gli eccessi della società occidentale. Musicalmente è un labirinto: l'ascoltatore viene proiettato in un flusso continuo dove canzoni pop surreali si infrangono contro improvvisazioni jazz, aperture orchestrali e un uso dei sintetizzatori che all'epoca era fantascienza. È un disco denso, che richiede più ascolti per essere compreso, ma che ripaga con una bellezza abbagliante.

Il salto internazionale e il paradosso di Nuclear Nightclub

Cover album Nuclear Nightclub - Wigwam 1975

Subito dopo Being, la band subisce una mezza rivoluzione: Gustavson e Pohjola lasciano il gruppo. Rimasto al timone, Jim Pembroke decide di snellire il suono, rendendolo più accessibile, e firma un contratto con la leggendaria etichetta britannica Virgin Records.

Nel 1975 esce "Nuclear Nightclub". Il disco è un successo clamoroso: la critica inglese li definisce "la miglior band del mondo dopo i Steely Dan e i Traffic". Il sound è un art-rock melodico, trascinante, guidato da chitarre pulite e tastiere sfolgoranti. Sembrava l'inizio di una gloriosa carriera internazionale, ma la sfortuna commerciale, la scarsa attitudine della band a promuoversi nei lunghi tour europei e l'arrivo imminente della tempesta punk frantumarono il sogno. I Wigwam rimasero dei giganti, ma confinati entro i confini della Scandinavia.

I tre dischi per iniziare il viaggio

Fairyport (1971)

Being (1974)

I Wigwam hanno dimostrato che il progressive rock non doveva per forza essere accademico o rigidamente barocco: poteva essere strano, ironico, caldo e incredibilmente elegante. Una gemma nordica che aspetta solo di essere riscoperta.

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Tusmorke - Balderdom 2026 (Norvegia)

 

Cover album  Balderdom - Tusmorke 2026

"Balderdom" dei Tusmørke (2026) – Un viaggio magico nel folk rock norvegese

I Tusmorke, una band capace di farci viaggiare nel tempo senza muoverci dal divano. Il gruppo norvegese è tornato in questo 2026 con un nuovo album intitolato "Balderdom", e possiamo dirlo subito: è un piccolo gioiello di stranezza, melodia e folklore.

Ma di cosa si tratta esattamente? E perché dovreste ascoltarlo anche se non masticate il rock più alternativo? Scopriamolo insieme.

Di cosa parla l'album?

Il titolo Balderdom ci porta dritti nella mitologia nordica (avete presente Balder, il dio della luce e della bellezza?). Ma non aspettatevi del metal pesante o canzoni rabbiose. I Tusmørke preferiscono usare canzoni che sembrano fiabe antiche, piene di mistero, folletti e foreste incantate.

Il sound è un mix unico:

 Strumenti d'epoca: Flauti magici, tastiere che sembrano uscite dagli anni '70 e un basso caldissimo.

 Ritmi ballabili: Anche se i testi parlano di storie antiche, la musica vi farà battere il piede a tempo fin dal primo ascolto.

 Un'atmosfera teatrale: Ascoltare questo disco è un po' come guardare uno spettacolo di burattini in un bosco di notte. È divertente, un pizzico bizzarro, ma affascinante.

Perché piacerà anche a voi

La cosa più bella di Balderdom è che non si prende troppo sul serio. Molti gruppi che fanno musica ispirata al passato risultano freddi o troppo accademici. I Tusmørke, invece, mantengono uno spirito giocoso e ironico.

Le melodie si stampano in testa facilmente e l'uso del flauto dà a tutto l'album un senso di leggerezza incredibile. È il disco perfetto da mettere su mentre si legge un libro fantasy, si sorseggia un tè caldo o semplicemente quando si ha voglia di staccare dalla frenesia della vita quotidiana.

Un album colorato, fuori dagli schemi e accessibile a tutti, capace di trasformare il grigiore quotidiano in una favola scandinava.

Non serve essere esperti di rock progressivo o di storia vichinga per godersi Balderdom. Basta avere un briciolo di curiosità e la voglia di farsi trasportare in un mondo parallelo. 

Date una chance ai Tusmørke: vi sembrerà di aver trovato un vecchio libro di favole dimenticato in soffitta.

I due brani da non perdere (e perché ascoltarli)

Per capire davvero quest'album, ci sono due tracce in particolare che mostrano i due lati dei Tusmørke: quello più orecchiabile e festoso, e quello più epico e misterioso.

1. "Svensk Drøm" – L'inno dell'amicizia davanti al falò

Scelta come primo singolo, questa canzone è il biglietto da visita perfetto dell'album. Nata da un vero sogno del cantante, evoca l'atmosfera di una cerchia di amici che cantano intorno a un fuoco di notte.

 Cosa vi colpirà: Ha un ritmo travolgente, quasi una marcia allegra che vi farà muovere subito la testa. Il flauto è il protagonista assoluto, saltellante e leggero, accompagnato da cori di gruppo che danno l'idea di una grande festa in mezzo ai boschi. È un brano solare, accessibile e trasmette una fortissima sensazione di unione e calore.

2. "Lidskjalv" – Il viaggio epico da oltre 20 minuti

Se Svensk Drøm è la festa, Lidskjalv è la vera e propria avventura fantasy. Questo brano occupa da solo l'intera seconda metà dell'album e dura ben 20 minuti! Il titolo fa riferimento al trono di Odino da cui il dio poteva guardare tutto l'universo.

 Cosa vi colpirà: Non spaventatevi per la durata: la traccia cambia continuamente forma, proprio come una storia a capitoli. Troverete parti più sussurrate e mistiche, improvvisi assoli di tastiere vintage che ricordano il rock degli anni '70 e un magico coro teatrale (l'Oslo Badstukor) che rende tutto incredibilmente solenne. È una traccia complessa ma affascinante, ideale da ascoltare ad occhi chiusi per lasciarsi trasportare.

Un primo ascolto: Quì


giovedì 6 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. III° (Kaipa)

                                            Kaipa (Svezia)

Kaipa - Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. III°

Quando pensiamo alle radici del progressive rock, la mappa geografica ci porta quasi sempre a Londra, a Canterbury o tra le città d'arte italiane. Eppure, a metà degli anni '70, mentre nel resto d'Europa il genere iniziava a mostrare i primi segni di stanchezza, nelle gelide terre della Svezia stava germogliando qualcosa di incantevole.

I Kaipa non sono stati solo una band minore di quel periodo: sono stati i custodi di un sound boreale, capaci di prendere la complessità del prog sinfonico e tingerla con i colori della malinconia e delle leggende popolari scandinave.

La nascita del suono boreale

La storia comincia a Uppsala nel 1973, inizialmente sotto il nome di Ura Kaipa, per iniziativa del tastierista Hans Lundin e del bassista Tomas Eriksson. La svolta decisiva arriva però con l'ingresso di un giovanissimo e talentuoso chitarrista, non ancora maggiorenne: Roine Stolt (un nome che, decenni dopo, scriverà pagine fondamentali del genere).

A differenza dei loro contemporanei anglosassoni, i Kaipa scelsero una strada coraggiosa: rifiutarono l'inglese e decisero di cantare rigorosamente nella loro lingua madre. Questa scelta, se da un lato ne limitò l'esportazione immediata all'estero, dall'altro conferì alla loro musica un'autenticità e un fascino fiabesco inimitabili. Le tastiere di Lundin e la chitarra lirica di Stolt dialogavano come se stessero descrivendo immensi paesaggi innevati, foreste millenarie e cieli scandinavi.

Gli anni d'oro: Inget Nytt Under Solen (1976)

Cover album Inget Nytt Under Solen - Kaipa 1976


Dopo un eccellente album di debutto omonimo nel 1975, la band pubblica l'anno successivo quello che è considerato il loro capolavoro assoluto degli anni '70: "Inget Nytt Under Solen"(Niente di nuovo sotto il sole).

L'album è un trionfo di prog sinfonico che guarda ai Genesis di Foxtrot e agli Yes di Close to the Edge, ma rielaborati attraverso una sensibilità melodica squisitamente svedese. La suite che dà il titolo al disco, divisa in quattro parti, è un viaggio strumentale e vocale di rara bellezza, dove la chitarra di Stolt piange letteralmente note di puro lirismo, sorretta da un uso maestoso di organo Hammond e sintetizzatori.

Nonostante il successo in patria e i tour intensi, i continui cambi di formazione e l'arrivo degli anni '80 (con l'inevitabile mutamento del mercato discografico) spinsero la band a una lunga pausa, che sembrava aver messo la parola fine alla loro storia nel 1982.

Il miracolo della rinascita: Un ponte verso il presente

Molte delle storie che raccontiamo in questa rubrica finiscono con un muro di rimpianti e lo scioglimento definitivo. Per i Kaipa, invece, il destino aveva in serbo una trama completamente diversa.

Nel 2002, dopo vent'anni di silenzio, Hans Lundin e Roine Stolt si sono ritrovati, decidendo di riaccendere il motore della band. Non si è trattato di una semplice operazione nostalgica, ma dell'inizio di una seconda giovinezza artistica straordinaria.

I Kaipa sono una delle pochissime realtà degli anni '70 che non solo è attiva ancora ai nostri giorni, ma che da oltre vent'anni continua a regalarci capolavori di progressive rock moderno a scadenze regolari. Album come Notes from the Past (2002), Sattyg (2014) o il meraviglioso Urskog (2022) mostrano una band che non ha perso un briciolo della propria freschezza.

Oggi, arricchiti da musicisti straordinari della scena svedese (come il bassista Jonas Reingold e le incredibili voci di Patrik Lundström e Aleena Gibson), i Kaipa continuano a tessere trame sonore maestose, dimostrando che il progressive rock, quando ha radici profonde e sincere, non invecchia mai. Splende, semplicemente, come un sole di mezzanotte.

La bussola per i lettori: I due volti dei Kaipa

Per iniziare a esplorare il loro immenso patrimonio musicale, ti consigliamo di ascoltare questi tre dischi, distanti nel tempo ma uniti dallo stesso spirito:



Urskog (2022)

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Telegraph – Topography of Mind (2026) Israele

 

cover album Topography of Mind - Telegraph 2026

Telegraph – Topography of Mind (2026): Un viaggio cosmico tra nostalgia e futuro

Il 2026 si sta rivelando un anno incredibilmente generoso per le sonorità progressive, eppure alcune delle gemme più preziose continuano a fluttuare fuori dai radar dei grandi media. È il caso dei Telegraph e del loro straordinario nuovo lavoro, Topography of Mind. Se siete alla ricerca di un album capace di fondere la maestosità del prog sinfonico classico con le derive ipnotiche dello space rock, avete appena trovato il vostro Santo Graal musicale.

Mappe mentali e costellazioni sonore

Fin dalle prime note, Topography of Mind si presenta come un concept album nel senso più nobile del termine. Non si tratta solo di una successione di brani, ma di una vera e propria mappatura geografica degli stati d'animo. I Telegraph riescono nell'impresa di far coesistere due anime apparentemente distanti: la precisione geometrica del prog sinfonico anni '70 (pensa ai Genesis dell'era Gabriel o ai Camel più ispirati) e la libertà fluttuante dello space rock alla Pink Floyd o Hawkwind.

Il disco si apre con suite strumentali che lasciano ampio respiro ai musicisti. I sintetizzatori vintage e i tappeti di tastiere creano una nebbia cosmica da cui emergono, improvvisi e taglienti, assoli di chitarra carichi di phaser e delay.

Mellotron, flauti e riff pesanti

La vera forza dell'album risiede nel dinamismo. I Telegraph non si limitano a replicare il passato. Accanto a strumenti tradizionali del genere come il flauto traverso e il mellotron - che donano un calore folk e pastorale ad alcuni passaggi - la band non ha paura di spingere sul pedale del distorsore. Nelle sezioni centrali dell'opera, la sezione ritmica si fa serrata, quasi marziale, sfociando in un heavy prog sofisticato ma potente, che destabilizza l'ascoltatore prima di riportarlo in orbita.

Le parti vocali, centrate e mai sovraesposte, fungono da bussola in questo oceano sonoro. I testi, criptici e poetici, esplorano il legame tra l'immensità dell'universo e i labirinti della mente umana, perfettamente in linea con il titolo dell'opera.

Perché è un album da non perdere?

In un'epoca di singoli "mordi e fuggi" da tre minuti, Topography of Mind è un atto di ribellione. Richiede tempo, cuffie di buona qualità e la volontà di lasciarsi trasportare. È un disco stratificato: al primo ascolto colpiscono le melodie sinfoniche, al quinto si scoprono dettagli di produzione e incastri ritmici millimetrici.

Se amate il prog che sa essere romantico, spaziale, a tratti oscuro ma sempre incredibilmente tecnico, quest'album merita un posto d'onore nella vostra collezione del 2026. Non lasciate che rimanga un segreto per pochi iniziati.

Un primo ascolto: Quì

Buy: Quì


mercoledì 5 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. II° - Maxophone

                                                    Maxophone (RPI)

Nella gloriosa e affollata stagione del Rock Progressivo Italiano (RPI) degli anni '70, la maggior parte delle band nasceva nelle cantine, tra chitarre distorte dei complessi beat convertiti al nuovo verbo e l'urgenza politica delle piazze. I Maxophone, invece, nascono tra le mura austere e rigorose del conservatori di Milano.

Questa genesi accademica non ha tarpato le ali alla loro creatività; al contrario, ha permesso loro di dare vita a un album omonimo, pubblicato nel 1975, che rappresenta probabilmente il punto di massima sofisticazione formale e tecnica di tutto il movimento progressivo italiano. Un disco monumentale che, purtroppo, ha dovuto fare i conti con la spietata legge del tempismo commerciale.

Gli artigiani del suono perfetto

Il nucleo dei Maxophone era composto da musicisti di una preparazione spaventosa. Polistrumentisti capaci di saltare da uno strumento a fiato a una chitarra elettrica senza battere ciglio. Tra loro spiccavano Sergio Lattuada (tastiere) e Roberto Giuliani (chitarra e pianoforte), ma a fare la vera differenza era la presenza di fiati classici come il corno francese di Maurizio Bianchini e il clarinetto di Leonardo Schiavone.

Mentre molte band del periodo cercavano l'impatto viscerale o la provocazione teatrale, i Maxophone cercavano la perfezione geometrica e la purezza del suono. Il loro prog non era solo "rock con elementi classici", ma una vera e propria fusione molecolare tra musica da camera, jazz-rock e canone sinfonico.

Il capolavoro: Maxophone (1975)

Cover album Maxophone - Maxophone 1975

L'omonimo album di debutto, stampato dalla Produttori Associati (la stessa etichetta dei primi dischi di Fabrizio De André e degli Alusa Fallax), è un'opera d'arte curata fino all'ossessione. Sei tracce che tolgono il fiato per la complessità degli arrangiamenti e la bellezza delle linee melodiche.

 C'è un paese al mondo: La traccia d'apertura è un manifesto dinamico. Inizia con un delicato intreccio acustico per poi esplodere in un trionfo di fiati e tastiere, sorretto da testi poetici e mai banali che riflettono sulle contraddizioni della società dell'epoca.

 Fase: Un brano strumentale dove la band mette in mostra un'agilità jazz-rock straordinaria, con continui cambi di tempo e un interplay tra basso e batteria che ricorda le produzioni d'oltremanica più blasonate.

 Al mancato compleanno di una farfalla: Forse la vetta emotiva del disco. Qui le influenze della musica sacra e corale si fondono con il rock progressivo, creando un'atmosfera solenne, quasi mistica, spezzata solo da assoli strumentali fulminanti.

 La vera firma stilistica dei Maxophone risiede nei loro cori. A differenza di molti gruppi prog italiani in cui il cantato era spesso il punto debole, i Maxophone costruivano intrecci vocali a quattro o cinque voci di matrice polifonica, curati al millimetro e intonati in modo celestiale.

 Il paradosso del 1975 e l'oblio


Perché, di fronte a un simile capolavoro, i Maxophone non sono diventati famosi come la PFM o il Banco del Mutuo Soccorso? La risposta sta tutta nell'anno di pubblicazione: il 1975.

In quel momento, l'età dell'oro del prog italiano si stava bruscamente chiudendo. Il pubblico giovanile stava cambiando pelle, la musica si faceva più politicizzata e cruda, e nelle discoteche iniziavano a risuonare i primi battiti della dance. Un album così rifinito, colto e orchestrale venne percepito da una parte della critica come un esercizio di stile anacronistico.

La band tentò persino la carta del mercato internazionale registrando una versione del disco con i testi in inglese (curati da svariati collaboratori tra cui anche un giovane Peter Hammill), ma la promozione fu scarsa. Delusi dalla mancanza di riscontri e dalle difficoltà del mercato, i Maxophone si sciolsero poco dopo, lasciando quel disco come una splendida cattedrale nel deserto.

Perché il loro vinile è un Santo Graal


Oggi, a distanza di decenni, il tempo ha cancellato le mode del 1975 e ha lasciato parlare solo la musica. L'album dei Maxophone è considerato dai collezionisti di tutto il mondo (specialmente in Giappone e Corea, dove il prog italiano è venerato) come uno dei dischi più preziosi e musicalmente ineccepibili di sempre.

 I Maxophone sono stati i sarti di un prog d'alta moda, capaci di cucire insieme spartiti classici e attitudine rock con un filo d'oro. Un ascolto obbligatorio per chiunque voglia capire fino a dove si sia spinta l'eccellenza musicale italiana in quel decennio irripetibile.


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martedì 4 agosto 2026

Agusa - Panacea (2026) Svezia

 

Cover album  Panacea - Agusa 2026
Agusa - Panacea (Live)

Agusa – Panacea (Karisma Records, 2026)

Quando un gruppo come gli Agusa decide di dare alle stampe un nuovo album dal vivo, non ci si trova mai di fronte a una semplice operazione nostalgica o a un riempitivo discografico. Il quintetto svedese ha dimostrato a più riprese che la dimensione live è il terreno dove la propria formula - un irresistibile mix di prog settantiano, folk scandinavo, psych rock e derive kraut - trova la sua massima dilatazione ed energia espressiva. 

Registrato nel settembre 2024 al Progressive Circus Festival di Malmö e pubblicato nel maggio 2026 dalla Karisma Records, Panacea raccoglie in 45 minuti di musica appena tre tracce. Una scelta essenziale ma mirata, che mette a confronto tre fasi differenti della discografia della band e dimostra come i brani da studio si trasformino su palcoscenico in organismi vivi, caldi e in continua evoluzione. 

Le tracce e il confronto con le versioni da studio

1. Lust Och Fägring (Sommarvisan)

Versione originale: Två (2015) 

La resa live (14:34): Rispetto alla traccia d'apertura del loro secondo lavoro in studio, che spiccava per un'eleganza pastorale e un intreccio flauto/chitarra quasi idilliaco, questa versione dal vivo aumenta l'impatto ritmico e la tensione ipnotica. Il flauto si fa più viscerale, mentre la sezione ritmica spinge con maggiore irruenza. Se in studio il brano evocava un paesaggio estivo svedese e sognante, dal vivo acquisisce un'energia pagana e quasi dionisiaca, estendendo le sezioni soliste verso territori decisamente più psichedelici. 

2. Den Förtrollade Skogen

Versione originale: Högtid (2014) 

La resa live (20:43): "La foresta incantata" è il pilastro del debutto degli Agusa. Se la versione da studio era un'escursione kraut-prog dal carattere fortemente cosmico e contemplativo, su Panacea diventa una suite monumentale di oltre venti minuti. L'organo Hammond guida la narrazione con un timbro più denso e scuro, mentre i continui cambi di dinamica tra momenti di quiete sognante ed esplosioni lisergiche mostrano una band capace di respirare all'unisono con il pubblico. È il vero cuore pulsante dell'album. 

3. Ur Askan

Versione originale: Prima Materia (2023) 

La resa live (10:39): Tratto dal recente corso della band, Ur Askan ("Dalle ceneri") chiude il disco con una carica catartica. Rispetto all'esecuzione pulita e stratificata presente su Prima Materia, la versione live guadagna in ruvidezza e dinamica. Il tema principale di chitarra suona più incisivo e drammatico, librandosi su una trama di organo e flauto che costruisce un crescendo finale liberatorio. 

Un balsamo per la mente

Il titolo Panacea non è casuale: l'intenzione del gruppo è quella di offrire un rimedio sonoro alle ansie della vita moderna. La masterizzazione curata da Magnus Lindberg restituisce un suono organico, nitido ma privo di artificialità, permettendo di percepire ogni minima sfumatura e l'acustica calda dell'esibizione dal vivo. 

Panacea non sostituisce gli album in studio degli Agusa, ma li completa e li sublima. Per chi li conosce già è la conferma del loro status di maestri della scena neo-prog/psych nordica; per chi non li ha mai ascoltati, rappresenta una perfetta porta d'ingresso per comprendere la forza primordiale del loro suono. Un acquisto caldamente consigliato, sia in digitale che nelle sue eleganti edizioni in vinile. 

Quì: per l'acquisto e un primo ascolto

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