The Dear Hunter – Sunya (2026)
Tracciare nuove rotte nel deserto del prog moderno
Qualche mese fa, proprio qui sul blog, ci eravamo immersi nel cuore pulsante della discografia di Casey Crescenzo e compagni, analizzando quello straordinario affresco concettuale che è la saga degli Act: Act I: The Lake South, the River North, Act II: The Meaning of, and All Things Regarding Ms. Leading, Act III: Life and Death, Act IV: Rebirth in Reprise e Act V: Hymns with the Devil in Confessional. In quel post concordavamo su un punto fermo: quella pentalogia rappresenta una vetta narrativa, orchestrale e compositiva praticamente irraggiungibile per chiunque, persino per la band stessa.
Con l'uscita di Sunya in questo 2026, la domanda sorgeva spontanea: i The Dear Hunter possono superare la perfezione dei loro cinque Act? La risposta sincera è no. I cinque capitoli storici rimangono monumenti intoccabili della storia del rock progressivo, dotati di una carica drammatica ed epica irripetibile. Ma pretese di confronto a parte, Sunya dimostra che la band non ha alcuna intenzione di vivere di rendita o di replicare formule già viste.
Dall'Anfiteatro Urbano alle Desolazioni del Synth-Funk
Se uno degli album precedenti "Antimai" (2022) ci aveva portati all'interno di una metropoli distopica e suddivisa in anelli sociali, Sunya sposta il focus oltre quelle mura, addentrandosi in una terra di nessuno riarsa e misteriosa.
Musicalmente, l'album consolida la transizione intrapresa negli ultimi anni: le drammatiche orchestrazioni teatrali degli Act lasciano qui ampio spazio a un prog-rock a matrice fortemente synth-funk e jazz-fusion. L'intreccio ritmico tra il basso pulsante di Nick Sollecito e le batterie spezzate di Nick Crescenzo crea un'ossatura su cui le tastiere e le chitarre disegnano trame complesse, a tratti quasi psichedeliche.
I momenti chiave del disco mostrano una maturità stilistica indiscutibile:
Le dinamiche travolgenti: Brani come Marauders e la grottesca The Bazaareteria mettono in mostra il lato più dinamico e rutilante della band, giocando su contrappunti vocali sofisticati e groove serratissimi.
La trilogia centrale: La suite The Glass Desert (divisa in Giants, Cliffs and Stormlands e The Plains) rappresenta il vero cuore pulsante del disco. È qui che il gruppo bilancia al meglio l'urgenza ritmica con una tensione atmosferica e widescreen.
La risoluzione concettuale: La title track finale chiude l'opera con un ritornello corale e un senso di spettrale disillusione che sintetizza l'intero viaggio lirico.
Conclusioni
Sunya non ha la spinta emotiva devastante di un Act IV o la teatralità barocca di Act II, e va benissimo così. Pretendere che un artista rimanga incatenato al proprio capolavoro è il modo migliore per soffocarne la creatività.
I The Dear Hunter del 2026 sono musicisti immensamente consapevoli dei propri mezzi. Sunya è un'opera autorevole, coraggiosa e ricca di dettagli, che continua a ridisegnare i confini del progressive rock contemporaneo dimostrando che c'è ancora vita - e tantissima classe - al di fuori della grande saga che ce li ha fatti amare.
Un Primo ascolto: Quì
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