lunedì 7 settembre 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VI°) Part. V° (US) Ethos

 

Ethos

Per chiudere in bellezza questa cinquina tutta americana ci spostiamo a Fort Wayne, in Indiana, per raccontare la storia di una delle pochissime band prog statunitensi ad essere riuscite a pubblicare due capolavori consecutivi per una major discografica: gli Ethos.

Con il loro sinfonismo raffinato, spaziale e ricco di contaminazioni, gli Ethos hanno lasciato un segno indelebile con due album eccelsi (Ardour del 1976 e Open Up del 1977).

Rubrica Storie delle prog band minori: Ethos

Mentre la gran parte delle band del movimento progressive americano degli anni '70 era costretta all'autoproduzione e a tirature limitatissime, nel 1976 un quintetto dell'Indiana riuscì a catturare l'attenzione della colossale Capitol Records. Quel gruppo si chiamava Ethos (precedentemente noti come Atlantis) e la loro eredità è legata a due album straordinari che rappresentano una delle espressioni più mature, brillanti e tecnologiche del prog d'oltreoceano.

Capaci di fondere le atmosfere cosmiche dei Pink Floyd, la precisione dei Gentle Giant e le maestose strutture sinfoniche di King Crimson e Yes, gli Ethos hanno creato un linguaggio sonoro unico, moderno e straordinariamente affascinante.

Due tastieristi e sonorità spaziali

La forza propulsiva degli Ethos risiedeva nella formazione a due tastieristi: Michael Ponczek (anche chitarrista e voce) e Duncan Hammond (sintetizzatori, organo, pianoforte e Mellotron), affiancati dalla chitarra e voce solista di Wil Sharpe, dal basso di Brad Stephenson e dalla versatile batteria di Mark Richards.

L'ampio parco di sintetizzatori e l'uso continuo e drammatico del Mellotron permettevano alla band di creare tessiture sonore dense e avvolgenti, dove le linee vocali limpide s'intrecciavano a ritmiche complesse e sfumature quasi "spaziali" (sci-fi).

La doppietta capolavoro: Ardour (1976) e Open Up (1977)

A differenza di molte altre band meteora, gli Ethos hanno regalato al pubblico due opere imprescindibili e complementari:

Ardour (1976): Il trionfo del sinfonismo cosmico

Cover album Ardour - Ethos 1976

L'esordio è un concept album maestoso e compatto. Brani come Intrepid Traveller, Space Brothers e la mini suite The Dimension Man mostrano un gruppo all'apice della forma: fughe di sintetizzatore Moog si fondono con arpeggi acustici, ripartenze serrate e ritmiche dispari. Il suono è caldo, avvolgente e fortemente suggestivo, sorretto da una produzione di altissimo livello.

Open Up (1977): Maturità e perizia tecnica

Cover album Open Up - Ethos 1977

Il secondo capitolo, pubblicato l'anno successivo, affina ulteriormente la formula. Pur introducendo momenti leggermente più snelli e melodici, l'album contiene vette di complessità e arrangiamento pazzesche. Brani come Pimp City, Memories e Close Your Eyes mettono in mostra un intreccio contrappuntistico di tastiere e chitarre di rara eleganza, dimostrando una maturità compositiva pari ai grandi maestri britannici.

Il valore di una grande eredità

Nonostante il supporto della Capitol Records e tour di grande impatto al fianco di giganti come Kiss e Frank Zappa, la pressione commerciale e il mutamento dei gusti del pubblico verso la fine del decennio portarono allo scioglimento della band.

I due album degli Ethos rimangono tuttavia un punto di riferimento assoluto per chiunque voglia comprendere fino a che punto il progressive rock americano potesse rivaleggiare per eleganza, tecnologia e sinfonismo con la scuola europea.

Un primo ascolto: (Ardour) Quì, (Open Up) Quì.

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VI°) Part. IV° (US) Mirthrandir

Cover album For You The Old Women -  Mirthrandir 1976

Dalla poesia intimista degli Easter Island ci spostiamo in New Jersey per incontrare una band che rappresenta il punto d'arrivo assoluto del virtuosismo, della complessità e della precisione tecnica nel prog americano: i Mirthrandir.

 Se c'è un gruppo statunitense che ha preso le geometrie dei Gentle Giant e la maestosità sinfonica degli Yes per spingerle oltre ogni limite di incastro e arrangiamento, quello è proprio il sestetto dei Mirthrandir.

Rubrica Storie delle prog band minori: Mirthrandir

 Nel 1976, mentre negli Stati Uniti le radio venivano invase dalle prime avvisaglie del rock radiofonico AOR e dalla disco, una giovanissima formazione del New Jersey dette alle stampe in totale indipendenza un album destinato a far tremare i polsi a qualsiasi musicista per complessità e perizia tecnica. Il gruppo si chiamava Mirthrandir (chiaro omaggio, pur con una lieve variazione ortografica, al Gandalf di J.R.R. Tolkien, Mithrandir) e il loro unico lavoro, "For You the Old Women", è una vera e propria meteora di puro ed esaltante prog sinfonico.

 Un disco incredibilmente ambizioso, ricco di cambi di tempo vertiginosi, fughe polifoniche e un utilizzo geniale dei fiati all'interno della struttura rock.

 Una macchina da guerra tecnica tra fiati e tastiere

 I Mirthrandir potevano contare su un organico numeroso e straordinariamente preparato dal punto di vista formale: Simon Gannet alle tastiere (Mellotron, Moog, organo, pianoforte), Richard Excellente alle chitarre, John Vislocky alla voce, tromba e trombone, Robert Arace alla batteria, Alexander Romanelli alla chitarra e James Miller al basso e al flauto.

 Ciò che distingueva i Mirthrandir da molte altre band dell'epoca era proprio l'integrazione perfetta della sezione fiati (tromba, trombone e flauto) nel tessuto sinfonico: invece di limitarsi a semplici assoli o riempitivi, i fiati disegnavano complesse fughe contrappuntistiche insieme alle tastiere e alle chitarre, creando una sonorità ricca, brillante e densissima.

 For You the Old  Women (1976): Labirinti sonori e pura energia

 L'album "For You the Old Women" è composto da cinque tracce in cui non c'è un solo secondo di banalità o di riempitivo:

 For You the Old Women: La title-track d'apertura mette subito in chiaro le intenzioni della band: un attacco folgorante guidato da riff incrociati di chitarra e synth, ritmiche dispari serratissime e continui cambi di atmosfera.

Conversation With Personality: Un brano che mostra la chiara influenza dei Gentle Giant nella gestione dei controcanti e dei continui incastri timbrici. Il dialogo tra il flauto, la tromba e l'organo Hammond crea un vortice sonoro di rara precisione matematica.

Light of the Candle: Un'ampia composizione in cui la band dimostra di saper alternare al virtuosismo più sfrenato anche momenti di grande respiro melodico e sinfonico, sorretti da tappeti di Mellotron e da una prestazione vocale espressiva e d'impatto.

 Number Six e For Four: Gli episodi che chiudono il disco, dove le trame di chitarra di Romanelli e i sintetizzatori di Gannet toccano vertici di dinamica pazzeschi, sorretti da una sezione ritmica capace di cambiare tempo e metro con una naturalezza disarmante.

 Il destino di una stella cometa

 Realizzato con enormi sforzi finanziari personali e distribuito in tiratura limitata per la propria etichetta Foxtrot Records, "For You the Old Women" non trovò il supporto delle grandi major, incapaci di comprendere e commercializzare una musica così complessa. La band si sciolse poco dopo, lasciando questo singolo album come testimonianza del proprio passaggio.

 Nonostante ciò, Mirthrandir rimane un nome reverenziale tra gli amanti del prog degli anni '70: un disco monumentale, dinamico ed esuberante, che dimostra fino a che punto si potesse spingere l'ambizione musicale della gioventù americana dell'epoca.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VI°) Part. III° (US) Easter Island

Cover album Easter Island - Easter island 1979

 Dalle atmosfere cupe dei Babylon ci spostiamo in Kentucky per esplorare la proposta di un'altra gemma nascosta del prog americano: gli Easter Island.

Se molte band statunitensi dell'epoca cercavano il compromesso commerciale, gli Easter Island realizzarono nel 1979 un album interamente indipendente, dominato da un'anima squisitamente sinfonica, intima e quasi cameristica.

Rubrica Storie delle prog band minori: Easter Island

Sul finire degli anni '70, la cittadina di Lexington, in Kentucky, non era certo considerata la capitale del rock progressivo. Eppure è proprio da qui che nel 1979 emerse una formazione dal talento puro e cristallino: gli Easter Island. Il loro unico omonimo album, stampato privatamente per la piccolissima etichetta Helicon, rappresenta uno dei segreti meglio custoditi di tutto il panorama prog d'oltreoceano.

Lontano dalle mode dell'epoca e totalmente immune alle sirene della disco music o del punk, Easter Island è un'opera di puro romanticismo sinfonico, intessuta con una grazia e una sensibilità fuori dal comune.

L'eleganza dell'esecuzione

La forza espressiva degli Easter Island risiedeva nella combinazione insolita dei loro strumenti di punta. La formazione vedeva Mark Miceli alle tastiere, chitarra e voce solista, Rick Bartlett voce principale, Park Crain al basso, Mark Hendricks alla batteria e percussioni e, soprattutto, Ray Vogel al pianoforte, sintetizzatori Yamaha CS80 e Mellotron.


L'uso del sintetizzatore e di un pianoforte dal sapore squisitamente classico donava alla loro musica una dimensione da "musica da camera", che si fondeva alla perfezione con le trame di Mellotron e gli effetti synth dal timbro morbido e avvolgente.

Easter Island (1979): Poesia e sinfonismo acustico

L'album si sviluppa come un viaggio delicato e introspettivo, dove il virtuosismo non è mai ostentato, ma sempre messo al servizio della melodia e dell'atmosfera:

Solar Fire e The Golden Shrine: I brani di apertura mostrano subito la cifra stilistica del gruppo. Intrecci eleganti di chitarra acustica e pianoforte si alternano a improvvisi cambi di tempo guidati dalla sezione ritmica, con linee vocali calde e liriche che richiamano la delicatezza dei Camel o la poesia dei Renaissance.

Face to Face, The Inward View e Alms for the Blind: Episodi in cui Synth e Mellotron prendono il sopravvento, stendendo tappeti armonici di rara bellezza e malinconia. Il dialogo tra gli strumenti ad arco e i sintetizzatori crea un contrasto timbrico affascinante, sospeso tra passato e futuro.

Winds of Change: La traccia di chiusura rappresenta il vero capolavoro del disco. Una composizione fluida e cangiante, capace di passare da delicate aperture acustiche a momenti di grande impeto sinfonico, lasciando all'ascoltatore una sensazione di profonda serenità.

Un piccolo grande capolavoro da riscoprire

Stampato all'epoca in poche centinaia di copie, "Easter Island" è rimasto per anni un disco introvabile, contribuendo a creare l'alone di mistero attorno al nome della band. La successiva riscoperta da parte della critica specializzata e dei collezionisti di tutto il mondo ha infine reso giustizia a questa band del Kentucky.

Gli Easter Island hanno dimostrato che il prog americano sapeva essere anche sommesso, poetico e sognante, regalando agli appassionati un album di rara bellezza, eleganza e senza tempo.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VI°) Part. II° (US) Babylon

 

Cover album Babylon - Babylon 1978

Dalla maestosità sinfonica dei Fireballet ci spostiamo in Maryland per incontrare una delle band più affascinanti, oscure e viscerali dell'intero panorama progressive americano: i Babylon.

Se molti gruppi statunitensi cercavano di ammorbidire la propria proposta con spunti AOR, i Babylon fecero l'esatto contrario: scelsero la strada della complessità teatrale, guardando dritto negli occhi la scuola britannica più drammatica e concettuale.

Rubrica Storie delle prog band minori: Babylon

Nel 1978, quando il movimento punk e la disco music dominavano i mercati e il rock progressivo veniva frettolosamente dichiarato estinto, una band di St. Petersburg (Florida), ma formatasi originariamente nel Maryland, dette alla luce in totale indipendenza un disco straordinario e controtendenza. Quel gruppo si chiamava Babylon e il loro omonimo album d'esordio (Babylon, pubblicato per la piccolissima etichetta Mephisto Records) è oggi considerato un oggetto di culto assoluto del prog d'oltreoceano.

Ispirati dalle atmosfere cupe e contorte dei Genesis di "The Lamb Lies Down on Broadway", dai Gentle Giant più geometrici e dalle trame lisergiche di Peter Hammill, i Babylon crearono un sound drammatico, teatrale e intriso di una tensione quasi ossessiva.

Architetture complesse e teatralità d'avanguardia

I Babylon erano guidati dalla figura istrionica del cantante e tastierista Doroccas (Rod Sacco), affiancato dal secondo tastierista Gary Chambers (che si alternava anche al basso e alla chitarra acustica), dal chitarrista J. David Boyko, dal bassista Rick Leonard e dal batterista Rodney Best.

La presenza di ben due tastieristi permetteva al gruppo di erigere una fitta rete di sintetizzatori, organo e pianoforte, su cui si innestavano i continui cambi di tempo della sezione ritmica e le chitarre taglienti. Ma l'elemento catalizzatore era la voce di Doroccas: un canto espressivo, drammatico, declamatorio e teatrale, capace di passare da toni sibilanti a improvvise esplosioni liriche.

Babylon (1978): Un labirinto sonoro di quattro tracce

L'album è composto da soli quattro lunghi brani, ciascuno dei quali si sviluppa come un vero e proprio dramma sonoro:

The Mote in God's Eye: Un'apertura ipnotica e drammatica, caratterizzata da un continuo rincorrersi di tastiere, ritmi dispari e una linea vocale che trascina l'ascoltatore in un'atmosfera carica di pathos ed inquietudine.

Before the Fall: Brano che mette in mostra la straordinaria perizia tecnica della band, con trame intrecciate di sintetizzatore Moog e chitarra che ricordano la precisione matematica dei Gentle Giant, riletta però con un tono molto più cupo.

Dreamfish: Una traccia maestosa dove pianoforte e sintetizzatori tessono una melodia nostalgica e decadente, su cui Doroccas regala una delle sue interpretazioni vocali più intense.

Cathedral of the Mary Ruin: La suite di chiusura che rappresenta il vertice creativo dell'album. Tra cambi di tempo vertiginosi, fughe di tastiere e intermezzi acustici, i Babylon costruiscono un'opera sinfonica complessa e senza compromessi commercial-pop.

Un'eredità riscoperta nel tempo

A causa della scarsissima distribuzione e del periodo storico poco favorevole al genere, l'album dei Babylon passò quasi inosservato al grande pubblico dell'epoca. Tuttavia, la straordinaria qualità della musica e la personalità unica della band portarono alla sua riscoperta negli anni '90, trasformandolo in una pietra miliare del prog sinfonico americano.

I Babylon hanno dimostrato che il prog americano non era solo perizia tecnica o arena-rock, ma sapeva spingersi nelle profondità dell'avanguardia e della poesia teatrale con un coraggio fuori dal comune.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VI°) Part. I° (US) Fireballet

 

Cover album  Night on Bald Mountain - Fireballet 1975

Questa sesta cinquina è interamente dedicata al progressive rock made in USA: la scena prog americana degli anni '70 ha saputo prendere la lezione del sinfonismo britannico e rielaborarla con una perizia tecnica disarmante, trame virtuosistiche e una brillantezza sonora del tutto originale.

Iniziamo subito con i Fireballet, autori di un esordio che è una vera e propria dichiarazione d'amore al prog sinfonico di matrice inglese.

Rubrica Storie delle prog band minori: Fireballet

Quando si parla di progressive rock negli anni '70, si tende spesso a pensare che gli Stati Uniti fossero dominati esclusivamente dall'arena rock o dal boogie. Eppure, nel New Jersey dei primi anni '70, un gruppo di giovanissimi e straordinari musicisti decise di sfidare i giganti del prog britannico sul loro stesso terreno. Quei musicisti erano i Fireballet, e il loro album d'esordio del 1975, "Night on Bald Mountain" (pubblicato per la Passport Records), rimane uno dei vertici più lucenti e ambiziosi del sinfonismo americano.

Un disco maestoso, dinamico e arrangiato con una cura maniacale, impreziosito persino dalla produzione di una leggenda del prog mondiale: Ian McDonald, membro fondatore di King Crimson e Foreigner.

Virtuosismo e maestosità d'oltreoceano

I Fireballet nascono dall'unione di due band locali (i Freaktree e i Bulba) e vedono in formazione Bryan Hough (tastiere), Ryche Chlanda (chitarre e voce), Marty Biglin (basso) e l'incredibile Frank Petto (tastiere e percussioni), affiancati dalla potente batteria di Jim Cuomo (voce solista e percussioni).

Ciò che colpiva immediatamente dei Fireballet era la presenza di due tastieristi, una configurazione che permetteva loro di erigere vere e proprie muraglie sonore: Mellotron imponenti, fughe di sintetizzatore Moog, organo Hammond e ricchi intrecci di chitarre acustiche ed elettriche, il tutto guidato da armonie vocali elaborate e di chiarissima scuola americana.

Night on Bald Mountain (1975): Tra rock e musica classica

L'album Night on Bald Mountain è un trionfo di dinamica, tecnica e teatralità:

 Les Cathèdrales: Un'apertura folgorante: Il brano d'apertura mostra subito le carte della band: continui cambi di tempo, un basso pulsante e virtuoso, fughe di tastiere dal sapore classico e intrecci vocali che ricordano la lezione di Yes, Gentle Giant e Van Der Graaf Generator.

Centerion (Tales of the Fireball Kids),  The Fireballet e Atmospheres: Brani dove la band dimostra di saper dosare l'aggressività ritmica con momenti di pura poesia acustica, arricchiti dall'uso sapiente del flauto e da trame di pianoforte di grande eleganza.

La titanica suite "Night on Bald Mountain": Il punto culminante dell'album è la suite che occupa l'intera seconda facciata del vinile, una rielaborazione in chiave rock del celebre poema sinfonico "Una notte sul Monte Calvo di Modest Musorgskij". Tra citazioni classiche, esplosioni di Moog, sezioni ritmiche serrate e variazioni originali, i Fireballet riescono nell'impresa di rendere omaggio alla musica classica con una freschezza ed un'energia travolgenti.

Una meteora nel cielo americano

Nonostante il buon successo di critica e le esibizioni dal vivo di grandissimo impatto, la band soffrì il repentino cambio di rotta del mercato musicale. Il successivo album del 1976 (Two, Too...) vide una virata verso sonorità più accessibili e pop-rock, portando in breve tempo allo scioglimento del gruppo.

Tuttavia, il loro debutto del 1975 rimane un capolavoro assoluto, la dimostrazione di come la gioventù americana dell'epoca sapesse maneggiare la complessità del prog sinfonico con una classe e una disinvoltura da primi della classe.

Un primo ascolto: Quì

Prefazione

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domenica 6 settembre 2026

Galasphere 347 – The Syntax of Things 2026 (Multinazioni) Symphonic Prog

Cover album  The Syntax of Things  - Galasphere 347 (2026)

 Nove anni dopo l'esordio omonimo del 2018, i Galasphere 347 tornano con un’opera imponente e stratificata: "The Syntax of Things". Un ritorno attesissimo che non si limita a confermare il talento del supergruppo formato da Stephen James Bennett, Ketil Vestrum Einarsen e Mattias Olsson, ma ne eleva le ambizioni verso un'esplorazione sonora ancora più profonda, dove il prog rock moderno incontra la mitologia e la filosofia.

 Architettura e narrazione sonora

 L'album si sviluppa su un'impalcatura monumentale di oltre 55 minuti, strutturata come un viaggio concettuale attraverso il mito e la percezione del tempo:

 

​Hiraeth Pt.1 (Cronus) apre il disco richiamando subito il concetto di nostalgia e memoria; un’introduzione sospesa tra synth e suggestioni sognanti che imposta la rotta dell'album.

​Life as an Architect (Hestia) e Broken Bones (Eris) rappresentano le prime due suite sopra i nove minuti. Qui l'interazione tra i musicisti tocca vette altissime: ritmiche spigolose, intrecci di chitarre ed esplosioni melodiche si alternano al sax tagliente di Myke Clifford e alle linee di basso dinamiche di Jacob Holm-Lupo e John Jowitt.

​Nighthawks (Nyx) e Persephone (Kore) rallentano il passo per immergere l'ascoltatore in un'atmosfera notturna, intima e malinconica, sostenuta dal flauto poetico di Einarsen e dal lavoro raffinato di Bennett alla voce, alla lap steel e alle tastiere.

​The Syntax of Things (Athena), la title track di oltre 10 minuti, è il cuore nevralgico dell'opera. Una traccia complessa, dove le chitarre di Bjørn Riis (Airbag) e il drumming sempre imprevedibile e mai banale di Olsson guidano un'evoluzione musicale drammatica e cangiante.

​Hiraeth Pt.2 (Aion) chiude l'album riprendendo il tema iniziale ma espandendolo in un crescendo maestoso di oltre sette minuti, suggellando il ciclo con un senso di compiutezza e tempo infinito.

​Stile ed esecuzione

 Ciò che rende unico "The Syntax of Things" è la sua capacità di suonare organico nonostante la complessità degli arrangiamenti. L'uso di sonorità vintage - dal Gizmotron ai pedali Taurus - unito alle programmazioni moderne crea un contrasto timbrico affascinante, sospeso tra il calore del prog anni '70 e la lucidità della produzione contemporanea.

 Un lavoro maturo, immersivo e privo di scorciatoie, pensato per un ascolto attento e capace di svelare nuove sfumature a ogni riproduzione. Un punto fermo nella discografia dei Galasphere 347.

Per un primo ascolto e l'acquisto: Quì

 


sabato 5 settembre 2026

Spirergy – Wherever Forever 2026 (UK) Symphonic Prog

Cover album  Wherever Forever - Spirergy 2026

 Dave Allen e il progetto Spirergy

Dave Allen è un polistrumentista, compositore e produttore britannico. Originario di Swansea (Galles del Sud) e residente a Hoylake, nella penisola del Wirral (Regno Unito), Allen è la mente e il cuore pulsante dietro Spirergy, il suo progetto solista con cui compone, suona e produce tutti i brani.

Profilo e curiosità sull'artista

Polistrumentista versatile: Nasce principalmente come chitarrista, ma gestisce autonomamente tutti gli strumenti in studio (chitarre, basso, tastiere, voce e programmazione delle batterie).

Stile vocale evocativo: Il suo timbro acuto e pulito viene spesso accostato a quello di figure storiche del rock progressivo come Jon Anderson (Yes) e Pye Hastings (Caravan).

Inspirazioni e influenze: Oltre ai classici del prog britannico, la sua scrittura trae forte ispirazione da grandi maestri della composizione come Mike Oldfield.

Passione per le arti visive: Oltre alla musica, Dave Allen è un pittore ad olio e acrilico. Si occupa personalmente anche del lato visivo del progetto (copertine dei dischi e grafica), ispirandosi al lavoro del celebre illustratore Roger Dean.

Attività di studio: Lavora prevalentemente nel proprio home studio. Pur non avendo ancora un'attività live strutturata con una band, continua a pubblicare musica in autonomia.

"Wherever Forever" Un viaggio sonoro tra sinfonie e rock prog


Con l'album "Wherever Forever", il progetto Spirergy ci regala oltre un'ora di musica avvolgente, strutturata secondo i canoni del Symphonic Prog più classico ed emozionale. Interamente ideato ed eseguito dal polistrumentista Dave Allen, il disco si distingue per la capacità di unire la potenza del rock all'eleganza di arrangiamenti orchestrali e tastiere atmosferiche.

Caratteristiche stilistiche principali

Strutture ampie e sognanti: I brani hanno una durata generosa che permette alla musica di evolversi con calma, alternando momenti intimi e acustici ad aperture maestose.

Tastiere e sintetizzatori protagonisti: L'anima sinfonica del disco risiede nei tappeti di tastiere, che creano scenari sonori ricchi di pathos e richiamano i grandi nomi del prog classico.

Chitarre melodiche: Gli assoli e i riff di Dave Allen preferiscono la musicalità e l'espressività alla sola velocità, guidando l'ascoltatore attraverso continui cambi di atmosfera.

Timbro intimo: La parte vocale si inserisce delicatamente nelle trame strumentali, donando un tocco umano e riflessivo al racconto sonoro.

Tracklist e spunti di ascolto

Innocent Hearts (6:38): Un'apertura che mette subito in chiaro le coordinate del disco, tra melodia immediata e trame avvolgenti.

When They Came (9:04): Brano articolato che sviluppa crescenti tensioni drammatiche grazie a un eccellente lavoro di tastiere.

Carry Me Home (10:20): Superati i dieci minuti, questa traccia esplora varie sfaccettature emotive, con passaggi delicati che sfociano in potenti crescendo rock.

See It In Your Eyes (5:10): Il pezzo più breve dell'album, perfetto per concedere una pausa più diretta ed essenziale.

Falling From the Sky (7:13): Caratterizzato da ritmi incalzanti e assoli di chitarra di forte impatto.

It's Here Again (7:09): Una traccia che gioca molto sulle sfumature e sui cambi di tempo, mantenendo alta l'attenzione.

In the Small House (9:31): Un'opera evocativa che costruisce un'atmosfera intima prima di esplodere in una sezione sinfonica di grande respiro.

Wherever Forever (16:00): La title-track e suite finale di ben 16 minuti rappresenta il vero fulcro del disco, dove tutti gli elementi stilistici di Spirergy si fondono in un finale maestoso ed appagante.

Conclusioni

"Wherever Forever" è un lavoro solido e curato, pensato per chi ama perdersi nei viaggi musicali complessi ma sempre godibili e ricchi di armonia. Dave Allen dimostra grande padronanza compositiva, regalando agli appassionati del genere un album di qualità e grande atmosfera.

Per un primo ascolto e l'acquisto: Quì



Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VI°) Part. V° (US) Ethos

  Ethos Per chiudere in bellezza questa cinquina tutta americana ci spostiamo a Fort Wayne, in Indiana, per raccontare la storia di una dell...