sabato 8 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. V° (Yezda Urfa) US

                                         Yezda Urfa (US)

Yezda Urfa - Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. V°

Se pensate che il progressive rock degli anni '70 sia stato un affare esclusivamente europeo, fatto di conservatori, atmosfere medievali e aplomb britannico, preparatevi a ricredervi. Per il capitolo finale della nostra prima cinquina attraversiamo l'oceano e atterriamo a Portage, una cittadina industriale dell'Indiana, Stati Uniti.

È qui che nel 1973 un manipolo di polistrumentisti fuori di testa decide di fondare gli Yezda Urfa. Il loro obiettivo? Prendere la complessità geometrica del prog europeo, moltiplicarne la velocità per dieci e frullare il tutto con un'ironia dissacrante. Il risultato è una delle montagne russe musicali più incredibili mai registrate su nastro.

Una tempesta di note nel vuoto discografico

Guidati dal polistrumentista Rick Rodenbaugh alla voce e da una sezione ritmica formata da Marc Miller (basso) e Brad Christoff (batteria), gli Yezda Urfa si sono subito dei mostri di tecnica. Ma a differenza delle grandi band americane del periodo (come i Kansas o gli Styx), che cercavano di unire il prog all'hard rock da arena per scalare le classifiche, questi ragazzi ignoravano totalmente le regole del mercato.

Il loro stile era un mosaico impazzito. Immaginate i cambi di tempo matematici e spezzati dei Gentle Giant, gli intrecci melodici frenetici dei Gentle Giant o degli Yes del periodo Relayer, e l'umorismo grottesco e tagliente di Frank Zappa. In un solo brano degli Yezda Urfa potevate trovare un assolo di flauto folk, una sfuriata jazz-fusion, un coro polifonico a cappella e un riff di chitarra ai limiti del metal. Il tutto eseguito a una velocità d'esecuzione che definire "frenetica" è un eufemismo.

Il dramma delle autoproduzioni: Boris e Sacred Baboon

La proposta degli Yezda Urfa era così estrema e fuori dagli schemi che nessuna casa discografica americana ebbe il coraggio di metterli sotto contratto. Troppo complessi per le radio rock, troppo bizzarri per il pubblico di massa.

Cover album Boris - Yezda Urfa 1975



Nonostante l'isolamento, la band non si arrese e nel 1975 registrò un demo album intitolato "Boris", stampato privatamente in pochissime copie (oggi un vinile originale vale una fortuna tra i collezionisti). L'anno successivo, nel 1976, entrarono nuovamente in studio per registrare il loro capolavoro formale: "Sacred Baboon".

Cover album Sacred Baboon - Yezda Urfa 1976



 Brani come ToTa in the Moya o Cancer of the Band sono monumenti al virtuosismo d'avanguardia. Le tastiere di Phil Kimbrough e la chitarra di Mark Tipins si incastrano in rincorse sonore millimetriche, mentre la voce di Rodenbaugh si lancia in vocalizzi teatrali e surreali.

Purtroppo, anche Sacred Baboon non trovò sbocchi commerciali. Schiacciata dall'indifferenza delle major e dall'impossibilità di sopravvivere senza un supporto economico, la band si arrese e si sciolse alla fine del decennio, svanendo nel nulla senza aver mai pubblicato ufficialmente il proprio capolavoro (che vedrà la luce solo nel 1989 grazie all'etichetta Syn-Phonic).

Il mito sotterraneo

Con gli anni, la leggenda degli Yezda Urfa è cresciuta a dismisura grazie al passaparola globale tra gli amanti del prog più estremo e tecnico. Oggi sono considerati dei pionieri assoluti, anticipatori di quel filone iper-tecnico e matematico che anni dopo prenderà il nome di Math Rock o prog-metal d'avanguardia.

Gli Yezda Urfa sono stati una meteora impazzita, un gruppo che ha osato sfidare i limiti del tecnicismo senza mai perdere il gusto per il divertimento. Il finale perfetto per dimostrare che il progressive rock, negli anni '70, non aveva confini né geografici né mentali.

Un primo ascolto quì sotto:



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Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. IV° (Wigwam)

                                      Wigwam (Finlandia)

Wigwam - Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. IV°

Dalla Svezia ci spostiamo di poco, attraversando il Mar Baltico per approdare in Finlandia. Parlare dei Wigwam significa raccontare la storia di una band che in patria è considerata una leggenda assoluta (una sorta di monumento nazionale del rock), ma che nel resto d'Europa è rimasta intrappolata nello status di "culto per pochi".

La loro particolarità? Pur venendo dalla fredda Finlandia, sono riusciti a creare un sound caldissimo, che sembrava geneticamente modificato con il DNA della scena britannica di Canterbury.

Rubrica Storie delle prog band minori: Wigwam

Se c’è una nazione che oggi associamo immediatamente al metal sinfonico o alle sonorità più oscure, quella è la Finlandia. Ma nei primi anni '70, la terra dei mille laghi era un laboratorio incredibile per il rock progressivo. In cima a questa piramide creativa c’erano i Wigwam, nati a Helsinki nel 1968.

Mentre molte band scandinave dell'epoca cercavano di emulare il suono duro dei Deep Purple o il sinfonismo dei Genesis, i Wigwam scelsero una strada bizzarra e raffinatissima: presero la malinconia tipica del Nord Europa e la mescolarono con l'eccentricità, il jazz-rock e l'ironia del "Canterbury Sound" inglese (quello di Caravan e Soft Machine).

La doppia anima della band

Il segreto del sound dei Wigwam risiedeva nello scontro - e nel perfetto bilanciamento - tra due fortissime personalità artistiche, entrambe alle tastiere e alla voce: Jukka Gustavson e Jim Pembroke (quest'ultimo britannico di nascita, ma trasferitosi in Finlandia).

Gustavson era l'anima più squisitamente "progressive", filosofica e legata al jazz d'avanguardia; i suoi arrangiamenti all'organo Hammond erano complessi, densi e spirituali. Pembroke, d'altro canto, era il genio della melodia pop-art, capace di scrivere canzoni oblique, ironiche e malinconiche. Insieme al virtuoso del basso Pekka Pohjola (un altro musicista monumentale che attirerà persino l'attenzione di Mike Oldfield), i Wigwam crearono un melting pot sonoro unico al mondo.

Il Capolavoro Sconosciuto: Being (1974)

Cover album Being - Wigwam 1974

Dopo i primi lavori sperimentali, la band pubblica nel 1974 quello che molti critici considerano il Magnum Opus del prog finlandese: "Being".

Nato principalmente dalla mente di Jukka Gustavson, Being è un concept album profondo, politico e filosofico che critica gli eccessi della società occidentale. Musicalmente è un labirinto: l'ascoltatore viene proiettato in un flusso continuo dove canzoni pop surreali si infrangono contro improvvisazioni jazz, aperture orchestrali e un uso dei sintetizzatori che all'epoca era fantascienza. È un disco denso, che richiede più ascolti per essere compreso, ma che ripaga con una bellezza abbagliante.

Il salto internazionale e il paradosso di Nuclear Nightclub

Cover album Nuclear Nightclub - Wigwam 1975

Subito dopo Being, la band subisce una mezza rivoluzione: Gustavson e Pohjola lasciano il gruppo. Rimasto al timone, Jim Pembroke decide di snellire il suono, rendendolo più accessibile, e firma un contratto con la leggendaria etichetta britannica Virgin Records.

Nel 1975 esce "Nuclear Nightclub". Il disco è un successo clamoroso: la critica inglese li definisce "la miglior band del mondo dopo i Steely Dan e i Traffic". Il sound è un art-rock melodico, trascinante, guidato da chitarre pulite e tastiere sfolgoranti. Sembrava l'inizio di una gloriosa carriera internazionale, ma la sfortuna commerciale, la scarsa attitudine della band a promuoversi nei lunghi tour europei e l'arrivo imminente della tempesta punk frantumarono il sogno. I Wigwam rimasero dei giganti, ma confinati entro i confini della Scandinavia.

I tre dischi per iniziare il viaggio

Fairyport (1971)

Being (1974)

I Wigwam hanno dimostrato che il progressive rock non doveva per forza essere accademico o rigidamente barocco: poteva essere strano, ironico, caldo e incredibilmente elegante. Una gemma nordica che aspetta solo di essere riscoperta.

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Tusmorke - Balderdom 2026 (Norvegia)

 

Cover album  Balderdom - Tusmorke 2026

"Balderdom" dei Tusmørke (2026) – Un viaggio magico nel folk rock norvegese

I Tusmorke, una band capace di farci viaggiare nel tempo senza muoverci dal divano. Il gruppo norvegese è tornato in questo 2026 con un nuovo album intitolato "Balderdom", e possiamo dirlo subito: è un piccolo gioiello di stranezza, melodia e folklore.

Ma di cosa si tratta esattamente? E perché dovreste ascoltarlo anche se non masticate il rock più alternativo? Scopriamolo insieme.

Di cosa parla l'album?

Il titolo Balderdom ci porta dritti nella mitologia nordica (avete presente Balder, il dio della luce e della bellezza?). Ma non aspettatevi del metal pesante o canzoni rabbiose. I Tusmørke preferiscono usare canzoni che sembrano fiabe antiche, piene di mistero, folletti e foreste incantate.

Il sound è un mix unico:

 Strumenti d'epoca: Flauti magici, tastiere che sembrano uscite dagli anni '70 e un basso caldissimo.

 Ritmi ballabili: Anche se i testi parlano di storie antiche, la musica vi farà battere il piede a tempo fin dal primo ascolto.

 Un'atmosfera teatrale: Ascoltare questo disco è un po' come guardare uno spettacolo di burattini in un bosco di notte. È divertente, un pizzico bizzarro, ma affascinante.

Perché piacerà anche a voi

La cosa più bella di Balderdom è che non si prende troppo sul serio. Molti gruppi che fanno musica ispirata al passato risultano freddi o troppo accademici. I Tusmørke, invece, mantengono uno spirito giocoso e ironico.

Le melodie si stampano in testa facilmente e l'uso del flauto dà a tutto l'album un senso di leggerezza incredibile. È il disco perfetto da mettere su mentre si legge un libro fantasy, si sorseggia un tè caldo o semplicemente quando si ha voglia di staccare dalla frenesia della vita quotidiana.

Un album colorato, fuori dagli schemi e accessibile a tutti, capace di trasformare il grigiore quotidiano in una favola scandinava.

Non serve essere esperti di rock progressivo o di storia vichinga per godersi Balderdom. Basta avere un briciolo di curiosità e la voglia di farsi trasportare in un mondo parallelo. 

Date una chance ai Tusmørke: vi sembrerà di aver trovato un vecchio libro di favole dimenticato in soffitta.

I due brani da non perdere (e perché ascoltarli)

Per capire davvero quest'album, ci sono due tracce in particolare che mostrano i due lati dei Tusmørke: quello più orecchiabile e festoso, e quello più epico e misterioso.

1. "Svensk Drøm" – L'inno dell'amicizia davanti al falò

Scelta come primo singolo, questa canzone è il biglietto da visita perfetto dell'album. Nata da un vero sogno del cantante, evoca l'atmosfera di una cerchia di amici che cantano intorno a un fuoco di notte.

 Cosa vi colpirà: Ha un ritmo travolgente, quasi una marcia allegra che vi farà muovere subito la testa. Il flauto è il protagonista assoluto, saltellante e leggero, accompagnato da cori di gruppo che danno l'idea di una grande festa in mezzo ai boschi. È un brano solare, accessibile e trasmette una fortissima sensazione di unione e calore.

2. "Lidskjalv" – Il viaggio epico da oltre 20 minuti

Se Svensk Drøm è la festa, Lidskjalv è la vera e propria avventura fantasy. Questo brano occupa da solo l'intera seconda metà dell'album e dura ben 20 minuti! Il titolo fa riferimento al trono di Odino da cui il dio poteva guardare tutto l'universo.

 Cosa vi colpirà: Non spaventatevi per la durata: la traccia cambia continuamente forma, proprio come una storia a capitoli. Troverete parti più sussurrate e mistiche, improvvisi assoli di tastiere vintage che ricordano il rock degli anni '70 e un magico coro teatrale (l'Oslo Badstukor) che rende tutto incredibilmente solenne. È una traccia complessa ma affascinante, ideale da ascoltare ad occhi chiusi per lasciarsi trasportare.

Un primo ascolto: Quì


giovedì 6 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. III° (Kaipa)

                                            Kaipa (Svezia)

Kaipa - Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. III°

Quando pensiamo alle radici del progressive rock, la mappa geografica ci porta quasi sempre a Londra, a Canterbury o tra le città d'arte italiane. Eppure, a metà degli anni '70, mentre nel resto d'Europa il genere iniziava a mostrare i primi segni di stanchezza, nelle gelide terre della Svezia stava germogliando qualcosa di incantevole.

I Kaipa non sono stati solo una band minore di quel periodo: sono stati i custodi di un sound boreale, capaci di prendere la complessità del prog sinfonico e tingerla con i colori della malinconia e delle leggende popolari scandinave.

La nascita del suono boreale

La storia comincia a Uppsala nel 1973, inizialmente sotto il nome di Ura Kaipa, per iniziativa del tastierista Hans Lundin e del bassista Tomas Eriksson. La svolta decisiva arriva però con l'ingresso di un giovanissimo e talentuoso chitarrista, non ancora maggiorenne: Roine Stolt (un nome che, decenni dopo, scriverà pagine fondamentali del genere).

A differenza dei loro contemporanei anglosassoni, i Kaipa scelsero una strada coraggiosa: rifiutarono l'inglese e decisero di cantare rigorosamente nella loro lingua madre. Questa scelta, se da un lato ne limitò l'esportazione immediata all'estero, dall'altro conferì alla loro musica un'autenticità e un fascino fiabesco inimitabili. Le tastiere di Lundin e la chitarra lirica di Stolt dialogavano come se stessero descrivendo immensi paesaggi innevati, foreste millenarie e cieli scandinavi.

Gli anni d'oro: Inget Nytt Under Solen (1976)

Cover album Inget Nytt Under Solen - Kaipa 1976


Dopo un eccellente album di debutto omonimo nel 1975, la band pubblica l'anno successivo quello che è considerato il loro capolavoro assoluto degli anni '70: "Inget Nytt Under Solen"(Niente di nuovo sotto il sole).

L'album è un trionfo di prog sinfonico che guarda ai Genesis di Foxtrot e agli Yes di Close to the Edge, ma rielaborati attraverso una sensibilità melodica squisitamente svedese. La suite che dà il titolo al disco, divisa in quattro parti, è un viaggio strumentale e vocale di rara bellezza, dove la chitarra di Stolt piange letteralmente note di puro lirismo, sorretta da un uso maestoso di organo Hammond e sintetizzatori.

Nonostante il successo in patria e i tour intensi, i continui cambi di formazione e l'arrivo degli anni '80 (con l'inevitabile mutamento del mercato discografico) spinsero la band a una lunga pausa, che sembrava aver messo la parola fine alla loro storia nel 1982.

Il miracolo della rinascita: Un ponte verso il presente

Molte delle storie che raccontiamo in questa rubrica finiscono con un muro di rimpianti e lo scioglimento definitivo. Per i Kaipa, invece, il destino aveva in serbo una trama completamente diversa.

Nel 2002, dopo vent'anni di silenzio, Hans Lundin e Roine Stolt si sono ritrovati, decidendo di riaccendere il motore della band. Non si è trattato di una semplice operazione nostalgica, ma dell'inizio di una seconda giovinezza artistica straordinaria.

I Kaipa sono una delle pochissime realtà degli anni '70 che non solo è attiva ancora ai nostri giorni, ma che da oltre vent'anni continua a regalarci capolavori di progressive rock moderno a scadenze regolari. Album come Notes from the Past (2002), Sattyg (2014) o il meraviglioso Urskog (2022) mostrano una band che non ha perso un briciolo della propria freschezza.

Oggi, arricchiti da musicisti straordinari della scena svedese (come il bassista Jonas Reingold e le incredibili voci di Patrik Lundström e Aleena Gibson), i Kaipa continuano a tessere trame sonore maestose, dimostrando che il progressive rock, quando ha radici profonde e sincere, non invecchia mai. Splende, semplicemente, come un sole di mezzanotte.

La bussola per i lettori: I due volti dei Kaipa

Per iniziare a esplorare il loro immenso patrimonio musicale, ti consigliamo di ascoltare questi tre dischi, distanti nel tempo ma uniti dallo stesso spirito:



Urskog (2022)

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Telegraph – Topography of Mind (2026) Israele

 

cover album Topography of Mind - Telegraph 2026

Telegraph – Topography of Mind (2026): Un viaggio cosmico tra nostalgia e futuro

Il 2026 si sta rivelando un anno incredibilmente generoso per le sonorità progressive, eppure alcune delle gemme più preziose continuano a fluttuare fuori dai radar dei grandi media. È il caso dei Telegraph e del loro straordinario nuovo lavoro, Topography of Mind. Se siete alla ricerca di un album capace di fondere la maestosità del prog sinfonico classico con le derive ipnotiche dello space rock, avete appena trovato il vostro Santo Graal musicale.

Mappe mentali e costellazioni sonore

Fin dalle prime note, Topography of Mind si presenta come un concept album nel senso più nobile del termine. Non si tratta solo di una successione di brani, ma di una vera e propria mappatura geografica degli stati d'animo. I Telegraph riescono nell'impresa di far coesistere due anime apparentemente distanti: la precisione geometrica del prog sinfonico anni '70 (pensa ai Genesis dell'era Gabriel o ai Camel più ispirati) e la libertà fluttuante dello space rock alla Pink Floyd o Hawkwind.

Il disco si apre con suite strumentali che lasciano ampio respiro ai musicisti. I sintetizzatori vintage e i tappeti di tastiere creano una nebbia cosmica da cui emergono, improvvisi e taglienti, assoli di chitarra carichi di phaser e delay.

Mellotron, flauti e riff pesanti

La vera forza dell'album risiede nel dinamismo. I Telegraph non si limitano a replicare il passato. Accanto a strumenti tradizionali del genere come il flauto traverso e il mellotron - che donano un calore folk e pastorale ad alcuni passaggi - la band non ha paura di spingere sul pedale del distorsore. Nelle sezioni centrali dell'opera, la sezione ritmica si fa serrata, quasi marziale, sfociando in un heavy prog sofisticato ma potente, che destabilizza l'ascoltatore prima di riportarlo in orbita.

Le parti vocali, centrate e mai sovraesposte, fungono da bussola in questo oceano sonoro. I testi, criptici e poetici, esplorano il legame tra l'immensità dell'universo e i labirinti della mente umana, perfettamente in linea con il titolo dell'opera.

Perché è un album da non perdere?

In un'epoca di singoli "mordi e fuggi" da tre minuti, Topography of Mind è un atto di ribellione. Richiede tempo, cuffie di buona qualità e la volontà di lasciarsi trasportare. È un disco stratificato: al primo ascolto colpiscono le melodie sinfoniche, al quinto si scoprono dettagli di produzione e incastri ritmici millimetrici.

Se amate il prog che sa essere romantico, spaziale, a tratti oscuro ma sempre incredibilmente tecnico, quest'album merita un posto d'onore nella vostra collezione del 2026. Non lasciate che rimanga un segreto per pochi iniziati.

Un primo ascolto: Quì

Buy: Quì


martedì 4 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. II° (Maxophone)

                                             Maxophone (Italia)

Immagine - Storie delle Prog Band Minori
Storie delle Prog Band Minori 

Nella gloriosa e affollata stagione del Rock Progressivo Italiano (RPI) degli anni '70, la maggior parte delle band nasceva nelle cantine, tra le chitarre distorte dei complessi beat convertiti al nuovo verbo e l'urgenza politica delle piazze. I Maxophone, invece, nascono tra le mura austere e rigorose del Conservatorio di Milano.

Questa genesi accademica non ha tarpato le ali alla loro creatività; al contrario, ha permesso loro di dare vita a un album omonimo, pubblicato nel 1975, che rappresenta probabilmente il punto di massima sofisticazione formale e tecnica di tutto il movimento progressivo italiano. Un disco monumentale che, purtroppo, ha dovuto fare i conti con la spietata legge del tempismo commerciale.


Gli artigiani del suono perfetto


Il nucleo dei Maxophone era composto da musicisti di una preparazione spaventosa. Polistrumentisti capaci di saltare da uno strumento a fiato a una chitarra elettrica senza battere ciglio. Tra loro spiccavano Sergio Lattuada (tastiere) e Roberto Giuliani (chitarra e pianoforte), ma a fare la vera differenza era la presenza di fiati classici come il corno francese di Maurizio Bianchini e il clarinetto di Leonardo Schiavone.


Mentre molte band del periodo cercavano l'impatto viscerale o la provocazione teatrale, i Maxophone cercavano la perfezione geometrica e la purezza del suono. Il loro prog non era solo "rock con elementi classici", ma una vera e propria fusione molecolare tra musica da camera, jazz-rock e canone sinfonico.


Il capolavoro: Maxophone (1975)


Cover album Maxophone - Maxophone 1975
Maxophone - Maxophone

L'omonimo album di debutto, stampato dalla Produttori Associati (la stessa etichetta dei primi dischi di Fabrizio De André e degli Alusa Fallax), è un'opera d'arte curata fino all'ossessione. Sei tracce che tolgono il fiato per la complessità degli arrangiamenti e la bellezza delle linee melodiche.


 C'è un paese al mondo: La traccia d'apertura è un manifesto dinamico. Inizia con un delicato intreccio acustico per poi esplodere in un trionfo di fiati e tastiere, sorretto da testi poetici e mai banali che riflettono sulle contraddizioni della società dell'epoca.


 Fase: Un brano strumentale dove la band mette in mostra un'agilità jazz-rock straordinaria, con continui cambi di tempo e un interplay tra basso e batteria che ricorda le produzioni d'oltremanica più blasonate.


 Al mancato compleanno di una farfalla: Forse la vetta emotiva del disco. Qui le influenze della musica sacra e corale si fondono con il rock progressivo, creando un'atmosfera solenne, quasi mistica, spezzata solo da assoli strumentali fulminanti.


La vera firma stilistica dei Maxophone risiede nei loro cori. A differenza di molti gruppi prog italiani in cui il cantato era spesso il punto debole, i Maxophone costruivano intrecci vocali a quattro o cinque voci di matrice polifonica, curati al millimetro e intonati in modo celestiale.


Il paradosso del 1975 e l'oblio


Perché, di fronte a un simile capolavoro, i Maxophone non sono diventati famosi come la PFM o il Banco del Mutuo Soccorso? La risposta sta tutta nell'anno di pubblicazione: il 1975.


In quel momento, l'età dell'oro del prog italiano si stava bruscamente chiudendo. Il pubblico giovanile stava cambiando pelle, la musica si faceva più politicizzata e cruda, e nelle discoteche iniziavano a risuonare i primi battiti della dance. Un album così rifinito, colto e orchestrale venne percepito da una parte della critica come un esercizio di stile anacronistico.


La band tentò persino la carta del mercato internazionale registrando una versione del disco con i testi in inglese (curati da svariati collaboratori tra cui anche un giovane Peter Hammill), ma la promozione fu scarsa. Delusi dalla mancanza di riscontri e dalle difficoltà del mercato, i Maxophone si sciolsero poco dopo, lasciando quel disco come una splendida cattedrale nel deserto.


Perché il loro vinile è un Santo Graal


Oggi, a distanza di decenni, il tempo ha cancellato le mode del 1975 e ha lasciato parlare solo la musica. L'album dei Maxophone è considerato dai collezionisti di tutto il mondo (specialmente in Giappone e Corea, dove il prog italiano è venerato) come uno dei dischi più preziosi e musicalmente ineccepibili di sempre.


I Maxophone sono stati i sarti di un prog d'alta moda, capaci di cucire insieme spartiti classici e attitudine rock con un filo d'oro. Un ascolto obbligatorio per chiunque voglia capire fino a dove si sia spinta l'eccellenza musicale italiana in quel decennio irripetibile.


Prefazione


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Agusa - Panacea (2026) Svezia

 

Cover album  Panacea - Agusa 2026
Agusa - Panacea (Live)

Agusa – Panacea (Karisma Records, 2026)

Quando un gruppo come gli Agusa decide di dare alle stampe un nuovo album dal vivo, non ci si trova mai di fronte a una semplice operazione nostalgica o a un riempitivo discografico. Il quintetto svedese ha dimostrato a più riprese che la dimensione live è il terreno dove la propria formula - un irresistibile mix di prog settantiano, folk scandinavo, psych rock e derive kraut - trova la sua massima dilatazione ed energia espressiva. 

Registrato nel settembre 2024 al Progressive Circus Festival di Malmö e pubblicato nel maggio 2026 dalla Karisma Records, Panacea raccoglie in 45 minuti di musica appena tre tracce. Una scelta essenziale ma mirata, che mette a confronto tre fasi differenti della discografia della band e dimostra come i brani da studio si trasformino su palcoscenico in organismi vivi, caldi e in continua evoluzione. 

Le tracce e il confronto con le versioni da studio

1. Lust Och Fägring (Sommarvisan)

Versione originale: Två (2015) 

La resa live (14:34): Rispetto alla traccia d'apertura del loro secondo lavoro in studio, che spiccava per un'eleganza pastorale e un intreccio flauto/chitarra quasi idilliaco, questa versione dal vivo aumenta l'impatto ritmico e la tensione ipnotica. Il flauto si fa più viscerale, mentre la sezione ritmica spinge con maggiore irruenza. Se in studio il brano evocava un paesaggio estivo svedese e sognante, dal vivo acquisisce un'energia pagana e quasi dionisiaca, estendendo le sezioni soliste verso territori decisamente più psichedelici. 

2. Den Förtrollade Skogen

Versione originale: Högtid (2014) 

La resa live (20:43): "La foresta incantata" è il pilastro del debutto degli Agusa. Se la versione da studio era un'escursione kraut-prog dal carattere fortemente cosmico e contemplativo, su Panacea diventa una suite monumentale di oltre venti minuti. L'organo Hammond guida la narrazione con un timbro più denso e scuro, mentre i continui cambi di dinamica tra momenti di quiete sognante ed esplosioni lisergiche mostrano una band capace di respirare all'unisono con il pubblico. È il vero cuore pulsante dell'album. 

3. Ur Askan

Versione originale: Prima Materia (2023) 

La resa live (10:39): Tratto dal recente corso della band, Ur Askan ("Dalle ceneri") chiude il disco con una carica catartica. Rispetto all'esecuzione pulita e stratificata presente su Prima Materia, la versione live guadagna in ruvidezza e dinamica. Il tema principale di chitarra suona più incisivo e drammatico, librandosi su una trama di organo e flauto che costruisce un crescendo finale liberatorio. 

Un balsamo per la mente

Il titolo Panacea non è casuale: l'intenzione del gruppo è quella di offrire un rimedio sonoro alle ansie della vita moderna. La masterizzazione curata da Magnus Lindberg restituisce un suono organico, nitido ma privo di artificialità, permettendo di percepire ogni minima sfumatura e l'acustica calda dell'esibizione dal vivo. 

Panacea non sostituisce gli album in studio degli Agusa, ma li completa e li sublima. Per chi li conosce già è la conferma del loro status di maestri della scena neo-prog/psych nordica; per chi non li ha mai ascoltati, rappresenta una perfetta porta d'ingresso per comprendere la forza primordiale del loro suono. Un acquisto caldamente consigliato, sia in digitale che nelle sue eleganti edizioni in vinile. 

Quì: per l'acquisto e un primo ascolto

Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. V° (Yezda Urfa) US

                                         Yezda Urfa (US) Se pensate che il progressive rock degli anni '70 sia stato un affare esclusiva...