giovedì 17 settembre 2026

L'Ombra della Sera - Segreti nel Nero 2026 (Italia) RPI

Cover album Segreti nel Nero - L'Ombra della Sera 2026

 Un viaggio ipnotico nel mistero della TV italiana degli anni '70

Con l'album Segreti nel Nero, il supergruppo L'Ombra della Sera, creato dai membri de La Maschera di Cera (Fabio Zuffanti, Alessandro Corvaglia, Agostino Macor) insieme a Martin Grice (Delirium) e Andrea Orlando (La Coscienza di Zeno,  firma un’opera affascinante.

Il disco è un tributo al fascino dei famosi sceneggiati televisivi di genere giallo, sci-fi e mistero della Rai degli anni '70. Tra sigle storiche reinterpretate ed elementi di pura invenzione, la band prende le leggendarie composizioni di maestri come Riz Ortolani, Berto Pisano ed Enrico Simonetti e le riplasma secondo il proprio linguaggio musicale.

Caratteristiche musicali

Sound Vintage e Atmosferico: Il disco punta su strumentazioni dell'epoca - sintetizzatori vintage, organo, mellotron, flauto e sax - per creare un'atmosfera sospesa nel tempo, scura ma avvolgente.

Prog Rock e Intrecci Generi: Le fondamenta appartengono al rock progressivo di matrice dark/gotica e sinfonica, ma vengono arricchite con inserti psichedelici, spunti jazz, venature funkeggianti e passaggi cameristici.

La Suite Monumentale: Il fulcro narrativo e musicale dell'album è rappresentato dai 19 minuti di Le Venti Giornate di Torino, colonna sonora immaginaria ispirata all'omonimo romanzo di Giorgio De Maria, articolata in 8 movimenti che spaziano da momenti di tensione sotterranea ad aperture liriche.

Cosa vuole trasmettere la band

L'Ombra della Sera non si limita all'effetto nostalgia. Il messaggio e l'intento profondo dell'opera sono chiari:

Il brivido dell'ignoto: Recuperare quella sensazione di lucida inquietudine e mistero che la televisione in bianco e nero riusciva a stampare nell'immaginario collettivo degli spettatori.

Musica come narrazione visiva: Ogni brano lavora per immagini; l'ascolto diventa una vera e propria proiezione cinematografica della mente.

Memoria e modernità: Dimostrare come il patrimonio delle colonne sonore italiane degli anni '70 mantenga una potenza espressiva straordinaria, capace di parlare con forza e attualità anche al pubblico di oggi.

Line-up

Agostino Macor (tastiere, orchestrazioni)

Fabio Zuffanti (basso)

Martin Grice (sax, flauto)

Andrea Orlando (batteria)

Alessandro Corvaglia (tastiere, voce)

Tracklist

Albert e L'uomo Nero (4:26)

Gamma (6:09)

Ritratto di Donna Velata (3:36)

Fantastic Fly (Racconti Fantastici) (5:36)

A Come Andromeda (6:43)

La Traccia Verde (6:10)

La Ballata Di Carini (L'amaro Caso della Baronessa di Carini) (5:33)

Le Venti Giornate di Torino (19:06)

Cento Campane (Il Segno del Comando) (4:55)

A Blue Shadow (Ho Incontrato un'Ombra) (10:46)

"Segreti nel Nero" è un lavoro elegante, evocativo e accessibile sia agli amanti del rock progressivo che a chiunque voglia lasciarsi trasportare dall'iconica estetica del mistero all'italiana. Un ascolto consigliato da assaporare rigorosamente a luci soffuse.

Per un primo ascolto e l'acquisto: Quì

martedì 15 settembre 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VII°) Part. V° (Francia) Carpe Diem

 

Band Carpe Diem
Carpe Diem

Chiudiamo questa settima cinquina restando in Francia con un'altra band, i Carpe Diem, che ancora oggi fa parlare di se negli ambienti esclusivi degli appassionati e collezionisti

Rubrica Storie delle prog band minori: Carpe Diem

Nel panorama progressive francese degli anni '70, costellato da un lato dalla drammaticità teatrale degli Ange e dall'altro dalle sonorità oscure dei Magma, una band proveniente da Nizza scelse una strada completamente diversa: quella dell'eleganza pura, della trasparenza sonora e di un lirismo quasi pastorale. Quei musicisti rispondevano al nome di Carpe Diem e, tra il 1975 e il 1976, incisero due album in studio che rimangono tra le pagine più luminose e poetiche del prog europeo.

La loro musica, priva di virtuosismi e di aggressività, era un flusso continuo di arpeggi acustici, intrecci di flauto e sax, tastiere cristalline e lunghe digressioni atmosferiche che ricordavano i momenti più eterei dei Camel e dei Pink Floyd.

Architetture trasparenti e raffinatezza timbrica

I Carpe Diem vantavano una formazione dal gusto arrangiativo unico: Christian Trucchi (tastiere e voce), Gilbert Abbenanti (chitarra), Alain Berg (basso), Alain Faraut (batteria) e l'elemento chiave Claude-Marius David (sax e flauto traverso).

A differenza di molti gruppi simili che saturavano gli spazi con muri di organo Hammond o distorsioni, i Carpe Diem lavoravano sulla sottrazione e sul colore timbrico. Il sax soprano e il flauto non intervenivano per brevi assoli, ma guidavano le linee melodiche principali, intrecciandosi con il lavoro pulitissimo della chitarra e con le tessiture avvolgenti dei sintetizzatori.

La doppietta capolavoro: En Regardant Passer le Temps (1975) e Cueille le Jour (1976)

In soli due anni, la band di Nizza dette alla luce due opere imprescindibili per qualsiasi collezionista del genere:

En Regardant Passer le Temps (1975): L'esordio contemplativo

Cover album  En Regardant Passer le Temps - Carpe Diem 1975

Pubblicato per l'etichetta Arcane, l’album d'esordio è una meditazione in musica. Fin dai primi minuti della traccia d'apertura "Voyage du Non-Retour", la band mostra la propria cifra stilistica: tempi fluidi, sfumature jazz-rock trattenute e una straordinaria capacità di dilatare le strutture musicali. La suite "Publiophobie" e la splendida Jeux du siecle mostrano un intreccio continuo tra flauto, pianoforte elettrico e chitarra, stendendo un tappeto sonoro ipnotico dove il tempo sembra davvero fermarsi.

Cueille le Jour (1976): La piena maturità sinfonica

Cover album Cueille le Jour - Carpe Diem 1976

Il secondo album, pubblicato per la celebre etichetta Crypto, affina ulteriormente la formula rendendo il suono ancora più ricco e sinfonico. Diviso in sei composizioni di varia durata, l'album è un viaggio cromatico straordinario in cui fughe di sintetizzatore Moog, assoli lirici di sax e momenti acustici toccano vertici di pura bellezza. La conclusiva suite "Coulers", oltre 21 minuti di passione musicale, chiude l'opera con una spinta ritmica più decisa, confermando la perfetta coesione del gruppo.

Un'eredità d'immensa poesia

Nonostante l'accoglienza entusiastica della critica dell'epoca, le difficoltà finanziarie e i mutamenti del mercato musicale portarono la band allo scioglimento prima di poter completare un terzo lavoro.

I due album dei Carpe Diem rimangono tuttavia due monumenti di grazia ed equilibrio: la dimostrazione di come il rock progressivo sapesse essere sognante, colto e contemplativo senza mai risultare pretenzioso. Un'aggiunta d'obbligo per chiudere con la massima classe questa mia cinquina francese.

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VII°) Part. IV° (Francia) Shyloch


Cover album  Ile De Fievre - Shyloch 1978

Dalle coste della Normandia ci spostiamo in Alsazia per raccontare la storia di una band che ha fatto della perizia tecnica, dell'ampiezza degli arrangiamenti e della pura potenza sinfonica la propria bandiera: i Shyloch.

Se c'è un gruppo francese che ha saputo raccogliere l'eredità degli Yes più complessi e dei Camel più melodici per fonderli in un'unica, travolgente architettura sonora, quello è proprio il quintetto dei Shyloch.

Rubrica Storie delle prog band minori: Shyloch

Nel 1977, in una fase storica in cui l'industria discografica voltava definitivamente le spalle alle strutture complesse e ai brani di lunga durata, una formazione di Strasburgo decise di ignorare ogni logica di mercato per dare vita a un'opera monumentale. Quei musicisti erano gli Shyloch con  due album pubblicati a distanza di un anno l'uno dall'altro, "Gialorgues" 1977 e "Île de Fièvre" 1978 (pubblicato per la celebre etichetta Crypto), quest'ultimo, rappresenta un capolavoro assoluto di prog sinfonico, caratterizzato da un virtuosismo eccelso e da una produzione sorprendentemente nitida e potente.

Ci soffermeremo quì sul loro secondo straordinario lavoro, un disco esuberante, dinamico e privo di tempi morti, capace di unire la precisione matematica britannica alla consueta sensibilità poetica transalpina.

Architetture virtuose e sfumature di flauto

I Shyloch vantavano una formazione dal livello tecnico davvero impressionante. Il gruppo vedeva alla guida Didier Lustig (tastiere e sintetizzatori), Frédéric l'Epèe (chitarra elettrica ed acustica), Serge Summa (basso) e Andrè Fisichella (batteria e percussioni).

Ciò che distingueva i Shyloch da molte altre formazioni francesi dell'epoca era la scelta di dare alla chitarra solista e ai sintetizzatori un ruolo preminente e aggressivo: gli assoli fluidi ed espressivi  s'intrecciavano a fitte fughe di tastiera che regalava improvvise aperture pastorali e sognanti, garantendo un continuo cambio di colore timbrico.

Île de Fièvre (1979): Un viaggio tra luce e virtuosismo


L'album si sviluppa in sei tracce-capolavoro dove la melodia si sposa costantemente con tempi dispari e strutture articolate:


Île de Fièvre: La title-track d'apertura è un manifesto di puro rock progressivo. Riff taglienti di chitarra, synth squillanti e una sezione ritmica implacabile introducono un virtuosismo  espressivo in un crescendo che lascia subito a bocca aperta per impatto e precisione.


 Le Sang des Capucines: Un brano complesso e geometrico in cui le tastiere di Lustig si prendono la scena, dialogando con arpeggi di chitarra classica, pause e  improvvise ripartenze che ricordano la lezione dei Gentle Giant e dei Focus.


Choral, Himogène, Lierre  d'aujourd'hui e Laocksetal: Episodi in cui la band dimostra di saper dominare sia la delicatezza acustica che la lunga durata sinfonica. I momenti più sognanti lasciano il posto a lunghi intermezzi strumentali ricchi di pathos, sorretti da assoli di chitarra elettrica carichi di sustain ed eleganza.

Un monumento al tramonto del genere

Uscito in un anno difficile per il prog, "Île de Fièvre" fu una testimonianza discografica importante lasciata dagli Shyloch prima dello scioglimento. Nonostante la mancanza di un seguito, l'album ha saputo conquistare col tempo uno status di culto indiscutibile tra i collezionisti di tutto il mondo, venendo riconosciuto come una delle produzioni più pulite, mature e brillanti di tutta la scena francese tardo-settanta.

Gli Shyloch hanno dimostrato che la passione per la grande musica sinfonica non poteva essere spenta dalle mode del momento, regalandoci un'opera di rara potenza e intramontabile bellezza.

Un Primo Ascolo: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VII°) Part. III° (Francia) Memoriance

 

Cover album Et Après... - Memoriance 1976

Dalle dissonanze teatrali degli Arachnoid facciamo tappa in Normandia, per la precisione a Le Havre,
per scoprire una band che ha saputo incarnare la componente più sognante, eterea e poetica del prog sinfonico francese: i Memoriance.

Se cercate intrecci chitarristici raffinati, tastiere avvolgenti dal retrogusto spaziale e strutture mai concitate, i Memoriance rappresentano uno dei segreti meglio custoditi d'oltralpe.

Rubrica Storie delle prog band minori: Memoriance

Nel 1976, mentre la scena progressive europea iniziava a subire i primi colpi di coda del cambiamento discografico, una formazione formatasi sulle coste della Normandia dà alle stampe per la Eurodisc un LP di rara bellezza: "Et Après...". Quella band si chiamava Memoriance e il loro album d'esordio è oggi ricordato come un capolavoro di equilibrio, eleganza e romanticismo sinfonico.

Capaci di sposare il pathos teatrale tipico dei gruppi transalpini con le trame malinconiche alla Steve Hackett ed echi spaziali in stile Pink Floyd, i Memoriance hanno creato un sound morbido, avvolgente e stratificato.

Intrecci chitarristici e cattedrali di tastiere

La cifra stilistica dei Memoriance poggiava su un'intesa strumentale priva di virtuosismi da sfoggio. La formazione dell'esordio vedeva Jean-François Périer alle tastiere e voce, Didier Guillaumat alla chitarra solista e voce, Jean-Pierre Boulais alla chitarra ritmica e voce, Michel Aze al basso e Didier Busson alla batteria.  

Il lavoro delle due chitarre (una costante presenza di arpeggi acustici e assoli lirici dai lunghi sustain) si combinava a meraviglia con il pianoforte e i sintetizzatori di Périer. Le parti vocali, cantate in francese con discrezione e tonalità suggestive, non prevaricavano mai la musica, ponendosi come un ulteriore elemento di atmosfera all'interno della trama orchestrale.

Et Après... (1976): Tra paesaggi pastorali e romanticismo

L'album Et Après... si sviluppa attraverso quattro composizioni di ampio respiro, ricche di variazioni timbriche e sfumature dinamiche:

Je Ne Sais Plus: L'apertura del disco definisce subito le coordinate sonore della band. Un arpeggio malinconico introduce un tema melodico guidato dalla chitarra e sorretto da un basso profondo e pulsante, per poi evolversi in aperture d'organo e synth di stampo squisitamente sinfonico.  

La Grange Mémoriance: Un brano straordinario per costruzione, dove gli arpeggi acustici dal sapore pastorale sfociano in dinamiche sinfoniche di ampio respiro. La sensibilità lirica della chitarra richiama da vicino le atmosfere di dischi come Wind & Wuthering o le produzioni dei francesi Carpe Diem.  

Et Après... e Tracsir: La seconda facciata contiene la suite che da il titolo all'album e il brano di chiusura. Tra cambi di ritmo fluidi, momenti di distensione psichedelica ed esplosioni melodiche, la band dimostra una maturità compositiva notevole, mantenendo sempre un tono poeticamente trattenuto e mai sguaiato.  

Un percorso unico nel prog d'Oltralpe

A differenza di molte band meteora, i Memoriance riuscirono a dare un seguito al proprio debutto, pubblicando qualche anno dopo (nel 1979) l'ambizioso concept album "L'Écume des Jours", ispirato all'omonimo romanzo di Boris Vian. Ciononostante, è proprio la freschezza sognante del primo disco, Et Après..., a rimanere impressa a fuoco nel cuore dei collezionisti.

I Memoriance rimangono la testimonianza di come il prog francese sapesse volare alto anche nelle sue declinazioni più delicate, regalandoci una musica che continua ad affascinare a distanza di decenni.

Un Primo Ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VII°) Part. II° (Francia) Arachnoid


Cover album Arachnoid - Arachnoid 1979

Dalla maestosità sognante dei Pentacle ci spostiamo a Parigi per incontrare una band che rappresenta il lato più cupo, drammatico e viscerale del prog transalpino: gli Arachnoid.

Se molte formazioni cercavano l'armonia, gli Arachnoid scelsero di esplorare l'inquietudine e la tensione teatrale, offrendo una risposta francese e spigolosa alle sonorità dei King Crimson più oscuri e dei Van der Graaf Generator.

Rubrica Storie delle prog band minori: Arachnoid

Nel 1979, con il movimento progressive ormai soffocato dall'esplosione della new wave, un ensemble parigino decise di pubblicare per l'etichetta indipendente Cobra uno dei dischi più intransigenti, drammatici e complessi della scena francese. Il gruppo si chiamava Arachnoid e il loro omonimo lavoro d’esordio rappresenta una pietra miliare assoluta per chiunque ami le atmosfere cupe, contorte e ricche di pathos.

Un disco alienante e magnifico, in cui il rock progressivo si fonde con la musica contemporanea e il teatro dell'assurdo.

Un'orchestra di tensione e follia controllata

Ciò che rendeva unico il suono degli Arachnoid era l'incredibile densità strumentale e la presenza di ben sei elementi: Patrick Woindrich (basso, chitarra, voce), Mark Meryl (voce solista e percussioni), Nicolas Popowski (chitarra), François Faugieres (tastiere, Mellotron), Pierre Kuti ( Piano, Fender Rodhes & Korg Synth) e Bernard Mini (batteria), arricchiti dagli interventi al flauto e sax di Philippe Honore.

L'uso costante del Mellotron e dell'organo, intrecciato alle dissonanze delle chitarre e ai fiati, erigeva una muraglia sonora opprimente e affascinante. Sopra questo tessuto svettava la voce di Mark Meryl: una recitazione nevrotica, sofferta e teatrale, chiaramente debitrice di Peter Hammill e Christian Descamps (Ange), ma spinta verso toni ancora più paranoici.

Arachnoid (1979): Un incubo sonoro di rara bellezza

L'album si snoda attraverso composizioni articolate che rifiutano qualsiasi struttura pop convenzionale:


Le Chamadère: Un attacco folgorante dove ritmiche spezzate, fughe di flauto e tastiere ossessive preparano il terreno per un crollo sonoro di straordinaria potenza drammatica.

Piano Caveau,  Toutes Ces Images, : Brani in cui la tensione si fa quasi insostenibile. Le chitarre tracciano trame spigolose mentre il Mellotron stende tappeti plumbei, intervallati da esplosioni liriche e declamazioni vocali che raccontano l'alienazione e la follia.

La Guèpe e L'Adieu Au Pierrot : Episodi che mostrano il lato più sperimentale del gruppo, tra arpeggi acustici dissonanti, pianoforte classico e sferzate di sax che sfociano nella suite finale, una spaventosa e maestosa discesa negli abissi della psiche umana.

Un capolavoro al tramonto di un'epoca

Pubblicato purtroppo fuori tempo massimo per intercettare il grande pubblico, l'album degli Arachnoid fu anche il loro unico manifesto prima dello scioglimento. La loro musica, troppo complessa e oscura per le radio dell'epoca, è stata poi ampiamente riscoperta dai collezionisti di tutto il mondo, diventando un vero e proprio mito del prog europeo.

Gli Arachnoid hanno lasciato un'impronta indelebile: la dimostrazione di come la Francia sapesse maneggiare la drammaticità del prog con una forza espressiva unica e senza compromessi.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VII°) Part. I° (Francia) Pentacle

 

Cover album La Clef Des Songes - Pentacle 1975

Il VII° capitolo è dedicato esclusivamente a 5 album straordinari del progressive rock d'oltralpe.

La scena progressive francese degli anni '70 ha una personalità inconfondibile: drammatica, teatrale, ricca di sfumature sinfoniche e intrisa di un lirismo poetico del tutto originale.

Pentacle, autori di una gemma rara e imponente del prog sinfonico d'oltralpe.

Rubrica Storie delle prog band minori: Pentacle

Nel 1975, mentre la Francia musicale si divideva tra il rock teatrale degli Ange e l'avanguardia ipnotica dei Magma, a Belfort prendeva forma una formazione dal talento sinfonico cristallino: i Pentacle. Il loro unico lavoro discografico, "La Clef des Songes" (pubblicato nel 1975 per la piccolissima etichetta PP/Crypto), rappresenta una delle vette più pure ed eleganti del rock progressivo d'oltralpe, un album capace di incantare al primo ascolto per la sua grazia e la sua profonda carica poetica.

Un disco maestoso e fiabesco, dove il sinfonismo di matrice britannica trova una declinazione squisitamente francese, fatta di declamazioni drammatiche e atmosfere sognanti.

Architetture sinfoniche e lirismo poetico

La forza dei Pentacle risiedeva in un equilibrio perfetto tra virtuosismo e sensibilità melodica. La formazione vedeva Claude Menetrier alle tastiere (Mellotron, organo Hammond, pianoforte), Richard Treiber al basso e alla chitarra acustica, Gerald Reuz alla chitarra elettrica ed acustica e alla voce e Michel Roy alla batteria.

Ciò che colpisce fin dai primi solchi è l'uso maestoso del Mellotron: le tastiere di Menetrier dipingono cattedrali sonore avvolgenti, su cui gli altri strumenti disegnano ricami di chiara ispirazione classica. La voce, cantata interamente in lingua madre, non si limita a eseguire una melodia, ma recita e declama i testi con un pathos teatrale tipico della grande tradizione del prog transalpino.

La Clef des Songes (1975): Aprire le porte del sogno

L'album è composto da nove ampie composizioni che formano un unico, suggestivo viaggio nell'inconscio e nella fantasia:

I primi brani mostrano l'incredibile capacità della band di gestire le dinamiche. Arpeggi delicati di chitarra acustica e interventi strumentali eterei  si alternano a improvvise esplosioni d'organo e Mellotron, sorrette da una sezione ritmica fluida ed elegante.

La seconda facciata del disco tocca i vertici più espressivi del disco. Tra fughe di pianoforte dal sapore classico, assoli di chitarra carichi di melodia e crescenti sinfonici travolgenti, i Pentacle riescono a creare un'atmosfera magica e sospesa, dove ogni nota sembra pensata per spalancare la "chiave dei sogni" evocata dal titolo.

Una meteora di pura bellezza

Come purtroppo accaduto a molte altre meteore del prog europeo, i Pentacle non riuscirono a dare un seguito a questa meravigliosa opera d'esordio. Le difficoltà di distribuzione dell'epoca e i rapidi mutamenti del mercato discografico portarono allo scioglimento del gruppo poco dopo la pubblicazione.

Ciononostante, "La Clef des Songes" dei Pentacle rimane un capolavoro imprescindibile: un album che dimostra come il prog francese sapesse essere incredibilmente maestoso, poetico e senza tempo.

Un primo ascolto: Quì

Prefazione

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venerdì 11 settembre 2026

Onségen Ensemble – A Tale 2026 (Finlandia) Heavy Prog

Cover album  A Tale - Onségen Ensemble 2026

 Il collettivo finlandese Onségen Ensemble torna con "A Tale", un’opera di sette tracce (per poco più di 42 minuti complessivi) che conferma la straordinaria capacità della band di fondere progressive rock, sonorità cinematografiche, folk e suggestioni psichedeliche.

La Tavolozza Strumentale: Un Mosaico Sonoro

L'architettura musicale di "A Tale" si distingue per la ricchezza degli strumenti coinvolti, lontana dai classici canoni di una semplice rock band:

Tessitura Ritmica e Percussiva: La batteria di Samuli Lindberg e le percussioni di Heikki Hallanoro combinano intrecci ritmici complessi, spesso dal sapore rituale o tribale. Il basso di Esa Juujärvi sorregge il tutto con linee profonde e monolitiche.

Fiati e Paesaggi Sonori: Le sfumature di flauto, armonica e soundscapes curati da Mikko Vuorela offrono un respiro quasi pastorale e western alla Morricone, mentre la tromba di Jarmo Väärä dona accenti solenni ed eterei.

Archi e Chitarre: Il violino di Tuuli Jartti si sposa con le chitarre di Joni Mäkelä, creando passaggi dinamici che oscillano tra momenti contemplativi e crescendo hard rock di grande impatto.

Voci ed Espressione Vocale: Le voci di Esa Juujärvi, Vilma Pesola e i cori di Merja Järvelin (curatrice anche dell'artwork dell'album) aggiungono calore e teatralità, alternando recitati narrativi a vocalizzi suggestivi.

Significato dell'Album: Il Concetto di Pace

Il vero filo conduttore dell'opera è una profonda riflessione spirituale e sociale incentrata sul concetto di pace:

La Pace come Valore fragile e Mutabile: La band affronta la pace non come uno stato statico o scontato, ma come un'idea fragile che richiede continua alimentazione. Nei testi emmerge la consapevolezza che spesso la pace viene riconosciuta solo dopo che è stata smarrita.

Il Rapporto con la Natura e la Memoria: Attraverso le immagini evocative di brani come Garden of Celestials o Crystal Waters of Spring, il collettivo invita a riscoprire il legame ancestrale con la natura e la memoria collettiva.

L'Umanità Smarrita: Tracce come To be Led by the Lost o The First Casualty riflettono sulle contraddizioni dell'essere umano moderno, in un viaggio emotivo che parte dalla devastazione per cercare una rinascita spirituale.

Tracce dell'Album

Garden of Celestials (6:20)

To be Led by the Lost (7:09)

A Thought (5:46)

The Word (5:11)

Oldest Father (4:50)

The First Casualty (4:25)

Crystal Waters of Spring (8:32)

"A Tale" si rivela un ascolto immersivo e privo di tecnicismi sterili: un racconto in musica accessibile, suggestivo e capace di parlare direttamente all'anima dell'ascoltatore.

Per un primo ascolto e l'acquisto: Quì


L'Ombra della Sera - Segreti nel Nero 2026 (Italia) RPI

  Un viaggio ipnotico nel mistero della TV italiana degli anni '70 Con l'album Segreti nel Nero, il supergruppo L'Ombra della Se...