sabato 15 agosto 2026

Deep Purple – SPLAT! 2026 (UK)

 

Cover album  SPLAT! - Deep Purple 2026

Deep Purple – SPLAT!: L’anima heavy-prog dei pionieri del rock non si spegne

Cosa spinge una band con oltre mezzo secolo di storia alle spalle a rimettersi in gioco, evitando la trappola nostalgica dei tour d'addio infiniti? La risposta si nasconde tra i solchi digitali e i solchi del vinile di “SPLAT!”, il nuovo capitolo discografico dei Deep Purple pubblicato in questo luglio 2026.

Se qualcuno si aspettava un pigro compendio di hard rock standardizzato, rimarrà felicemente spiazzato: “SPLAT!” è un disco vibrante, coraggioso e, soprattutto, profondamente ancorato a quell'universo heavy prog che la band stessa ha contribuito a inventare tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70.

Il perfetto equilibrio tra Hammond e sei corde

L'album si apre senza timori reverenziali. La sezione ritmica è una macchina del tempo instancabile, ma il vero cuore pulsante del disco risiede nel dialogo serratissimo tra le tastiere e la chitarra. Non siamo di fronte a una semplice esibizione di muscoli; le tracce respirano attraverso strutture complesse e tempi dispari che deviano costantemente dai classici canoni del rock radiofonico.

La produzione mette in risalto un calore analogico avvolgente, quasi a voler dimostrare che l'energia del rock non ha bisogno di compressioni digitali esasperate. L’immancabile organo Hammond ruggisce come nei giorni migliori, stendendo tappeti sonori imponenti e lanciandosi in assoli vertiginosi che faranno la felicità degli amanti del progressive classico. La chitarra risponde colpo su colpo con riff taglienti e aperture melodiche drammatiche, figlie del miglior chitarrismo prog-oriented.

Tra psichedelia e suite strumentali

La vera sorpresa di “SPLAT!” è la sua imprevedibilità. I Deep Purple rispolverano la loro antica anima psichedelica, dilatando i brani e lasciando ampio spazio all'improvvisazione controllata.

Non mancano le cavalcate strumentali d'ampio respiro, dove la band abbandona momentaneamente la forma-canzone per esplorare territori più complessi. Le tracce si sviluppano attraverso continui cambi di tempo e atmosfere che fluttuano tra momenti di pura energia heavy e rallentamenti sognanti, quasi sinfonici. È proprio in queste suite che emerge la maturità di un gruppo che non ha più nulla da dimostrare, se non il proprio viscerale amore per la musica d'avanguardia.

Il mio verdetto

SPLAT!” non è solo un ottimo album dei Deep Purple: è una dichiarazione d'intenti. In un panorama musicale spesso omologato, i pionieri del genere ricordano a tutti che il rock progressivo non è un pezzo da museo, ma una materia viva, pulsante e ancora capace di graffiare.

Un ascolto obbligato per chi cerca dinamismo, tecnica e quel pizzico di sana follia strumentale tipica delle grandi produzioni degli anni Settanta.

Un primo ascolto: Quì

venerdì 14 agosto 2026

Riffstone - Mythical Creatures (UK) 2026

 

Cover album  Mythical Creatures - Riffstone 2026

"Mythical Creatures" dei Riffstone – Un disco rock che lascia il segno

Se c’è una cosa che serve al rock di oggi, è la capacità di raccontare belle storie senza complicarsi troppo la vita. I Riffstone lo sanno bene, e lo dimostrano dall'inizio alla fine nel loro nuovo album, "Mythical Creatures". Questo disco non è solo una raccolta di brani, ma un vero e proprio viaggio che fa venire in mente paesaggi desertici, storie misteriose e tanto buon rock vecchio stile.

Come suona l'album?

Fin dalla prima traccia, il disco mette le cose in chiaro: qui si suona rock duro, ma con un ritmo che ti entra subito in testa e un pizzico di melodia che non guasta mai. La cosa più bella è come è stato registrato: gli strumenti si sentono tutti benissimo, il basso è caldo e profondo e la batteria dà un ritmo forte e preciso.

Le chitarre sono le vere regine del disco. I giri di nota sono potenti e pesanti, ma ci sono anche dei bellissimi assoli che sembrano volare e che ti catturano fin dal primo ascolto.

Di cosa parla il disco?

Il titolo dell'album significa "Creature Mitiche", ma non aspettatevi canzoni su draghi o unicorni delle favole. Le creature di cui parlano i Riffstone siamo un po' tutti noi: parlano delle nostre paure, dei ricordi del passato e dei segreti che ognuno di noi si porta dentro.

 I pezzi migliori: Alcuni brani colpiscono dritto alla pancia con un ritmo lento e rock che ti conquista, mentre altre sono più veloci e piene di energia.

 La voce: Il cantante ha una voce fantastica, un po' graffiante. Riesce a passare da un tono calmo e quasi sussurrato a grida piene di energia.

La cosa più bella: Quest'album si sente che è vero. Non è musica finta fatta al computer: si percepisce il lavoro della band in sala prove e l'intesa tra i musicisti che suonano insieme con passione.

In conclusione: perché vale la pena ascoltarlo?

I Riffstone non hanno inventato un genere nuovo, ma sanno fare il loro lavoro maledettamente bene. "Mythical Creatures" è un disco solido, maturo, che va ascoltato a volume alto, magari in macchina o la sera per rilassarsi.

Se vi piace il rock vero, quello fatto con il cuore e con le chitarre che spingono forte, quest'album deve assolutamente entrare nella vostra lista dei preferiti di quest'anno.

Un primo ascolto: Quì


mercoledì 12 agosto 2026

Simone Cozzetto - Glass Cradle 2026 (Italia) Symphonic Prog


cover album Glass Cradler - Simone Cozzetto 2026

Con Glass Cradle, il polistrumentista e compositore romano Simone Cozzetto firma un’opera di Symphonic Progressive Rock imponente, raffinata e di rara caratura espressiva. L'album fonde maestria tecnica, tessiture sinfoniche di Mellotron e synth con fughe chitarristiche di stampo floydiano e neo-prog.

Architettura Sonora e Atmosfere

Il disco naviga tra sonorità eteree e crescendo drammatici, costruendo un ponte ideale tra il prog classico degli anni '70 e le produzioni sinfoniche contemporanee. Cozzetto cura la quasi totalità delle parti strumentali (chitarre elettriche ed acustiche, tastiere, basso, lap steel), bilanciando con misura virtuosismo ed evocazione visiva.

Pianificazione e Struttura: I 7 brani che compongono l'opera si sviluppano come una suite fluida, dove la dolcezza delle chitarre acustiche e del flauto traverso si alterna a complesse aperture sinfoniche.

Contributi Vocali di Rilievo: L'album si avvale di ospitate vocali d'eccezione che donano dinamismo drammatico ai testi, tra cui le interpretazioni di Roberto Tiranti (Glass Cradle, Framed), Michael Trew (Isolation, Sphinx) e Germana Noage (No Way).

Sezione Ritmica e Coloriture: La batteria sorregge i cambi di tempo con precisione chirurgica, affiancata dal flauto di Alex Mevi e dagli interventi di synth e pianoforte di Massimo Pieretti e Francesco Proietti.

Punti di Forza del Disco

Praetextum & Glass Cradle: Un'apertura folgorante dove la title-track mette in mostra l'estensione e il pathos di Roberto Tiranti su un tappeto di Mellotron e chitarre sognanti.

Isolation & Sphinx: Momenti in cui la psichedelia e il prog sinfonico si fondono, guidati dalla voce ipnotica di Michael Trew.

No Way: Traccia corale in cui le chitarre ritmiche di Matteo Palladini e i synth creano un'energia travolgente.

Conclusione

Glass Cradle è un lavoro maturo, sontuoso e ricco di sfumature, destinato a diventare un punto di riferimento per gli amanti del Rock Progressivo Italiano ed internazionale. Simone Cozzetto dimostra una straordinaria sensibilità compositiva nel coordinare un ensemble di talenti senza mai perdere di vista la coesione dell'opera.

Per un primo ascolto e l'acquisto: Quì

martedì 11 agosto 2026

Rick Miller - Temporal Illusion 2026 (Canada)

 

Cover album  Temporal Illusion - Rick Miller  2026

Viaggiare nel tempo con la musica di "Temporal Illusion" di Rick Miller

Se state cercando un album che vi faccia staccare la spina dalla frenesia quotidiana e vi trasporti in un'altra dimensione, avete bussato alla porta giusta. Oggi parliamo di "Temporal Illusion", uno degli ultimi capitoli discografici del polistrumentista canadese Rick Miller.

Non fatevi spaventare da etichette complesse come "rock progressivo" o "art rock". Questo disco è, prima di tutto, un bellissimo viaggio sonoro accessibile a chiunque ami la buona musica.

Atmosfere da film e sogni ad occhi aperti

Fin dalle prime note, Temporal Illusion si presenta come una via di mezzo tra la colonna sonora di un film di fantascienza e un sogno lucido. Rick Miller ha un talento raro: sa creare un'atmosfera. La sua musica non è fatta per essere ascoltata di fretta mentre si lavora in casa; va assaporata, magari sul divano e a luci soffuse.

L'album si sviluppa come un flusso continuo. 

Troverete:

 Chitarre dolci e sognanti, che ricordano molto lo stile leggendario dei Pink Floyd.

 Tastiere avvolgenti, che creano un sottofondo quasi spaziale, profondo e misterioso.

 Una voce calda e sussurrata, che non urla mai, ma vi accompagna per mano attraverso le tracce.

Di cosa parla l'album?

Il titolo stesso, "Illusione Temporale", ci dà un indizio importante. Le canzoni ruotano attorno al concetto di tempo, memoria e nostalgia. Miller gioca con i suoni per farci sentire sospesi tra il passato e il futuro. È un album malinconico? Un po' sì, ma di quella malinconia piacevole e rilassante, che fa riflettere senza rattristare.

Perché vale la pena ascoltarlo

Spesso il rock progressivo viene accusato di essere troppo complicato, pieno di assoli infiniti e tecnicismi per pochi esperti. Rick Miller fa l'esatto contrario: toglie il superfluo e lascia spazio alle emozioni.

Le melodie sono semplici, pulite e colpiscono dritto al cuore. Non serve una laurea in conservatorio per godersi questo disco: basta avere voglia di lasciarsi andare.

Il mio verdetto

Ideale per chi cerca un'oasi di pace, per gli amanti dei Pink Floyd più atmosferici e chiunque voglia regalarsi un'ora di puro relax mentale.

Temporal Illusion è un album solido, elegante e senza tempo. Un ascolto che consigliamo caldamente di inserire nella vostra prossima playlist serale.

Un primo ascolto: Quì

Buy: Quì

Gong - Bright Spirits 2026 (Multinazioni)

 

Cover album  Bright Spirits - Gong  2026

"Bright Spirits" dei Gong – Il ritorno della teiera spaziale, ma con i piedi nel futuro

Se c’è una band nella storia del rock che ha fatto della stravaganza e della libertà totale il proprio marchio di fabbrica, quella è sicuramente la band dei Gong. Nati negli anni '70 dalla mente geniale e folle di Daevid Allen, ci hanno fatto viaggiare nello spazio profondo a bordo di una mitica "teiera volante" (Flying Teapot), tra folletti verdi, filosofie hippy e una buona dose di sregolatezza.

Ma oggi ha ancora senso parlare di loro? La risposta è un clamoroso "sì", e ce lo dimostra il loro ultimo album, Bright Spirits.

Una vera e propria rivoluzione generazionale

Per capire questo disco bisogna prima comprendere un fatto fondamentale: la formazione attuale è composta da musicisti che nulla hanno avuto a che vedere con i fantastici esordi degli anni '70. Non si tratta di una reunion di vecchie glorie, ma di una line-up completamente nuova.

Questa totale discontinuità con il passato è la vera chiave di volta del progetto attuale. I nuovi elementi non sono intrappolati nel mito della vecchia "teiera volante"; al contrario, portano linfa nuova, influenze moderne e una freschezza tecnica che rigenera completamente il marchio Gong, pur rispettandone lo spirito libero originario.

Cosa è cambiato dagli anni '70?

Diciamocelo chiaramente: se cercate la fotocopia dei vecchi dischi, siete fuori strada. I Gong degli inizi erano anarchici, caotici, intrisi di psichedelia pura e legati a una narrazione mitologica quasi fumettistica.

 Meno caos, più focus: In Bright Spirits, quella "follia" un po' ingenua degli esordi lascia spazio a una produzione pulita, potente e decisamente più moderna.

 Strutture solide: Laddove negli anni '70 la musica sembrava fluttuare senza una meta precisa, oggi i brani hanno una direzione più chiara e un groove travolgente. I nuovi elementi sanno esattamente dove vogliono andare a parare.

L'anima sperimentale non muore mai

Ma attenzione a non scambiare questo disco per un album "commerciale". I Gong non hanno venduto l'anima al pop. La forte connotazione sperimentale, tipica del progressive rock moderno, è il cuore pulsante di tutto il lavoro.

Bright Spirits è un viaggio sonoro incredibile. Troverete tempi dispari che vi faranno perdere il ritmo, improvvisazioni jazz che si fondono con synth futuristici e chitarre distorte che graffiano al punto giusto.

La band riesce in un'impresa difficilissima: essere accessibile senza essere banale. I brani scorrono via che è un piacere, ma a ogni ascolto si scopre un dettaglio nuovo, un suono nascosto, un cambio di tempo inaspettato. È la dimostrazione di come il progressive possa evolversi, staccandosi dagli stereotipi del passato grazie all'energia di forze fresche.

In conclusione

Bright Spirits è un album luminoso, come suggerisce il titolo. Non è un nostalgico tributo ai bei tempi andati, ma un manifesto di ciò che i Gong sono oggi: una macchina musicale straordinaria, capace di farci sognare ancora, anche con un equipaggio completamente rinnovato.

Se amate la musica che osa, che sperimenta e che non si accontenta dei soliti quattro accordi, questo è il disco da ascoltare in cuffia stasera.

Un primo ascolto: Quì


lunedì 10 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo II°) Part. V° (Canamii) Sud Africa

Dall'Estremo Oriente viriamo bruscamente verso sud, compiendo l'ultima tappa di questo secondo volume in una terra la cui storia musicale è tanto ricca quanto complessa. Atterriamo nel Sud Africa della fine degli anni '70 per scoprire come, in un contesto politico e sociale drammatico e isolato, un gruppo di musicisti sia riuscito a far fiorire una gemma di puro prog sinfonico, intrisa di una forte impronta teatrale e fiabesca: i Canami.

Cover album  Concept - Canamii 1980
Canamii - Concept

Quando si mappa la geografia del progressive rock, l'Africa rimane spesso una macchia bianca sulle cartine dei collezionisti. Eppure, proprio nei momenti di maggiore isolamento culturale e politico, l'urgenza espressiva trova strade impensabili. È il caso del Sud Africa del 1978: mentre il paese è stretto nella morsa dell'Apartheid e le radio di regime boicottano quasi tutto ciò che non sia strettamente allineato, una band di Johannesburg decide di debuttare con un concept album orchestrale, ambizioso e totalmente fuori dal tempo. Loro sono i Canamii e il loro unico lascito si chiama "Concept".

Un'oasi sinfonica a Johannesburg

Il progetto Canamii nasce dall'incontro tra polistrumentisti e arrangiatori visionari, tra cui spiccano Paul Woodley (chitarre), Philip Nel (tastiere) e la cantante Claire Whittaker.

Nel 1978, l'industria discografica sudafricana è orientata o verso il pop leggero o verso il boicottaggio internazionale. Registrare un album prog in questo contesto è un atto di pura follia romantica. Eppure, la band riesce a farsi produrre dalla Atlantic locale, entrando in studio con un obiettivo chiaro: creare un'opera che unisca la complessità del rock sinfonico europeo a una forte componente narrativa e teatrale, quasi da colonna sonora cinematografica.

Concept: Tra fiaba, tastiere giganti e dinamica

L'unico omonimo album dei Canamii (noto appunto anche come Concept) è un lavoro sorprendente, strutturato come un racconto continuo. Il sound della band si distacca dalle spigolosità rock dei coevi connazionali Freedom's Children per abbracciare un prog sinfonico ultra-melodico, che guarda direttamente ai Renaissance più orchestrali e ai Genesis dell'era Wind & Wuthering.

 La teatralità vocale di Claire Whittaker: La voce di Claire è il filo conduttore dell'album. Chiara, potente e drammatica, si muove su linee melodiche complesse, dando al disco un'atmosfera fiabesca, a tratti epica, che bilancia perfettamente le incursioni strumentali.

 Muri di tastiere e arrangiamenti classicheggianti: Philip Nel tesse trame imponenti usando sintetizzatori, organo e pianoforte con un approccio marcatamente classico. I brani cambiano costantemente atmosfera, alternando ballate acustiche e delicate a improvvise aperture sinfoniche dove la chitarra di Woodley esce allo scoperto con assoli di grande gusto melodico.

Ciò che colpisce di Concept è la pulizia della produzione, incredibile se si pensa ai mezzi dell'epoca in quel territorio, e la capacità di mantenere una narrazione fluida per tutta la durata del disco, senza mai cadere nella noia o nel virtuosismo fine a se stesso.

Il valore di una rarità assoluta

Inutile dire che, date le barriere commerciali del Sud Africa dell'epoca, il disco dei Canamii rimase confinato entro i confini nazionali, diventando quasi subito un fantasma editoriale. Per decenni, scovare una copia in vinile della Atlantic sudafricana è stata un'impresa titanica riservata a pochissimi eletti.

Fortunatamente, l'archeologia musicale del prog ha fatto il suo corso e la successiva riscoperta da parte delle etichette di ristampa ha sottratto i Canamii all'oblio. Concept resta una testimonianza straordinaria: la prova che la musica progressiva, con il suo desiderio di evadere dalla realtà per costruire mondi alternativi, è riuscita a mettere radici e a generare bellezza anche negli angoli più inaspettati e complessi del pianeta.

Un primo ascolto: Quì

Precedente: Capitolo II° (Part. IV°) Yonin Bayashi (Giappone)

Successivo: Capitolo III° (Part. I°) Kyrie Eleison (Austria) Work in Progress


Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo II°) Part. IV° (Yonin Bayashi) Giappone

Dall'energia latina dei Crucis attraversiamo l'Oceano Pacifico per approdare in un Giappone in pieno fermento creativo. A metà degli anni '70, mentre l'Occidente guardava al Sol Levante quasi solo per la tecnologia, un gruppo di giovanissimi musicisti stava ridefinendo i confini del rock psichedelico e progressivo asiatico, assimilando la lezione dello space-rock britannico per rivestirla di una precisione e di una poesia uniche. Parliamo degli Yonin Bayashi.

Cover album  Isshoku-Sokuhatsu - yonin bayashi 1974
yonin bayashi Isshoku-Sokuhatsu

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori: Yonin Bayashi

Quando si esplora il progressive rock giapponese, il rischio è quello di imbattersi in band degli anni '80 caratterizzate da tastiere gelide e un sound marcatamente neo-prog. Ma se si scava indietro fino agli anni '70, si scopre una stagione d'oro di una spontaneità e di una finezza disarmanti. In cima a questa piramide sotterranea ci sono senza dubbio gli Yonin Bayashi, una band che è riuscita a prendere il lirismo dilatato dei Pink Floyd e a fonderlo con la precisione millimetrica tipica della cultura nipponica.

Il loro capolavoro del 1974, "Isshoku-Sokuhatsu", è un titolo che in giapponese descrive una situazione esplosiva, pronta a scattare al minimo tocco. Ed è esattamente ciò che si prova poggiando la puntina sul piatto: un perfetto equilibrio tra quiete ipnotica e improvvise scariche elettriche.

I quattro musicisti del tempo

Nati a Tokyo nei primi anni '70 come quartetto, gli Yonin Bayashi schieravano una formazione di autentici talenti precoci: Daiji Okai alla batteria, Shin'ichi Nakamura al basso, Hidemi Sakashita alle tastiere e, soprattutto, il leader carismatico Katsutoshi Morizono alla chitarra e alla voce.

Mentre molte band coeve in Giappone si limitavano a copiare pedestremente il blues rock americano o il prog sinfonico europeo, questi ragazzi scelsero una terza via. Decisero di cantare rigorosamente in lingua madre (scelta coraggiosa all'epoca per il rock locale) e di puntare tutto sulla costruzione di atmosfere dilatate, cinematiche e fortemente evocative.

La risposta giapponese a "Dark Side of the Moon"

Ascoltare Isshoku-Sokuhatsu significa fare un viaggio a cavallo tra lo space-rock di Meddle e le suite più ragionate dei Camel. La genialità degli Yonin Bayashi sta nella gestione dello spazio e del silenzio: la loro musica non è mai inutilmente affollata di note, ma ogni singolo tocco è pesato per massimizzare l'impatto emotivo.

 La chitarra liquida di Morizono: Il lavoro chitarristico in questo album è celestiale. Morizono possiede un tocco fluido ed elegante che flirta costantemente con il jazz-rock, alternando arpeggi malinconici ad assoli graffianti dal sustain infinito che ricordano il miglior David Gilmour.

 Tastiere e dinamiche ipnotiche: Sakashita stende tappeti di tastiere discreti ma fondamentali, lasciando che la sezione ritmica crei groove ipnotici e mai banali. Il brano che dà il titolo all'album è una suite magistrale di oltre dodici minuti in cui i cambi di tempo e di atmosfera avvengono con una naturalezza disarmante, passando da momenti di pura psichedelia fluttuante a riff di chitarra rock granitici.

Un culto transoceanico

Nonostante l'enorme successo di critica in patria (furono persino scelti per aprire le date giapponesi dei Rainbow di Ritchie Blackmore), fuori dai confini nazionali gli Yonin Bayashi rimasero a lungo un segreto custodito gelosamente da pochi collezionisti disposti a pagare cifre astronomiche per le stampe originali della Toho Records.

La band subirà cambi di formazione negli anni successivi, virando verso sonorità più commerciali e fusion, ma il valore storico e artistico del loro debutto del 1974 resta intatto e leggendario. Isshoku-Sokuhatsu è la dimostrazione fulgida di come il progressive rock potesse diventare un linguaggio globale, capace di assorbire l'anima d'oltreoceano per restituire un'opera d'arte profondamente radicata nella sensibilità e nel fascino del Sol Levante.

Un primo ascolto: Quì

Precedente: Capitolo II° (Part. III°) Crucis (Argentina)

Successivo: Capitolo II° (Part. V°) Canamii (Sud Africa)


Deep Purple – SPLAT! 2026 (UK)

  Deep Purple – SPLAT!: L’anima heavy-prog dei pionieri del rock non si spegne Cosa spinge una band con oltre mezzo secolo di storia alle sp...