domenica 9 agosto 2026

Devin Townsend - The Moth 2026 (Canada) Prog Metal / Experimental

 

Cover album The Moth - Devin Townsend 2026

 "The Moth" (2026) – Devin Townsend

Con la pubblicazione di "The Moth", Devin Townsend sposta ancora una volta più in là l'asticella dell'audacia compositiva. L'opera si presenta non solo come un nuovo tassello della sua discografia, ma come una monumentale sintesi di sperimentazione, teatro musicale e Progressive Metal fuori da ogni canone formale.

Un Prog Metal fuori dagli schemi e un'impronta orchestrale totale

Se il Progressive Metal moderno tende spesso ad adagiarsi su manierismi tecnici e strutture prevedibili, Townsend sceglie la via dell'imprevedibilità. The Moth rifiuta i cliché del genere: i riff di chitarra, pur presenti e affilati, non sono il semplice centro attorno a cui ruota la traccia, ma diventano un ingranaggio all'interno di una macchina sonora molto più vasta.

La vera spina dorsale di quest'opera è la sua imponente componente orchestrale, che permea il disco dall'inizio alla fine. Non si tratta di un semplice strato di archi "aggiunto in post-produzione" per dare colore, ma di una vera e propria tessitura sinfonica e corale nativa, che dialoga costantemente con la sezione ritmica e le chitarre. Gli arrangiamenti d'orchestra spaziano da aperture maestose ed eteree a momenti drammatici e grotteschi, conferendo all'album la struttura di un'opera lirica/teatrale contemporanea.

Innovazione Sonora, Dualità e Concept

Il cuore di The Moth sta nella convivenza armoniosa tra elementi apparentemente inconciliabili:

Sintesi tra analogico, digitale ed elettronica: L'uso sapiente di sound design avanzato e tastiere si fonde con strumenti classici e cori imponenti.

Dualità vocale ed emotiva: La voce di Townsend spazia da registri melodici e confessionali a esplosioni aggressive e sguaiate, rispecchiando le tensioni liriche del disco.

Dinamica tra oscurità e luce: Il concept ruota attorno a temi esistenziali - il risveglio, la metamorfosi e il vuoto interiore -, espressi musicalmente attraverso improvvisi passaggi da quiete atmosferica a veri e propri muri di suono sinfonico.

Struttura dell'Opera e Viaggio d'Ascolto

I Brani di Apertura: Introduzioni atmosferiche e quasi cinematografiche mettono subito in chiaro le dimensioni del progetto, evolvendo lentamente in un crescendo dove orchestrazioni, sintetizzatori e chitarre tracciano il tema della trasformazione.

Il Cuore dell'Album: Le tracce centrali rappresentano il punto di massima fusione tra metal incontrollato e avanguardia sinfonica. Arpeggi complessi, sezioni ritmiche incalzanti e cori monumentali costruiscono un paesaggio sonoro in continua evoluzione.

La Conclusione: I brani finali tirano le fila dell'intero percorso narrativo. Attraverso interludi strumentali toccanti ed esplosioni sonore catartiche, l'album si chiude lasciando un forte impatto emotivo.

Confronto con il Passato ed Eredità Artistica

Rispetto a lavori del passato come Ocean Machine-Biomech (1977), Ziltoid The Omniscient (2007) o il Devin Townsend Project degli anni successivi, in The Moth si nota una maturità registica superiore. Se le sue produzioni storiche mantenevano comunque un ancoraggio più solido alle strutture del rock e del metal, qui l'artista canadese abbraccia pienamente la forma della suite sinfonica/operistica. L'influenza della musica classica, della world music e dell'elettronica d'avanguardia si fonde con l'aggressività del metal, rendendo quest'opera un ponte perfetto tra l'identità storica di Townsend e il suo futuro artistico.

Considerazioni Finali

"The Moth" è un'opera viscerale, complessa e ambiziosa. Un album che richiede ascolti attenti e che premia chiunque sia disposto a lasciarsi guidare all'interno di un viaggio sonoro privo di confini di genere. Per chi cerca nel Progressive Metal qualcosa di veramente unico, imprevedibile e cinematografico, questo lavoro rappresenta una tappa obbligata.

Un primo ascolto: QUI


Dimmi che musica ascolti e ti dirò chi sei: La sinestesia del (cattivo) gusto

 

C’è una verità scomoda che tendiamo a nascondere dietro il politicamente corretto del "tutti i gusti sono gusti": la musica che scegliamo di ascoltare non è solo un sottofondo, ma lo specchio esatto della nostra complessità intellettuale. O, molto più spesso, della nostra totale assenza di essa.

Per capire davvero chi abbiamo davanti, proviamo a fare un gioco di sinestesia: associare i generi musicali ai generi pittorici. Perché se l'orecchio può essere ingannato dalla moda, l'occhio non mente.

1. Rap, Trap e Hip-Hop: Gli scarabocchi da frigorifero

Parliamoci chiaramente. Se infiliamo le cuffie e ci sintonizziamo sulle frequenze della trap o del rap commerciale, l'equivalente visivo è immediato: i disegnetti infantili.

Sono quei fogli scarabocchiati a caso che i bambini piccoli realizzano non appena stringono in mano un pennarello. Non c’è tecnica, non c’è studio del colore, non c’è prospettiva. C'è solo istinto primordiale e rumore visivo.

 Il destino dell'opera: I genitori li appendono al frigorifero per dovere morale, per poi farli sparire nel cestino della spazzatura esattamente cinque minuti dopo.

 L'identikit dell'ascoltatore: Adolescenti o, peggio ancora, cinquantenni affetti da una sindrome di Peter Pan ormai fuori tempo massimo. Persone la cui competenza musicale è pari a zero, costantemente alla ricerca di un'approvazione sociale che consenta loro di sentirsi "giovani" e "ribelli" acquistando biglietti per concerti dove l'unica cosa intonata è l'autotune.

2. Il Pop di Sanremo: Le "croste" della domenica

Salendo di un gradino (ma non troppo), troviamo il Pop italiano vecchio stampo, quello che ogni anno monopolizza il Festival di Sanremo. Nella pittura, questo genere corrisponde alle "croste": tele dipinte a olio da dilettanti della domenica che spendono fortune in colori costosi solo per produrre paesaggi banali e nature morte senza anima.

 Il destino dell'opera: Finiscono inevitabilmente a prendere polvere in soffitta prima di essere smaltite nell'indifferenziata.

 L'identikit dell'ascoltatore: Il conformista puro. È colui che ha paura del silenzio e del vuoto mentale. Ascolta ciò che passa la radio perché non ha la forza intellettuale di cercare un’alternativa. È la persona che si commuove per rime prevedibili ("cuore/amore") e che vive una vita piatta, rassicurata solo dalla totale assenza di sorprese.

E il Britpop?

Resta leggermente ai margini. Possiamo paragonarlo ai disegni dei ragazzi delle scuole medie: c'è un accenno di tecnica, un tentativo di emulazione dei grandi del passato. Merita attenzione e un briciolo di rispetto, ma resta comunque un esercizio scolastico.

Altre interessanti associazioni: Quando il genere musicale rivela le nostre nevrosi

Per ampliare la galleria d'arte della nostra mente, ecco tre nuovi parallelismi tra generi musicali, correnti pittoriche e tratti caratteriali decisamente discutibili:

L'Indie Pop e il Minimalismo Pretenzioso

 Il paragone pittorico: Una tela completamente bianca con un solo cerchio nero sfocato al centro. Quei quadri concettuali davanti ai quali la gente si ferma per ore fingendo di vedere l'infinito.

 Il carattere dell'ascoltatore: Il finto profondo. È l'intellettuale da social che indossa occhiali da vista senza gradazione e sciarpe anche in estate. Usa la malinconia come accessorio di moda e scambia la propria apatia e incapacità di prendere decisioni per "sensibilità artistica".

L'Heavy Metal e l'Espressionismo Urlante (Munch o Bacon)

 Il paragone pittorico: Figure deformate dall'angoscia, colori violentissimi stesi con rabbia sulla tela, scenari apocalittici che evocano l'urlo primordiale.

 Il carattere dell'ascoltatore: Il drammatizzatore seriale. Spesso sono persone tranquille nella vita di tutti i giorni, ma che covano un vittimismo cosmico. Usano la musica come un immenso sfogo per frustrazioni quotidiane banali, convinti di combattere contro i demoni del destino quando in realtà stanno solo protestando perché il supermercato sotto casa ha finito la loro marca di birra preferita.

La Techno e la Musica Elettronica: Il Futurismo Geometrico (Mondrian)

 Il paragone pittorico: Griglie nere, quadrati rossi, gialli e blu ripetuti all'infinito. Precisione millimetrica, freddezza matematica, assenza totale di calore umano.

 Il carattere dell'ascoltatore: Il maniaco del controllo (o il fuggitivo). Individui iper-organizzati che nella vita privata programmano anche i respiri, ma che nel fine settimana cercano la totale alienazione sensoriale. Persone che usano il ritmo ripetitivo per spegnere il cervello, incapaci di gestire un vero confronto emotivo o una conversazione profonda che duri più di trenta secondi.

3. Classica, Jazz e Progressive: I Picasso e i Matisse della musica

Per fortuna, non tutto è perduto. Esiste una ristretta cerchia di persone che decide di andare oltre, di iscriversi idealmente all'Istituto d'Arte o al Liceo Artistico per affinare lo sguardo e l'udito. Da questo percorso emergono i veri talenti, i musicisti diplomati al conservatorio e i compositori geniali.

Ascoltare Musica Classica, Jazz o Progressive Rock con tutti i loro sottogeneri equivale a contemplare un quadro di Picasso, Matisse, Kandinskij o Dalí.

 La complessità: In queste opere visive ci sono infiniti riflessi, sfumature cromatiche, geometrie distorte e significati nascosti che cambiano a ogni sguardo. Nella musica corrispondente troviamo la teatralità, il virtuosismo esecutivo, i tempi dispari, le modulazioni armoniche impreviste e la fusione di generi diversi in un'unica suite.

 L'identikit dell'ascoltatore: L'élite culturale. È ovvio che questa musica non possa essere per tutti: richiede tempo, dedizione e una preparazione di base. Quante persone oggi sarebbero davvero in grado di spiegare la scomposizione geometrica di Guernica? Pochissime. Allo stesso modo, pochissimi sanno godere di una fuga di Bach o di un assolo di sax di Coltrane o di una lunga Suite di Rock Progressive.

Il trionfo della mediocrità

La fortuna commerciale del Rap, della Trap e delle canzonette pop sanremesi è legata a doppio filo con l'incompetenza e l'ignoranza musicale delle masse.

La storia, del resto, parla chiaro: le grandi rivoluzioni, le invenzioni scientifiche e i capolavori artistici sono sempre stati il frutto dell'intuizione di pochi singoli individui straordinari. Le masse, storicamente, preferiscono restare lì: pigre, passive, pronte a seguire docilmente i primi rintocchi di campana che sentono risuonare nel gregge.

Nino A.

Bruce Soord - Ghosts In The Park 2026 (UK)

 

Cover album  Ghosts In The Park - Bruce Soord  2026

"Ghosts In The Park" – Il nuovo capolavoro intimo di Bruce Soord (2026)

Se siete alla ricerca di un album capace di fermare il tempo e farvi viaggiare con la mente, fermatevi qui. Bruce Soord, la mente geniale dietro la band rock progressiva The Pineapple Thief, è tornato nel 2026 con un nuovo lavoro solista intitolato "Ghosts In The Park".

Se temete che si tratti di un disco complicato o "solo per esperti di musica", potete tirare un sospiro di sollievo: quest'album è una carezza acustica, pensata per arrivare dritta al cuore di chiunque.

Di cosa parla l'album?

Il titolo, che si traduce in "Fantasmi nel parco", racconta già molto dell'atmosfera che respirerete durante l'ascolto. Non si parla di storie dell'orrore, ma di quei "fantasmi" che tutti noi abbiamo: i ricordi d'infanzia, le persone che abbiamo incrociato nella vita e i momenti passati che riaffiorano quando camminiamo da soli, magari proprio in un parco in una giornata d'autunno.

Come suona "Ghosts In The Park"?

Dimenticate le chitarre elettriche aggressive o i ritmi frenetici. Bruce Soord decide di spogliare la sua musica e lasciarla "nuda". Gli ingredienti principali sono tre:

 Una chitarra acustica suonata con una delicatezza disarmante.

 Tappeti di suoni elettronici soffusi che creano un'atmosfera quasi magica.

 La sua voce, che sembra sussurrare direttamente all'orecchio di chi ascolta.

Le canzoni scorrono una dopo l'altra come i capitoli di un buon libro. Non ci sono canzoni "da discoteca" o ritornelli da urlare a squarciagola; è un disco fatto di sfumature, di pause e di grandi emozioni trattenute.

Perché dovreste ascoltarlo (anche se non conoscete l'artista)

La vera forza di Ghosts In The Park sta nella sua accessibilità. Bruce Soord ha il dono raro di saper scrivere melodie bellissime usando pochissime note. È l'album perfetto da mettere in cuffia la sera per staccare la spina dallo stress quotidiano, o da tenere in sottofondo durante una giornata di pioggia.

La canzone simbolo: "Kept Me Thinking"

Se dovessi scegliere un solo brano per raccontare l'intero album, vi direi di ascoltare subito "Kept Me Thinking" (mi ha fatto riflettere). Questa traccia è una vera e propria fotografia di Ghosts In The Park.

Il brano inizia quasi nel silenzio, con la voce sussurrante di Soord e una chitarra che ripete una melodia semplice ma ipnotica. Soord, canta di un vecchio ricordo d'infanzia legato a un parco della sua città natale. A metà canzone, quasi senza che ve ne accorgiate, si aggiunge una chitarra elettrica delicatissima che vi fa sentire letteralmente avvolti dal suono. È un brano che non esplode mai, ma che cresce dentro, lasciando addosso una dolce nostalgia. Se vi emoziona questa traccia, amerete l'intero album.

In conclusione

Ghosts In The Park è un diario aperto, un invito a rallentare e a guardarsi dentro. Bruce Soord ci dimostra che nel 2026 non c'è bisogno di fare rumore per farsi notare: a volte, un sussurro ben assestato può emozionare molto più di un grido.

Un primo ascolto: Quì 

Dalle radici del Prog Italiano all'Australia: il ritorno della "Simbiosi" di Nello Panebianco (Re-Post)


Immagine Nello Panebianco - La Simbiosi
                                                                     Anni '70 - Italia

                                                                     Oggi - Australia

Il Proto Prog di Nello Panebianco (Australia)

Esistono storie che sembrano interrompersi bruscamente, lasciando un senso di incompiuto, per poi riaffiorare decenni dopo grazie alla potenza della tecnologia e di una passione mai sopita. È il caso di Nello Panebianco, voce e chitarra solista de La Simbiosi.

Un frammento di storia del Proto Prog italiano

Per chi ha sfogliato le pagine del libro Italian Prog o ha seguito le cronache di genesis-marillion.blogspot.com, il nome della band siciliana La Simbiosi evoca immediatamente quel fermento creativo dei primi anni '70. La loro avventura, nata nel cuore della Sicilia, si interruppe prematuramente oltre cinquant'anni fa. Il motivo? Il trasferimento di Nello in Australia, un viaggio verso l'altro capo del mondo che, se da un lato ha segnato l'inizio di una nuova vita, dall'altro ha causato il silenzio di una possibile promessa del rock progressivo nostrano.

La rinascita: "Simbiosi" su YouTube

Dopo anni di "oblio" artistico, la scintilla si è riaccesa. Nello ha ripreso in mano la chitarra e ha ricominciato a far vibrare la sua voce, dando vita a una nuova fase creativa. Oggi, i suoi brani vengono pubblicati su YouTube sotto il nome di Simbiosi (questa volta senza l'articolo, quasi a sottolineare un'essenzialità nuova e più matura).

Tra nostalgia e modernità

Sebbene le nuove composizioni si distacchino dalle strutture più articolate del Progressive Rock tradizionale, l'anima di quegli anni è ancora lì, intatta:

Atmosfere Anni '70: La sua musica respira ancora quell'aria vintage, ricca di suggestioni e calore analogico.

Un legame indissolubile: Ascoltando questi brani, si percepisce come l'impegno profuso nei Seventies non sia mai andato perduto, ma sia rimasto custodito in attesa del momento giusto per rifiorire.

Perché ascoltarlo

Condivido questa storia sul blog non solo per rendere omaggio a un artista che ha fatto parte della nostra storia musicale, ma anche per celebrare la costanza di chi non dimentica le proprie passioni. In un mondo che corre veloce, il ritorno di Nello Panebianco ci ricorda che la musica non conosce distanze né scadenze.

Vi invito a cercare il canale della Simbiosi su YouTube per riscoprire il talento di un musicista che, dall'Australia, continua a parlare la lingua del cuore e del nostro amato rock.

Nino A.

Qui sotto alcuni suoi brani.

Anni '70: 

Cover album l'Angelo della Morte - La Simbiosi

l'Angelo della Morte: Nuova Versione (Singolo) - Quì

Ricordi del Passato 1973: Recreation - Quì


Anni 2000


Neighbour

Matti

The Window

Felicidad

Le Donne

sabato 8 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. V° (Yezda Urfa) US

                                         Yezda Urfa (US)

Yezda Urfa - Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. V°

Se pensate che il progressive rock degli anni '70 sia stato un affare esclusivamente europeo, fatto di conservatori, atmosfere medievali e aplomb britannico, preparatevi a ricredervi. Per il capitolo finale della nostra prima cinquina attraversiamo l'oceano e atterriamo a Portage, una cittadina industriale dell'Indiana, Stati Uniti.

È qui che nel 1973 un manipolo di polistrumentisti fuori di testa decide di fondare gli Yezda Urfa. Il loro obiettivo? Prendere la complessità geometrica del prog europeo, moltiplicarne la velocità per dieci e frullare il tutto con un'ironia dissacrante. Il risultato è una delle montagne russe musicali più incredibili mai registrate su nastro.

Una tempesta di note nel vuoto discografico

Guidati dal polistrumentista Rick Rodenbaugh alla voce e da una sezione ritmica formata da Marc Miller (basso) e Brad Christoff (batteria), gli Yezda Urfa si sono subito dei mostri di tecnica. Ma a differenza delle grandi band americane del periodo (come i Kansas o gli Styx), che cercavano di unire il prog all'hard rock da arena per scalare le classifiche, questi ragazzi ignoravano totalmente le regole del mercato.

Il loro stile era un mosaico impazzito. Immaginate i cambi di tempo matematici e spezzati dei Gentle Giant, gli intrecci melodici frenetici dei Gentle Giant o degli Yes del periodo Relayer, e l'umorismo grottesco e tagliente di Frank Zappa. In un solo brano degli Yezda Urfa potevate trovare un assolo di flauto folk, una sfuriata jazz-fusion, un coro polifonico a cappella e un riff di chitarra ai limiti del metal. Il tutto eseguito a una velocità d'esecuzione che definire "frenetica" è un eufemismo.

Il dramma delle autoproduzioni: Boris e Sacred Baboon

La proposta degli Yezda Urfa era così estrema e fuori dagli schemi che nessuna casa discografica americana ebbe il coraggio di metterli sotto contratto. Troppo complessi per le radio rock, troppo bizzarri per il pubblico di massa.

Cover album Boris - Yezda Urfa 1975



Nonostante l'isolamento, la band non si arrese e nel 1975 registrò un demo album intitolato "Boris", stampato privatamente in pochissime copie (oggi un vinile originale vale una fortuna tra i collezionisti). L'anno successivo, nel 1976, entrarono nuovamente in studio per registrare il loro capolavoro formale: "Sacred Baboon".

Cover album Sacred Baboon - Yezda Urfa 1976



 Brani come ToTa in the Moya o Cancer of the Band sono monumenti al virtuosismo d'avanguardia. Le tastiere di Phil Kimbrough e la chitarra di Mark Tipins si incastrano in rincorse sonore millimetriche, mentre la voce di Rodenbaugh si lancia in vocalizzi teatrali e surreali.

Purtroppo, anche Sacred Baboon non trovò sbocchi commerciali. Schiacciata dall'indifferenza delle major e dall'impossibilità di sopravvivere senza un supporto economico, la band si arrese e si sciolse alla fine del decennio, svanendo nel nulla senza aver mai pubblicato ufficialmente il proprio capolavoro (che vedrà la luce solo nel 1989 grazie all'etichetta Syn-Phonic).

Il mito sotterraneo

Con gli anni, la leggenda degli Yezda Urfa è cresciuta a dismisura grazie al passaparola globale tra gli amanti del prog più estremo e tecnico. Oggi sono considerati dei pionieri assoluti, anticipatori di quel filone iper-tecnico e matematico che anni dopo prenderà il nome di Math Rock o prog-metal d'avanguardia.

Gli Yezda Urfa sono stati una meteora impazzita, un gruppo che ha osato sfidare i limiti del tecnicismo senza mai perdere il gusto per il divertimento. Il finale perfetto per dimostrare che il progressive rock, negli anni '70, non aveva confini né geografici né mentali.

Un primo ascolto quì sotto:



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Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. IV° (Wigwam)

                                      Wigwam (Finlandia)

Wigwam - Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. IV°

Dalla Svezia ci spostiamo di poco, attraversando il Mar Baltico per approdare in Finlandia. Parlare dei Wigwam significa raccontare la storia di una band che in patria è considerata una leggenda assoluta (una sorta di monumento nazionale del rock), ma che nel resto d'Europa è rimasta intrappolata nello status di "culto per pochi".

La loro particolarità? Pur venendo dalla fredda Finlandia, sono riusciti a creare un sound caldissimo, che sembrava geneticamente modificato con il DNA della scena britannica di Canterbury.

Rubrica Storie delle prog band minori: Wigwam

Se c’è una nazione che oggi associamo immediatamente al metal sinfonico o alle sonorità più oscure, quella è la Finlandia. Ma nei primi anni '70, la terra dei mille laghi era un laboratorio incredibile per il rock progressivo. In cima a questa piramide creativa c’erano i Wigwam, nati a Helsinki nel 1968.

Mentre molte band scandinave dell'epoca cercavano di emulare il suono duro dei Deep Purple o il sinfonismo dei Genesis, i Wigwam scelsero una strada bizzarra e raffinatissima: presero la malinconia tipica del Nord Europa e la mescolarono con l'eccentricità, il jazz-rock e l'ironia del "Canterbury Sound" inglese (quello di Caravan e Soft Machine).

La doppia anima della band

Il segreto del sound dei Wigwam risiedeva nello scontro - e nel perfetto bilanciamento - tra due fortissime personalità artistiche, entrambe alle tastiere e alla voce: Jukka Gustavson e Jim Pembroke (quest'ultimo britannico di nascita, ma trasferitosi in Finlandia).

Gustavson era l'anima più squisitamente "progressive", filosofica e legata al jazz d'avanguardia; i suoi arrangiamenti all'organo Hammond erano complessi, densi e spirituali. Pembroke, d'altro canto, era il genio della melodia pop-art, capace di scrivere canzoni oblique, ironiche e malinconiche. Insieme al virtuoso del basso Pekka Pohjola (un altro musicista monumentale che attirerà persino l'attenzione di Mike Oldfield), i Wigwam crearono un melting pot sonoro unico al mondo.

Il Capolavoro Sconosciuto: Being (1974)

Cover album Being - Wigwam 1974

Dopo i primi lavori sperimentali, la band pubblica nel 1974 quello che molti critici considerano il Magnum Opus del prog finlandese: "Being".

Nato principalmente dalla mente di Jukka Gustavson, Being è un concept album profondo, politico e filosofico che critica gli eccessi della società occidentale. Musicalmente è un labirinto: l'ascoltatore viene proiettato in un flusso continuo dove canzoni pop surreali si infrangono contro improvvisazioni jazz, aperture orchestrali e un uso dei sintetizzatori che all'epoca era fantascienza. È un disco denso, che richiede più ascolti per essere compreso, ma che ripaga con una bellezza abbagliante.

Il salto internazionale e il paradosso di Nuclear Nightclub

Cover album Nuclear Nightclub - Wigwam 1975

Subito dopo Being, la band subisce una mezza rivoluzione: Gustavson e Pohjola lasciano il gruppo. Rimasto al timone, Jim Pembroke decide di snellire il suono, rendendolo più accessibile, e firma un contratto con la leggendaria etichetta britannica Virgin Records.

Nel 1975 esce "Nuclear Nightclub". Il disco è un successo clamoroso: la critica inglese li definisce "la miglior band del mondo dopo i Steely Dan e i Traffic". Il sound è un art-rock melodico, trascinante, guidato da chitarre pulite e tastiere sfolgoranti. Sembrava l'inizio di una gloriosa carriera internazionale, ma la sfortuna commerciale, la scarsa attitudine della band a promuoversi nei lunghi tour europei e l'arrivo imminente della tempesta punk frantumarono il sogno. I Wigwam rimasero dei giganti, ma confinati entro i confini della Scandinavia.

I tre dischi per iniziare il viaggio

Fairyport (1971)

Being (1974)

I Wigwam hanno dimostrato che il progressive rock non doveva per forza essere accademico o rigidamente barocco: poteva essere strano, ironico, caldo e incredibilmente elegante. Una gemma nordica che aspetta solo di essere riscoperta.

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Tusmorke - Balderdom 2026 (Norvegia)

 

Cover album  Balderdom - Tusmorke 2026

"Balderdom" dei Tusmørke (2026) – Un viaggio magico nel folk rock norvegese

I Tusmorke, una band capace di farci viaggiare nel tempo senza muoverci dal divano. Il gruppo norvegese è tornato in questo 2026 con un nuovo album intitolato "Balderdom", e possiamo dirlo subito: è un piccolo gioiello di stranezza, melodia e folklore.

Ma di cosa si tratta esattamente? E perché dovreste ascoltarlo anche se non masticate il rock più alternativo? Scopriamolo insieme.

Di cosa parla l'album?

Il titolo Balderdom ci porta dritti nella mitologia nordica (avete presente Balder, il dio della luce e della bellezza?). Ma non aspettatevi del metal pesante o canzoni rabbiose. I Tusmørke preferiscono usare canzoni che sembrano fiabe antiche, piene di mistero, folletti e foreste incantate.

Il sound è un mix unico:

 Strumenti d'epoca: Flauti magici, tastiere che sembrano uscite dagli anni '70 e un basso caldissimo.

 Ritmi ballabili: Anche se i testi parlano di storie antiche, la musica vi farà battere il piede a tempo fin dal primo ascolto.

 Un'atmosfera teatrale: Ascoltare questo disco è un po' come guardare uno spettacolo di burattini in un bosco di notte. È divertente, un pizzico bizzarro, ma affascinante.

Perché piacerà anche a voi

La cosa più bella di Balderdom è che non si prende troppo sul serio. Molti gruppi che fanno musica ispirata al passato risultano freddi o troppo accademici. I Tusmørke, invece, mantengono uno spirito giocoso e ironico.

Le melodie si stampano in testa facilmente e l'uso del flauto dà a tutto l'album un senso di leggerezza incredibile. È il disco perfetto da mettere su mentre si legge un libro fantasy, si sorseggia un tè caldo o semplicemente quando si ha voglia di staccare dalla frenesia della vita quotidiana.

Un album colorato, fuori dagli schemi e accessibile a tutti, capace di trasformare il grigiore quotidiano in una favola scandinava.

Non serve essere esperti di rock progressivo o di storia vichinga per godersi Balderdom. Basta avere un briciolo di curiosità e la voglia di farsi trasportare in un mondo parallelo. 

Date una chance ai Tusmørke: vi sembrerà di aver trovato un vecchio libro di favole dimenticato in soffitta.

I due brani da non perdere (e perché ascoltarli)

Per capire davvero quest'album, ci sono due tracce in particolare che mostrano i due lati dei Tusmørke: quello più orecchiabile e festoso, e quello più epico e misterioso.

1. "Svensk Drøm" – L'inno dell'amicizia davanti al falò

Scelta come primo singolo, questa canzone è il biglietto da visita perfetto dell'album. Nata da un vero sogno del cantante, evoca l'atmosfera di una cerchia di amici che cantano intorno a un fuoco di notte.

 Cosa vi colpirà: Ha un ritmo travolgente, quasi una marcia allegra che vi farà muovere subito la testa. Il flauto è il protagonista assoluto, saltellante e leggero, accompagnato da cori di gruppo che danno l'idea di una grande festa in mezzo ai boschi. È un brano solare, accessibile e trasmette una fortissima sensazione di unione e calore.

2. "Lidskjalv" – Il viaggio epico da oltre 20 minuti

Se Svensk Drøm è la festa, Lidskjalv è la vera e propria avventura fantasy. Questo brano occupa da solo l'intera seconda metà dell'album e dura ben 20 minuti! Il titolo fa riferimento al trono di Odino da cui il dio poteva guardare tutto l'universo.

 Cosa vi colpirà: Non spaventatevi per la durata: la traccia cambia continuamente forma, proprio come una storia a capitoli. Troverete parti più sussurrate e mistiche, improvvisi assoli di tastiere vintage che ricordano il rock degli anni '70 e un magico coro teatrale (l'Oslo Badstukor) che rende tutto incredibilmente solenne. È una traccia complessa ma affascinante, ideale da ascoltare ad occhi chiusi per lasciarsi trasportare.

Un primo ascolto: Quì


Devin Townsend - The Moth 2026 (Canada) Prog Metal / Experimental

    "The Moth" (2026) – Devin Townsend Con la pubblicazione di "The Moth" , Devin Townsend sposta ancora una volta più ...