giovedì 20 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. V° (Polonia ) Exodus

Per l'ultimo tassello di questo terzo volume compiamo un salto temporale e geografico affascinante. Ci spostiamo nella Polonia del 1980, oltre la Cortina di Ferro. In un'epoca in cui nel resto d'Europa il progressive rock classico era considerato ormai defunto, una band polacca firma un debutto monumentale, che fonde il sinfonismo spaziale degli Yes con la maestosità elettronica dei Tangerine Dream. Chiudiamo in bellezza con gli Exodus e il loro capolavoro: "The Most Beautiful Day".

Cover album The Most Beautiful Day - Exodus 1980
Exodus – The Most Beautiful Day 

Rubrica Storie delle prog band minori: Exodus – The Most Beautiful Day (1980)

Mentre il mondo intero salutava l’arrivo degli anni '80 a ritmo di New Wave, Post-Punk ed elettronica sintetica, in Polonia il tempo sembrava essersi fermato per regalare una delle ultime, immense fiammate del progressive rock sinfonico vecchio stile. Nel 1980, la band di Varsavia Exodus debutta sul mercato con "The Most Beautiful Day", un disco che ignora deliberatamente le mode occidentali per erigere un monumento sonoro di proporzioni cosmiche e fantascientifiche.

Registrato in condizioni complesse a causa del regime comunista e il conseguente isolamento culturale, questo album è la dimostrazione di come la passione per il grande prog sinfonico potesse superare qualsiasi barriera politica.

I sognatori di Varsavia

La storia degli Exodus ruota attorno a due fratelli polistrumentisti visionari: Andrzej Puczyński (chitarra) e Wojciech Puczynski (basso). Insieme a loro, la formazione classica vede Zbigniew Fyk alla batteria, il cantante dalla voce cristallina Paweł Birula (che imbracciava anche la dodici corde) e il vero architetto delle atmosfere spaziali della band, il tastierista Włodzimierz Komendarek, una personalità eccentrica destinata a diventare un pioniere dell'elettronica polacca.

Ciò che rendeva unici gli Exodus era la capacità di unire il calore della tradizione melodica slava a un massiccio uso di tecnologia sintetica. Nonostante le difficoltà nel reperire strumenti occidentali, la band riuscì a mettere insieme un arsenale di sintetizzatori capace di competere con le produzioni miliardarie d'oltremanica.

The Most Beautiful Day: Sinfonismo spaziale e melodramma

L'album, pubblicato dalla storica etichetta di stato Polskie Nagrania Muza, è un viaggio avvolgente, guidato da arrangiamenti orchestrali e atmosfere che fluttuano tra la fantascienza e il sogno. Sebbene i brani siano cantati in polacco (scelta che dona al disco un fascino poetico e drammatico del tutto particolare), la musica parla un linguaggio universale.

 La voce celestiale di Paweł Birula: Il timbro di Birula ha una pulizia e un'estensione impressionanti. Ricorda da vicino il lirismo di Jon Anderson degli Yes, muovendosi con una grazia incredibile sopra le complesse trame strumentali del gruppo.

 Le cascate elettroniche di Komendarek: Il lavoro alle tastiere su questo album è mastodontico. Komendarek stende giganteschi muri di sintetizzatori, alternando assoli fulminei e futuristici a tappeti sinfonici maestosi. La title-track, che occupa gran parte della seconda facciata con i suoi quasi venti minuti di suite, è un crescendo emotivo che passa da ballate acustiche e delicate a esplosioni cosmiche di rara potenza.

La chitarra di Andrzej Puczyński taglia le tastiere con assoli puliti e affilati, mentre il basso di Puczynski pulsa con un'aggressività geometrica che bilancia il sound etereo del disco.

Un faro nella notte del prog

In patria The Most Beautiful Day fu un successo clamoroso, tanto da trasformare gli Exodus in una delle band rock più seguite della Polonia dei primi anni '80. Fuori dai confini dell'Est Europa, tuttavia, il disco rimase a lungo una leggenda per pochi intimi, complici la scarsa distribuzione internazionale e i pregiudizi sulla lingua.

Il tempo ha fortunatamente cancellato i confini. Oggi quest'album è considerato all'unanimità non solo il vertice del prog polacco, ma uno degli ultimi grandi capolavori del rock sinfonico mondiale prima della totale egemonia del pop sintetico. Un finale maestoso, spaziale e profondo per questo nostro terzo capitolo.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. IV° (Finch ) Olanda

Dalla teatralità drammatica e cantata dei Mona Lisa, ci spostiamo ora nei Paesi Bassi per incontrare una band che ha fatto una scelta radicale e vincente: eliminare completamente la parola per lasciare che fossero solo gli strumenti a parlare. Voliamo in Olanda per riscoprire i Finch, maestri assoluti del progressive rock interamente strumentale, capaci di unire una tecnica spaventosa a una fluidità melodica straordinaria.

Cover album  Beyond Expression - Finch 1976

Rubrica Storie delle prog band minori: Finch

Nel mondo del progressive rock, la voce è spesso usata come uno strumento aggiunto per narrare storie fantastiche o concept complessi. Ma cosa succede quando una band decide di fare a meno del cantante e di affidare l'intera narrazione solo a chitarre, tastiere, basso e batteria? La risposta sta nei Paesi Bassi dei metà anni '70, dove i Finch hanno dimostrato che la musica strumentale non deve essere per forza un sottofondo jazz-rock da intellettuali, ma può avere la stessa forza epica, la stessa dinamica e lo stesso impatto emotivo delle più grandi suite sinfoniche dei Genesis o degli Yes.

Il loro secondo album del 1976, "Beyond Expression", è il manifesto perfetto di questa filosofia: tre lunghe suite mozzafiato dove la noia non è semplicemente contemplata.

I quattro architetti del suono olandese

I Finch nascono nel 1974 a L'Aia, fondati dallo straordinario chitarrista Joop van Nimwegen e dal bassista Peter Vink (già attivo nei leggendari Q65). A completare la formazione del loro periodo d'oro troviamo il talentuoso tastierista Paul Vink (successivamente sostituito da Cleem Determeijer) e il batterista Beer Klaasse.

Il segreto dei Finch risiede nell'equilibrio perfetto tra due anime: da un lato l'amore per le strutture sinfoniche e i cambi di tempo tipici del prog classico, dall'altro un groove micidiale e un'energia ereditata dall'hard rock e dalla fusion. Questa combinazione rendeva i loro brani incredibilmente fluidi, privi di quei tempi morti che a volte affliggevano le band interamente strumentali dell'epoca.

Beyond Expression: La musica oltre le parole

Pubblicato nel 1976, Beyond Expression è un viaggio intenso diviso in tre sole mastodontiche tracce (A Passion Condensed, Scars on the Ego e Beyond the Bizzarre). Il titolo stesso suggerisce l'obiettivo della band: arrivare là dove le parole non riescono a esprimersi.

 La chitarra funambolica di Joop van Nimwegen: Joop è il vero motore trainante della band. Il suo stile unisce la pulizia melodica di Jan Akkerman (Focus) all'aggressività rock. I suoi assoli sono lunghi, complessi, ma sempre costruiti con un senso logico rigoroso, capaci di stampare in testa melodie memorabili pur senza un ritornello cantato.

 Le architetture di tastiere e basso: Le tastiere creano il perfetto contrappunto sinfonico alla chitarra, muovendosi tra pianoforte acustico, sintetizzatori guizzanti e organi ruggenti. Il tutto è sorretto dal basso distorto e pulsante di Peter Vink, che conferisce alle composizioni una spinta ritmica granitica e travolgente.

Ogni brano si sviluppa come una montagna russa emotiva, passando da passaggi delicati e prettamente classicheggianti a improvvise accelerate jazz-rock, fino a sfociare in maestosi finali sinfonici.

Un culto per gli amanti della tecnica e del cuore

I Finch pubblicheranno un terzo eccellente album, Galleons of Passion (1977), prima di sciogliersi alla fine del decennio a causa dei continui cambi di formazione e delle pressioni del mercato discografico, che ormai non vedeva di buon occhio le lunghe divagazioni strumentali.

Cover album Galleons of Passion - Finch 1977
Finch - Galleons of Passion

Nonostante una carriera relativamente breve, la band è rimasta un punto di riferimento assoluto per chiunque ami il prog strumentale. Beyond Expression non è solo una dimostrazione di virtuosismo tecnico, ma un album vivo, accessibile ed entusiasmante che dimostra come la musica, quando è scritta con questa classe, non abbia davvero bisogno di parole per raccontare una grande storia.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. III° (Mona Lisa ) Francia

Dalla Germania solare e favolistica dei Grobschnitt attraversiamo il confine e ci immergiamo nelle atmosfere raffinate, drammatiche e squisitamente teatrali della Francia. È il momento di riscoprire i Mona Lisa, una delle punte di diamante del prog transalpino che, insieme agli Ange, ha ridefinito il concetto di "rock teatrale" cantato in lingua madre.

Cover album  Le Petit Violon de Mr Gregoire - Mona Lisa 1976
Mona Lisa - Le Petit Violon de Mr Gregoire

Rubrica: Storie delle prog band minori: Mona Lisa

Se il progressive rock britannico ha trovato il suo vertice teatrale nei Genesis di Peter Gabriel, la Francia ha risposto creando una vera e propria scuola drammatica unica nel suo genere. In questo scenario, dominato commercialmente dagli Ange, i Mona Lisa rappresentano la declinazione più poetica, oscura e barocca di quel modo di intendere la musica.

Attiva per tutti gli anni '70, questa band è riuscita a trasformare il rock sinfonico in una vera e propria opera teatrale decadente. Il loro capolavoro del 1976, "Le Petit Violon de Mr Gregoire", è un viaggio intenso ed emozionante che merita un posto d'onore nella libreria di ogni appassionato.

Il palcoscenico di Versailles

I Mona Lisa si formano a Versailles all'inizio del decennio su iniziativa del carismatico cantante e attore Dominique Le Guennec. La formazione che darà vita alle loro opere più importanti vede Jean-Paul Pierson alle tastiere, Pascal Jardon alle chitarre, Jean-Luc Martin al basso e Francis Poulet alla batteria.

Sul palco, Dominique Le Guennec non si limitava a cantare: si truccava, cambiava costumi, interpretava personaggi grotteschi o tragici, proprio come una maschera della commedia dell'arte. La scelta di utilizzare esclusivamente la lingua francese non era solo un fatto identitario, ma una precisa necessità artistica: le parole dovevano graffiare, emozionare e declamare storie complesse con la massima forza espressiva possibile.

Le Petit Violon de Mr Gregoire: Il vertice del prog teatrale francese

Dopo due album interlocutori ma affascinanti, la band raggiunge la piena maturità espressiva nel 1976 con Le Petit Violon de Mr Gregoire. Il disco è un gioiello di dinamismo ed eleganza barocca, diviso in cinque tracce che scorrono come atti di un'unica opera teatrale:

 L'istrionismo di Le Guennec: La voce di Dominique è il perno assoluto del disco. Il suo stile si muove costantemente tra il canto lirico, il recitato teatrale e improvvisi slanci di lucida follia, creando una tensione drammatica pazzesca.

 Intrecci sinfonici e Mellotron: Jean-Paul Pierson stende tappeti magistrali di organo e Mellotron, creando cattedrali sonore su cui la chitarra di Pascal Jardon può ricamare assoli affilati ed espressivi, che ricordano da vicino lo stile di Steve Hackett.

La suite che dà il titolo all'album occupa gran parte del disco ed è un perfetto esempio di come la band sapesse gestire i contrasti: passaggi acustici delicati e medievaleggianti vengono improvvisamente spezzati da esplosioni sinfoniche guidate da una sezione ritmica potente e geometrica.

Un'eredità da riscoprire

Nonostante l'altissima qualità delle loro produzioni e il grande rispetto da parte della critica, i Mona Lisa rimasero parzialmente all'ombra dei cugini Ange in termini di vendite. La band si sciolse alla fine degli anni '70 dopo la pubblicazione di Vers demain, lasciando però un segno indelebile nei cuori dei cultori del prog sinfonico più drammatico.

Le Petit Violon de Mr Gregoire non è solo una splendida rarità discografica, ma è la dimostrazione di come il progressive rock potesse sposarsi alla perfezione con la tradizione teatrale e letteraria europea, regalando un ascolto denso, poetico e fortemente suggestivo.

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. II° (Grobschnitt) Germania

Dall'Austria dei Kyrie Eleison ci spostiamo in Germania. Ma attenzione: dimentica per un attimo il Krautrock cosmico, ipnotico e ripetitivo dei corrieri cosmici come i Tangerine Dream o i Can. Entriamo nel mondo dei Grobschnitt, una delle band più eclettiche, teatrali e straordinariamente uniche dell'intera scena tedesca, capace di unire suite sinfoniche di proporzioni bibliche a una straripante dose di ironia e follia da palcoscenico.

Cover album  Rockpommel's Land - Grobschnitt 1977
Grobschnitt - Rockpommel's Land

Rubrica Storie delle prog band minori: Grobschnitt

Se c'è un elemento che spesso viene ingiustamente negato al progressive rock, quello è il senso dell'umorismo. Molti giganti del genere si prendevano maledettamente sul serio, ma non i Grobschnitt. Nati ad Hagen all'inizio degli anni '70, questi musicisti tedeschi hanno dimostrato che si poteva spingere la complessità musicale ai massimi livelli senza mai perdere la voglia di giocare, travestirsi e far divertire il pubblico.

Definirli "minori" è quasi un'ingiustizia storica se si guarda alla loro popolarità in patria, ma fuori dai confini tedeschi rimangono una perla sotterranea tutta da riscoprire, specialmente per il loro vertice assoluto: il monumentale concept album "Rockpommel's Land" del 1977.

Molto più di una band: Un circo progressivo

La storia dei Grobschnitt ha radici teatrali. I membri della band non usavano i loro veri nomi, ma pseudonimi stravaganti che ne sottolineavano l'attitudine da commedia dell'arte: il leader spirituale e chitarrista Lupo (Gerd Otto Kühn), il cantante e polistrumentista Wildschwein (Stefan Danielak), il tastierista Mist (Volker Kahrs) e il batterista/percussionista Eroc (Joachim Heinz Ehrig), una vera e propria leggenda dietro le pelli e in cabina di regia.

I loro concerti erano leggendari e potevano durare ore. Non erano semplici esibizioni, ma veri e propri happening caotici fatti di scherzi autolesionisti, maschere strambe, fuochi d'artificio artigianali e una teatralità dissacrante che anticipava, in modo bizzarro, certe intuizioni della new wave.

Rockpommel's Land: La risposta tedesca a "Close to the Edge"

Dopo aver sperimentato sonorità più aspre e space-rock nei primi lavori, i Grobschnitt trovano la formula magica nel 1977 con Rockpommel's Land. L'album è una fiaba in musica incentrata sul viaggio di un ragazzino di nome Ernie e di un grande uccello della fantasia chiamato Maraboo.

La copertina, squisitamente illustrata con uno stile che ricorda le fiabe d'altri tempi, introduce un sound che è un tripudio di prog sinfonico radioso ed elegante:

 L'intreccio tastiere-chitarra: Mist crea tappeti orchestrali perfetti, dominati da Mellotron e sintetizzatori, sui quali Lupo ricama assoli di chitarra fluidi, puliti e fortemente melodici che richiamano da vicino lo stile di Steve Howe degli Yes.

 Le Suite e la dinamica: Il disco è composto da solo quattro tracce, culminanti nella monumentale title-track di oltre venti minuti che occupa l'intera seconda facciata del vinile. Nonostante la lunghezza, la musica vola via con una leggerezza disarmante, alternando momenti di pura delicatezza acustica cantata in inglese a esplosioni sinfoniche di una solarità e di una bellezza commoventi.

Un'eredità intramontabile

I Grobschnitt continueranno a suonare per tutti gli anni '80, modificando il loro sound verso il pop-rock e la Neue Deutsche Welle (la new wave tedesca), prima di sciogliersi e poi riunirsi parzialmente nei decenni successivi. Ma la magia racchiusa nel loro periodo d'oro degli anni '70 rimane ineguagliata.

Rockpommel's Land non è solo un disco fondamentale per capire il prog sinfonico teutonico, ma è la prova di come il rock progressivo potesse essere profondo, complesso e favolistico, senza per forza risultare freddo o accademico.

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Precedente: Capitolo III° (Part.I°) Kyrie Eleison (Austria)

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. I° (Kyrie Eleison) Austria

Cover album  The Fountain Beyond Sunrise - Kyrie Eleison 1976
Kyrie Eleison - The Fountain Beyond Sunrise

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori: Kyrie Eleison

Quando si esplora la mappa del progressive rock europeo degli anni '70, l'Austria viene spesso considerata una terra di passaggio, schiacciata tra il Krautrock sperimentale della Germania e le aperture sinfoniche dell'Italia. Eppure, proprio a Vienna, un gruppo di musicisti ha dato vita a una delle risposte più maestose, drammatiche e fedeli al sound dei Genesis dell'era Peter Gabriel. Loro sono i Kyrie Eleison e il loro album del 1976, "The Fountain Beyond Sunrise", è un Santo Graal del prog sinfonico continentale.

Il teatro delle ombre a Vienna

I Kyrie Eleison si formano nel 1974 su iniziativa del tastierista Gerald Krampl, vero motore compositivo del gruppo. Insieme a lui, la formazione classica vede Michael Schubert alla voce, Manfred Drapela alle chitarre, Norbert Morin al basso e Karl Novotny alla batteria.

Ciò che distingueva i Kyrie Eleison dalla stragrande maggioranza delle band austriache coeve era la loro totale dedizione al Concept: i loro concerti non erano semplici esibizioni musicali, ma veri e propri spettacoli teatrali ricchi di costumi, maschere, effetti visivi e cambi di scena. Una forte impronta visiva che rifletteva perfettamente l'ambizione della loro musica.

The Fountain Beyond Sunrise: Un capolavoro di drammaticità e Mellotron

Pubblicato nel 1976 in modo totalmente indipendente e in una tiratura che definire microscopica è poco, The Fountain Beyond Sunrise è un disco che ignora deliberatamente l'avvento del punk o la semplificazione delle strutture musicali. L'album è composto da lunghe suite guidate da una narrazione complessa e affascinante.

 La teatralità vocale: Michael Schubert non nasconde la sua enorme ammirazione per Peter Gabriel. La sua voce è espressiva, istrionica, capace di passare da sussurri evocativi a improvvisi slanci drammatici, cantando rigorosamente in inglese per dare un respiro internazionale al progetto.

 Le cattedrali di tastiere di Krampl: Gerald Krampl erige muri sonori maestosi. Il suo arsenale, dominato da un uso orchestrale e massiccio del Mellotron e del sintetizzatore, dialoga costantemente con la chitarra arpeggiata e solista di Drapela. I cambi di tempo sono continui, ma sempre legati a un filo conduttore melodico che cattura l'ascoltatore.

Il sound complessivo richiama inevitabilmente le atmosfere di capolavori come Nursery Cryme o Foxtrot, ma arricchito da una malinconia tipicamente mitteleuropea che rende il disco un'esperienza unica e non una semplice copia.

Il destino di una perla nascosta

Come purtroppo accaduto a molte delle band di questa rubrica, la mancanza di un supporto da parte di una major e la distribuzione puramente locale condannarono i Kyrie Eleison all'anonimato commerciale. La band registrò altro materiale (successivamente pubblicato in raccolte postume come The Blind Windows Suite), ma la spinta iniziale si esaurì verso la fine del decennio.

Oggi, le pochissime copie originali in vinile di The Fountain Beyond Sunrise sono scambiate a cifre astronomiche tra i collezionisti. La riscoperta in formato CD ha però restituito agli appassionati un album immenso, un ascolto obbligatorio per chiunque voglia scoprire come la magia del prog teatrale e sinfonico abbia saputo trovare una via magnifica e decadente anche tra i palazzi storici di Vienna.

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Prefazione

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Code 18 - Two Places 2026 (Canada)

Cover Album  Two Places - Code 18 (2026)

A sei anni dal debutto con Human Error!, il progetto canadese ideato dal tastierista Johnny Maz torna in scena nel 2026 con "Two Places". Questa seconda fatica discografica rappresenta l'evoluzione ideale della band: la personalità sonora tracciata all'esordio non viene snaturata, ma trova qui un equilibrio espressivo e una consapevolezza compositiva nettamente superiori.

I dettagli dell'opera mettono in luce la varietà e la struttura dei brani:

Genere e Identità: Neo-Prog raffinato, capace di alternare aperture sinfoniche a momenti dall'impatto rock più marcato.

Architettura del disco: L'album si apre con la traccia Prelude (4:23) per poi snodarsi attraverso passaggi dal ritmo elaborato come Polyrhythm (6:38) e le suggestive atmosfere di The Old House (9:00).

I momenti chiave: Il pezzo centrale The Lovers, the Incompetent and the Asshole superando i 10 minuti evidenzia il dinamismo e la versatilità narrativa della formazione, mentre la lunga suite A New Soul (14:23) rappresenta il picco emotivo e strutturale dell'opera, prima del solenne epilogo affidato a Justice? (12:01).

L'interazione tra le tastiere di Johnny Maz, il lavoro chitarristico di JF Rémillard e la solida voce di Bönz riflette un'intesa naturale. Le trame melodiche risultano meno frammentate e meglio distribuite su durate importanti, dimostrando che l'ambizione delle lunghe suite è supportata da un'ottima gestione dei tempi e della dinamica.

"Two Places" conferma come i Code 18 hanno raggiunto la piena maturità artistica, regalandoci un lavoro coeso, ispirato e imprescindibile per gli amanti del progressive moderno.

Per un Primo Ascolto e l'Acquisto: Quì

mercoledì 19 agosto 2026

The Dear Hunter - Sunya 2026 (Crossover Prog) US

 

Cover album  Sunya - The Dear Hunter 2026

The Dear Hunter – Sunya (2026)

Tracciare nuove rotte nel deserto del prog moderno  

Qualche mese fa, proprio qui sul blog, ci eravamo immersi nel cuore pulsante della discografia di Casey Crescenzo e compagni, analizzando quello straordinario affresco concettuale che è la saga degli Act: Act I: The Lake South, the River North, Act II: The Meaning of, and All Things Regarding Ms. Leading, Act III: Life and Death, Act IV: Rebirth in Reprise e Act V: Hymns with the Devil in Confessional. In quel post concordavamo su un punto fermo: quella pentalogia rappresenta una vetta narrativa, orchestrale e compositiva praticamente irraggiungibile per chiunque, persino per la band stessa.  

Con l'uscita di Sunya in questo 2026, la domanda sorgeva spontanea: i The Dear Hunter possono superare la perfezione dei loro cinque Act? La risposta sincera è no. I cinque capitoli storici rimangono monumenti intoccabili della storia del rock progressivo, dotati di una carica drammatica ed epica irripetibile. Ma pretese di confronto a parte, Sunya dimostra che la band non ha alcuna intenzione di vivere di rendita o di replicare formule già viste.  

Dall'Anfiteatro Urbano alle Desolazioni del Synth-Funk

Se uno degli album precedenti "Antimai" (2022) ci aveva portati all'interno di una metropoli distopica e suddivisa in anelli sociali, Sunya sposta il focus oltre quelle mura, addentrandosi in una terra di nessuno riarsa e misteriosa.

Musicalmente, l'album consolida la transizione intrapresa negli ultimi anni: le drammatiche orchestrazioni teatrali degli Act lasciano qui ampio spazio a un prog-rock a matrice fortemente synth-funk e jazz-fusion. L'intreccio ritmico tra il basso pulsante di Nick Sollecito e le batterie spezzate di Nick Crescenzo crea un'ossatura su cui le tastiere e le chitarre disegnano trame complesse, a tratti quasi psichedeliche.  

I momenti chiave del disco mostrano una maturità stilistica indiscutibile:

Le dinamiche travolgenti: Brani come Marauders e la grottesca The Bazaareteria mettono in mostra il lato più dinamico e rutilante della band, giocando su contrappunti vocali sofisticati e groove serratissimi.  

La trilogia centrale: La suite The Glass Desert (divisa in Giants, Cliffs and Stormlands e The Plains) rappresenta il vero cuore pulsante del disco. È qui che il gruppo bilancia al meglio l'urgenza ritmica con una tensione atmosferica e widescreen.  

La risoluzione concettuale: La title track finale chiude l'opera con un ritornello corale e un senso di spettrale disillusione che sintetizza l'intero viaggio lirico.

Conclusioni

Sunya non ha la spinta emotiva devastante di un Act IV o la teatralità barocca di Act II, e va benissimo così. Pretendere che un artista rimanga incatenato al proprio capolavoro è il modo migliore per soffocarne la creatività.  

I The Dear Hunter del 2026 sono musicisti immensamente consapevoli dei propri mezzi. Sunya è un'opera autorevole, coraggiosa e ricca di dettagli, che continua a ridisegnare i confini del progressive rock contemporaneo dimostrando che c'è ancora vita - e tantissima classe - al di fuori della grande saga che ce li ha fatti amare.  

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The Dear Hunter - L'Epopea degli Acts: Quì


Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. V° (Polonia ) Exodus

Per l'ultimo tassello di questo terzo volume compiamo un salto temporale e geografico affascinante. Ci spostiamo nella Polonia del 1980,...