Se c’è una band che nel 2026 ha deciso di prendere il concetto di "concept album" e lanciarlo direttamente nella stratosfera, questi sono gli americani Built of the Future. Con il loro nuovo lavoro, "2084 Empire", il quintetto statunitense non si è limitato a confezionare un'ottima transizione sonora, ma ha dato vita a un vero e proprio manifesto distopico che fonde fantascienza, attualità e pura adrenalina musicale.
Arrivati a quello che è il quarto capitolo della loro discografia, la band dimostra una maturità impressionante, ridefinendo i confini del proprio sound e confermando una crescita artistica che non accenna a fermarsi.
L'evoluzione musicale: Dai primi passi all'Impero
Guardando indietro, l'evoluzione dei Built of the Future è una lezione di coerenza e coraggio. Se i primi due lavori della band erano fortemente ancorati a un progressive metal tecnico e devoto ai maestri del genere, è stato con il terzo album che il gruppo ha iniziato a sperimentare con l'elettronica e il post-rock.
Con "2084 Empire" assistiamo alla chiusura del cerchio: la band abbandona ogni rigidità di genere per abbracciare un approccio totalmente libero. Le chitarre pesanti e i tempi dispari ci sono ancora, ma sono ora al servizio di atmosfere cinematiche, trame ambient e un lirismo melodico che prima era solo accennato. È il loro album più accessibile e, allo stesso tempo, il più complesso.
La Formazione: Un'alchimia perfetta
Questo miracolo sonoro è possibile solo grazie a una sintonia d'acciaio tra i membri della band. La line-up dei Built of the Future si muove oggi come un organismo unico:
La sezione ritmica (basso e batteria) è il motore immobile del disco: chirurgica nei passaggi più complessi, ma capace di un groove potente e avvolgente che sostiene le strutture monumentali dei brani.
Le tastiere e i sintetizzatori creano il vero e proprio "tessuto connettivo" dell'album, dipingendo i paesaggi sonori cyberpunk e futuristici che fanno da sfondo al concept.
La chitarra spazia con disinvoltura da riff math-rock affilati a soli lirici di Gilmouriana memoria.
La voce, infine, è l'ancora emotiva del disco: versatile, capace di passare da sussurri intimi a graffianti acuti carichi di pathos, traducendo in musica la disperazione e la speranza del testo.
La suite delle meraviglie: Il viaggio di Oceania
Inutile girarci intorno: il cuore pulsante, il fulcro gravitazionale attorno a cui ruota l'intero disco è "Oceania".
Parliamo di ben 25 minuti di pura epopea crossover prog. Una traccia del genere, nel panorama musicale odierno, è una dichiarazione di guerra alla soglia dell'attenzione dei social media. E la band vince questa sfida a mani basse.
Oceania non risulta mai noiosa o inutilmente autoindulgente. Al contrario, è un viaggio perfettamente strutturato che vive di contrasti continui: dalle aperture atmosferiche e cinematiche iniziali, fino ai cambi di tempo serratissimi che esaltano l'intesa tecnica della formazione. Il perfetto esempio di "crossover": la capacità unica dei Built of the Future di far convivere melodie vocali aperte con esplosioni di pura potenza heavy e divagazioni space-rock. Quei 25 minuti volano via lasciando l'ascoltatore stordito e meravigliato.
Conclusione
Al di là della mastodontica Oceania, tutto l'album brilla per una produzione cristallina che valorizza il talento di ogni singolo musicista. I testi dipingono un futuro (il 2084 del titolo) che sembra spaventosamente vicino, alternando momenti di cupa rassegnazione a sprazzi di potente ribellione sonora.
Con questo quarto album, i Built of the Future non solo superano la prova della maturità, ma firmano uno dei dischi più ambiziosi, stratificati e riusciti del 2026. Il progressive rock non è un genere museale, ma una materia viva e pulsante.
Un primo ascolto Quì: Oceania























