PROGRESSIVE ROCK - GENESISMARILLION
PROGRESSIVE ROCK. '70/ '80/ '90 e oltre - Neo Prog. Psichedelic Prog. Heavy Prog. Crossover Prog. Symphonic Prog. Italian Progressive Rock. Eclectic Prog. Rock. (QUESTA MUSICA TI SALVERA' LA VITA) G E N E S I S M A R I L L I O N
sabato 8 agosto 2026
Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. V° (Yezda Urfa) US
Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. IV° (Wigwam)
Wigwam (Finlandia)
Dalla Svezia ci spostiamo di poco, attraversando il Mar Baltico per approdare in Finlandia. Parlare dei Wigwam significa raccontare la storia di una band che in patria è considerata una leggenda assoluta (una sorta di monumento nazionale del rock), ma che nel resto d'Europa è rimasta intrappolata nello status di "culto per pochi".
La loro particolarità? Pur venendo dalla fredda Finlandia, sono riusciti a creare un sound caldissimo, che sembrava geneticamente modificato con il DNA della scena britannica di Canterbury.
Rubrica Storie delle prog band minori: Wigwam
Se c’è una nazione che oggi associamo immediatamente al metal sinfonico o alle sonorità più oscure, quella è la Finlandia. Ma nei primi anni '70, la terra dei mille laghi era un laboratorio incredibile per il rock progressivo. In cima a questa piramide creativa c’erano i Wigwam, nati a Helsinki nel 1968.
Mentre molte band scandinave dell'epoca cercavano di emulare il suono duro dei Deep Purple o il sinfonismo dei Genesis, i Wigwam scelsero una strada bizzarra e raffinatissima: presero la malinconia tipica del Nord Europa e la mescolarono con l'eccentricità, il jazz-rock e l'ironia del "Canterbury Sound" inglese (quello di Caravan e Soft Machine).
La doppia anima della band
Il segreto del sound dei Wigwam risiedeva nello scontro - e nel perfetto bilanciamento - tra due fortissime personalità artistiche, entrambe alle tastiere e alla voce: Jukka Gustavson e Jim Pembroke (quest'ultimo britannico di nascita, ma trasferitosi in Finlandia).
Gustavson era l'anima più squisitamente "progressive", filosofica e legata al jazz d'avanguardia; i suoi arrangiamenti all'organo Hammond erano complessi, densi e spirituali. Pembroke, d'altro canto, era il genio della melodia pop-art, capace di scrivere canzoni oblique, ironiche e malinconiche. Insieme al virtuoso del basso Pekka Pohjola (un altro musicista monumentale che attirerà persino l'attenzione di Mike Oldfield), i Wigwam crearono un melting pot sonoro unico al mondo.
Il Capolavoro Sconosciuto: Being (1974)
Nato principalmente dalla mente di Jukka Gustavson, Being è un concept album profondo, politico e filosofico che critica gli eccessi della società occidentale. Musicalmente è un labirinto: l'ascoltatore viene proiettato in un flusso continuo dove canzoni pop surreali si infrangono contro improvvisazioni jazz, aperture orchestrali e un uso dei sintetizzatori che all'epoca era fantascienza. È un disco denso, che richiede più ascolti per essere compreso, ma che ripaga con una bellezza abbagliante.
Il salto internazionale e il paradosso di Nuclear Nightclub
Nel 1975 esce "Nuclear Nightclub". Il disco è un successo clamoroso: la critica inglese li definisce "la miglior band del mondo dopo i Steely Dan e i Traffic". Il sound è un art-rock melodico, trascinante, guidato da chitarre pulite e tastiere sfolgoranti. Sembrava l'inizio di una gloriosa carriera internazionale, ma la sfortuna commerciale, la scarsa attitudine della band a promuoversi nei lunghi tour europei e l'arrivo imminente della tempesta punk frantumarono il sogno. I Wigwam rimasero dei giganti, ma confinati entro i confini della Scandinavia.
I tre dischi per iniziare il viaggio
Fairyport (1971)
Being (1974)
I Wigwam hanno dimostrato che il progressive rock non doveva per forza essere accademico o rigidamente barocco: poteva essere strano, ironico, caldo e incredibilmente elegante. Una gemma nordica che aspetta solo di essere riscoperta.
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Tusmorke - Balderdom 2026 (Norvegia)
"Balderdom" dei Tusmørke (2026) – Un viaggio magico nel folk rock norvegese
I Tusmorke, una band capace di farci viaggiare nel tempo senza muoverci dal divano. Il gruppo norvegese è tornato in questo 2026 con un nuovo album intitolato "Balderdom", e possiamo dirlo subito: è un piccolo gioiello di stranezza, melodia e folklore.
Ma di cosa si tratta esattamente? E perché dovreste ascoltarlo anche se non masticate il rock più alternativo? Scopriamolo insieme.
Di cosa parla l'album?
Il titolo Balderdom ci porta dritti nella mitologia nordica (avete presente Balder, il dio della luce e della bellezza?). Ma non aspettatevi del metal pesante o canzoni rabbiose. I Tusmørke preferiscono usare canzoni che sembrano fiabe antiche, piene di mistero, folletti e foreste incantate.
Il sound è un mix unico:
Strumenti d'epoca: Flauti magici, tastiere che sembrano uscite dagli anni '70 e un basso caldissimo.
Ritmi ballabili: Anche se i testi parlano di storie antiche, la musica vi farà battere il piede a tempo fin dal primo ascolto.
Un'atmosfera teatrale: Ascoltare questo disco è un po' come guardare uno spettacolo di burattini in un bosco di notte. È divertente, un pizzico bizzarro, ma affascinante.
Perché piacerà anche a voi
La cosa più bella di Balderdom è che non si prende troppo sul serio. Molti gruppi che fanno musica ispirata al passato risultano freddi o troppo accademici. I Tusmørke, invece, mantengono uno spirito giocoso e ironico.
Le melodie si stampano in testa facilmente e l'uso del flauto dà a tutto l'album un senso di leggerezza incredibile. È il disco perfetto da mettere su mentre si legge un libro fantasy, si sorseggia un tè caldo o semplicemente quando si ha voglia di staccare dalla frenesia della vita quotidiana.
Un album colorato, fuori dagli schemi e accessibile a tutti, capace di trasformare il grigiore quotidiano in una favola scandinava.
Non serve essere esperti di rock progressivo o di storia vichinga per godersi Balderdom. Basta avere un briciolo di curiosità e la voglia di farsi trasportare in un mondo parallelo.
Date una chance ai Tusmørke: vi sembrerà di aver trovato un vecchio libro di favole dimenticato in soffitta.
I due brani da non perdere (e perché ascoltarli)
Per capire davvero quest'album, ci sono due tracce in particolare che mostrano i due lati dei Tusmørke: quello più orecchiabile e festoso, e quello più epico e misterioso.
1. "Svensk Drøm" – L'inno dell'amicizia davanti al falò
Scelta come primo singolo, questa canzone è il biglietto da visita perfetto dell'album. Nata da un vero sogno del cantante, evoca l'atmosfera di una cerchia di amici che cantano intorno a un fuoco di notte.
Cosa vi colpirà: Ha un ritmo travolgente, quasi una marcia allegra che vi farà muovere subito la testa. Il flauto è il protagonista assoluto, saltellante e leggero, accompagnato da cori di gruppo che danno l'idea di una grande festa in mezzo ai boschi. È un brano solare, accessibile e trasmette una fortissima sensazione di unione e calore.
2. "Lidskjalv" – Il viaggio epico da oltre 20 minuti
Se Svensk Drøm è la festa, Lidskjalv è la vera e propria avventura fantasy. Questo brano occupa da solo l'intera seconda metà dell'album e dura ben 20 minuti! Il titolo fa riferimento al trono di Odino da cui il dio poteva guardare tutto l'universo.
Cosa vi colpirà: Non spaventatevi per la durata: la traccia cambia continuamente forma, proprio come una storia a capitoli. Troverete parti più sussurrate e mistiche, improvvisi assoli di tastiere vintage che ricordano il rock degli anni '70 e un magico coro teatrale (l'Oslo Badstukor) che rende tutto incredibilmente solenne. È una traccia complessa ma affascinante, ideale da ascoltare ad occhi chiusi per lasciarsi trasportare.
Un primo ascolto: Quì
giovedì 6 agosto 2026
Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. III° (Kaipa)
Kaipa (Svezia)
La nascita del suono boreale
Gli anni d'oro: Inget Nytt Under Solen (1976)
Il miracolo della rinascita: Un ponte verso il presente
La bussola per i lettori: I due volti dei Kaipa
Telegraph – Topography of Mind (2026) Israele
Telegraph – Topography of Mind (2026): Un viaggio cosmico tra nostalgia e futuro
Il 2026 si sta rivelando un anno incredibilmente generoso per le sonorità progressive, eppure alcune delle gemme più preziose continuano a fluttuare fuori dai radar dei grandi media. È il caso dei Telegraph e del loro straordinario nuovo lavoro, Topography of Mind. Se siete alla ricerca di un album capace di fondere la maestosità del prog sinfonico classico con le derive ipnotiche dello space rock, avete appena trovato il vostro Santo Graal musicale.
Mappe mentali e costellazioni sonore
Fin dalle prime note, Topography of Mind si presenta come un concept album nel senso più nobile del termine. Non si tratta solo di una successione di brani, ma di una vera e propria mappatura geografica degli stati d'animo. I Telegraph riescono nell'impresa di far coesistere due anime apparentemente distanti: la precisione geometrica del prog sinfonico anni '70 (pensa ai Genesis dell'era Gabriel o ai Camel più ispirati) e la libertà fluttuante dello space rock alla Pink Floyd o Hawkwind.
Il disco si apre con suite strumentali che lasciano ampio respiro ai musicisti. I sintetizzatori vintage e i tappeti di tastiere creano una nebbia cosmica da cui emergono, improvvisi e taglienti, assoli di chitarra carichi di phaser e delay.
Mellotron, flauti e riff pesanti
La vera forza dell'album risiede nel dinamismo. I Telegraph non si limitano a replicare il passato. Accanto a strumenti tradizionali del genere come il flauto traverso e il mellotron - che donano un calore folk e pastorale ad alcuni passaggi - la band non ha paura di spingere sul pedale del distorsore. Nelle sezioni centrali dell'opera, la sezione ritmica si fa serrata, quasi marziale, sfociando in un heavy prog sofisticato ma potente, che destabilizza l'ascoltatore prima di riportarlo in orbita.
Le parti vocali, centrate e mai sovraesposte, fungono da bussola in questo oceano sonoro. I testi, criptici e poetici, esplorano il legame tra l'immensità dell'universo e i labirinti della mente umana, perfettamente in linea con il titolo dell'opera.
Perché è un album da non perdere?
In un'epoca di singoli "mordi e fuggi" da tre minuti, Topography of Mind è un atto di ribellione. Richiede tempo, cuffie di buona qualità e la volontà di lasciarsi trasportare. È un disco stratificato: al primo ascolto colpiscono le melodie sinfoniche, al quinto si scoprono dettagli di produzione e incastri ritmici millimetrici.
Se amate il prog che sa essere romantico, spaziale, a tratti oscuro ma sempre incredibilmente tecnico, quest'album merita un posto d'onore nella vostra collezione del 2026. Non lasciate che rimanga un segreto per pochi iniziati.
Un primo ascolto: Quì
Buy: Quì
martedì 4 agosto 2026
Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. II° (Maxophone)
Maxophone (Italia)
| Storie delle Prog Band Minori |
Nella gloriosa e affollata stagione del Rock Progressivo Italiano (RPI) degli anni '70, la maggior parte delle band nasceva nelle cantine, tra le chitarre distorte dei complessi beat convertiti al nuovo verbo e l'urgenza politica delle piazze. I Maxophone, invece, nascono tra le mura austere e rigorose del Conservatorio di Milano.
Questa genesi accademica non ha tarpato le ali alla loro creatività; al contrario, ha permesso loro di dare vita a un album omonimo, pubblicato nel 1975, che rappresenta probabilmente il punto di massima sofisticazione formale e tecnica di tutto il movimento progressivo italiano. Un disco monumentale che, purtroppo, ha dovuto fare i conti con la spietata legge del tempismo commerciale.
Gli artigiani del suono perfetto
Il nucleo dei Maxophone era composto da musicisti di una preparazione spaventosa. Polistrumentisti capaci di saltare da uno strumento a fiato a una chitarra elettrica senza battere ciglio. Tra loro spiccavano Sergio Lattuada (tastiere) e Roberto Giuliani (chitarra e pianoforte), ma a fare la vera differenza era la presenza di fiati classici come il corno francese di Maurizio Bianchini e il clarinetto di Leonardo Schiavone.
Mentre molte band del periodo cercavano l'impatto viscerale o la provocazione teatrale, i Maxophone cercavano la perfezione geometrica e la purezza del suono. Il loro prog non era solo "rock con elementi classici", ma una vera e propria fusione molecolare tra musica da camera, jazz-rock e canone sinfonico.
Il capolavoro: Maxophone (1975)
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| Maxophone - Maxophone |
L'omonimo album di debutto, stampato dalla Produttori Associati (la stessa etichetta dei primi dischi di Fabrizio De André e degli Alusa Fallax), è un'opera d'arte curata fino all'ossessione. Sei tracce che tolgono il fiato per la complessità degli arrangiamenti e la bellezza delle linee melodiche.
C'è un paese al mondo: La traccia d'apertura è un manifesto dinamico. Inizia con un delicato intreccio acustico per poi esplodere in un trionfo di fiati e tastiere, sorretto da testi poetici e mai banali che riflettono sulle contraddizioni della società dell'epoca.
Fase: Un brano strumentale dove la band mette in mostra un'agilità jazz-rock straordinaria, con continui cambi di tempo e un interplay tra basso e batteria che ricorda le produzioni d'oltremanica più blasonate.
Al mancato compleanno di una farfalla: Forse la vetta emotiva del disco. Qui le influenze della musica sacra e corale si fondono con il rock progressivo, creando un'atmosfera solenne, quasi mistica, spezzata solo da assoli strumentali fulminanti.
La vera firma stilistica dei Maxophone risiede nei loro cori. A differenza di molti gruppi prog italiani in cui il cantato era spesso il punto debole, i Maxophone costruivano intrecci vocali a quattro o cinque voci di matrice polifonica, curati al millimetro e intonati in modo celestiale.
Il paradosso del 1975 e l'oblio
Perché, di fronte a un simile capolavoro, i Maxophone non sono diventati famosi come la PFM o il Banco del Mutuo Soccorso? La risposta sta tutta nell'anno di pubblicazione: il 1975.
In quel momento, l'età dell'oro del prog italiano si stava bruscamente chiudendo. Il pubblico giovanile stava cambiando pelle, la musica si faceva più politicizzata e cruda, e nelle discoteche iniziavano a risuonare i primi battiti della dance. Un album così rifinito, colto e orchestrale venne percepito da una parte della critica come un esercizio di stile anacronistico.
La band tentò persino la carta del mercato internazionale registrando una versione del disco con i testi in inglese (curati da svariati collaboratori tra cui anche un giovane Peter Hammill), ma la promozione fu scarsa. Delusi dalla mancanza di riscontri e dalle difficoltà del mercato, i Maxophone si sciolsero poco dopo, lasciando quel disco come una splendida cattedrale nel deserto.
Perché il loro vinile è un Santo Graal
Oggi, a distanza di decenni, il tempo ha cancellato le mode del 1975 e ha lasciato parlare solo la musica. L'album dei Maxophone è considerato dai collezionisti di tutto il mondo (specialmente in Giappone e Corea, dove il prog italiano è venerato) come uno dei dischi più preziosi e musicalmente ineccepibili di sempre.
I Maxophone sono stati i sarti di un prog d'alta moda, capaci di cucire insieme spartiti classici e attitudine rock con un filo d'oro. Un ascolto obbligatorio per chiunque voglia capire fino a dove si sia spinta l'eccellenza musicale italiana in quel decennio irripetibile.
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Agusa - Panacea (2026) Svezia
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| Agusa - Panacea (Live) |
Agusa – Panacea (Karisma Records, 2026)
Quando un gruppo come gli Agusa decide di dare alle stampe
un nuovo album dal vivo, non ci si trova mai di fronte a una semplice
operazione nostalgica o a un riempitivo discografico. Il quintetto svedese ha
dimostrato a più riprese che la dimensione live è il terreno dove la propria
formula - un irresistibile mix di prog settantiano, folk scandinavo, psych rock
e derive kraut - trova la sua massima dilatazione ed energia espressiva.
Registrato nel settembre 2024 al Progressive Circus Festival
di Malmö e pubblicato nel maggio 2026 dalla Karisma Records, Panacea raccoglie in
45 minuti di musica appena tre tracce. Una scelta essenziale ma mirata, che
mette a confronto tre fasi differenti della discografia della band e dimostra
come i brani da studio si trasformino su palcoscenico in organismi vivi, caldi
e in continua evoluzione.
Le tracce e il confronto con le versioni da studio
1. Lust Och Fägring (Sommarvisan)
Versione originale: Två (2015)
La resa live (14:34): Rispetto alla traccia d'apertura del
loro secondo lavoro in studio, che spiccava per un'eleganza pastorale e un
intreccio flauto/chitarra quasi idilliaco, questa versione dal vivo aumenta
l'impatto ritmico e la tensione ipnotica. Il flauto si fa più viscerale, mentre
la sezione ritmica spinge con maggiore irruenza. Se in studio il brano evocava
un paesaggio estivo svedese e sognante, dal vivo acquisisce un'energia pagana e
quasi dionisiaca, estendendo le sezioni soliste verso territori decisamente più
psichedelici.
2. Den Förtrollade Skogen
Versione originale: Högtid (2014)
La resa live (20:43): "La foresta incantata" è il
pilastro del debutto degli Agusa. Se la versione da studio era un'escursione
kraut-prog dal carattere fortemente cosmico e contemplativo, su Panacea diventa
una suite monumentale di oltre venti minuti. L'organo Hammond guida la
narrazione con un timbro più denso e scuro, mentre i continui cambi di dinamica
tra momenti di quiete sognante ed esplosioni lisergiche mostrano una band
capace di respirare all'unisono con il pubblico. È il vero cuore pulsante
dell'album.
3. Ur Askan
Versione originale: Prima Materia (2023)
La resa live (10:39): Tratto dal recente corso della band,
Ur Askan ("Dalle ceneri") chiude il disco con una carica catartica.
Rispetto all'esecuzione pulita e stratificata presente su Prima Materia, la
versione live guadagna in ruvidezza e dinamica. Il tema principale di chitarra
suona più incisivo e drammatico, librandosi su una trama di organo e flauto che
costruisce un crescendo finale liberatorio.
Un balsamo per la mente
Il titolo Panacea non è casuale: l'intenzione del gruppo è
quella di offrire un rimedio sonoro alle ansie della vita moderna. La
masterizzazione curata da Magnus Lindberg restituisce un suono organico, nitido
ma privo di artificialità, permettendo di percepire ogni minima sfumatura e
l'acustica calda dell'esibizione dal vivo.
Panacea non sostituisce gli album in studio degli Agusa, ma
li completa e li sublima. Per chi li conosce già è la conferma del loro status
di maestri della scena neo-prog/psych nordica; per chi non li ha mai ascoltati,
rappresenta una perfetta porta d'ingresso per comprendere la forza primordiale
del loro suono. Un acquisto caldamente consigliato, sia in digitale che nelle
sue eleganti edizioni in vinile.
Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. V° (Yezda Urfa) US
Yezda Urfa (US) Se pensate che il progressive rock degli anni '70 sia stato un affare esclusiva...








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