“Ma questo è prog!"
13 canzoni insospettabili da artisti totalmente alieni al genere
Diciamoci la verità: fare una lista di pezzi "mezzo prog" citando i Queen, i Led Zeppelin o i Deep Purple è troppo facile. Loro erano nati in quell'humus, frequentavano gli stessi studi dei Genesis e condividevano i palchi con gli Yes.
Il vero shock si prova quando l'attitudine progressiva – fatta di strutture libere, suite improvvisate, esperimenti elettronici e arrangiamenti colossali – spunta là dove non dovrebbe assolutamente essere. Tipo in un disco degli ABBA, in una traccia da discoteca di Donna Summer o in un vinile della Motown di Marvin Gaye.
Negli anni '70 la voglia di osare era una forza gravitazionale a cui nessuno poteva sfuggire. Oggi andiamo a scoprire 13 brani pazzeschi scritti da artisti che non hanno mai indossato un mantello di velluto, ma che per una traccia (a volte persino a loro insaputa) hanno creato del puro Rock Progressivo.
Parsifal dei Pooh (1973) è l'esempio perfetto. Sebbene i Pooh siano passati alla storia come i re del pop melodico italiano, la seconda parte della suite di Parsifal (quella interamente strumentale, arrangiata dal grandissimo Gianfranco Monaldi) è una delle vette del rock sinfonico europeo. Loro stessi hanno ammesso di essere stati influenzati dai concerti dei Genesis a cui avevano assistito a Londra.
I brani pazzeschi seguono la stessa linea: artisti o band lontanissimi dal prog che, travolti dagli anni '70, hanno tirato fuori pezzi incredibili e fuori dagli schemi.
1. ABBA – Eagle (1978)
Le divinità svedesi del pop da classifica più accessibile.
È il loro pezzo più lungo (quasi 6 minuti) ed è un viaggio epico e atmosferico. L'arrangiamento si apre con chitarre sognanti cariche di delay e un giro di basso ipnotico. Ma il vero tocco prog è l'assolo di chitarra rock-sinfonica di Lasse Wellander e la struttura maestosa, ispirata dichiaratamente ai Fleetwood Mac di Rumours ma che finisce dritta nei territori dei Camel o degli Alan Parsons Project.
2. Bee Gees – Odessa (City on the Black Sea) (1969)
I re della disco in falsetto e del pop romantico.
Prima della febbre del sabato sera, i fratelli Gibb hanno pubblicato questa suite di 7 minuti e mezzo. Inizia con un violoncello solista drammatico, esplode in un arrangiamento orchestrale imponente con un coro solenne e continui cambi di tempo tra il folk acustico e il rock sinfonico. Parla del naufragio di una nave nel 1899 ed è puro concept-rock d'avanguardia.
3. Donna Summer – I Feel Love (1977)
La regina incontrastata della Disco Music.
Prodotta da Giorgio Moroder, questa traccia non è solo dance; è il corrispettivo elettronico dei Tangerine Dream o dei Kraftwerk applicato alla pista da ballo. Costruita interamente con un sintetizzatore Moog (tranne la cassa della batteria), ha una struttura ipnotica, ciclica e futuristica. Quando Brian Eno la ascoltò in studio con David Bowie, disse: "Ho sentito il suono del futuro... questo brano cambierà la musica dei prossimi vent'anni". Aveva ragione.
4. Marvin Gaye – Right On (1971)
L'anima del Soul e della Motown.
Tratta dal capolavoro What's Going On, questa traccia dura oltre 7 minuti ed è una suite soul-progressive fluida e incredibile. Non c'è la classica struttura pop: il brano cambia forma continuamente muovendosi su un tempo in 7/8 (atipico per la black music), guidato da flauti pastorali (molto Jethro Tull), percussioni latine, cambi di tonalità improvvisi e un pianoforte jazzato. Una jam cosmica d'altri tempi.
5. Kate Bush – Wuthering Heights (1978)
Una debuttante diciannovenne nel pop teatrale inglese.
Spesso catalogata come pop eccentrico, la struttura musicale è spiazzante. I cambi di tempo sono continui e irregolari (passa fluidamente dal 4/4 al 2/4 e al 3/4), la linea melodica della voce sfida le leggi della fisica e il finale è dominato da un assolo di chitarra rock splendido e stratificato (suonato da David Gilmour dei Pink Floyd, che la scoprì). È art-pop che sconfina nel prog più puro.
6. Lucio Battisti – Anima latina (1974)
Il re della canzone leggera italiana.
Se prendi la title-track di questo album, ti trovi davanti a un brano di oltre 6 minuti dove la voce di Battisti è quasi sepolta nel missaggio, usata come uno strumento. Il pezzo è guidato da una sezione ritmica ossessiva e tribale, sintetizzatori analogici d'avanguardia, ottoni e una struttura che rifiuta totalmente la forma "strofa-ritornello". Un vero shock per chi si aspettava La canzone del sole.
7. Fleetwood Mac – The Chain (1977)
I giganti del soft-rock e del pop transatlantico.
L'unico brano di Rumours firmato da tutti e cinque i membri. È una canzone nata assemblando pezzi diversi e scarti di altre registrazioni (un vero copia-incolla strutturale). La prima metà è un folk-rock cupo e acustico, ma a metà il brano si ferma. Parte uno dei giri di basso più famosi della storia (di John McVie) completamente isolato, la batteria cresce e il pezzo esplode in una cavalcata rock serrata con un assolo di chitarra tagliente. Una progressione da manuale.
8. Neil Young – Cortez the Killer (1975)
Il padrino del folk-rock e del cantautorato canadese.
Oltre 7 minuti di lenta, psichedelica e straziante progressione. Neil Young spende i primi 3 minuti e 20 secondi del brano in una monumentale introduzione strumentale di sola chitarra prima di iniziare a cantare. La canzone è un'unica, ipnotica digressione rock basata su soli tre accordi, ma l'arrangiamento evoca spazi immensi e tragici, quasi una versione minimalista e desertica dei Pink Floyd.
9. Stevie Wonder – As (1976)
Il genio della Motown e del funk/pop.
Tratta da Songs in the Key of Life. Dura più di 7 minuti ed è una meraviglia di ingegneria musicale. Inizia come una ballata al piano elettrico Fender Rhodes, ma si evolve introducendo strati di sintetizzatori polifonici, un coro gospel enorme e un finale in cui Herbie Hancock (al piano acustico) e Stevie intrecciano armonie armoniche complessissime in un crescendo poliritmico travolgente.





















