mercoledì 23 settembre 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. VI° (Italia) Corte dei Miracoli

 

Cover album  Corte dei Miracoli - Corte dei Miracoli 1976

Rubrica Storie delle prog band minori: Corte dei Miracoli 

Per questa tappa dedicata al prog italiano è d'obbligo fare un'eccezione alla regola: aggiungere un contenuto bonus speciale dedicato a una band che si lega in maniera viscerale e perfetta alle altre cinque protagoniste della selezione. Parliamo della Corte dei Miracoli, formazione ligure che nel 1976 diede alle stampe per la GDM il suo omonimo capolavoro d'esordio, firmando una delle testimonianze più eleganti e travolgenti dell'intero panorama nazionale.

Con un suono dominato da un virtuosismo mai fine a sé stesso e un doppio intreccio di tastiere da capogiro, il gruppo rappresenta il coronamento ideale di questo viaggio nel prog nostrano.

Il marchio di fabbrica: Doppie tastiere e dinamismo lirico

La caratteristica distintiva della Corte dei Miracoli risiede nella presenza di ben due tastieristi di formazione classica, capaci di creare una muraglia sonora imponente e raffinata. La lineup vedeva Graziano Zippo alla voce solista, Alessio Feltri e Riccardo Zegna alle tastiere, Gabriele Siri al basso e Flavio Scogna alla batteria e percussioni (con la partecipazione speciale di Vittorio De Scalzi dei New Trolls alla chitarra nel primo brano e al missaggio).

L'assenza di una chitarra di ruolo nella formazione base viene brillantemente compensata dal dialogo perenne tra pianoforte, organo Hammond e sintetizzatori, sostenuti da una sezione ritmica rocciosa e dalla voce drammatica e potente di Zippo.

Corte dei Miracoli (1976): Un capolavoro di equilibrio sinfonico

L'album del 1976 si sviluppa in cinque traccia-capolavoro per oltre 41 minuti di pura estasi progressiva:

...E Verrà L'Uomo e Verso Il Sole: L'inizio è folgorante. Tra contrappunti di tastiera, stacchi ritmici complessi e la chitarra di De Scalzi ad impreziosire l'apertura, la band mostra subito la capacità di unire la potenza del rock sinfonico a una vena melodica genuinamente italiana.

Una Storia Fiabesca e Il Rituale Notturno: Episodi in cui la poetica del gruppo si fa più scura ed evocativa. Tra arpeggi di pianoforte, fughe d'organo dal sapore barocco e un basso pulsante, la musica evoca scenari d'altri tempi.

I Due Amanti: La suite finale di oltre 13 minuti rappresenta il vertice espressivo del disco. Un lungo viaggio sonoro ricco di variazioni di tempo, crescendo drammatici e momenti di sospensione lirica che confermano la straordinaria maturità della band.

Il capitolo ritrovato: Dimensione Onirica (1992)

A dimostrazione della straordinaria vena creativa di questa formazione, nel 1992 l'etichetta Mellow Records ha recuperato e pubblicato "Dimensione Onirica".

Sebbene sia venuto alla luce nei primi anni '90, il materiale contenuto nel disco è stato interamente concepito e registrato nella metà degli anni '70, prima dello scioglimento della band. Si tratta di un album che racchiude registrazioni d'epoca e brani inediti che confermano la dimensione sognante, complessa e fiabesca del gruppo, regalando ai collezionisti un ulteriore tassello di inestimabile valore.

La Corte dei Miracoli rimane così la perfetta ciliegina sulla torta di questo capitolo italiano: un miracolo sonoro che merita un posto d'onore tra le grandi opere del rock progressivo.

Un Primo ascolto: Quì

Precedente: Capitolo VIII° (Part. V°) Cherry Five (Italia)

Successivo: Capitolo IX° (Part. I°) Ikarus (Germania) Work in progress

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. V° (Italia) Cherry Five

Cover album  Cherry Five - Cherry Five 1975

 Dalla maestosità dei Murple continuiamo la quinta tappa del nostro viaggio nella scena italiana con un gruppo legato a una delle storie più affascinanti e curiose di tutta la musica nostrana: i Cherry Five.

Pubblicato nel 1975 per la Cinevox, l'omonimo "Cherry Five" rappresenta uno straordinario esempio di prog sinfonico anglo-italiano, nato dalle ceneri degli Oliver e destinato a trasformarsi, quasi contestualmente, nel nucleo fondante dei celeberrimi Goblin. 

Rubrica Storie delle prog band minori: Cherry Five

Nel 1975 vede la luce un lavoro di rara caratura tecnica, rimasto a lungo avvolto in un'aura di mistero per via delle intricate vicende di formazione che lo accompagnarono. L'album "Cherry Five" dei Cherry Five è una gemma di prog sinfonico cantata interamente in lingua inglese, guidata da intrecci di tastiere scintillanti e riff di chitarra di chiarissima scuola britannica, con fortissimi richiami a Yes e Genesis.

Incisione registrata prima che il gruppo cambiasse nome in Goblin per firmare la colonna sonora di Profondo Rosso, questo LP brilla di luce propria grazie ad arrangiamenti complessi, ritmiche serrate e una carica melodica di altissimo livello.

Virtuosismo britannico con cuore romano

L'organico impegnato sul disco vanta nomi che avrebbero segnato la storia della musica per film e del rock progressivo: Tony Tartarini alla voce solista, Massimo Morante alle chitarre ed in veste di compositore, Claudio Simonetti a tastiere e composizione, Fabio Pignatelli al basso e chitarra acustica, e Carlo Bordini a batteria e percussioni.

Le rutilanti tastiere di Simonetti (Mellotron, organo e synth) si spingono in serrati contrappunti con la chitarra elettrica di Morante, sorrette da un basso pulsante e da una batteria versatile, creando un'architettura sonora ricca e mai statica.

Cherry Five (1975): Tra letteratura, ritmo e sinfonismo

L'album si articola in sei traccia-capolavoro per un totale di oltre 42 minuti di pura musica progressiva:

Country Grave Yard e The Picture of Dorian Gray: I due lunghi brani d'apertura mostrano subito la caratura della band. Tra aperture tastieristiche solenni, continui cambi di tempo e l'ispirato canto di Tartarini, la musica si muove agile tra atmosfere cupe ed esplosioni di puro sinfonismo.

The Swan Is a Murderer (Part 1 & Part 2): Divisa in due sezioni, questa composizione mette in luce l'incredibile coesione del gruppo, dove arpeggi delicati e ritmiche spezzate sfociano in assoli lirici di chitarra e synth.

Oliver e My Little Cloud Land: La parte finale consolida l'ispirazione britannica del disco. Oliver, con i suoi oltre nove minuti, è un monumento di tecnica ed eleganza, mentre My Little Cloud Land chiude l'opera con un perfetto bilanciamento tra potenza rock e ricchezza d'arrangiamento.

I capitoli e le reincarnazioni successive

Se il disco del 1975 rimase a lungo un episodio isolato per via del travolgente successo ottenuto dai membri fondatori sotto il marchio Goblin, la storia degli Cherry Five non si è spenta del tutto. A distanza di quarant'anni, la sigla è stata ripresa per dare vita a nuovi capitoli discografici:

Il Pozzo Dei Giganti (2015): Album che vede il ritorno di Tony Tartarini e Carlo Bordini insieme a una nuova formazione, per un ambizioso concept ispirato alla Divina Commedia di Dante.

De Rossi e Bordini: De Rossi e Bordini (2022): Un'ulteriore diramazione e continuazione del percorso artistico legata al batterista Carlo Bordini insieme a Gianluca De Rossi.

L'album d'esordio "Cherry Five" del 1975 rimane un punto fermo e imprescindibile: un lavoro fresco, internazionale ed energico che chiude degnamente la quinta parte di questo  nostro ottavo capitolo e la panoramica su alcune delle più interessanti prog band "minori" italiane dei seventies.

Un Primo ascolto: Quì

Precedente: Capitolo VIII° (Part. IV°) Murple (Italia)

Successivo: Capitolo VIII° (Part. VI°) Corte Dei Miracoli (Italia)


Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. III° (Italia) Alusa Fallax

Cover album  Intorno alla mia Cattiva Educazione - Alusa Fallax 1974

 Dalla drammaticità solenne dei Metamorfosi ci spostiamo in Lombardia per scoprire uno dei dischi concettuali più raffinati, poetici ed eleganti dell'intera storia del rock progressivo italiano: "Intorno alla mia cattiva educazione" degli Alusa Fallax.

Pubblicato nel 1974 per la Fonit Cetra, questo concept album rappresenta una perfetta sintesi tra il sinfonismo classico, delicate sfumature jazz-rock e un lirismo introspettivo di rara bellezza.

Rubrica Storie delle prog band minori: Alusa Fallax

Nel 1974, nel pieno dell'età d'oro del prog nostrano, gli Alusa Fallax danno alla luce un'opera dalla sensibilità e dalla maturità compositiva disarmanti. Il loro unico album in studio, "Intorno alla mia cattiva educazione", affronta il tema della crescita individuale, dei condizionamenti sociali e del difficile scontro tra la libertà dell'individuo e le imposizioni del mondo adulto.

Un viaggio sonoro fluido e continuo, in cui le tredici tracce si fondono l'una nell'altra creando un unico, grande affresco musicale prive di frammentazioni artificiali.

Polistrumentismo e finezza d'arrangiamento

A rendere il suono degli Alusa Fallax così ricco e variegato è l'eccezionale versatilità dei suoi musicisti. La formazione vedeva Augusto "Duty" Cirla alla voce solista, batteria, campane e flauto dolce, affiancato da Guido Gabet alle chitarre (elettrica ed acustica) e cori, Massimo Parretti a un parco tastiere d'altissimo livello (pianoforte, organo, clavicembalo e sintetizzatore ARP), Mario Cirla ai sassofoni (tenore e contralto), flauto traverso, corno francese e cori, e Guido Cirla al basso e cori.

L'uso sapiente e mai invadente dei fiati (flauto, sax e corno francese) regala all'album una tavolozza cromatico-sonora calda e avvolgente, che spazia dal sinfonismo di stampo classico a suggestivi tocchi pastorali.

Intorno alla mia cattiva educazione (1974): L'evoluzione di un'anima

L'album si sviluppa come un racconto ininterrotto che guida l'ascoltatore attraverso le varie tappe della consapevolezza:

I primi passi e la presa di coscienza: Dalla delicata introduzione di Soliloquio e Non Fatemi Caso, si passa a brani come la title-track Intorno Alla Mia Cattiva Educazione, Fuori Di Me, Dentro Di Me e Riflessioni Al Tramonto. Qui arpeggi acustici, fughe di pianoforte e interventi di flauto si alternano a vigorosi stacchi ritmici e melodie vocali intense.

La critica alle convenzioni: Brani più brevi e tirati come Il Peso Delle Tradizioni, Carta Carbone e Perchè Ho Venduto Il Mio Sangue mettono in luce il lato più aggressivo ed energico del gruppo, dove il synth ARP e il sax disegnano trame serrate e graffianti.

La rinascita e il finale sinfonico: Nella parte conclusiva, con Per Iniziare Una Vita, E' Oggi, E' Così Poco Quel Che Conosco, Ciò Che Nasce Con Me e la maestosa Splendida Sensazione, la musica si dilata. Tra crescendo d'organo, assoli di chitarra carichi di pathos e un intreccio polifonico tra le voci ed i fiati, l'album si chiude con una liberatoria e sognante apertura verso il futuro.

Una meteora di pura classe

Nonostante il valore artistico assoluto dell'opera e l'ottima risposta della critica, gli Alusa Fallax non riuscirono a dare un seguito a questo capolavoro, sciogliendosi poco tempo dopo.

Ciononostante, "Intorno alla mia cattiva educazione" rimane una pietra miliare del prog italiano: un album equilibrato, profondo e arrangiato con una maestria che continua a incantare generazioni di appassionati.

Un Primo Ascolto: Quì

Precedente: Capitolo VIII° (Part. II°) Metamorfosi (Italia)

Successivo: Capitolo VIII° (Part. IV°) Murple (Italia)


Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. II° (Italia) Metamorfosi


Cover album Inferno - Metamorfosi 1972

Dalla furia giovanile dei Semiramis rimaniamo a Roma per incontrare una band che ha saputo firmare una delle opere più ambiziose, concettuali e imponenti di tutta la storia del rock progressivo italiano: i Metamorfosi.

Dopo l'esordio dai toni ancora embrionali del 1972 con "...E fu il sesto giorno", la band romana compie un balzo evolutivo impressionante, regalando alla storia un capolavoro assoluto che avrebbe dato il via a un vero e proprio viaggio dantesco proseguito e completato molti anni più tardi con Paradiso (2004) e Purgatorio (2016).

Rubrica Storie delle prog band minori: Metamorfosi

Nel 1973, anno di grazia per la musica d'autore e il prog d'oltralpe e nostrano, i Metamorfosi pubblicano per la Vedette Records un album monumentale: "Inferno". Se il disco d'esordio dell'anno precedente, ...E fu il sesto giorno, mostrava ancora un legame forte con il beat e il pop sinfonico dell'epoca, con Inferno la formazione romana sposta l'asticella verso un rock progressivo oscuro, maturo e intriso di una drammaticità teatrale travolgente.

Ispirandosi liberamente alla prima cantica della Divina Commedia di Dante Alighieri, la band rivisita i gironi infernali attualizzandoli in chiave sociale e politica, creando un'opera che travalica il tempo.

La forza operistica delle tastiere e della voce

La struttura sonora di Inferno si regge su un intreccio strumentale potentissimo, guidato dall'imponente formazione del gruppo: la voce operistica, stentorea e inconfondibile di Jimmy Spitaleri (impegnato anche al flauto), le tastiere ed i sintetizzatori di Enrico Olivieri, le chitarre, il basso e i cori di Roberto Turbitosi, e la batteria e percussioni di Gianluca Herygers.

Privo di chitarre soliste invadenti, il disco poggia interamente sulle cattedrali sonore erette da Enrico Olivieri al pianoforte, organo e synth, sulle quali svetta l'interpretazione vocale di Spitaleri, vera e propria forza della natura capace di donare al disco un'atmosfera sacra, solenne e al contempo terrorizzante.

Inferno (1973): I gironi della società moderna

L'album è un lungo flusso continuo diviso in 12 capitoli che non lasciano un attimo di tregua:

L'apertura solenne: Dalla maestosa Introduzione fino alla Porta dell'Inferno e Caronte, la band costruisce una tensione palpabile, sorretta da fughe di tastiere e dal declamare lirico di Spitaleri.

La condanna dei mali moderni: I peccati danteschi diventano le piaghe del mondo contemporaneo. Brani come Spacciatore di droga, Lussuriosi, Avari, Violenti e Malebolge si susseguono a ritmi serrati, alternando momenti sinfonici ad attacchi carichi di rabbia e sdegno.

Il vertice politico e la chiusura: Con Sfruttatori, Razzisti e la spietata Lucifero (Politicanti), i Metamorfosi sferrano un attacco frontale ai poteri forti e alle ingiustizie della società. La breve Conclusione chiude il viaggio lasciando l'ascoltatore col fiato sospeso.

Il completamento della trilogia dantesca

Nonostante lo scioglimento dopo l'uscita del disco, il legame dei Metamorfosi con l'opera dantesca non si è mai spezzato. A distanza di decenni, la band si è ritrovata per completare quel viaggio ideale iniziato nel 1973: prima con la pubblicazione di "Paradiso" nel 2004 e infine con "Purgatorio" nel 2016.

Tuttavia, il fascino primordiale, scuro e viscerale di "Inferno" rimane un punto fermo e ineguagliabile: un capolavoro di sinfonismo e impegno che iscrive di diritto i Metamorfosi tra i giganti del prog italiano.

Un Primo Ascolto: Quì

Precedente: Capitolo VIII° (Part. I°) Semiramis (Italia)

Successivo: Capitolo VIII° (Part. III°) Alusa Fallax (Italia)

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. I° (Italia) Semiramis

 Questa ottava cinquina (+ 1) delle brevi storie delle prog band minori è completamente dedicata al RPI

Cover album Dedicato a Frazz - Semiramis 1973

Rubrica Storie delle prog band minori: Semiramis

Nel 1973, nel pieno del fermento creativo della scena romana, un gruppo di ragazzi appena maggiorenni dà alle stampe per la Trident Records un disco destinato a diventare un pilastro imprescindibile del rock progressivo italiano: "Dedicato a Frazz". Quella band si chiamava Semiramis e l'album rappresenta un'esplosione di aggressività, tecnica e lirismo tragico che non ha eguali nell'intera produzione d'epoca.

Un lavoro tirato, complesso e scuro, dove la giovinezza dei componenti si traduce in una furia espressiva travolgente, priva di qualsiasi filtro o banale concessione commerciale.

Virtuosismo precoce e sonorità imponenti

Ciò che rende incredibile l'unico LP dei Semiramis è l'altissima perizia tecnica profusa da una formazione giovanissima. Il gruppo vedeva un sedicenne Michele Zarrillo alla voce solista, chitarra elettrica ed acustica (oltre che autore delle musiche), affiancato da Giampiero Artegiani ai sintetizzatori e chitarre (classica e 12 corde), Maurizio Zarrillo ad un arsenale di tastiere (pianoforte gran coda, organo Eminent, piano elettrico, synth, clavicembalo etc.), Marcello Reddavide al basso, campane ed effetti, e Paolo Faenza a batteria, percussioni, vibrafono ed effetti.

La presenza di un vero e proprio "muro" di tastiere, combinato con gli strappi aggressivi della chitarra elettrica e gli interventi del vibrafono, creava un suono denso, nevrotico e continuamente cangiante.

Dedicato a Frazz (1973): Un viaggio drammatico in sette tracce

L'album si snoda attraverso sette brani concatenati che compongono un affresco musicale cupo e teatrale:

La bottega del rigattiere e Luna Park: L'attacco è bruciante. I continui cambi di tempo e gli intrecci tra sintetizzatori e chitarra elettrica introducono una voce graffiante e disperata, capace di passare da sussurri sognanti a esplosioni rabbiose.

Uno zoo di vetro e Per una strada affolata: Episodi in cui la band dimostra una sensibilità compositiva matura, dove momenti d'atmosfera dominati dalla chitarra a 12 corde e dal pianoforte sfociano in ritmiche serratissime e fughe di organo dal sapore classico.

Dietro una porta di carta, Frazz e Clown: Il cuore e il finale del disco. Tra l'uso del vibrafono, gli effetti sonori e l'intreccio vocale, i Semiramis mettono in scena la paranoia e la solitudine dell'essere umano, toccando il vertice con la title-track e la drammatica chiusura di Clown.

Un'eredità immortale del prog italiano

Subito dopo la pubblicazione del disco e qualche esibizione dal vivo nei festival dell'epoca, le strade dei musicisti si separarono (con Michele Zarrillo e Giampiero Artegiani destinati a percorsi di relativo successo nella musica d'autore pop).

Tuttavia, "Dedicato a Frazz" dei Semiramis rimane una meteora incandescente: un disco di pura avanguardia e passione giovanile che ancora oggi lascia a bocca aperta gli appassionati di tutto il mondo.

Un Primo Ascolto: Quì


Precedente: Capitolo VII° (Part. V°) Carpe Diem (Francia)

Successivo: Capitolo VIII° (Part. II°) Metamorfosi (Italia)

giovedì 17 settembre 2026

L'Ombra della Sera - Segreti nel Nero 2026 (Italia) RPI

Cover album Segreti nel Nero - L'Ombra della Sera 2026

 Un viaggio ipnotico nel mistero della TV italiana degli anni '70

Con l'album Segreti nel Nero, il supergruppo L'Ombra della Sera, creato dai membri de La Maschera di Cera (Fabio Zuffanti, Alessandro Corvaglia, Agostino Macor) insieme a Martin Grice (Delirium) e Andrea Orlando (La Coscienza di Zeno,  firma un’opera affascinante.

Il disco è un tributo al fascino dei famosi sceneggiati televisivi di genere giallo, sci-fi e mistero della Rai degli anni '70. Tra sigle storiche reinterpretate ed elementi di pura invenzione, la band prende le leggendarie composizioni di maestri come Riz Ortolani, Berto Pisano ed Enrico Simonetti e le riplasma secondo il proprio linguaggio musicale.

Caratteristiche musicali

Sound Vintage e Atmosferico: Il disco punta su strumentazioni dell'epoca - sintetizzatori vintage, organo, mellotron, flauto e sax - per creare un'atmosfera sospesa nel tempo, scura ma avvolgente.

Prog Rock e Intrecci Generi: Le fondamenta appartengono al rock progressivo di matrice dark/gotica e sinfonica, ma vengono arricchite con inserti psichedelici, spunti jazz, venature funkeggianti e passaggi cameristici.

La Suite Monumentale: Il fulcro narrativo e musicale dell'album è rappresentato dai 19 minuti di Le Venti Giornate di Torino, colonna sonora immaginaria ispirata all'omonimo romanzo di Giorgio De Maria, articolata in 8 movimenti che spaziano da momenti di tensione sotterranea ad aperture liriche.

Cosa vuole trasmettere la band

L'Ombra della Sera non si limita all'effetto nostalgia. Il messaggio e l'intento profondo dell'opera sono chiari:

Il brivido dell'ignoto: Recuperare quella sensazione di lucida inquietudine e mistero che la televisione in bianco e nero riusciva a stampare nell'immaginario collettivo degli spettatori.

Musica come narrazione visiva: Ogni brano lavora per immagini; l'ascolto diventa una vera e propria proiezione cinematografica della mente.

Memoria e modernità: Dimostrare come il patrimonio delle colonne sonore italiane degli anni '70 mantenga una potenza espressiva straordinaria, capace di parlare con forza e attualità anche al pubblico di oggi.

Line-up

Agostino Macor (tastiere, orchestrazioni)

Fabio Zuffanti (basso)

Martin Grice (sax, flauto)

Andrea Orlando (batteria)

Alessandro Corvaglia (tastiere, voce)

Tracklist

Albert e L'uomo Nero (4:26)

Gamma (6:09)

Ritratto di Donna Velata (3:36)

Fantastic Fly (Racconti Fantastici) (5:36)

A Come Andromeda (6:43)

La Traccia Verde (6:10)

La Ballata Di Carini (L'amaro Caso della Baronessa di Carini) (5:33)

Le Venti Giornate di Torino (19:06)

Cento Campane (Il Segno del Comando) (4:55)

A Blue Shadow (Ho Incontrato un'Ombra) (10:46)

"Segreti nel Nero" è un lavoro elegante, evocativo e accessibile sia agli amanti del rock progressivo che a chiunque voglia lasciarsi trasportare dall'iconica estetica del mistero all'italiana. Un ascolto consigliato da assaporare rigorosamente a luci soffuse.

Per un primo ascolto e l'acquisto: Quì

martedì 15 settembre 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VII°) Part. V° (Francia) Carpe Diem

 

Band Carpe Diem
Carpe Diem

Chiudiamo questa settima cinquina restando in Francia con un'altra band, i Carpe Diem, che ancora oggi fa parlare di se negli ambienti esclusivi degli appassionati e collezionisti

Rubrica Storie delle prog band minori: Carpe Diem

Nel panorama progressive francese degli anni '70, costellato da un lato dalla drammaticità teatrale degli Ange e dall'altro dalle sonorità oscure dei Magma, una band proveniente da Nizza scelse una strada completamente diversa: quella dell'eleganza pura, della trasparenza sonora e di un lirismo quasi pastorale. Quei musicisti rispondevano al nome di Carpe Diem e, tra il 1975 e il 1976, incisero due album in studio che rimangono tra le pagine più luminose e poetiche del prog europeo.

La loro musica, priva di virtuosismi e di aggressività, era un flusso continuo di arpeggi acustici, intrecci di flauto e sax, tastiere cristalline e lunghe digressioni atmosferiche che ricordavano i momenti più eterei dei Camel e dei Pink Floyd.

Architetture trasparenti e raffinatezza timbrica

I Carpe Diem vantavano una formazione dal gusto arrangiativo unico: Christian Trucchi (tastiere e voce), Gilbert Abbenanti (chitarra), Alain Berg (basso), Alain Faraut (batteria) e l'elemento chiave Claude-Marius David (sax e flauto traverso).

A differenza di molti gruppi simili che saturavano gli spazi con muri di organo Hammond o distorsioni, i Carpe Diem lavoravano sulla sottrazione e sul colore timbrico. Il sax soprano e il flauto non intervenivano per brevi assoli, ma guidavano le linee melodiche principali, intrecciandosi con il lavoro pulitissimo della chitarra e con le tessiture avvolgenti dei sintetizzatori.

La doppietta capolavoro: En Regardant Passer le Temps (1975) e Cueille le Jour (1976)

In soli due anni, la band di Nizza dette alla luce due opere imprescindibili per qualsiasi collezionista del genere:

En Regardant Passer le Temps (1975): L'esordio contemplativo

Cover album  En Regardant Passer le Temps - Carpe Diem 1975

Pubblicato per l'etichetta Arcane, l’album d'esordio è una meditazione in musica. Fin dai primi minuti della traccia d'apertura "Voyage du Non-Retour", la band mostra la propria cifra stilistica: tempi fluidi, sfumature jazz-rock trattenute e una straordinaria capacità di dilatare le strutture musicali. La suite "Publiophobie" e la splendida Jeux du siecle mostrano un intreccio continuo tra flauto, pianoforte elettrico e chitarra, stendendo un tappeto sonoro ipnotico dove il tempo sembra davvero fermarsi.

Cueille le Jour (1976): La piena maturità sinfonica

Cover album Cueille le Jour - Carpe Diem 1976

Il secondo album, pubblicato per la celebre etichetta Crypto, affina ulteriormente la formula rendendo il suono ancora più ricco e sinfonico. Diviso in sei composizioni di varia durata, l'album è un viaggio cromatico straordinario in cui fughe di sintetizzatore Moog, assoli lirici di sax e momenti acustici toccano vertici di pura bellezza. La conclusiva suite "Coulers", oltre 21 minuti di passione musicale, chiude l'opera con una spinta ritmica più decisa, confermando la perfetta coesione del gruppo.

Un'eredità d'immensa poesia

Nonostante l'accoglienza entusiastica della critica dell'epoca, le difficoltà finanziarie e i mutamenti del mercato musicale portarono la band allo scioglimento prima di poter completare un terzo lavoro.

I due album dei Carpe Diem rimangono tuttavia due monumenti di grazia ed equilibrio: la dimostrazione di come il rock progressivo sapesse essere sognante, colto e contemplativo senza mai risultare pretenzioso. Un'aggiunta d'obbligo per chiudere con la massima classe questa mia cinquina francese.

Precedente: Capitolo VII° (Part. IV°) Shyloch (Francia)

Successivo: Capitolo VIII° (Part. I°) Semiramis (Italia)


Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. VI° (Italia) Corte dei Miracoli

  Rubrica Storie delle prog band minori: Corte dei Miracoli   Per questa tappa dedicata al prog italiano è d'obbligo fare un'eccezio...