mercoledì 26 agosto 2026

Yes - Aurora 2026 (Symphonic Prog) UK

                                                              Yes - Aurora

Cover album Aurora - Yes 2026

Gli Yes tornano a far parlare di sé con "Aurora" (uscito a giugno 2026 per Inside Out Music), ventiquattresimo lavoro in studio che rappresenta una vera rinfrescata per la storica formazione britannica. Un album luminoso, accessibile anche a chi si avvicina per la prima volta al mondo del rock progressivo, capace di bilanciare le grandi architetture sonore del passato con un respiro moderno e immediato.

A guidare questa nave c'è l'attuale formazione, un mix perfetto di storia e continuità: il pilastro Steve Howe alla chitarra (presente dal 1970), Geoff Downes alle tastiere (già protagonista nell'era Drama), Jon Davison con la sua voce limpida e cristallina dal 2012, Billy Sherwood al basso (scelto dal leggendario Chris Squire) e Jay Schellen alla batteria, erede del tocco di Alan White. Ad arricchire il tutto c'è l'impatto visivo curato dallo storico illustratore Roger Dean insieme a Freya Dean, le cui copertine sognanti traducono in immagini l'idea di rinascita evocata dal titolo.

L'ascolto si apre con la title-track Aurora, sette minuti e ventisette secondi che partono da un'atmosfera sognante per poi esplodere in un intreccio solare tra chitarre e tastiere. La strada si fa subito più diretta con Turnaround Situation, un brano dal ritmo incalzante e dalle melodie vocali contagiose, che cede il passo alla delicatezza di Love Lies Dreaming, una traccia soffusa e dominata dai tocchi acustici di Howe.

Il vero cuore pulsante del disco arriva con i quasi quattordici minuti di Countermovement: qui la band sfoggia il suo lato più autenticamente prog, regalandoci una suite magnifica, ricca di continui cambi di tempo, assoli virtuosi ed evoluzioni strumentali di altissimo livello.

Riconquistato l'equilibrio con la maestosa ed elegante Ariadne, intrisa di suggestioni mitologiche, l'album scivola verso la sua seconda metà. La breve e dinamica All Hands On Deck porta una sferzata di energia positiva prima di Outside The Box, episodio dalle sonorità più moderne e sperimentali che esce dagli schemi tradizionali della band. A chiudere la scaletta principale ci pensa la profonda ed espressiva Emotional Intelligence, incentrata su linee vocali particolarmente limpide e intime. Per i collezionisti, l'esperienza si completa con due tracce bonus di grande fascino: le sferzate ritmiche di Jambustin' e la dolcezza distensiva di Watching The River Roll.

Per gli amanti dell'alta fedeltà, l'edizione Deluxe rappresenta un passaggio imperdibile, grazie ai mix in Dolby e audio surround 5.1 curati da Curtis Schwartz, capaci di regalare a ogni nota una tridimensionalità sorprendente. Aurora si rivela così un'opera fluida e coinvolgente, dimostrando che la fiamma degli Yes continua a brillare con immutata freschezza.

Un Primo ascolto: Countermovement

Buy: Quì


Manic Vice – Solo En Nuestra Cabeza (2026) Eclectic Prog - Spagna

 

Cover album  Solo En Nuestra Cabeza - Manic Vice 2026

Negli ultimi anni, la scena progressive rock spagnola sta vivendo una nuova primavera creativa, capace di mescolare la grande tradizione del rock andaluz e del prog vintage con sonorità moderne e imprevedibili. L’esempio più nitido e affascinante di questa tendenza è "Solo En Nuestra Cabeza", il lavoro targato Manic Vice.

Non lasciatevi spaventare dall'etichetta "Eclectic Prog": questo disco non è un semplice esercizio di stile per tecnici del suono o addetti ai lavori. Al contrario, è un viaggio musicale estremamente accessibile, pieno di melodie trascinanti, cambi di tempo frizzanti e una vena ironica teatrale che cattura l'ascoltatore fin dal primo minuto.

Un viaggio traccia per traccia

L’album è strutturato come una montagna russa di emozioni e stili musicali, dosando momenti di pura energia con passaggi più intimi e riflessivi:


1. Patrocinado por McChrystal's (1:05) Una breve introduzione sfrontata e ironica che mette subito in chiaro le intenzioni della band: spiazzare e divertire prima di fare sul serio.

2. Canción de Reencuentro (I. Tirar la Toalla; II. No Quieres Ver Ná; III. El Porvenir (6:16) Una vera e propria mini-suite divisa in tre parti. Qui la band mostra i muscoli della composizione prog: partendo da momenti più rilassati e malinconici, la traccia cresce fino a esplodere in un finale pieno di speranza e carica ritmica.

3. Da Igual (5:31) Un brano dal sapore groovy, arricchito dal basso ospite di Martín Samos Ventureira. Le linee di basso pulsanti si intrecciano con chitarre e tastiere, creando un'atmosfera quasi rock-fusion davvero irresistibile.

4. Jambalaya (4:28) Eclettismo allo stato puro! Come il piatto tipico da cui prende il nome, questo pezzo unisce ingredienti e spezie musicali differenti, regalandoci un ritmo incalzante e divertente.

5. Comic Boy (3:02) Pezzo conciso, fresco e diretto. Un’esplosione di energia pop-prog che si stampa subito in testa, perfetta per spezzare il ritmo dell'album.

6. Tu Palabra No Valía Nada (6:26) Uno dei punti più intensi e drammatici del disco. Le chitarre si fanno più graffianti e le voci (con l'intreccio tra maschile e femminile) trasmettono tanta rabbia e passione.

7. La Estela del Navegante Solitario (5:28) Traccia evocativa e atmosferica, dove le tastiere creano paesaggi sonori ampi e sognanti. Sembra davvero di viaggiare in mare aperto guidati dalla musica.

8. El Fin (pt.1) (6:52) La prima parte di un dittico fondamentale. Un pezzo strutturato, con cambi di tempo sorprendenti e assoli di chitarra che faranno la felicità degli amanti del genere.

9. El Fin (pt.2) (3:46) Continuazione diretta della traccia precedente, ma con un'impronta più serrata e ritmica che porta a una chiusura potente e drammatica.

10. La Mujer Esquizofrenica del S. XXI (5:11) Un titolo provocatorio per un brano ironico e schizofrenico nei suoni. Cambi improvvisi di genere, synth e ritmiche serrate dipingono perfettamente la frenesia del secolo attuale.

11. Sólo en Nuestra Cabeza (5:39) La title-track che chiude l'opera. Un brano completo, emozionante e riassuntivo di tutta l'anima del disco, lasciando all'ascoltatore la sensazione di aver vissuto un'avventura sonora indimenticabile.

Considerazioni finali

"Solo En Nuestra Cabeza" è la dimostrazione di come il Progressive Rock possa essere fresco, divertente e contemporaneo. I Manic Vice riescono a bilanciare la complessità dei tempi dispari con una grande sensibilità melodica e una freschezza interpretativa rara. Un album consigliatissimo non solo agli appassionati del prog classico (da Yes a King Crimson), ma a chiunque ami la buona musica rock suonata con il cuore e con la testa.

Line-up

Martín Cervera Villalobos: Chitarre, basso, voce

Celia Martín Navas: Tastiere, voce

Nicolás Marquerie Lorenzo: Batteria

Ospiti:

Martín Samos Ventureira: Basso ("3. Da Igual")

Un primo ascolto e l'acquisto: Quì


lunedì 24 agosto 2026

Big Big Train - Woodcut 2026 (Symphonic Prog) UK . Review

Cover album Woodcut - Big Big Train 2026

 Big Big Train – Woodcut (2026)

Un’opera concettuale di altissimo profilo

Ci sono band che non si accontentano di adagiarsi sui propri successi, ma sentono il bisogno viscerale di evolversi, di scavare sempre più a fondo nella materia sonora per tirarne fuori un senso nuovo. È esattamente quello che hanno fatto i Big Big Train con "Woodcut", sedicesimo album in studio e vera e propria pietra miliare della loro trentennale carriera.

Se con il precedente The Likes Of Us (2024) il gruppo aveva inaugurato la transizione verso la formazione guidata dalla carismatica voce di Alberto Bravin, Woodcut alza radicalmente l'asticella: ci troviamo di fronte al primo concept album continuo e organico nella storia del gruppo.

Il tema centrale ruota attorno alla figura dell'Artista, alla spinta creativa, all'ossessione per il dettaglio e al sottile confine che separa l'ispirazione dalla perdita di sé. Come un incisore che intaglia il legno asportando il superfluo per rivelare l'immagine nascosta, i Big Big Train costruiscono una narrazione sonora simmetrica, fatta di contrasti tra luce e ombra, positivo e negativo.

Il suono: tradizione e rinnovamento

Ciò che rende Woodcut un lavoro di rara brillantezza è il perfetto equilibrio tra la maestosità del Symphonic Prog classico (i richiami alla delicatezza dei Genesis o alla profondità dei dettagli stilistici inglesi) e un'energia viscerale, a tratti moderna e inaspettatamente grintosa.

I sedici brani che compongono il disco non si presentano come una semplice sequenza di canzoni, ma come un'unica grande suite fluida in cui i temi musicali (i classici leitmotiv) ritornano, si trasformano e cambiano forma nell'arco dell'opera.

La formazione schierata è in uno stato di grazia invidiabile:

Alberto Bravin si conferma un leader d'eccezione, capace di passare da momenti di estrema dolcezza e intimismo a interpretazioni vocali intense e drammatiche.

L'ossatura ritmica guidata da Gregory Spawton (basso e pedali) e Nick D’Virgilio (batteria e percussioni) è una roccia di precisione e dinamismo.

La sezione strumentale composta da Oskar Holldorff (tastiere, Mellotron, piano) e Rikard Sjöblom (chitarre, organo Hammond) regala intrecci armonici sontuosi.

La presenza determinante del violino di Clare Lindley e della tromba di Paul Mitchell arricchisce la tavolozza sonora con colori folk, classici e sognanti.

Viaggio traccia per traccia: i punti salienti dell'album

L'Apertura e la Creatività: L'introduttiva e malinconica Inkwell Black predispone l'ascoltatore all'atmosfera d'insieme, cedendo il passo alla magnificenza di The Artist. In oltre sette minuti, questo brano riassume l'essenza stessa del prog: chitarre acustiche a 12 corde, esplosioni ritmiche, soli di tromba toccanti e un testo che affronta i dubbi di chiunque cerchi di creare arte. The Lie Of The Land prosegue con intrecci vocali e pianoforti avvolgenti che ricordano la natura incontaminata delle campagne inglesi.

Tensioni e Inquietudini: Con The Sharpest Blade e la frenetica Albion Press l'album mostra il suo lato più spigoloso e avvincente. Qui emergono ritmi sincopati, la voce graffiante e misteriosa di Clare Lindley e riff rock di grande impatto, a testimoniare la tormentata ossessione del protagonista.

I Contrasti e la Svolta: La parte centrale del disco gioca su specchi e contrapposizioni. Tracce più raccolte come Chimaera o la poetica Arcadia offrono un respiro acustico e melodico di grande lirismo, mentre pezzi vertiginosi e complessi come la strumentale Cut And Run o l'impetuosa Warp And Weft mostrano la band al massimo della propria potenza tecnica e virtuosistica.

Verso il Finale: Man mano che ci si avvicina alla conclusione, Light Without Heat e Dreams In Black And White riprendono i temi iniziali rivestendoli di una luce diversa, carica di disillusione e consapevolezza. La vetta emotiva dell'album si raggiunge con Counting Stars: oltre cinque minuti di pura estasi progressiva, sostenuti dai pedali del basso, da un assolo di chitarra mozzafiato e dall'interpretazione vocale forse più commovente dell'intero disco. A chiudere il cerchio ci pensa Last Stand, epilogo perfetto e maestoso che sigilla il racconto.

Giudizio Finale

"Woodcut" non è semplicemente un gran bel disco di rock progressivo: è la dimostrazione di come un genere storico possa rimanere vivo, vibrante e rilevante senza scivolare nell'effetto nostalgia o in esercizi di stile fine a se stessi.

I Big Big Train hanno confezionato un'opera coerente, elegante, ricca di sfumature narrative e musicali, capace di conquistare sia il fan storico alla ricerca di ricchezza strutturale, sia l'ascoltatore occasionale guidato dal gusto per le buone melodie e le grandi storie. Un lavoro destinato a rimanere a lungo nelle cuffie e nei cuori degli appassionati.

Un primo ascolto: The Artist, Albion Press, Chimaera, Cut And Run, Counting Stars

Buy: Quì


domenica 23 agosto 2026

The Tirith – Quetzalcoatl (2026) UK - Progressive Rock / Space Rock / Classic Rock Revival

 

Cover album  Quetzalcoatl - The Tirith 2026

The Tirith: Il ritorno dei maestri dell'underground britannico

Il viaggio dei The Tirith è uno dei capitoli più affascinanti e atipici della storia del rock progressivo britannico. Nati originariamente nei primi anni '70, la band ha attraversato decenni di metamorfosi, pause prolungate e rinascite, consolidandosi negli ultimi dieci anni come una garanzia per tutti gli amanti delle sonorità prog dure, psichedeliche e ricche di atmosfera.

Con il loro nuovo lavoro del 2026 dal titolo "Quetzalcoatl", il quartetto dimostra una matura consapevolezza dei propri mezzi, riuscendo a mescolare la ruvidità del classic/hard rock a soluzioni space-prog raffinate, sostenute da una produzione moderna e vibrante.

L'Opus e la Copertina: Tra Mito, Spazio e Natura

Già dal titolo e dalla suggestiva copertina (che ritrae il celebre serpente piumato azteco avvolto attorno a una piramide Mesoamericana su uno sfondo di un cosmico-tramonto), si intuisce l'ispirazione concettuale del disco. Quetzalcoatl è un album esoterico, narrativo e fortemente evocativo, dove mitologia antica, fantascienza, sguardi alla natura ed elucubrazioni filosofiche si intrecciano in un viaggio sonoro di dodici tracce.

L'interazione tra le chitarre incisive di Tim Cox e l'impalcatura di tastiere gestita da Anthony Hill (con l'apporto dello stesso Cory) crea una trama armonica densa, mentre la sezione ritmica di Williams e Cory garantisce un groove solido, dinamico e mai banale.

Analisi Brano per Brano

1. Intro: L'album si apre con una breve ma immersiva introduzione atmosferica. Tappeti di tastiere spaziali ed effetti ambientali preparano l'ascoltatore, creando quella classica suspense da opera prog prima dell'esplosione musicale.

2. Quetzalcoatl: La title-track entra in scena con un riff di chitarra granitico e ritmi incalzanti. È un brano maestoso, sorretto da tastiere sferzanti e dalla voce carismatica di Richard Cory. Il mix tra elementi etnici/mitologici ed energico hard-prog anni '70 la rende immediatamente uno dei punti di forza dell'intero disco.

3. The Slide: la band rallenta leggermente il ritmo ma aumenta il groove. Chitarre dal sapore bluesy e linee di basso pulsanti creano un'atmosfera avvolgente e psichedelica, arricchita da un assolo di chitarra ispido e ricchissimo di pathos.

4. Moon King: Uno dei momenti più trascinanti ed evocativi del lavoro. Moon King mette in mostra l'anima space-rock dei The Tirith: synth sognanti, ritmiche ipnotiche e un refrain vocale che si stampa in testa al primo ascolto.

5. Back to Space: Come suggerisce il titolo, qui la band decolla definitivamente verso le stelle. Un pezzo che strizza l'occhio ai grandi maestri dello Space Rock (Hawkwind, Eloy), caratterizzato da arpeggi di synth, chitarre sferzanti e una ritmica marziale.

6. Rabbit Ings: Collocato al centro del disco, Rabbit Ings introduce sfumature folk e intimiste. L'uso della chitarra acustica e le stratificazioni vocali regalano una parentesi pastorale e malinconica, squisitamente britannica, mettendo in luce la versatilità compositiva della band.

7. Dancing with Vampires: Un cambio di registro netto: Dancing with Vampires è un brano dalle tinte più scure e teatrali. Con un giro di basso cupo ed elegante e chitarra e tastiere quasi gotiche, la traccia sviluppa una tensione crescente davvero efficace.

8. Spirit of the Volcano: Esplosiva e potente, Spirit of the Volcano restituisce tutta la carica hard-rock della formazione. Le rullate di Paul Williams sostengono duetti infuocati tra la chitarra di Cox e i synth di Hill.

9. Masters of Highways: Un brano ritmato e "on the road", sorretto da un piglio quasi stoner/classic rock. Le chitarre graffiano e la struttura, pur rimanendo complessa negli arrangiamenti, risulta fresca e d'impatto.

10. Save The Oak: Un vero e proprio manifesto ecologista e spirituale. Save The Oak fonde atmosfere prog-folk ad accelerazioni sinfoniche. I cambi di tempo e l'interpretazione vocale intensa ne fanno una delle gemme nascoste della seconda metà del disco.

11. No Mind (Mushin): Ispirato al concetto zen di Mushin (la mente senza mente, uno stato di totale presenza privo di ego), questo pezzo prevalentemente strumentale/atmosferico offre passaggi sognanti, ricchi di sfumature tastieristiche ed esecuzioni chitarristiche di eccezionale delicatezza.

12. The Riddles:  La perfetta conclusione dell'album. The Riddles riassume tutti gli elementi ascoltati fino ad ora: suite complessa, variazioni dinamiche, crescendo epici e un finale monumentale che lascia l'ascoltatore desideroso di far ripartire il disco da capo.

Conclusioni

In "Quetzalcoatl", i The Tirith dimostrano di non essere una band ancorata unicamente alla nostalgia, ma un collettivo musicale vivo, viscerale e in continua evoluzione. L'equilibrio tra la potenza dell'hard-rock vintage e la maestosità dello space/progressive rock è dosato con grande maestria.

La produzione, pur mantenendo un impatto organico e "suonato vero", risulta nitida, permettendo a ogni strumento - dai preziosi intrecci di tastiere alle frequenze calde del basso - di respirare al meglio.

Per chi ama il rock progressivo che sa essere al contempo melodico, energico, sognante e mai pretenzioso, Quetzalcoatl rappresenta un ascolto imprescindibile di questo 2026.

Line-up

Tim Cox: Chitarre

Richard Cory: Basso, Voce, Chitarra acustica, Tastiere

Paul Williams: Batteria, Canti di supporto / Voce

Anthony Hill: Tastiere


Un primo ascolto: Quetzalcoatl, Moon King, Save The Oak, The Riddles

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sabato 22 agosto 2026

Soft Machine - Thirteen 2026 (UK) Jazz-Prog Canterbury

 

Cover album  Thirteen - Soft Machine 2026

Il miracolo di Canterbury continua: I Soft Machine e l’eredità visionaria di "Thirteen"

È difficile credere che nel 2026 si possa ancora recensire un nuovo album in studio firmato Soft Machine. Eppure, a cinquantotto anni di distanza dall'esordio, la sigla più importante e seminale del cosiddetto "Canterbury Sound" è tornata con un lavoro intitolato emblematicamente Thirteen (pubblicato per la Dyad Records).

Registrato in pochissimi giorni ai Temple Music Studios nel Surrey, l'album vede la formazione attuale - capitanata dallo storico chitarrista John Etheridge e dal poliedrico Theo Travis (sax, flauti, mellotron), affiancati dalla straordinaria sezione ritmica di Fred Baker al basso fretless e Asaf Sirkis alla batteria - compiere un piccolo miracolo. Thirteen non è una stanca operazione nostalgica, ma un ponte ideale sospeso tra il presente e l'avanguardia più pura.

Il Filo Rosso con la Trilogia d’Oro ('68 - '70)

Per i lettori del nostro blog che venerano i primi tre storici capitoli della band, questo disco riserva vibrazioni familiari ma declinate in modo inedito. C'è un legame spirituale profondo che unisce Thirteen a quella rivoluzione di fine anni Sessanta:

 The Soft Machine (1968) & Volume Two (1969): L'urgenza dadaista, la psichedelia sghemba e lo spirito libertario di Kevin Ayers, Robert Wyatt e Daevid Allen riecheggiano qui in modo esplicito. Non è un caso che la traccia di chiusura si intitoli Daevid’s Special Cuppa, un commovente omaggio psichedelico che include contributi postumi di chitarra glissata dello stesso Allen dei Gong. C’è poi Waltz For Robert, uno splendido brano introdotto dal flauto di Travis che suona come una lettera d’amore e rispetto indirizzata proprio a Robert Wyatt.

 Third (1970): Il capolavoro del jazz-rock europeo rivive nella concezione delle suite a lungo respiro. Il cuore pulsante di Thirteen è infatti The Longest Night: una traccia monumentale di ben tredici minuti. Esattamente come accadeva in Third, qui il tempo si dilata. La band si lancia in un progressive rock epico, mescolando improvvisazione libera, loop elettronici e un assolo di chitarra di Etheridge da brividi.

Tra Modernità e Campionamenti Storici

Ciò che rende Thirteen un ascolto obbligatorio per il 2026 è la capacità di suonare fresco. L’apertura con Lemon Poem Song mette subito in chiaro le cose: un jazz-rock caldo, avvolgente, dove la batteria di Sirkis e il basso di Baker creano un tappeto poliritmico solido e modernissimo.

Ma la vera chicca per gli appassionati dell'avant-garde d'epoca si trova in Open Road. In questo pezzo, dominato dal sax e dalle tastiere, i Soft Machine utilizzano dei campionamenti d'archivio di un Mellotron storico, messi a disposizione nientemeno che da Steven Wilson. Il risultato è un suono stratificato, "cameristico" ma al contempo alieno, che si inserisce perfettamente nella tradizione più sperimentale della band.

Il mio Verdetto

Thirteen è la dimostrazione che l’avanguardia non è un genere musicale legato a un'epoca, ma uno stato mentale. I Soft Machine del 2026 non scimmiottano il passato, lo onorano. Se avete amato la libertà espressiva, il jazz acido e la follia controllata dei primi tre album, in questo tredicesimo capitolo troverete la stessa identica fiamma che brucia ancora, vivida e incontaminata. Un disco denso, ineccepibile e, a tratti, profondamente emozionante.

Un primo ascolto: Quì

venerdì 21 agosto 2026

The Claypool Lennon Delirium – The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy 2026 (US) Eclectic Prog

 

Cover album  The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy - The Claypool Lennon Delirium 2026

The Claypool Lennon Delirium – The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy 2026

Genere: Eclectic Prog / Psychedelic Rock

Se c’è un’operazione artistica che nel panorama odierno continua a sfidare le leggi della gravità musicale, è la collaborazione stravagante e geniale tra Les Claypool (deus ex machina dei Primus) e Sean Ono Lennon. Con la loro terza opera intitolata "The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy", il duo firma senza dubbio uno degli album più affascinanti, imprevedibili e complessi di questo 2026.

Ci troviamo di fronte a un lavoro di puro Eclectic Prog studiato nei minimi dettagli, dove la perizia tecnica e la visione lisergica si incontrano in una produzione acustica e sonora impeccabile.

Un’architettura sonora dominata dalla Sezione Ritmica

Ciò che salta subito all’orecchio ascoltando quest’opera è la scelta precisa del mixaggio e della produzione (curata dagli stessi Claypool e Lennon insieme a Matt Winegar, e masterizzata da Stephen Marcussen): la sezione ritmica è costantemente posizionata in primissimo piano.

Il basso pulsante, elastico, viscerale e inconfondibile di Les Claypool funge da vera e propria colonna portante per ogni singola traccia. Anziché limitarsi ad accompagnare, il basso guida la linea melodica, creando un'impalcatura dinamica su cui si innestano chitarre psichedeliche, tastiere vintage, sitar ed elementi orchestrali opachi. Basso e batteria sostengono gli altri strumenti solisti lasciando loro il giusto spazio per respirare, ma senza mai arretrare di un millimetro.

A completare questa cornice c'è la dimensione vocale: il canto si muove magistralmente tra tonalità teatrali, declamazioni surreali e vere e proprie aperture liriche. Il contrasto tra l’impostazione grottesca e narrante di Claypool e i cori trasognati, quasi neopsichedelici e trasparenti di Sean Lennon crea un cortocircuito espressivo d'impatto unico.

Analisi Strutturale dei Brani: Un Viaggio traccia per traccia

Per comprendere appieno la raffinatezza di quest'album di oltre 62 minuti, è necessario analizzare la complessa architettura con cui sono stati incastrati i singoli pezzi:

1. Pro-Log (0:37): Un breve preludio atmosferico e sognante che spalanca le porte del teatro dell'assurdo dei due musicisti.

2. W.A.P. (5:02): Il primo vero manifesto del disco. Ritmica in primo piano con tempi dispari che cambiano continuamente pelle. Il basso slap di Claypool intreccia riff obliqui con la chitarra elettrica di Lennon, in un crescendo ritmico serrato.

3. The Wake Up Call (2:53): Traccia più breve e nevrotica. Vede la partecipazione eccezionale di Gabby La La al sitar e ai cori, donando al brano una sfumatura etnica/raga-rock acida e lisergica.

4. Meat Machines (5:32): Una suite in miniatura. I cambi di tempo sono ipnotici: si passa da un groove funky-metal rallentato a momenti di puro spessore progressive anni '70, con sintetizzatori analogici e chitarre arpeggiate.

5. Troll Bait (4:57): Brano oscuro e tagliente. La struttura drammatica della voce qui diventa teatrale, vicina alle atmosfere del prog teatrale britannico (stile Genesis era Peter Gabriel), sorretta da una batteria secca e priva di fronzoli.

6. Simplest of Deeds (2:15): Un’interruzione acustica ed essenziale, delicatezza armonica che dimostra la versatilità compositiva del duo.

7. Heart of Chrome (5:14): Una cavalcata elettrica e meccanica. Le chitarre distorte di Lennon disegnano trame ipnotiche mentre la ritmica di Claypool imita il movimento inesorabile di una macchina in movimento.

8. Through the Horizon (4:05): Rilassamento psichedelico in cui la voce di Lennon sale verso registri quasi lirici e sospesi, ricordando le migliori produzioni cosmiche degli anni '60s.

9. Mantra of the Manatee (3:34): Traccia surreale, costruita su un pattern di basso circolare e ipnotico su cui si appoggiano strati di cori ipnotici.

10. The Golden Egg of Empathy (3:50): La title-track (con la voce dell'ospite Willow). Un brano dalla struttura raffinata, dove la melodia vocale s'intreccia con fraseggi orchestrali e un basso melodico che canta letteralmente insieme ai vocalist.

11. Cliptopia (3:38) Un brano strumentale che sviluppa un tema futurista e distopico.

12. Cliptron Scuttle (2:14): Un brano concettuale che è un'esplosione ibrida di jazz-fusion/prog nevrotica e virtuosistica.

13. Melody of Entropy (5:41): Malinconica e complessa, questa traccia esplora metriche irregolari e contrappunti armonici, conducendo l'ascoltatore verso il finale.

14. It's a Wrap (12:56): La vera pietra angolare dell'album. Una vera e propria suite di quasi 13 minuti che racchiude tutte le anime del disco: sezioni jam estese, improvvisazioni controllate, cambi di tempo repentini, riprese dei temi precedenti e un finale orchestrale che sfuma in un silenzio carico di significato.

Il Concetto e i Testi: Un Paradosso tra Tecnologia ed Empatia

Fin dal titolo (The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy, un gioco di parole ironico tra "Parrot/Parrot-Ox" e "Paradox"), l'album affronta temi lirici attuali ma riletti attraverso una lente surreale, grottesca e satirica.

Il filo conduttore dei testi riflette sulla perdita dell'empatia nella società contemporanea, schiava dell'algoritmo, dell'omologazione (l'uccello "pappagallo" che ripete ciò che sente senza capire) e della tecnologia alienante (esplicitata in brani come Meat Machines e Cliptopia).

Il "Golden Egg" (l'uovo d'oro) rappresenta quel nucleo fragile di umanità e compassione che l'uomo moderno rischia di distruggere o mercificare. La narrazione - accompagnata anche da un fumetto incluso nel booklet disegnato da Rich Ragsdale - tratta la tragicommedia umana con sferzante sarcasmo, senza però mai perdere quel tocco di profonda e poetica malinconia.

Conclusione

The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy non è un album facile da metabolizzare al primo ascolto, ed è proprio questo a renderlo speciale. È un lavoro prezioso, certosino, dove ogni nota, ogni cambio di tempo e ogni frequenza di basso sono stati posizionati con la precisione di un orologiaio svizzero.

Per chi ama la musica suonata ai massimi livelli, la grande psichedelia e la complessa architettura del prog rock eclettico, questo disco rappresenta senza dubbio una delle tappe obbligate e più esaltanti dell'intero 2026.

Per un Primo Ascolto e l'Acquisto. Quì


giovedì 20 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. V° (Polonia ) Exodus

Per l'ultimo tassello di questo terzo volume compiamo un salto temporale e geografico affascinante. Ci spostiamo nella Polonia del 1980, oltre la Cortina di Ferro. In un'epoca in cui nel resto d'Europa il progressive rock classico era considerato ormai defunto, una band polacca firma un debutto monumentale, che fonde il sinfonismo spaziale degli Yes con la maestosità elettronica dei Tangerine Dream. Chiudiamo in bellezza con gli Exodus e il loro capolavoro: "The Most Beautiful Day".

Cover album The Most Beautiful Day - Exodus 1980
Exodus – The Most Beautiful Day 

Rubrica Storie delle prog band minori: Exodus – The Most Beautiful Day (1980)

Mentre il mondo intero salutava l’arrivo degli anni '80 a ritmo di New Wave, Post-Punk ed elettronica sintetica, in Polonia il tempo sembrava essersi fermato per regalare una delle ultime, immense fiammate del progressive rock sinfonico vecchio stile. Nel 1980, la band di Varsavia Exodus debutta sul mercato con "The Most Beautiful Day", un disco che ignora deliberatamente le mode occidentali per erigere un monumento sonoro di proporzioni cosmiche e fantascientifiche.

Registrato in condizioni complesse a causa del regime comunista e il conseguente isolamento culturale, questo album è la dimostrazione di come la passione per il grande prog sinfonico potesse superare qualsiasi barriera politica.

I sognatori di Varsavia

La storia degli Exodus ruota attorno a due fratelli polistrumentisti visionari: Andrzej Puczyński (chitarra) e Wojciech Puczynski (basso). Insieme a loro, la formazione classica vede Zbigniew Fyk alla batteria, il cantante dalla voce cristallina Paweł Birula (che imbracciava anche la dodici corde) e il vero architetto delle atmosfere spaziali della band, il tastierista Włodzimierz Komendarek, una personalità eccentrica destinata a diventare un pioniere dell'elettronica polacca.

Ciò che rendeva unici gli Exodus era la capacità di unire il calore della tradizione melodica slava a un massiccio uso di tecnologia sintetica. Nonostante le difficoltà nel reperire strumenti occidentali, la band riuscì a mettere insieme un arsenale di sintetizzatori capace di competere con le produzioni miliardarie d'oltremanica.

The Most Beautiful Day: Sinfonismo spaziale e melodramma

L'album, pubblicato dalla storica etichetta di stato Polskie Nagrania Muza, è un viaggio avvolgente, guidato da arrangiamenti orchestrali e atmosfere che fluttuano tra la fantascienza e il sogno. Sebbene i brani siano cantati in polacco (scelta che dona al disco un fascino poetico e drammatico del tutto particolare), la musica parla un linguaggio universale.

 La voce celestiale di Paweł Birula: Il timbro di Birula ha una pulizia e un'estensione impressionanti. Ricorda da vicino il lirismo di Jon Anderson degli Yes, muovendosi con una grazia incredibile sopra le complesse trame strumentali del gruppo.

 Le cascate elettroniche di Komendarek: Il lavoro alle tastiere su questo album è mastodontico. Komendarek stende giganteschi muri di sintetizzatori, alternando assoli fulminei e futuristici a tappeti sinfonici maestosi. La title-track, che occupa gran parte della seconda facciata con i suoi quasi venti minuti di suite, è un crescendo emotivo che passa da ballate acustiche e delicate a esplosioni cosmiche di rara potenza.

La chitarra di Andrzej Puczyński taglia le tastiere con assoli puliti e affilati, mentre il basso di Puczynski pulsa con un'aggressività geometrica che bilancia il sound etereo del disco.

Un faro nella notte del prog

In patria The Most Beautiful Day fu un successo clamoroso, tanto da trasformare gli Exodus in una delle band rock più seguite della Polonia dei primi anni '80. Fuori dai confini dell'Est Europa, tuttavia, il disco rimase a lungo una leggenda per pochi intimi, complici la scarsa distribuzione internazionale e i pregiudizi sulla lingua.

Il tempo ha fortunatamente cancellato i confini. Oggi quest'album è considerato all'unanimità non solo il vertice del prog polacco, ma uno degli ultimi grandi capolavori del rock sinfonico mondiale prima della totale egemonia del pop sintetico. Un finale maestoso, spaziale e profondo per questo nostro terzo capitolo.

Un primo ascolto: Quì

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Yes - Aurora 2026 (Symphonic Prog) UK

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