domenica 23 agosto 2026

The Tirith – Quetzalcoatl (2026) UK - Progressive Rock / Space Rock / Classic Rock Revival

 

Cover album  Quetzalcoatl - The Tirith 2026

The Tirith: Il ritorno dei maestri dell'underground britannico

Il viaggio dei The Tirith è uno dei capitoli più affascinanti e atipici della storia del rock progressivo britannico. Nati originariamente nei primi anni '70, la band ha attraversato decenni di metamorfosi, pause prolungate e rinascite, consolidandosi negli ultimi dieci anni come una garanzia per tutti gli amanti delle sonorità prog dure, psichedeliche e ricche di atmosfera.

Con il loro nuovo lavoro del 2026 dal titolo "Quetzalcoatl", il quartetto dimostra una matura consapevolezza dei propri mezzi, riuscendo a mescolare la ruvidità del classic/hard rock a soluzioni space-prog raffinate, sostenute da una produzione moderna e vibrante.

L'Opus e la Copertina: Tra Mito, Spazio e Natura

Già dal titolo e dalla suggestiva copertina (che ritrae il celebre serpente piumato azteco avvolto attorno a una piramide Mesoamericana su uno sfondo di un cosmico-tramonto), si intuisce l'ispirazione concettuale del disco. Quetzalcoatl è un album esoterico, narrativo e fortemente evocativo, dove mitologia antica, fantascienza, sguardi alla natura ed elucubrazioni filosofiche si intrecciano in un viaggio sonoro di dodici tracce.

L'interazione tra le chitarre incisive di Tim Cox e l'impalcatura di tastiere gestita da Anthony Hill (con l'apporto dello stesso Cory) crea una trama armonica densa, mentre la sezione ritmica di Williams e Cory garantisce un groove solido, dinamico e mai banale.

Analisi Brano per Brano

1. Intro: L'album si apre con una breve ma immersiva introduzione atmosferica. Tappeti di tastiere spaziali ed effetti ambientali preparano l'ascoltatore, creando quella classica suspense da opera prog prima dell'esplosione musicale.

2. Quetzalcoatl: La title-track entra in scena con un riff di chitarra granitico e ritmi incalzanti. È un brano maestoso, sorretto da tastiere sferzanti e dalla voce carismatica di Richard Cory. Il mix tra elementi etnici/mitologici ed energico hard-prog anni '70 la rende immediatamente uno dei punti di forza dell'intero disco.

3. The Slide: la band rallenta leggermente il ritmo ma aumenta il groove. Chitarre dal sapore bluesy e linee di basso pulsanti creano un'atmosfera avvolgente e psichedelica, arricchita da un assolo di chitarra ispido e ricchissimo di pathos.

4. Moon King: Uno dei momenti più trascinanti ed evocativi del lavoro. Moon King mette in mostra l'anima space-rock dei The Tirith: synth sognanti, ritmiche ipnotiche e un refrain vocale che si stampa in testa al primo ascolto.

5. Back to Space: Come suggerisce il titolo, qui la band decolla definitivamente verso le stelle. Un pezzo che strizza l'occhio ai grandi maestri dello Space Rock (Hawkwind, Eloy), caratterizzato da arpeggi di synth, chitarre sferzanti e una ritmica marziale.

6. Rabbit Ings: Collocato al centro del disco, Rabbit Ings introduce sfumature folk e intimiste. L'uso della chitarra acustica e le stratificazioni vocali regalano una parentesi pastorale e malinconica, squisitamente britannica, mettendo in luce la versatilità compositiva della band.

7. Dancing with Vampires: Un cambio di registro netto: Dancing with Vampires è un brano dalle tinte più scure e teatrali. Con un giro di basso cupo ed elegante e chitarra e tastiere quasi gotiche, la traccia sviluppa una tensione crescente davvero efficace.

8. Spirit of the Volcano: Esplosiva e potente, Spirit of the Volcano restituisce tutta la carica hard-rock della formazione. Le rullate di Paul Williams sostengono duetti infuocati tra la chitarra di Cox e i synth di Hill.

9. Masters of Highways: Un brano ritmato e "on the road", sorretto da un piglio quasi stoner/classic rock. Le chitarre graffiano e la struttura, pur rimanendo complessa negli arrangiamenti, risulta fresca e d'impatto.

10. Save The Oak: Un vero e proprio manifesto ecologista e spirituale. Save The Oak fonde atmosfere prog-folk ad accelerazioni sinfoniche. I cambi di tempo e l'interpretazione vocale intensa ne fanno una delle gemme nascoste della seconda metà del disco.

11. No Mind (Mushin): Ispirato al concetto zen di Mushin (la mente senza mente, uno stato di totale presenza privo di ego), questo pezzo prevalentemente strumentale/atmosferico offre passaggi sognanti, ricchi di sfumature tastieristiche ed esecuzioni chitarristiche di eccezionale delicatezza.

12. The Riddles:  La perfetta conclusione dell'album. The Riddles riassume tutti gli elementi ascoltati fino ad ora: suite complessa, variazioni dinamiche, crescendo epici e un finale monumentale che lascia l'ascoltatore desideroso di far ripartire il disco da capo.

Conclusioni

In "Quetzalcoatl", i The Tirith dimostrano di non essere una band ancorata unicamente alla nostalgia, ma un collettivo musicale vivo, viscerale e in continua evoluzione. L'equilibrio tra la potenza dell'hard-rock vintage e la maestosità dello space/progressive rock è dosato con grande maestria.

La produzione, pur mantenendo un impatto organico e "suonato vero", risulta nitida, permettendo a ogni strumento - dai preziosi intrecci di tastiere alle frequenze calde del basso - di respirare al meglio.

Per chi ama il rock progressivo che sa essere al contempo melodico, energico, sognante e mai pretenzioso, Quetzalcoatl rappresenta un ascolto imprescindibile di questo 2026.

Line-up

Tim Cox: Chitarre

Richard Cory: Basso, Voce, Chitarra acustica, Tastiere

Paul Williams: Batteria, Canti di supporto / Voce

Anthony Hill: Tastiere


Un primo ascolto: Quetzalcoatl, Moon King, Save The Oak, The Riddles

Buy: Quì


sabato 22 agosto 2026

Soft Machine - Thirteen 2026 (UK) Jazz-Prog Canterbury

 

Cover album  Thirteen - Soft Machine 2026

Il miracolo di Canterbury continua: I Soft Machine e l’eredità visionaria di "Thirteen"

È difficile credere che nel 2026 si possa ancora recensire un nuovo album in studio firmato Soft Machine. Eppure, a cinquantotto anni di distanza dall'esordio, la sigla più importante e seminale del cosiddetto "Canterbury Sound" è tornata con un lavoro intitolato emblematicamente Thirteen (pubblicato per la Dyad Records).

Registrato in pochissimi giorni ai Temple Music Studios nel Surrey, l'album vede la formazione attuale - capitanata dallo storico chitarrista John Etheridge e dal poliedrico Theo Travis (sax, flauti, mellotron), affiancati dalla straordinaria sezione ritmica di Fred Baker al basso fretless e Asaf Sirkis alla batteria - compiere un piccolo miracolo. Thirteen non è una stanca operazione nostalgica, ma un ponte ideale sospeso tra il presente e l'avanguardia più pura.

Il Filo Rosso con la Trilogia d’Oro ('68 - '70)

Per i lettori del nostro blog che venerano i primi tre storici capitoli della band, questo disco riserva vibrazioni familiari ma declinate in modo inedito. C'è un legame spirituale profondo che unisce Thirteen a quella rivoluzione di fine anni Sessanta:

 The Soft Machine (1968) & Volume Two (1969): L'urgenza dadaista, la psichedelia sghemba e lo spirito libertario di Kevin Ayers, Robert Wyatt e Daevid Allen riecheggiano qui in modo esplicito. Non è un caso che la traccia di chiusura si intitoli Daevid’s Special Cuppa, un commovente omaggio psichedelico che include contributi postumi di chitarra glissata dello stesso Allen dei Gong. C’è poi Waltz For Robert, uno splendido brano introdotto dal flauto di Travis che suona come una lettera d’amore e rispetto indirizzata proprio a Robert Wyatt.

 Third (1970): Il capolavoro del jazz-rock europeo rivive nella concezione delle suite a lungo respiro. Il cuore pulsante di Thirteen è infatti The Longest Night: una traccia monumentale di ben tredici minuti. Esattamente come accadeva in Third, qui il tempo si dilata. La band si lancia in un progressive rock epico, mescolando improvvisazione libera, loop elettronici e un assolo di chitarra di Etheridge da brividi.

Tra Modernità e Campionamenti Storici

Ciò che rende Thirteen un ascolto obbligatorio per il 2026 è la capacità di suonare fresco. L’apertura con Lemon Poem Song mette subito in chiaro le cose: un jazz-rock caldo, avvolgente, dove la batteria di Sirkis e il basso di Baker creano un tappeto poliritmico solido e modernissimo.

Ma la vera chicca per gli appassionati dell'avant-garde d'epoca si trova in Open Road. In questo pezzo, dominato dal sax e dalle tastiere, i Soft Machine utilizzano dei campionamenti d'archivio di un Mellotron storico, messi a disposizione nientemeno che da Steven Wilson. Il risultato è un suono stratificato, "cameristico" ma al contempo alieno, che si inserisce perfettamente nella tradizione più sperimentale della band.

Il mio Verdetto

Thirteen è la dimostrazione che l’avanguardia non è un genere musicale legato a un'epoca, ma uno stato mentale. I Soft Machine del 2026 non scimmiottano il passato, lo onorano. Se avete amato la libertà espressiva, il jazz acido e la follia controllata dei primi tre album, in questo tredicesimo capitolo troverete la stessa identica fiamma che brucia ancora, vivida e incontaminata. Un disco denso, ineccepibile e, a tratti, profondamente emozionante.

Un primo ascolto: Quì

venerdì 21 agosto 2026

The Claypool Lennon Delirium – The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy 2026 (US) Eclectic Prog

 

Cover album  The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy - The Claypool Lennon Delirium 2026

The Claypool Lennon Delirium – The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy 2026

Genere: Eclectic Prog / Psychedelic Rock

Se c’è un’operazione artistica che nel panorama odierno continua a sfidare le leggi della gravità musicale, è la collaborazione stravagante e geniale tra Les Claypool (deus ex machina dei Primus) e Sean Ono Lennon. Con la loro terza opera intitolata "The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy", il duo firma senza dubbio uno degli album più affascinanti, imprevedibili e complessi di questo 2026.

Ci troviamo di fronte a un lavoro di puro Eclectic Prog studiato nei minimi dettagli, dove la perizia tecnica e la visione lisergica si incontrano in una produzione acustica e sonora impeccabile.

Un’architettura sonora dominata dalla Sezione Ritmica

Ciò che salta subito all’orecchio ascoltando quest’opera è la scelta precisa del mixaggio e della produzione (curata dagli stessi Claypool e Lennon insieme a Matt Winegar, e masterizzata da Stephen Marcussen): la sezione ritmica è costantemente posizionata in primissimo piano.

Il basso pulsante, elastico, viscerale e inconfondibile di Les Claypool funge da vera e propria colonna portante per ogni singola traccia. Anziché limitarsi ad accompagnare, il basso guida la linea melodica, creando un'impalcatura dinamica su cui si innestano chitarre psichedeliche, tastiere vintage, sitar ed elementi orchestrali opachi. Basso e batteria sostengono gli altri strumenti solisti lasciando loro il giusto spazio per respirare, ma senza mai arretrare di un millimetro.

A completare questa cornice c'è la dimensione vocale: il canto si muove magistralmente tra tonalità teatrali, declamazioni surreali e vere e proprie aperture liriche. Il contrasto tra l’impostazione grottesca e narrante di Claypool e i cori trasognati, quasi neopsichedelici e trasparenti di Sean Lennon crea un cortocircuito espressivo d'impatto unico.

Analisi Strutturale dei Brani: Un Viaggio traccia per traccia

Per comprendere appieno la raffinatezza di quest'album di oltre 62 minuti, è necessario analizzare la complessa architettura con cui sono stati incastrati i singoli pezzi:

1. Pro-Log (0:37): Un breve preludio atmosferico e sognante che spalanca le porte del teatro dell'assurdo dei due musicisti.

2. W.A.P. (5:02): Il primo vero manifesto del disco. Ritmica in primo piano con tempi dispari che cambiano continuamente pelle. Il basso slap di Claypool intreccia riff obliqui con la chitarra elettrica di Lennon, in un crescendo ritmico serrato.

3. The Wake Up Call (2:53): Traccia più breve e nevrotica. Vede la partecipazione eccezionale di Gabby La La al sitar e ai cori, donando al brano una sfumatura etnica/raga-rock acida e lisergica.

4. Meat Machines (5:32): Una suite in miniatura. I cambi di tempo sono ipnotici: si passa da un groove funky-metal rallentato a momenti di puro spessore progressive anni '70, con sintetizzatori analogici e chitarre arpeggiate.

5. Troll Bait (4:57): Brano oscuro e tagliente. La struttura drammatica della voce qui diventa teatrale, vicina alle atmosfere del prog teatrale britannico (stile Genesis era Peter Gabriel), sorretta da una batteria secca e priva di fronzoli.

6. Simplest of Deeds (2:15): Un’interruzione acustica ed essenziale, delicatezza armonica che dimostra la versatilità compositiva del duo.

7. Heart of Chrome (5:14): Una cavalcata elettrica e meccanica. Le chitarre distorte di Lennon disegnano trame ipnotiche mentre la ritmica di Claypool imita il movimento inesorabile di una macchina in movimento.

8. Through the Horizon (4:05): Rilassamento psichedelico in cui la voce di Lennon sale verso registri quasi lirici e sospesi, ricordando le migliori produzioni cosmiche degli anni '60s.

9. Mantra of the Manatee (3:34): Traccia surreale, costruita su un pattern di basso circolare e ipnotico su cui si appoggiano strati di cori ipnotici.

10. The Golden Egg of Empathy (3:50): La title-track (con la voce dell'ospite Willow). Un brano dalla struttura raffinata, dove la melodia vocale s'intreccia con fraseggi orchestrali e un basso melodico che canta letteralmente insieme ai vocalist.

11. Cliptopia (3:38) Un brano strumentale che sviluppa un tema futurista e distopico.

12. Cliptron Scuttle (2:14): Un brano concettuale che è un'esplosione ibrida di jazz-fusion/prog nevrotica e virtuosistica.

13. Melody of Entropy (5:41): Malinconica e complessa, questa traccia esplora metriche irregolari e contrappunti armonici, conducendo l'ascoltatore verso il finale.

14. It's a Wrap (12:56): La vera pietra angolare dell'album. Una vera e propria suite di quasi 13 minuti che racchiude tutte le anime del disco: sezioni jam estese, improvvisazioni controllate, cambi di tempo repentini, riprese dei temi precedenti e un finale orchestrale che sfuma in un silenzio carico di significato.

Il Concetto e i Testi: Un Paradosso tra Tecnologia ed Empatia

Fin dal titolo (The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy, un gioco di parole ironico tra "Parrot/Parrot-Ox" e "Paradox"), l'album affronta temi lirici attuali ma riletti attraverso una lente surreale, grottesca e satirica.

Il filo conduttore dei testi riflette sulla perdita dell'empatia nella società contemporanea, schiava dell'algoritmo, dell'omologazione (l'uccello "pappagallo" che ripete ciò che sente senza capire) e della tecnologia alienante (esplicitata in brani come Meat Machines e Cliptopia).

Il "Golden Egg" (l'uovo d'oro) rappresenta quel nucleo fragile di umanità e compassione che l'uomo moderno rischia di distruggere o mercificare. La narrazione - accompagnata anche da un fumetto incluso nel booklet disegnato da Rich Ragsdale - tratta la tragicommedia umana con sferzante sarcasmo, senza però mai perdere quel tocco di profonda e poetica malinconia.

Conclusione

The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy non è un album facile da metabolizzare al primo ascolto, ed è proprio questo a renderlo speciale. È un lavoro prezioso, certosino, dove ogni nota, ogni cambio di tempo e ogni frequenza di basso sono stati posizionati con la precisione di un orologiaio svizzero.

Per chi ama la musica suonata ai massimi livelli, la grande psichedelia e la complessa architettura del prog rock eclettico, questo disco rappresenta senza dubbio una delle tappe obbligate e più esaltanti dell'intero 2026.

Per un Primo Ascolto e l'Acquisto. Quì


giovedì 20 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. V° (Polonia ) Exodus

Per l'ultimo tassello di questo terzo volume compiamo un salto temporale e geografico affascinante. Ci spostiamo nella Polonia del 1980, oltre la Cortina di Ferro. In un'epoca in cui nel resto d'Europa il progressive rock classico era considerato ormai defunto, una band polacca firma un debutto monumentale, che fonde il sinfonismo spaziale degli Yes con la maestosità elettronica dei Tangerine Dream. Chiudiamo in bellezza con gli Exodus e il loro capolavoro: "The Most Beautiful Day".

Cover album The Most Beautiful Day - Exodus 1980
Exodus – The Most Beautiful Day 

Rubrica Storie delle prog band minori: Exodus – The Most Beautiful Day (1980)

Mentre il mondo intero salutava l’arrivo degli anni '80 a ritmo di New Wave, Post-Punk ed elettronica sintetica, in Polonia il tempo sembrava essersi fermato per regalare una delle ultime, immense fiammate del progressive rock sinfonico vecchio stile. Nel 1980, la band di Varsavia Exodus debutta sul mercato con "The Most Beautiful Day", un disco che ignora deliberatamente le mode occidentali per erigere un monumento sonoro di proporzioni cosmiche e fantascientifiche.

Registrato in condizioni complesse a causa del regime comunista e il conseguente isolamento culturale, questo album è la dimostrazione di come la passione per il grande prog sinfonico potesse superare qualsiasi barriera politica.

I sognatori di Varsavia

La storia degli Exodus ruota attorno a due fratelli polistrumentisti visionari: Andrzej Puczyński (chitarra) e Wojciech Puczynski (basso). Insieme a loro, la formazione classica vede Zbigniew Fyk alla batteria, il cantante dalla voce cristallina Paweł Birula (che imbracciava anche la dodici corde) e il vero architetto delle atmosfere spaziali della band, il tastierista Włodzimierz Komendarek, una personalità eccentrica destinata a diventare un pioniere dell'elettronica polacca.

Ciò che rendeva unici gli Exodus era la capacità di unire il calore della tradizione melodica slava a un massiccio uso di tecnologia sintetica. Nonostante le difficoltà nel reperire strumenti occidentali, la band riuscì a mettere insieme un arsenale di sintetizzatori capace di competere con le produzioni miliardarie d'oltremanica.

The Most Beautiful Day: Sinfonismo spaziale e melodramma

L'album, pubblicato dalla storica etichetta di stato Polskie Nagrania Muza, è un viaggio avvolgente, guidato da arrangiamenti orchestrali e atmosfere che fluttuano tra la fantascienza e il sogno. Sebbene i brani siano cantati in polacco (scelta che dona al disco un fascino poetico e drammatico del tutto particolare), la musica parla un linguaggio universale.

 La voce celestiale di Paweł Birula: Il timbro di Birula ha una pulizia e un'estensione impressionanti. Ricorda da vicino il lirismo di Jon Anderson degli Yes, muovendosi con una grazia incredibile sopra le complesse trame strumentali del gruppo.

 Le cascate elettroniche di Komendarek: Il lavoro alle tastiere su questo album è mastodontico. Komendarek stende giganteschi muri di sintetizzatori, alternando assoli fulminei e futuristici a tappeti sinfonici maestosi. La title-track, che occupa gran parte della seconda facciata con i suoi quasi venti minuti di suite, è un crescendo emotivo che passa da ballate acustiche e delicate a esplosioni cosmiche di rara potenza.

La chitarra di Andrzej Puczyński taglia le tastiere con assoli puliti e affilati, mentre il basso di Puczynski pulsa con un'aggressività geometrica che bilancia il sound etereo del disco.

Un faro nella notte del prog

In patria The Most Beautiful Day fu un successo clamoroso, tanto da trasformare gli Exodus in una delle band rock più seguite della Polonia dei primi anni '80. Fuori dai confini dell'Est Europa, tuttavia, il disco rimase a lungo una leggenda per pochi intimi, complici la scarsa distribuzione internazionale e i pregiudizi sulla lingua.

Il tempo ha fortunatamente cancellato i confini. Oggi quest'album è considerato all'unanimità non solo il vertice del prog polacco, ma uno degli ultimi grandi capolavori del rock sinfonico mondiale prima della totale egemonia del pop sintetico. Un finale maestoso, spaziale e profondo per questo nostro terzo capitolo.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. IV° (Finch ) Olanda

Dalla teatralità drammatica e cantata dei Mona Lisa, ci spostiamo ora nei Paesi Bassi per incontrare una band che ha fatto una scelta radicale e vincente: eliminare completamente la parola per lasciare che fossero solo gli strumenti a parlare. Voliamo in Olanda per riscoprire i Finch, maestri assoluti del progressive rock interamente strumentale, capaci di unire una tecnica spaventosa a una fluidità melodica straordinaria.

Cover album  Beyond Expression - Finch 1976

Rubrica Storie delle prog band minori: Finch

Nel mondo del progressive rock, la voce è spesso usata come uno strumento aggiunto per narrare storie fantastiche o concept complessi. Ma cosa succede quando una band decide di fare a meno del cantante e di affidare l'intera narrazione solo a chitarre, tastiere, basso e batteria? La risposta sta nei Paesi Bassi dei metà anni '70, dove i Finch hanno dimostrato che la musica strumentale non deve essere per forza un sottofondo jazz-rock da intellettuali, ma può avere la stessa forza epica, la stessa dinamica e lo stesso impatto emotivo delle più grandi suite sinfoniche dei Genesis o degli Yes.

Il loro secondo album del 1976, "Beyond Expression", è il manifesto perfetto di questa filosofia: tre lunghe suite mozzafiato dove la noia non è semplicemente contemplata.

I quattro architetti del suono olandese

I Finch nascono nel 1974 a L'Aia, fondati dallo straordinario chitarrista Joop van Nimwegen e dal bassista Peter Vink (già attivo nei leggendari Q65). A completare la formazione del loro periodo d'oro troviamo il talentuoso tastierista Paul Vink (successivamente sostituito da Cleem Determeijer) e il batterista Beer Klaasse.

Il segreto dei Finch risiede nell'equilibrio perfetto tra due anime: da un lato l'amore per le strutture sinfoniche e i cambi di tempo tipici del prog classico, dall'altro un groove micidiale e un'energia ereditata dall'hard rock e dalla fusion. Questa combinazione rendeva i loro brani incredibilmente fluidi, privi di quei tempi morti che a volte affliggevano le band interamente strumentali dell'epoca.

Beyond Expression: La musica oltre le parole

Pubblicato nel 1976, Beyond Expression è un viaggio intenso diviso in tre sole mastodontiche tracce (A Passion Condensed, Scars on the Ego e Beyond the Bizzarre). Il titolo stesso suggerisce l'obiettivo della band: arrivare là dove le parole non riescono a esprimersi.

 La chitarra funambolica di Joop van Nimwegen: Joop è il vero motore trainante della band. Il suo stile unisce la pulizia melodica di Jan Akkerman (Focus) all'aggressività rock. I suoi assoli sono lunghi, complessi, ma sempre costruiti con un senso logico rigoroso, capaci di stampare in testa melodie memorabili pur senza un ritornello cantato.

 Le architetture di tastiere e basso: Le tastiere creano il perfetto contrappunto sinfonico alla chitarra, muovendosi tra pianoforte acustico, sintetizzatori guizzanti e organi ruggenti. Il tutto è sorretto dal basso distorto e pulsante di Peter Vink, che conferisce alle composizioni una spinta ritmica granitica e travolgente.

Ogni brano si sviluppa come una montagna russa emotiva, passando da passaggi delicati e prettamente classicheggianti a improvvise accelerate jazz-rock, fino a sfociare in maestosi finali sinfonici.

Un culto per gli amanti della tecnica e del cuore

I Finch pubblicheranno un terzo eccellente album, Galleons of Passion (1977), prima di sciogliersi alla fine del decennio a causa dei continui cambi di formazione e delle pressioni del mercato discografico, che ormai non vedeva di buon occhio le lunghe divagazioni strumentali.

Cover album Galleons of Passion - Finch 1977
Finch - Galleons of Passion

Nonostante una carriera relativamente breve, la band è rimasta un punto di riferimento assoluto per chiunque ami il prog strumentale. Beyond Expression non è solo una dimostrazione di virtuosismo tecnico, ma un album vivo, accessibile ed entusiasmante che dimostra come la musica, quando è scritta con questa classe, non abbia davvero bisogno di parole per raccontare una grande storia.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. III° (Mona Lisa ) Francia

Dalla Germania solare e favolistica dei Grobschnitt attraversiamo il confine e ci immergiamo nelle atmosfere raffinate, drammatiche e squisitamente teatrali della Francia. È il momento di riscoprire i Mona Lisa, una delle punte di diamante del prog transalpino che, insieme agli Ange, ha ridefinito il concetto di "rock teatrale" cantato in lingua madre.

Cover album  Le Petit Violon de Mr Gregoire - Mona Lisa 1976
Mona Lisa - Le Petit Violon de Mr Gregoire

Rubrica: Storie delle prog band minori: Mona Lisa

Se il progressive rock britannico ha trovato il suo vertice teatrale nei Genesis di Peter Gabriel, la Francia ha risposto creando una vera e propria scuola drammatica unica nel suo genere. In questo scenario, dominato commercialmente dagli Ange, i Mona Lisa rappresentano la declinazione più poetica, oscura e barocca di quel modo di intendere la musica.

Attiva per tutti gli anni '70, questa band è riuscita a trasformare il rock sinfonico in una vera e propria opera teatrale decadente. Il loro capolavoro del 1976, "Le Petit Violon de Mr Gregoire", è un viaggio intenso ed emozionante che merita un posto d'onore nella libreria di ogni appassionato.

Il palcoscenico di Versailles

I Mona Lisa si formano a Versailles all'inizio del decennio su iniziativa del carismatico cantante e attore Dominique Le Guennec. La formazione che darà vita alle loro opere più importanti vede Jean-Paul Pierson alle tastiere, Pascal Jardon alle chitarre, Jean-Luc Martin al basso e Francis Poulet alla batteria.

Sul palco, Dominique Le Guennec non si limitava a cantare: si truccava, cambiava costumi, interpretava personaggi grotteschi o tragici, proprio come una maschera della commedia dell'arte. La scelta di utilizzare esclusivamente la lingua francese non era solo un fatto identitario, ma una precisa necessità artistica: le parole dovevano graffiare, emozionare e declamare storie complesse con la massima forza espressiva possibile.

Le Petit Violon de Mr Gregoire: Il vertice del prog teatrale francese

Dopo due album interlocutori ma affascinanti, la band raggiunge la piena maturità espressiva nel 1976 con Le Petit Violon de Mr Gregoire. Il disco è un gioiello di dinamismo ed eleganza barocca, diviso in cinque tracce che scorrono come atti di un'unica opera teatrale:

 L'istrionismo di Le Guennec: La voce di Dominique è il perno assoluto del disco. Il suo stile si muove costantemente tra il canto lirico, il recitato teatrale e improvvisi slanci di lucida follia, creando una tensione drammatica pazzesca.

 Intrecci sinfonici e Mellotron: Jean-Paul Pierson stende tappeti magistrali di organo e Mellotron, creando cattedrali sonore su cui la chitarra di Pascal Jardon può ricamare assoli affilati ed espressivi, che ricordano da vicino lo stile di Steve Hackett.

La suite che dà il titolo all'album occupa gran parte del disco ed è un perfetto esempio di come la band sapesse gestire i contrasti: passaggi acustici delicati e medievaleggianti vengono improvvisamente spezzati da esplosioni sinfoniche guidate da una sezione ritmica potente e geometrica.

Un'eredità da riscoprire

Nonostante l'altissima qualità delle loro produzioni e il grande rispetto da parte della critica, i Mona Lisa rimasero parzialmente all'ombra dei cugini Ange in termini di vendite. La band si sciolse alla fine degli anni '70 dopo la pubblicazione di Vers demain, lasciando però un segno indelebile nei cuori dei cultori del prog sinfonico più drammatico.

Le Petit Violon de Mr Gregoire non è solo una splendida rarità discografica, ma è la dimostrazione di come il progressive rock potesse sposarsi alla perfezione con la tradizione teatrale e letteraria europea, regalando un ascolto denso, poetico e fortemente suggestivo.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. II° (Grobschnitt) Germania

Dall'Austria dei Kyrie Eleison ci spostiamo in Germania. Ma attenzione: dimentica per un attimo il Krautrock cosmico, ipnotico e ripetitivo dei corrieri cosmici come i Tangerine Dream o i Can. Entriamo nel mondo dei Grobschnitt, una delle band più eclettiche, teatrali e straordinariamente uniche dell'intera scena tedesca, capace di unire suite sinfoniche di proporzioni bibliche a una straripante dose di ironia e follia da palcoscenico.

Cover album  Rockpommel's Land - Grobschnitt 1977
Grobschnitt - Rockpommel's Land

Rubrica Storie delle prog band minori: Grobschnitt

Se c'è un elemento che spesso viene ingiustamente negato al progressive rock, quello è il senso dell'umorismo. Molti giganti del genere si prendevano maledettamente sul serio, ma non i Grobschnitt. Nati ad Hagen all'inizio degli anni '70, questi musicisti tedeschi hanno dimostrato che si poteva spingere la complessità musicale ai massimi livelli senza mai perdere la voglia di giocare, travestirsi e far divertire il pubblico.

Definirli "minori" è quasi un'ingiustizia storica se si guarda alla loro popolarità in patria, ma fuori dai confini tedeschi rimangono una perla sotterranea tutta da riscoprire, specialmente per il loro vertice assoluto: il monumentale concept album "Rockpommel's Land" del 1977.

Molto più di una band: Un circo progressivo

La storia dei Grobschnitt ha radici teatrali. I membri della band non usavano i loro veri nomi, ma pseudonimi stravaganti che ne sottolineavano l'attitudine da commedia dell'arte: il leader spirituale e chitarrista Lupo (Gerd Otto Kühn), il cantante e polistrumentista Wildschwein (Stefan Danielak), il tastierista Mist (Volker Kahrs) e il batterista/percussionista Eroc (Joachim Heinz Ehrig), una vera e propria leggenda dietro le pelli e in cabina di regia.

I loro concerti erano leggendari e potevano durare ore. Non erano semplici esibizioni, ma veri e propri happening caotici fatti di scherzi autolesionisti, maschere strambe, fuochi d'artificio artigianali e una teatralità dissacrante che anticipava, in modo bizzarro, certe intuizioni della new wave.

Rockpommel's Land: La risposta tedesca a "Close to the Edge"

Dopo aver sperimentato sonorità più aspre e space-rock nei primi lavori, i Grobschnitt trovano la formula magica nel 1977 con Rockpommel's Land. L'album è una fiaba in musica incentrata sul viaggio di un ragazzino di nome Ernie e di un grande uccello della fantasia chiamato Maraboo.

La copertina, squisitamente illustrata con uno stile che ricorda le fiabe d'altri tempi, introduce un sound che è un tripudio di prog sinfonico radioso ed elegante:

 L'intreccio tastiere-chitarra: Mist crea tappeti orchestrali perfetti, dominati da Mellotron e sintetizzatori, sui quali Lupo ricama assoli di chitarra fluidi, puliti e fortemente melodici che richiamano da vicino lo stile di Steve Howe degli Yes.

 Le Suite e la dinamica: Il disco è composto da solo quattro tracce, culminanti nella monumentale title-track di oltre venti minuti che occupa l'intera seconda facciata del vinile. Nonostante la lunghezza, la musica vola via con una leggerezza disarmante, alternando momenti di pura delicatezza acustica cantata in inglese a esplosioni sinfoniche di una solarità e di una bellezza commoventi.

Un'eredità intramontabile

I Grobschnitt continueranno a suonare per tutti gli anni '80, modificando il loro sound verso il pop-rock e la Neue Deutsche Welle (la new wave tedesca), prima di sciogliersi e poi riunirsi parzialmente nei decenni successivi. Ma la magia racchiusa nel loro periodo d'oro degli anni '70 rimane ineguagliata.

Rockpommel's Land non è solo un disco fondamentale per capire il prog sinfonico teutonico, ma è la prova di come il rock progressivo potesse essere profondo, complesso e favolistico, senza per forza risultare freddo o accademico.

Un primo ascolto: Quì

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