Maxophone (Italia)
| Storie delle Prog Band Minori |
Nella gloriosa e affollata stagione del Rock Progressivo Italiano (RPI) degli anni '70, la maggior parte delle band nasceva nelle cantine, tra le chitarre distorte dei complessi beat convertiti al nuovo verbo e l'urgenza politica delle piazze. I Maxophone, invece, nascono tra le mura austere e rigorose del Conservatorio di Milano.
Questa genesi accademica non ha tarpato le ali alla loro creatività; al contrario, ha permesso loro di dare vita a un album omonimo, pubblicato nel 1975, che rappresenta probabilmente il punto di massima sofisticazione formale e tecnica di tutto il movimento progressivo italiano. Un disco monumentale che, purtroppo, ha dovuto fare i conti con la spietata legge del tempismo commerciale.
Gli artigiani del suono perfetto
Il nucleo dei Maxophone era composto da musicisti di una preparazione spaventosa. Polistrumentisti capaci di saltare da uno strumento a fiato a una chitarra elettrica senza battere ciglio. Tra loro spiccavano Sergio Lattuada (tastiere) e Roberto Giuliani (chitarra e pianoforte), ma a fare la vera differenza era la presenza di fiati classici come il corno francese di Maurizio Bianchini e il clarinetto di Leonardo Schiavone.
Mentre molte band del periodo cercavano l'impatto viscerale o la provocazione teatrale, i Maxophone cercavano la perfezione geometrica e la purezza del suono. Il loro prog non era solo "rock con elementi classici", ma una vera e propria fusione molecolare tra musica da camera, jazz-rock e canone sinfonico.
Il capolavoro: Maxophone (1975)
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| Maxophone - Maxophone |
L'omonimo album di debutto, stampato dalla Produttori Associati (la stessa etichetta dei primi dischi di Fabrizio De André e degli Alusa Fallax), è un'opera d'arte curata fino all'ossessione. Sei tracce che tolgono il fiato per la complessità degli arrangiamenti e la bellezza delle linee melodiche.
C'è un paese al mondo: La traccia d'apertura è un manifesto dinamico. Inizia con un delicato intreccio acustico per poi esplodere in un trionfo di fiati e tastiere, sorretto da testi poetici e mai banali che riflettono sulle contraddizioni della società dell'epoca.
Fase: Un brano strumentale dove la band mette in mostra un'agilità jazz-rock straordinaria, con continui cambi di tempo e un interplay tra basso e batteria che ricorda le produzioni d'oltremanica più blasonate.
Al mancato compleanno di una farfalla: Forse la vetta emotiva del disco. Qui le influenze della musica sacra e corale si fondono con il rock progressivo, creando un'atmosfera solenne, quasi mistica, spezzata solo da assoli strumentali fulminanti.
La vera firma stilistica dei Maxophone risiede nei loro cori. A differenza di molti gruppi prog italiani in cui il cantato era spesso il punto debole, i Maxophone costruivano intrecci vocali a quattro o cinque voci di matrice polifonica, curati al millimetro e intonati in modo celestiale.
Il paradosso del 1975 e l'oblio
Perché, di fronte a un simile capolavoro, i Maxophone non sono diventati famosi come la PFM o il Banco del Mutuo Soccorso? La risposta sta tutta nell'anno di pubblicazione: il 1975.
In quel momento, l'età dell'oro del prog italiano si stava bruscamente chiudendo. Il pubblico giovanile stava cambiando pelle, la musica si faceva più politicizzata e cruda, e nelle discoteche iniziavano a risuonare i primi battiti della dance. Un album così rifinito, colto e orchestrale venne percepito da una parte della critica come un esercizio di stile anacronistico.
La band tentò persino la carta del mercato internazionale registrando una versione del disco con i testi in inglese (curati da svariati collaboratori tra cui anche un giovane Peter Hammill), ma la promozione fu scarsa. Delusi dalla mancanza di riscontri e dalle difficoltà del mercato, i Maxophone si sciolsero poco dopo, lasciando quel disco come una splendida cattedrale nel deserto.
Perché il loro vinile è un Santo Graal
Oggi, a distanza di decenni, il tempo ha cancellato le mode del 1975 e ha lasciato parlare solo la musica. L'album dei Maxophone è considerato dai collezionisti di tutto il mondo (specialmente in Giappone e Corea, dove il prog italiano è venerato) come uno dei dischi più preziosi e musicalmente ineccepibili di sempre.
I Maxophone sono stati i sarti di un prog d'alta moda, capaci di cucire insieme spartiti classici e attitudine rock con un filo d'oro. Un ascolto obbligatorio per chiunque voglia capire fino a dove si sia spinta l'eccellenza musicale italiana in quel decennio irripetibile.
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