Rubrica Storie delle prog band minori: Apoteosi
Capitolo II° (Part. I°)
Diamo spazio adesso ad altre 5 band ed ai loro lavori straordinari
Quando si parla di Rock Progressivo Italiano (RPI), la mente corre subito ai giganti come la PFM o il Banco. Ma c'è un sottobosco di band "one-shot" (autrici di un solo album) che ha creato dei capolavori assoluti, spesso stampati in pochissime copie e rimasti nascosti per decenni. Tra questi, gli Apoteosi occupano un posto d'onore nel cuore dei collezionisti di tutto il mondo.
La loro storia non nasce nei club di Milano o Roma, ma nel profondo Sud, a Palmi, in Calabria. È qui che, nel 1975, una band formata quasi interamente da membri della stessa famiglia, gli Idà, dà vita a un piccolo miracolo sonoro.
Il miracolo di Palmi
Il nucleo degli Apoteosi è una questione di famiglia: i fratelli Silvana Idà (voce), Massimo Idà (tastiere) e Federico Idà (basso), supportati dal chitarrista Franco Vinci e dal batterista Marcello Surace. La loro giovinezza (Massimo era appena quattordicenne all'epoca delle registrazioni!) è forse il segreto della freschezza della loro musica.
L'album, omonimo, viene pubblicato nel 1975 dall'etichetta romana Cedi, in una tiratura limitatissima. Ma non è un disco RPI canonico. Non ci sono le cavalcate aggressive o i barocchismi estremi tipici di altre band dell'epoca. La musica degli Apoteosi è qualcosa di diverso: un prog sinfonico e pastorale, intriso di una malinconia sognante e di un lirismo tutto italiano.
L'album: Una suite tra sogno e realtà
L'omonimo "Apoteosi" è un'esperienza d'ascolto fluida. Sebbene diviso in tracce (come Prima Realtà / Frammentaria Rivolta, Embrion, Apoteosi, Il Grande Disumano / Oratorio (Corale) / Attesa, il disco si sviluppa come un'unica, grande suite senza soluzione di continuità. È un ascolto "liquido" e magico, capace di trasportare chi ascolta in una dimensione parallela.
Le Tastiere di Massimo: Nonostante la giovane età, Massimo Idà domina la scena con un gusto e una maturità compositiva disarmanti. Il suo uso di organo Hammond, piano elettrico e, soprattutto, del Mellotron e del Moog, crea tappeti sonori orchestrali, morbidi e avvolgenti che definiscono lo spettro sinfonico del disco.
La Voce Celestiale di Silvana: Il vero marchio di fabbrica degli Apoteosi è la voce di Silvana Idà. È una presenza eterea, pura, che canta melodie sognanti, quasi fiabesche, portando l'ascoltatore in una dimensione pastorale e incantata.
La musica scorre tra aperture sinfoniche maestose e momenti più intimi, quasi acustici, dove la chitarra dialoga dolcemente con le tastiere. È un album di atmosfere, non di tecnica fine a se stessa, che sembra riflettere la bellezza tranquilla e antica dei paesaggi calabresi da cui proviene.
Dalla polvere alle ristampe in CD
Come molte delle storie che raccontiamo qui, anche quella degli Apoteosi sembrò finire nel silenzio subito dopo la pubblicazione del disco. La scarsissima promozione e la limitata tiratura lo resero presto un oggetto del desiderio per i collezionisti.
Ma la magia di questo album era troppo forte per rimanere sepolta. Negli anni '90, con l'avvento del CD e il rinnovato interesse per il prog italiano, l'album è stato riscoperto e ristampato (memorabile quella della Mellow Records).
Oggi, "Apoteosi" è considerato un capolavoro imprescindibile del prog italiano "minore". Un disco che, a quasi cinquant'anni dalla sua uscita, continua a stupire per la sua bellezza fragile, sognante ed eterea. Una piccola, grande testimonianza di come il talento e la poesia potessero fiorire anche lontano dai grandi centri industriali.
Un primo ascolto: Quì
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