mercoledì 3 giugno 2026

13 Canzoni Prog da Artisti Insospettabili

 

“Ma questo è prog!" 

13 canzoni insospettabili da artisti totalmente alieni al genere

Diciamoci la verità: fare una lista di pezzi "mezzo prog" citando i Queen, i Led Zeppelin o i Deep Purple è troppo facile. Loro erano nati in quell'humus, frequentavano gli stessi studi dei Genesis e condividevano i palchi con gli Yes.

Il vero shock si prova quando l'attitudine progressiva – fatta di strutture libere, suite improvvisate, esperimenti elettronici e arrangiamenti colossali – spunta là dove non dovrebbe assolutamente essere. Tipo in un disco degli ABBA, in una traccia da discoteca di Donna Summer o in un vinile della Motown di Marvin Gaye.

Negli anni '70 la voglia di osare era una forza gravitazionale a cui nessuno poteva sfuggire. Oggi andiamo a scoprire 13 brani pazzeschi scritti da artisti che non hanno mai indossato un mantello di velluto, ma che per una traccia (a volte persino a loro insaputa) hanno creato del puro Rock Progressivo.

Parsifal dei Pooh (1973) è l'esempio perfetto. Sebbene i Pooh siano passati alla storia come i re del pop melodico italiano, la seconda parte della suite di Parsifal (quella interamente strumentale, arrangiata dal grandissimo Gianfranco Monaldi) è una delle vette del rock sinfonico europeo. Loro stessi hanno ammesso di essere stati influenzati dai concerti dei Genesis a cui avevano assistito a Londra.

I brani pazzeschi seguono la stessa linea: artisti o band lontanissimi dal prog che, travolti dagli anni '70, hanno tirato fuori pezzi incredibili e fuori dagli schemi.

1. ABBA – Eagle (1978)

 Le divinità svedesi del pop da classifica più accessibile.

È il loro pezzo più lungo (quasi 6 minuti) ed è un viaggio epico e atmosferico. L'arrangiamento si apre con chitarre sognanti cariche di delay e un giro di basso ipnotico. Ma il vero tocco prog è l'assolo di chitarra rock-sinfonica di Lasse Wellander e la struttura maestosa, ispirata dichiaratamente ai Fleetwood Mac di Rumours ma che finisce dritta nei territori dei Camel o degli Alan Parsons Project.

2. Bee Gees – Odessa (City on the Black Sea) (1969)

I re della disco in falsetto e del pop romantico.

Prima della febbre del sabato sera, i fratelli Gibb hanno pubblicato questa suite di 7 minuti e mezzo. Inizia con un violoncello solista drammatico, esplode in un arrangiamento orchestrale imponente con un coro solenne e continui cambi di tempo tra il folk acustico e il rock sinfonico. Parla del naufragio di una nave nel 1899 ed è puro concept-rock d'avanguardia.

3. Donna Summer – I Feel Love (1977)

La regina incontrastata della Disco Music.

 Prodotta da Giorgio Moroder, questa traccia non è solo dance; è il corrispettivo elettronico dei Tangerine Dream o dei Kraftwerk applicato alla pista da ballo. Costruita interamente con un sintetizzatore Moog (tranne la cassa della batteria), ha una struttura ipnotica, ciclica e futuristica. Quando Brian Eno la ascoltò in studio con David Bowie, disse: "Ho sentito il suono del futuro... questo brano cambierà la musica dei prossimi vent'anni". Aveva ragione.

4. Marvin Gaye – Right On (1971)

L'anima del Soul e della Motown.

Tratta dal capolavoro What's Going On, questa traccia dura oltre 7 minuti ed è una suite soul-progressive fluida e incredibile. Non c'è la classica struttura pop: il brano cambia forma continuamente muovendosi su un tempo in 7/8 (atipico per la black music), guidato da flauti pastorali (molto Jethro Tull), percussioni latine, cambi di tonalità improvvisi e un pianoforte jazzato. Una jam cosmica d'altri tempi.

5. Kate Bush – Wuthering Heights (1978)

Una debuttante diciannovenne nel pop teatrale inglese.

 Spesso catalogata come pop eccentrico, la struttura musicale è spiazzante. I cambi di tempo sono continui e irregolari (passa fluidamente dal 4/4 al 2/4 e al 3/4), la linea melodica della voce sfida le leggi della fisica e il finale è dominato da un assolo di chitarra rock splendido e stratificato (suonato da David Gilmour dei Pink Floyd, che la scoprì). È art-pop che sconfina nel prog più puro.

6. Lucio Battisti – Anima latina (1974)

Il re della canzone leggera italiana.

Se prendi la title-track di questo album, ti trovi davanti a un brano di oltre 6 minuti dove la voce di Battisti è quasi sepolta nel missaggio, usata come uno strumento. Il pezzo è guidato da una sezione ritmica ossessiva e tribale, sintetizzatori analogici d'avanguardia, ottoni e una struttura che rifiuta totalmente la forma "strofa-ritornello". Un vero shock per chi si aspettava La canzone del sole.

7. Fleetwood Mac – The Chain (1977)

I giganti del soft-rock e del pop transatlantico.

L'unico brano di Rumours firmato da tutti e cinque i membri. È una canzone nata assemblando pezzi diversi e scarti di altre registrazioni (un vero copia-incolla strutturale). La prima metà è un folk-rock cupo e acustico, ma a metà il brano si ferma. Parte uno dei giri di basso più famosi della storia (di John McVie) completamente isolato, la batteria cresce e il pezzo esplode in una cavalcata rock serrata con un assolo di chitarra tagliente. Una progressione da manuale.

8. Neil Young – Cortez the Killer (1975)

Il padrino del folk-rock e del cantautorato canadese.

Oltre 7 minuti di lenta, psichedelica e straziante progressione. Neil Young spende i primi 3 minuti e 20 secondi del brano in una monumentale introduzione strumentale di sola chitarra prima di iniziare a cantare. La canzone è un'unica, ipnotica digressione rock basata su soli tre accordi, ma l'arrangiamento evoca spazi immensi e tragici, quasi una versione minimalista e desertica dei Pink Floyd.

9. Stevie Wonder – As (1976)

Il genio della Motown e del funk/pop.

Tratta da Songs in the Key of Life. Dura più di 7 minuti ed è una meraviglia di ingegneria musicale. Inizia come una ballata al piano elettrico Fender Rhodes, ma si evolve introducendo strati di sintetizzatori polifonici, un coro gospel enorme e un finale in cui Herbie Hancock (al piano acustico) e Stevie intrecciano armonie armoniche complessissime in un crescendo poliritmico travolgente.

10. I Pooh – Parsifal (Parte 1 & 2) (1973)

I giganti del pop melodico italiano.

Dieci minuti totali. La prima parte è una splendida ballata, ma la seconda parte è un viaggio strumentale maestoso. L'intreccio tra la chitarra elettrica di Dodi Battaglia, i sintetizzatori e l'orchestra sinfonica di 40 elementi crea una tensione eroica ed epica che non ha nulla da invidiare ai Moody Blues o ai King Crimson di Epitaph.

11. Chicago – Ballet for a Girl in Buchannon (1970)

Una delle band di pop-rock e soft-rock americano di maggior successo commerciale di sempre.

Nascosta nel loro secondo album, questa è una vera e propria suite di quasi 13 minuti divisa in 7 movimenti, composta dal trombonista James Pankow. Unisce il jazz-rock alla musica classica (ci sono evidenti ispirazioni a Johann Sebastian Bach), con continui cambi di tempo, sezioni improvvisate di fiati e incastri vocali pazzeschi.

12. Lou Reed – The Kids (1973)

Il profeta del rock urbano più crudo, minimale e straccione, ex leader dei Velvet Underground.

Tratta dal drammatico concept album "Berlin". Lou Reed rifiutava la pomposità del prog, ma qui la struttura del brano è un incubo teatrale d'avanguardia. Il pezzo, dominato da un basso acustico e una chitarra acida, si evolve in una sezione centrale horror dove si sentono i pianti e le urla reali di bambini a cui viene portata via la madre (il produttore Bob Ezrin registrò i suoi stessi figli dicendo loro che la madre era morta, per ottenere quel realismo). Una sperimentazione sonora brutale e d'impatto.

13. Traffic - John Barleycorn (1970)

Un arrangiamneto raffinato di una ballata folk Anglo-Scozzese tratta dall'album "John Barleycorn Must Die" del 1970.

La ballata si apre con una chitarra folk acustica ben strutturata che segue il flauto e la voce di Steve Winwood in un susseguirsi di scambi melodici e drammatici.

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