venerdì 31 luglio 2026

Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. I° (England)

                                            England (UK)


Ci sono dischi che nascono sotto una stella sfortunata, non per mancanza di talento, ma per un banale e tragico errore di sincronizzazione con la storia. Se prendete il nastro di "Garden Shed" e lo fate ascoltare a scatola chiusa a un appassionato, vi direbbe che si tratta di un capolavoro perduto dei Genesis del periodo Selling England by the Pound o di un album nascosto degli Yes più pastorali.

Invece, quel disco è stato pubblicato nel 1977. L'anno in cui i Sex Pistols urlavano Anarchy in the UK e i Clash incendiavano i club di Londra. In quel preciso istante, quattro ragazzi inglesi decisero di pubblicare un album di progressive rock sinfonico, barocco, romantico e clamorosamente complesso.

Il loro nome era programmatico e quasi di sfida: England.

Chi erano gli England?

Nati nel West Sussex, gli England erano guidati dalla mente del tastierista Robert Webb e del bassista/cantante Martin Henderson, a cui si unirono il chitarrista Frank Holland e il batterista Jode Leigh.

La band non voleva semplificare il proprio sound per allinearsi alle nuove mode. Al contrario, portò all'estremo la lezione del prog classico: il Mellotron veniva usato come un'orchestra filarmonica, i cambi di tempo erano continui e le armonie vocali ricalcavano la complessa tradizione corale inglese. C'era in loro una disperata e bellissima urgenza di suonare la musica che amavano, ignorando il fatto che il mondo fuori stesse andando esattamente nella direzione opposta.

Il Capolavoro Anacronistico: Garden Shed (1977)

Cover album  Garden Shed - England 1977
England - Garden Shed

Pubblicato dalla Arista Records (che probabilmente non sapeva bene come promuoverlo in quel clima culturale), Garden Shed è un gioiello di rara bellezza. Il titolo stesso ("Il capanno degli attrezzi in giardino") evoca una dimensione domestica, intima e tipicamente britannica, quasi a voler proteggere quella musica dal caos metropolitano del punk.

L'album è composto da sei tracce che ridefiniscono il concetto di prog sinfonico:

 Three Piece Suite: Una suite che racchiude tutto ciò che un amante del genere possa desiderare: aperture melodiche celestiali, svisate di sintetizzatore e un uso del basso Rickenbacker che ricorda le trame più serrate di Chris Squire negli Yes.

 Paraffinalea: Un brano più ritmico e bizzarro, che dimostra come la band avesse anche un fortissimo senso dell'ironia e della teatralità, non lontano dallo stile dei Gentle Giant.

 Poisoned Youth: Il climax oscuro del disco. Una traccia complessa, a tratti angosciante, dove il Mellotron evoca cattedrali gotiche e la sezione ritmica si lancia in incastri matematici.


La vera magia di Garden Shed sta nella sua freschezza. Nonostante fosse formalmente "vecchio" per il 1977, il disco suona incredibilmente vitale, privo della stanchezza che affliggeva i dischi dei "grandi dinosauri" del prog in quegli stessi anni.

Schiacciati dall'onda d'urto del '77

Il destino dell'album era purtroppo segnato. La stampa musicale britannica dell'epoca, capitanata da riviste come il NME, aveva occhi e orecchie solo per la rivoluzione punk e la nascente New Wave. Un gruppo che suonava suite da dieci minuti con testi fantasy e muri di tastiere analogiche veniva visto come un fossile vivente.

Le vendite furono microscopiche e la Arista Records staccò rapidamente la spina al progetto. La band registrò del materiale successivo (raccolto anni dopo nell'album The Last of the Jubblies), ma l'avventura si concluse di lì a poco, lasciando gli England nel dimenticatoio per decenni.

Il verdetto del tempo: Perché riscoprirli oggi?

La storia, però, sa essere giusta sulle lunghe distanze. Con la nascita del movimento "Neo-Prog" negli anni '80 (Marillion, IQ) e la successiva riscoperta del genere tramite internet, Garden Shed è stato strappato all'oblio ed è oggi considerato all'unanimità uno dei più grandi album di progressive rock di tutti i tempi, a prescindere dall'anno di pubblicazione.

Elemento Chiave: Il Mellotron di Robert Webb, gestito con una sensibilità orchestrale che non ha nulla da invidiare a Tony Banks.

La Produzione: Nonostante i budget ridotti, il suono è nitido, dinamico e caldissimo.

L'originalità nella tradizione: Pur citando i grandi del prog. la band ha una spinta melodica pop-art squisitamente propria.

Gli England sono stati gli ultimi cavalieri di un regno che stava crollando. Hanno suonato mentre il Titanic affondava, e lo hanno fatto regalandoci una delle colonne sonore più belle di quel decennio.

Un Primo ascolto Quì


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