lunedì 10 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo II°) Part. IV° (Yonin Bayashi) Giappone

Dall'energia latina dei Crucis attraversiamo l'Oceano Pacifico per approdare in un Giappone in pieno fermento creativo. A metà degli anni '70, mentre l'Occidente guardava al Sol Levante quasi solo per la tecnologia, un gruppo di giovanissimi musicisti stava ridefinendo i confini del rock psichedelico e progressivo asiatico, assimilando la lezione dello space-rock britannico per rivestirla di una precisione e di una poesia uniche. Parliamo degli Yonin Bayashi.

Cover album  Isshoku-Sokuhatsu - yonin bayashi 1974
yonin bayashi Isshoku-Sokuhatsu

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori: Yonin Bayashi

Quando si esplora il progressive rock giapponese, il rischio è quello di imbattersi in band degli anni '80 caratterizzate da tastiere gelide e un sound marcatamente neo-prog. Ma se si scava indietro fino agli anni '70, si scopre una stagione d'oro di una spontaneità e di una finezza disarmanti. In cima a questa piramide sotterranea ci sono senza dubbio gli Yonin Bayashi, una band che è riuscita a prendere il lirismo dilatato dei Pink Floyd e a fonderlo con la precisione millimetrica tipica della cultura nipponica.

Il loro capolavoro del 1974, "Isshoku-Sokuhatsu", è un titolo che in giapponese descrive una situazione esplosiva, pronta a scattare al minimo tocco. Ed è esattamente ciò che si prova poggiando la puntina sul piatto: un perfetto equilibrio tra quiete ipnotica e improvvise scariche elettriche.

I quattro musicisti del tempo

Nati a Tokyo nei primi anni '70 come quartetto, gli Yonin Bayashi schieravano una formazione di autentici talenti precoci: Daiji Okai alla batteria, Shin'ichi Nakamura al basso, Hidemi Sakashita alle tastiere e, soprattutto, il leader carismatico Katsutoshi Morizono alla chitarra e alla voce.

Mentre molte band coeve in Giappone si limitavano a copiare pedestremente il blues rock americano o il prog sinfonico europeo, questi ragazzi scelsero una terza via. Decisero di cantare rigorosamente in lingua madre (scelta coraggiosa all'epoca per il rock locale) e di puntare tutto sulla costruzione di atmosfere dilatate, cinematiche e fortemente evocative.

La risposta giapponese a "Dark Side of the Moon"

Ascoltare Isshoku-Sokuhatsu significa fare un viaggio a cavallo tra lo space-rock di Meddle e le suite più ragionate dei Camel. La genialità degli Yonin Bayashi sta nella gestione dello spazio e del silenzio: la loro musica non è mai inutilmente affollata di note, ma ogni singolo tocco è pesato per massimizzare l'impatto emotivo.

 La chitarra liquida di Morizono: Il lavoro chitarristico in questo album è celestiale. Morizono possiede un tocco fluido ed elegante che flirta costantemente con il jazz-rock, alternando arpeggi malinconici ad assoli graffianti dal sustain infinito che ricordano il miglior David Gilmour.

 Tastiere e dinamiche ipnotiche: Sakashita stende tappeti di tastiere discreti ma fondamentali, lasciando che la sezione ritmica crei groove ipnotici e mai banali. Il brano che dà il titolo all'album è una suite magistrale di oltre dodici minuti in cui i cambi di tempo e di atmosfera avvengono con una naturalezza disarmante, passando da momenti di pura psichedelia fluttuante a riff di chitarra rock granitici.

Un culto transoceanico

Nonostante l'enorme successo di critica in patria (furono persino scelti per aprire le date giapponesi dei Rainbow di Ritchie Blackmore), fuori dai confini nazionali gli Yonin Bayashi rimasero a lungo un segreto custodito gelosamente da pochi collezionisti disposti a pagare cifre astronomiche per le stampe originali della Toho Records.

La band subirà cambi di formazione negli anni successivi, virando verso sonorità più commerciali e fusion, ma il valore storico e artistico del loro debutto del 1974 resta intatto e leggendario. Isshoku-Sokuhatsu è la dimostrazione fulgida di come il progressive rock potesse diventare un linguaggio globale, capace di assorbire l'anima d'oltreoceano per restituire un'opera d'arte profondamente radicata nella sensibilità e nel fascino del Sol Levante.

Un primo ascolto: Quì

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