sabato 22 agosto 2026

Soft Machine - Thirteen 2026 (UK) Jazz-Prog Canterbury

 

Cover album  Thirteen - Soft Machine 2026

Il miracolo di Canterbury continua: I Soft Machine e l’eredità visionaria di "Thirteen"

È difficile credere che nel 2026 si possa ancora recensire un nuovo album in studio firmato Soft Machine. Eppure, a cinquantotto anni di distanza dall'esordio, la sigla più importante e seminale del cosiddetto "Canterbury Sound" è tornata con un lavoro intitolato emblematicamente Thirteen (pubblicato per la Dyad Records).

Registrato in pochissimi giorni ai Temple Music Studios nel Surrey, l'album vede la formazione attuale - capitanata dallo storico chitarrista John Etheridge e dal poliedrico Theo Travis (sax, flauti, mellotron), affiancati dalla straordinaria sezione ritmica di Fred Baker al basso fretless e Asaf Sirkis alla batteria - compiere un piccolo miracolo. Thirteen non è una stanca operazione nostalgica, ma un ponte ideale sospeso tra il presente e l'avanguardia più pura.

Il Filo Rosso con la Trilogia d’Oro ('68 - '70)

Per i lettori del nostro blog che venerano i primi tre storici capitoli della band, questo disco riserva vibrazioni familiari ma declinate in modo inedito. C'è un legame spirituale profondo che unisce Thirteen a quella rivoluzione di fine anni Sessanta:

 The Soft Machine (1968) & Volume Two (1969): L'urgenza dadaista, la psichedelia sghemba e lo spirito libertario di Kevin Ayers, Robert Wyatt e Daevid Allen riecheggiano qui in modo esplicito. Non è un caso che la traccia di chiusura si intitoli Daevid’s Special Cuppa, un commovente omaggio psichedelico che include contributi postumi di chitarra glissata dello stesso Allen dei Gong. C’è poi Waltz For Robert, uno splendido brano introdotto dal flauto di Travis che suona come una lettera d’amore e rispetto indirizzata proprio a Robert Wyatt.

 Third (1970): Il capolavoro del jazz-rock europeo rivive nella concezione delle suite a lungo respiro. Il cuore pulsante di Thirteen è infatti The Longest Night: una traccia monumentale di ben tredici minuti. Esattamente come accadeva in Third, qui il tempo si dilata. La band si lancia in un progressive rock epico, mescolando improvvisazione libera, loop elettronici e un assolo di chitarra di Etheridge da brividi.

Tra Modernità e Campionamenti Storici

Ciò che rende Thirteen un ascolto obbligatorio per il 2026 è la capacità di suonare fresco. L’apertura con Lemon Poem Song mette subito in chiaro le cose: un jazz-rock caldo, avvolgente, dove la batteria di Sirkis e il basso di Baker creano un tappeto poliritmico solido e modernissimo.

Ma la vera chicca per gli appassionati dell'avant-garde d'epoca si trova in Open Road. In questo pezzo, dominato dal sax e dalle tastiere, i Soft Machine utilizzano dei campionamenti d'archivio di un Mellotron storico, messi a disposizione nientemeno che da Steven Wilson. Il risultato è un suono stratificato, "cameristico" ma al contempo alieno, che si inserisce perfettamente nella tradizione più sperimentale della band.

Il mio Verdetto

Thirteen è la dimostrazione che l’avanguardia non è un genere musicale legato a un'epoca, ma uno stato mentale. I Soft Machine del 2026 non scimmiottano il passato, lo onorano. Se avete amato la libertà espressiva, il jazz acido e la follia controllata dei primi tre album, in questo tredicesimo capitolo troverete la stessa identica fiamma che brucia ancora, vivida e incontaminata. Un disco denso, ineccepibile e, a tratti, profondamente emozionante.

Un primo ascolto: Quì

venerdì 21 agosto 2026

The Claypool Lennon Delirium – The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy 2026 (US) Eclectic Prog

 

Cover album  The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy - The Claypool Lennon Delirium 2026

The Claypool Lennon Delirium – The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy 2026

Genere: Eclectic Prog / Psychedelic Rock

Se c’è un’operazione artistica che nel panorama odierno continua a sfidare le leggi della gravità musicale, è la collaborazione stravagante e geniale tra Les Claypool (deus ex machina dei Primus) e Sean Ono Lennon. Con la loro terza opera intitolata "The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy", il duo firma senza dubbio uno degli album più affascinanti, imprevedibili e complessi di questo 2026.

Ci troviamo di fronte a un lavoro di puro Eclectic Prog studiato nei minimi dettagli, dove la perizia tecnica e la visione lisergica si incontrano in una produzione acustica e sonora impeccabile.

Un’architettura sonora dominata dalla Sezione Ritmica

Ciò che salta subito all’orecchio ascoltando quest’opera è la scelta precisa del mixaggio e della produzione (curata dagli stessi Claypool e Lennon insieme a Matt Winegar, e masterizzata da Stephen Marcussen): la sezione ritmica è costantemente posizionata in primissimo piano.

Il basso pulsante, elastico, viscerale e inconfondibile di Les Claypool funge da vera e propria colonna portante per ogni singola traccia. Anziché limitarsi ad accompagnare, il basso guida la linea melodica, creando un'impalcatura dinamica su cui si innestano chitarre psichedeliche, tastiere vintage, sitar ed elementi orchestrali opachi. Basso e batteria sostengono gli altri strumenti solisti lasciando loro il giusto spazio per respirare, ma senza mai arretrare di un millimetro.

A completare questa cornice c'è la dimensione vocale: il canto si muove magistralmente tra tonalità teatrali, declamazioni surreali e vere e proprie aperture liriche. Il contrasto tra l’impostazione grottesca e narrante di Claypool e i cori trasognati, quasi neopsichedelici e trasparenti di Sean Lennon crea un cortocircuito espressivo d'impatto unico.

Analisi Strutturale dei Brani: Un Viaggio traccia per traccia

Per comprendere appieno la raffinatezza di quest'album di oltre 62 minuti, è necessario analizzare la complessa architettura con cui sono stati incastrati i singoli pezzi:

1. Pro-Log (0:37): Un breve preludio atmosferico e sognante che spalanca le porte del teatro dell'assurdo dei due musicisti.

2. W.A.P. (5:02): Il primo vero manifesto del disco. Ritmica in primo piano con tempi dispari che cambiano continuamente pelle. Il basso slap di Claypool intreccia riff obliqui con la chitarra elettrica di Lennon, in un crescendo ritmico serrato.

3. The Wake Up Call (2:53): Traccia più breve e nevrotica. Vede la partecipazione eccezionale di Gabby La La al sitar e ai cori, donando al brano una sfumatura etnica/raga-rock acida e lisergica.

4. Meat Machines (5:32): Una suite in miniatura. I cambi di tempo sono ipnotici: si passa da un groove funky-metal rallentato a momenti di puro spessore progressive anni '70, con sintetizzatori analogici e chitarre arpeggiate.

5. Troll Bait (4:57): Brano oscuro e tagliente. La struttura drammatica della voce qui diventa teatrale, vicina alle atmosfere del prog teatrale britannico (stile Genesis era Peter Gabriel), sorretta da una batteria secca e priva di fronzoli.

6. Simplest of Deeds (2:15): Un’interruzione acustica ed essenziale, delicatezza armonica che dimostra la versatilità compositiva del duo.

7. Heart of Chrome (5:14): Una cavalcata elettrica e meccanica. Le chitarre distorte di Lennon disegnano trame ipnotiche mentre la ritmica di Claypool imita il movimento inesorabile di una macchina in movimento.

8. Through the Horizon (4:05): Rilassamento psichedelico in cui la voce di Lennon sale verso registri quasi lirici e sospesi, ricordando le migliori produzioni cosmiche degli anni '60s.

9. Mantra of the Manatee (3:34): Traccia surreale, costruita su un pattern di basso circolare e ipnotico su cui si appoggiano strati di cori ipnotici.

10. The Golden Egg of Empathy (3:50): La title-track (con la voce dell'ospite Willow). Un brano dalla struttura raffinata, dove la melodia vocale s'intreccia con fraseggi orchestrali e un basso melodico che canta letteralmente insieme ai vocalist.

11. Cliptopia (3:38) Un brano strumentale che sviluppa un tema futurista e distopico.

12. Cliptron Scuttle (2:14): Un brano concettuale che è un'esplosione ibrida di jazz-fusion/prog nevrotica e virtuosistica.

13. Melody of Entropy (5:41): Malinconica e complessa, questa traccia esplora metriche irregolari e contrappunti armonici, conducendo l'ascoltatore verso il finale.

14. It's a Wrap (12:56): La vera pietra angolare dell'album. Una vera e propria suite di quasi 13 minuti che racchiude tutte le anime del disco: sezioni jam estese, improvvisazioni controllate, cambi di tempo repentini, riprese dei temi precedenti e un finale orchestrale che sfuma in un silenzio carico di significato.

Il Concetto e i Testi: Un Paradosso tra Tecnologia ed Empatia

Fin dal titolo (The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy, un gioco di parole ironico tra "Parrot/Parrot-Ox" e "Paradox"), l'album affronta temi lirici attuali ma riletti attraverso una lente surreale, grottesca e satirica.

Il filo conduttore dei testi riflette sulla perdita dell'empatia nella società contemporanea, schiava dell'algoritmo, dell'omologazione (l'uccello "pappagallo" che ripete ciò che sente senza capire) e della tecnologia alienante (esplicitata in brani come Meat Machines e Cliptopia).

Il "Golden Egg" (l'uovo d'oro) rappresenta quel nucleo fragile di umanità e compassione che l'uomo moderno rischia di distruggere o mercificare. La narrazione - accompagnata anche da un fumetto incluso nel booklet disegnato da Rich Ragsdale - tratta la tragicommedia umana con sferzante sarcasmo, senza però mai perdere quel tocco di profonda e poetica malinconia.

Conclusione

The Great Parrot-Ox and the Golden Egg of Empathy non è un album facile da metabolizzare al primo ascolto, ed è proprio questo a renderlo speciale. È un lavoro prezioso, certosino, dove ogni nota, ogni cambio di tempo e ogni frequenza di basso sono stati posizionati con la precisione di un orologiaio svizzero.

Per chi ama la musica suonata ai massimi livelli, la grande psichedelia e la complessa architettura del prog rock eclettico, questo disco rappresenta senza dubbio una delle tappe obbligate e più esaltanti dell'intero 2026.

Per un Primo Ascolto e l'Acquisto. Quì


giovedì 20 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. V° (Polonia ) Exodus

Per l'ultimo tassello di questo terzo volume compiamo un salto temporale e geografico affascinante. Ci spostiamo nella Polonia del 1980, oltre la Cortina di Ferro. In un'epoca in cui nel resto d'Europa il progressive rock classico era considerato ormai defunto, una band polacca firma un debutto monumentale, che fonde il sinfonismo spaziale degli Yes con la maestosità elettronica dei Tangerine Dream. Chiudiamo in bellezza con gli Exodus e il loro capolavoro: "The Most Beautiful Day".

Cover album The Most Beautiful Day - Exodus 1980
Exodus – The Most Beautiful Day 

Rubrica Storie delle prog band minori: Exodus – The Most Beautiful Day (1980)

Mentre il mondo intero salutava l’arrivo degli anni '80 a ritmo di New Wave, Post-Punk ed elettronica sintetica, in Polonia il tempo sembrava essersi fermato per regalare una delle ultime, immense fiammate del progressive rock sinfonico vecchio stile. Nel 1980, la band di Varsavia Exodus debutta sul mercato con "The Most Beautiful Day", un disco che ignora deliberatamente le mode occidentali per erigere un monumento sonoro di proporzioni cosmiche e fantascientifiche.

Registrato in condizioni complesse a causa del regime comunista e il conseguente isolamento culturale, questo album è la dimostrazione di come la passione per il grande prog sinfonico potesse superare qualsiasi barriera politica.

I sognatori di Varsavia

La storia degli Exodus ruota attorno a due fratelli polistrumentisti visionari: Andrzej Puczyński (chitarra) e Wojciech Puczynski (basso). Insieme a loro, la formazione classica vede Zbigniew Fyk alla batteria, il cantante dalla voce cristallina Paweł Birula (che imbracciava anche la dodici corde) e il vero architetto delle atmosfere spaziali della band, il tastierista Włodzimierz Komendarek, una personalità eccentrica destinata a diventare un pioniere dell'elettronica polacca.

Ciò che rendeva unici gli Exodus era la capacità di unire il calore della tradizione melodica slava a un massiccio uso di tecnologia sintetica. Nonostante le difficoltà nel reperire strumenti occidentali, la band riuscì a mettere insieme un arsenale di sintetizzatori capace di competere con le produzioni miliardarie d'oltremanica.

The Most Beautiful Day: Sinfonismo spaziale e melodramma

L'album, pubblicato dalla storica etichetta di stato Polskie Nagrania Muza, è un viaggio avvolgente, guidato da arrangiamenti orchestrali e atmosfere che fluttuano tra la fantascienza e il sogno. Sebbene i brani siano cantati in polacco (scelta che dona al disco un fascino poetico e drammatico del tutto particolare), la musica parla un linguaggio universale.

 La voce celestiale di Paweł Birula: Il timbro di Birula ha una pulizia e un'estensione impressionanti. Ricorda da vicino il lirismo di Jon Anderson degli Yes, muovendosi con una grazia incredibile sopra le complesse trame strumentali del gruppo.

 Le cascate elettroniche di Komendarek: Il lavoro alle tastiere su questo album è mastodontico. Komendarek stende giganteschi muri di sintetizzatori, alternando assoli fulminei e futuristici a tappeti sinfonici maestosi. La title-track, che occupa gran parte della seconda facciata con i suoi quasi venti minuti di suite, è un crescendo emotivo che passa da ballate acustiche e delicate a esplosioni cosmiche di rara potenza.

La chitarra di Andrzej Puczyński taglia le tastiere con assoli puliti e affilati, mentre il basso di Puczynski pulsa con un'aggressività geometrica che bilancia il sound etereo del disco.

Un faro nella notte del prog

In patria The Most Beautiful Day fu un successo clamoroso, tanto da trasformare gli Exodus in una delle band rock più seguite della Polonia dei primi anni '80. Fuori dai confini dell'Est Europa, tuttavia, il disco rimase a lungo una leggenda per pochi intimi, complici la scarsa distribuzione internazionale e i pregiudizi sulla lingua.

Il tempo ha fortunatamente cancellato i confini. Oggi quest'album è considerato all'unanimità non solo il vertice del prog polacco, ma uno degli ultimi grandi capolavori del rock sinfonico mondiale prima della totale egemonia del pop sintetico. Un finale maestoso, spaziale e profondo per questo nostro terzo capitolo.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. IV° (Finch ) Olanda

Dalla teatralità drammatica e cantata dei Mona Lisa, ci spostiamo ora nei Paesi Bassi per incontrare una band che ha fatto una scelta radicale e vincente: eliminare completamente la parola per lasciare che fossero solo gli strumenti a parlare. Voliamo in Olanda per riscoprire i Finch, maestri assoluti del progressive rock interamente strumentale, capaci di unire una tecnica spaventosa a una fluidità melodica straordinaria.

Cover album  Beyond Expression - Finch 1976

Rubrica Storie delle prog band minori: Finch

Nel mondo del progressive rock, la voce è spesso usata come uno strumento aggiunto per narrare storie fantastiche o concept complessi. Ma cosa succede quando una band decide di fare a meno del cantante e di affidare l'intera narrazione solo a chitarre, tastiere, basso e batteria? La risposta sta nei Paesi Bassi dei metà anni '70, dove i Finch hanno dimostrato che la musica strumentale non deve essere per forza un sottofondo jazz-rock da intellettuali, ma può avere la stessa forza epica, la stessa dinamica e lo stesso impatto emotivo delle più grandi suite sinfoniche dei Genesis o degli Yes.

Il loro secondo album del 1976, "Beyond Expression", è il manifesto perfetto di questa filosofia: tre lunghe suite mozzafiato dove la noia non è semplicemente contemplata.

I quattro architetti del suono olandese

I Finch nascono nel 1974 a L'Aia, fondati dallo straordinario chitarrista Joop van Nimwegen e dal bassista Peter Vink (già attivo nei leggendari Q65). A completare la formazione del loro periodo d'oro troviamo il talentuoso tastierista Paul Vink (successivamente sostituito da Cleem Determeijer) e il batterista Beer Klaasse.

Il segreto dei Finch risiede nell'equilibrio perfetto tra due anime: da un lato l'amore per le strutture sinfoniche e i cambi di tempo tipici del prog classico, dall'altro un groove micidiale e un'energia ereditata dall'hard rock e dalla fusion. Questa combinazione rendeva i loro brani incredibilmente fluidi, privi di quei tempi morti che a volte affliggevano le band interamente strumentali dell'epoca.

Beyond Expression: La musica oltre le parole

Pubblicato nel 1976, Beyond Expression è un viaggio intenso diviso in tre sole mastodontiche tracce (A Passion Condensed, Scars on the Ego e Beyond the Bizzarre). Il titolo stesso suggerisce l'obiettivo della band: arrivare là dove le parole non riescono a esprimersi.

 La chitarra funambolica di Joop van Nimwegen: Joop è il vero motore trainante della band. Il suo stile unisce la pulizia melodica di Jan Akkerman (Focus) all'aggressività rock. I suoi assoli sono lunghi, complessi, ma sempre costruiti con un senso logico rigoroso, capaci di stampare in testa melodie memorabili pur senza un ritornello cantato.

 Le architetture di tastiere e basso: Le tastiere creano il perfetto contrappunto sinfonico alla chitarra, muovendosi tra pianoforte acustico, sintetizzatori guizzanti e organi ruggenti. Il tutto è sorretto dal basso distorto e pulsante di Peter Vink, che conferisce alle composizioni una spinta ritmica granitica e travolgente.

Ogni brano si sviluppa come una montagna russa emotiva, passando da passaggi delicati e prettamente classicheggianti a improvvise accelerate jazz-rock, fino a sfociare in maestosi finali sinfonici.

Un culto per gli amanti della tecnica e del cuore

I Finch pubblicheranno un terzo eccellente album, Galleons of Passion (1977), prima di sciogliersi alla fine del decennio a causa dei continui cambi di formazione e delle pressioni del mercato discografico, che ormai non vedeva di buon occhio le lunghe divagazioni strumentali.

Cover album Galleons of Passion - Finch 1977
Finch - Galleons of Passion

Nonostante una carriera relativamente breve, la band è rimasta un punto di riferimento assoluto per chiunque ami il prog strumentale. Beyond Expression non è solo una dimostrazione di virtuosismo tecnico, ma un album vivo, accessibile ed entusiasmante che dimostra come la musica, quando è scritta con questa classe, non abbia davvero bisogno di parole per raccontare una grande storia.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. III° (Mona Lisa ) Francia

Dalla Germania solare e favolistica dei Grobschnitt attraversiamo il confine e ci immergiamo nelle atmosfere raffinate, drammatiche e squisitamente teatrali della Francia. È il momento di riscoprire i Mona Lisa, una delle punte di diamante del prog transalpino che, insieme agli Ange, ha ridefinito il concetto di "rock teatrale" cantato in lingua madre.

Cover album  Le Petit Violon de Mr Gregoire - Mona Lisa 1976
Mona Lisa - Le Petit Violon de Mr Gregoire

Rubrica: Storie delle prog band minori: Mona Lisa

Se il progressive rock britannico ha trovato il suo vertice teatrale nei Genesis di Peter Gabriel, la Francia ha risposto creando una vera e propria scuola drammatica unica nel suo genere. In questo scenario, dominato commercialmente dagli Ange, i Mona Lisa rappresentano la declinazione più poetica, oscura e barocca di quel modo di intendere la musica.

Attiva per tutti gli anni '70, questa band è riuscita a trasformare il rock sinfonico in una vera e propria opera teatrale decadente. Il loro capolavoro del 1976, "Le Petit Violon de Mr Gregoire", è un viaggio intenso ed emozionante che merita un posto d'onore nella libreria di ogni appassionato.

Il palcoscenico di Versailles

I Mona Lisa si formano a Versailles all'inizio del decennio su iniziativa del carismatico cantante e attore Dominique Le Guennec. La formazione che darà vita alle loro opere più importanti vede Jean-Paul Pierson alle tastiere, Pascal Jardon alle chitarre, Jean-Luc Martin al basso e Francis Poulet alla batteria.

Sul palco, Dominique Le Guennec non si limitava a cantare: si truccava, cambiava costumi, interpretava personaggi grotteschi o tragici, proprio come una maschera della commedia dell'arte. La scelta di utilizzare esclusivamente la lingua francese non era solo un fatto identitario, ma una precisa necessità artistica: le parole dovevano graffiare, emozionare e declamare storie complesse con la massima forza espressiva possibile.

Le Petit Violon de Mr Gregoire: Il vertice del prog teatrale francese

Dopo due album interlocutori ma affascinanti, la band raggiunge la piena maturità espressiva nel 1976 con Le Petit Violon de Mr Gregoire. Il disco è un gioiello di dinamismo ed eleganza barocca, diviso in cinque tracce che scorrono come atti di un'unica opera teatrale:

 L'istrionismo di Le Guennec: La voce di Dominique è il perno assoluto del disco. Il suo stile si muove costantemente tra il canto lirico, il recitato teatrale e improvvisi slanci di lucida follia, creando una tensione drammatica pazzesca.

 Intrecci sinfonici e Mellotron: Jean-Paul Pierson stende tappeti magistrali di organo e Mellotron, creando cattedrali sonore su cui la chitarra di Pascal Jardon può ricamare assoli affilati ed espressivi, che ricordano da vicino lo stile di Steve Hackett.

La suite che dà il titolo all'album occupa gran parte del disco ed è un perfetto esempio di come la band sapesse gestire i contrasti: passaggi acustici delicati e medievaleggianti vengono improvvisamente spezzati da esplosioni sinfoniche guidate da una sezione ritmica potente e geometrica.

Un'eredità da riscoprire

Nonostante l'altissima qualità delle loro produzioni e il grande rispetto da parte della critica, i Mona Lisa rimasero parzialmente all'ombra dei cugini Ange in termini di vendite. La band si sciolse alla fine degli anni '70 dopo la pubblicazione di Vers demain, lasciando però un segno indelebile nei cuori dei cultori del prog sinfonico più drammatico.

Le Petit Violon de Mr Gregoire non è solo una splendida rarità discografica, ma è la dimostrazione di come il progressive rock potesse sposarsi alla perfezione con la tradizione teatrale e letteraria europea, regalando un ascolto denso, poetico e fortemente suggestivo.

Un primo ascolto: Quì

Precedente: Capitolo III° (Part. II°) Grobschnitt (Germania)

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. II° (Grobschnitt) Germania

Dall'Austria dei Kyrie Eleison ci spostiamo in Germania. Ma attenzione: dimentica per un attimo il Krautrock cosmico, ipnotico e ripetitivo dei corrieri cosmici come i Tangerine Dream o i Can. Entriamo nel mondo dei Grobschnitt, una delle band più eclettiche, teatrali e straordinariamente uniche dell'intera scena tedesca, capace di unire suite sinfoniche di proporzioni bibliche a una straripante dose di ironia e follia da palcoscenico.

Cover album  Rockpommel's Land - Grobschnitt 1977
Grobschnitt - Rockpommel's Land

Rubrica Storie delle prog band minori: Grobschnitt

Se c'è un elemento che spesso viene ingiustamente negato al progressive rock, quello è il senso dell'umorismo. Molti giganti del genere si prendevano maledettamente sul serio, ma non i Grobschnitt. Nati ad Hagen all'inizio degli anni '70, questi musicisti tedeschi hanno dimostrato che si poteva spingere la complessità musicale ai massimi livelli senza mai perdere la voglia di giocare, travestirsi e far divertire il pubblico.

Definirli "minori" è quasi un'ingiustizia storica se si guarda alla loro popolarità in patria, ma fuori dai confini tedeschi rimangono una perla sotterranea tutta da riscoprire, specialmente per il loro vertice assoluto: il monumentale concept album "Rockpommel's Land" del 1977.

Molto più di una band: Un circo progressivo

La storia dei Grobschnitt ha radici teatrali. I membri della band non usavano i loro veri nomi, ma pseudonimi stravaganti che ne sottolineavano l'attitudine da commedia dell'arte: il leader spirituale e chitarrista Lupo (Gerd Otto Kühn), il cantante e polistrumentista Wildschwein (Stefan Danielak), il tastierista Mist (Volker Kahrs) e il batterista/percussionista Eroc (Joachim Heinz Ehrig), una vera e propria leggenda dietro le pelli e in cabina di regia.

I loro concerti erano leggendari e potevano durare ore. Non erano semplici esibizioni, ma veri e propri happening caotici fatti di scherzi autolesionisti, maschere strambe, fuochi d'artificio artigianali e una teatralità dissacrante che anticipava, in modo bizzarro, certe intuizioni della new wave.

Rockpommel's Land: La risposta tedesca a "Close to the Edge"

Dopo aver sperimentato sonorità più aspre e space-rock nei primi lavori, i Grobschnitt trovano la formula magica nel 1977 con Rockpommel's Land. L'album è una fiaba in musica incentrata sul viaggio di un ragazzino di nome Ernie e di un grande uccello della fantasia chiamato Maraboo.

La copertina, squisitamente illustrata con uno stile che ricorda le fiabe d'altri tempi, introduce un sound che è un tripudio di prog sinfonico radioso ed elegante:

 L'intreccio tastiere-chitarra: Mist crea tappeti orchestrali perfetti, dominati da Mellotron e sintetizzatori, sui quali Lupo ricama assoli di chitarra fluidi, puliti e fortemente melodici che richiamano da vicino lo stile di Steve Howe degli Yes.

 Le Suite e la dinamica: Il disco è composto da solo quattro tracce, culminanti nella monumentale title-track di oltre venti minuti che occupa l'intera seconda facciata del vinile. Nonostante la lunghezza, la musica vola via con una leggerezza disarmante, alternando momenti di pura delicatezza acustica cantata in inglese a esplosioni sinfoniche di una solarità e di una bellezza commoventi.

Un'eredità intramontabile

I Grobschnitt continueranno a suonare per tutti gli anni '80, modificando il loro sound verso il pop-rock e la Neue Deutsche Welle (la new wave tedesca), prima di sciogliersi e poi riunirsi parzialmente nei decenni successivi. Ma la magia racchiusa nel loro periodo d'oro degli anni '70 rimane ineguagliata.

Rockpommel's Land non è solo un disco fondamentale per capire il prog sinfonico teutonico, ma è la prova di come il rock progressivo potesse essere profondo, complesso e favolistico, senza per forza risultare freddo o accademico.

Un primo ascolto: Quì

Precedente: Capitolo III° (Part.I°) Kyrie Eleison (Austria)

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo III°) Part. I° (Kyrie Eleison) Austria

Cover album  The Fountain Beyond Sunrise - Kyrie Eleison 1976
Kyrie Eleison - The Fountain Beyond Sunrise

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori: Kyrie Eleison

Quando si esplora la mappa del progressive rock europeo degli anni '70, l'Austria viene spesso considerata una terra di passaggio, schiacciata tra il Krautrock sperimentale della Germania e le aperture sinfoniche dell'Italia. Eppure, proprio a Vienna, un gruppo di musicisti ha dato vita a una delle risposte più maestose, drammatiche e fedeli al sound dei Genesis dell'era Peter Gabriel. Loro sono i Kyrie Eleison e il loro album del 1976, "The Fountain Beyond Sunrise", è un Santo Graal del prog sinfonico continentale.

Il teatro delle ombre a Vienna

I Kyrie Eleison si formano nel 1974 su iniziativa del tastierista Gerald Krampl, vero motore compositivo del gruppo. Insieme a lui, la formazione classica vede Michael Schubert alla voce, Manfred Drapela alle chitarre, Norbert Morin al basso e Karl Novotny alla batteria.

Ciò che distingueva i Kyrie Eleison dalla stragrande maggioranza delle band austriache coeve era la loro totale dedizione al Concept: i loro concerti non erano semplici esibizioni musicali, ma veri e propri spettacoli teatrali ricchi di costumi, maschere, effetti visivi e cambi di scena. Una forte impronta visiva che rifletteva perfettamente l'ambizione della loro musica.

The Fountain Beyond Sunrise: Un capolavoro di drammaticità e Mellotron

Pubblicato nel 1976 in modo totalmente indipendente e in una tiratura che definire microscopica è poco, The Fountain Beyond Sunrise è un disco che ignora deliberatamente l'avvento del punk o la semplificazione delle strutture musicali. L'album è composto da lunghe suite guidate da una narrazione complessa e affascinante.

 La teatralità vocale: Michael Schubert non nasconde la sua enorme ammirazione per Peter Gabriel. La sua voce è espressiva, istrionica, capace di passare da sussurri evocativi a improvvisi slanci drammatici, cantando rigorosamente in inglese per dare un respiro internazionale al progetto.

 Le cattedrali di tastiere di Krampl: Gerald Krampl erige muri sonori maestosi. Il suo arsenale, dominato da un uso orchestrale e massiccio del Mellotron e del sintetizzatore, dialoga costantemente con la chitarra arpeggiata e solista di Drapela. I cambi di tempo sono continui, ma sempre legati a un filo conduttore melodico che cattura l'ascoltatore.

Il sound complessivo richiama inevitabilmente le atmosfere di capolavori come Nursery Cryme o Foxtrot, ma arricchito da una malinconia tipicamente mitteleuropea che rende il disco un'esperienza unica e non una semplice copia.

Il destino di una perla nascosta

Come purtroppo accaduto a molte delle band di questa rubrica, la mancanza di un supporto da parte di una major e la distribuzione puramente locale condannarono i Kyrie Eleison all'anonimato commerciale. La band registrò altro materiale (successivamente pubblicato in raccolte postume come The Blind Windows Suite), ma la spinta iniziale si esaurì verso la fine del decennio.

Oggi, le pochissime copie originali in vinile di The Fountain Beyond Sunrise sono scambiate a cifre astronomiche tra i collezionisti. La riscoperta in formato CD ha però restituito agli appassionati un album immenso, un ascolto obbligatorio per chiunque voglia scoprire come la magia del prog teatrale e sinfonico abbia saputo trovare una via magnifica e decadente anche tra i palazzi storici di Vienna.

Un primo ascolto: Quì

Prefazione

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Code 18 - Two Places 2026 (Canada)

Cover Album  Two Places - Code 18 (2026)

A sei anni dal debutto con Human Error!, il progetto canadese ideato dal tastierista Johnny Maz torna in scena nel 2026 con "Two Places". Questa seconda fatica discografica rappresenta l'evoluzione ideale della band: la personalità sonora tracciata all'esordio non viene snaturata, ma trova qui un equilibrio espressivo e una consapevolezza compositiva nettamente superiori.

I dettagli dell'opera mettono in luce la varietà e la struttura dei brani:

Genere e Identità: Neo-Prog raffinato, capace di alternare aperture sinfoniche a momenti dall'impatto rock più marcato.

Architettura del disco: L'album si apre con la traccia Prelude (4:23) per poi snodarsi attraverso passaggi dal ritmo elaborato come Polyrhythm (6:38) e le suggestive atmosfere di The Old House (9:00).

I momenti chiave: Il pezzo centrale The Lovers, the Incompetent and the Asshole superando i 10 minuti evidenzia il dinamismo e la versatilità narrativa della formazione, mentre la lunga suite A New Soul (14:23) rappresenta il picco emotivo e strutturale dell'opera, prima del solenne epilogo affidato a Justice? (12:01).

L'interazione tra le tastiere di Johnny Maz, il lavoro chitarristico di JF Rémillard e la solida voce di Bönz riflette un'intesa naturale. Le trame melodiche risultano meno frammentate e meglio distribuite su durate importanti, dimostrando che l'ambizione delle lunghe suite è supportata da un'ottima gestione dei tempi e della dinamica.

"Two Places" conferma come i Code 18 hanno raggiunto la piena maturità artistica, regalandoci un lavoro coeso, ispirato e imprescindibile per gli amanti del progressive moderno.

Per un Primo Ascolto e l'Acquisto: Quì

mercoledì 19 agosto 2026

The Dear Hunter - Sunya 2026 (Crossover Prog) US

 

Cover album  Sunya - The Dear Hunter 2026

The Dear Hunter – Sunya (2026)

Tracciare nuove rotte nel deserto del prog moderno  

Qualche mese fa, proprio qui sul blog, ci eravamo immersi nel cuore pulsante della discografia di Casey Crescenzo e compagni, analizzando quello straordinario affresco concettuale che è la saga degli Act: Act I: The Lake South, the River North, Act II: The Meaning of, and All Things Regarding Ms. Leading, Act III: Life and Death, Act IV: Rebirth in Reprise e Act V: Hymns with the Devil in Confessional. In quel post concordavamo su un punto fermo: quella pentalogia rappresenta una vetta narrativa, orchestrale e compositiva praticamente irraggiungibile per chiunque, persino per la band stessa.  

Con l'uscita di Sunya in questo 2026, la domanda sorgeva spontanea: i The Dear Hunter possono superare la perfezione dei loro cinque Act? La risposta sincera è no. I cinque capitoli storici rimangono monumenti intoccabili della storia del rock progressivo, dotati di una carica drammatica ed epica irripetibile. Ma pretese di confronto a parte, Sunya dimostra che la band non ha alcuna intenzione di vivere di rendita o di replicare formule già viste.  

Dall'Anfiteatro Urbano alle Desolazioni del Synth-Funk

Se uno degli album precedenti "Antimai" (2022) ci aveva portati all'interno di una metropoli distopica e suddivisa in anelli sociali, Sunya sposta il focus oltre quelle mura, addentrandosi in una terra di nessuno riarsa e misteriosa.

Musicalmente, l'album consolida la transizione intrapresa negli ultimi anni: le drammatiche orchestrazioni teatrali degli Act lasciano qui ampio spazio a un prog-rock a matrice fortemente synth-funk e jazz-fusion. L'intreccio ritmico tra il basso pulsante di Nick Sollecito e le batterie spezzate di Nick Crescenzo crea un'ossatura su cui le tastiere e le chitarre disegnano trame complesse, a tratti quasi psichedeliche.  

I momenti chiave del disco mostrano una maturità stilistica indiscutibile:

Le dinamiche travolgenti: Brani come Marauders e la grottesca The Bazaareteria mettono in mostra il lato più dinamico e rutilante della band, giocando su contrappunti vocali sofisticati e groove serratissimi.  

La trilogia centrale: La suite The Glass Desert (divisa in Giants, Cliffs and Stormlands e The Plains) rappresenta il vero cuore pulsante del disco. È qui che il gruppo bilancia al meglio l'urgenza ritmica con una tensione atmosferica e widescreen.  

La risoluzione concettuale: La title track finale chiude l'opera con un ritornello corale e un senso di spettrale disillusione che sintetizza l'intero viaggio lirico.

Conclusioni

Sunya non ha la spinta emotiva devastante di un Act IV o la teatralità barocca di Act II, e va benissimo così. Pretendere che un artista rimanga incatenato al proprio capolavoro è il modo migliore per soffocarne la creatività.  

I The Dear Hunter del 2026 sono musicisti immensamente consapevoli dei propri mezzi. Sunya è un'opera autorevole, coraggiosa e ricca di dettagli, che continua a ridisegnare i confini del progressive rock contemporaneo dimostrando che c'è ancora vita - e tantissima classe - al di fuori della grande saga che ce li ha fatti amare.  

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martedì 18 agosto 2026

Floating Nest - Blow Off Steam 2026 (Spagna) Heavy Prog

 

Cover Album  Blow Off Steam - Floating Nest 2026

"Blow Off Steam" dei Floating Nest è un esordio discografico sorprendente, viscerale e drammatico. Il quartetto spagnolo — formato da Sara Gaspar (voce e tastiere), Quique Villalba (chitarre), Matthias Rauch (basso) e Víctor Conde (batteria) — firma con quest'opera (pubblicata a marzo 2026 tramite Astronomy Recording Music) uno dei capitoli più affascinanti della recente scena progressive europea.

L'album spazia abilmente tra rock progressivo eclettico, metal moderno, psichedelia e sfumature avant-garde/art rock. Il filo conduttore della proposta è la straordinaria vocalità teatrale ed espressiva di Sara Gaspar, capace di guidare l'ascoltatore attraverso cambi di registro drammatici, dinamica pura e trame dense ma mai caotiche.

Analisi della Tracklist

Re-Connection (7:01): La traccia d'apertura costruisce un'atmosfera avvolgente che mescola riff complessi a tessiture sognanti, stabilendo subito la forte identità e la versatilità del gruppo.

Circus (5:05): Un brano inquietante ed eclettico che richiama atmosfere grottesche alla Mr. Bungle o Primus. Rappresenta una critica oscura allo spettacolo moderno e all'illusione collettiva.

Stasis (6:49): Gioca sui contrasti tra stasi atmosferica e improvvise esplosioni ritmiche irregolari, valorizzando la precisione della sezione ritmica di Rauch e Conde.

Cosmos (5:42): Traccia dal respiro più spaziale e psichedelico, in cui la chitarra di Quique Villalba sferra ricami suggestivi e ricchi di pathos.

The Clock (6:19): Un brano ipnotico dominato da tempi dispari e da un senso di urgenza e frenesia temporale ben sorretto dalle tastiere.

Selfdeception (7:12): La traccia più lunga e complessa del disco; una suite in miniatura che mette a nudo l'anima prog-metal della band con groove serrati e modulazioni vocali acrobatiche.

Absolute Zero (5:57): La conclusione perfetta per l'album: un brano denso ed emozionale che lascia scivolare l'ascoltatore in una quiete cupa ed evocativa.

"Blow Off Steam" è un debutto maturo e consapevole: una liberazione di energia sonora e concettuale che consolida i Floating Nest come una delle realtà più originali da seguire nel panorama sperimentale contemporaneo.

Un Primo Ascolto e l'acquisto: Quì


lunedì 17 agosto 2026

Lazuli - Être et ne Plus Être 2026 (Francia) Eclectic Prog

 

Cover album Etre et ne Plus Etre - Lazuli 2026

Ci sono dischi che si ascoltano con le orecchie e altri che si sentono direttamente nello stomaco. “Être et ne Plus Être”, il nuovo album dei francesi Lazuli, appartiene a questa seconda categoria.

Se avete sempre pensato che il rock progressivo sia solo un genere con assoli infiniti e tempi musicali sofisticati, quest’album vi farà ricredere. I Lazuli dimostrano che si può fare musica complessa, affascinante e fuori dagli schemi rimanendo incredibilmente vicini al cuore di chi ascolta.

La Magia di Uno Strumento Unico

La prima cosa che vi colpirà non è solo la bellezza della lingua francese, che si sposa meravigliosamente con la musica rock, ma un suono unico che non troverete in nessun altro gruppo al mondo.

La Léode: Claude Leonetti, uno dei fondatori della band, a causa di un incidente ha perso l'uso del braccio sinistro. Invece di arrendersi, ha inventato uno strumento unico al mondo suonato con la mano destra: la Léode. Il suo suono è una via di mezzo tra un violoncello malinconico e una chitarra elettrica spaziale. È il vero marchio di fabbrica dei Lazuli.

Emozione pura: La voce di Dominique Leonetti vi guiderà attraverso l'album come un cantastorie. Anche se non masticate il francese, il calore e la passione della sua interpretazione arrivano in modo immediato.

Di Cosa Parla l'Album?

Il titolo gioca con la famosa frase di Shakespeare (“Essere o non essere”), ma lo fa con una dolcezza disarmante. “Être et ne Plus Être” (Essere e non essere più) parla di ciò che cambia nelle nostre vite: i ricordi che restano, le persone che salutiamo, la bellezza del tempo che passa.

Invece di essere un disco triste, è un viaggio pieno di luce. La musica parte sottovoce, con arpeggi delicati che sembrano quasi una ninna nanna, per poi esplodere all'improvviso in aperture sonore maestose, ricche di energia e ritmo.

Perché Dovreste Ascoltarlo 

I Lazuli riescono in un'impresa rara: prendono la maestosità del rock, la poesia della canzone d'autore e la libertà del progressive, mescolando tutto in brani che scorrono via meravigliosamente. Non servono lauree in musicologia per godersi questo disco: basta mettersi le cuffie, chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare.

Se volete scoprire una band capace di farvi sognare ed emozionare come poche altre oggi in circolazione, “Être et ne Plus Être” è il punto di partenza perfetto.

Tre Brani da Ascoltare per Iniziare (Per chi ama i grandi viaggi musicali)

Se volete tuffarvi subito nella parte più ricca e ambiziosa di “Être et ne Plus Être”, vi consiglio di partire da questi tre brani guida:

1. Il Brano d'Apertura "Être ou ne Pas Être" - Un crescendo magistrale che vi farà capire come un brano possa evolversi da una semplice melodia acustica a un'esplosione rock travolgente.

2. La Traccia n° 5 "L'eau qui dort" - Oltre 7 minuti di pura magia progressiva, con cambi di tempo, atmosfere sognanti e gli interventi del Léode più emozionanti dell'intero disco.

3. L'Epilogo Sinfonico "Au Bord du Prècipice" - Il brano di chiusura dell'album, dove tutti gli strumenti si fondono in un finale maestoso che vi farà venire la pelle d'oca.

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Per chi desidera avvicinarsi ulteriormente al mondo dei Lazuli, pilastro del rock progressivo e dell'art rock transalpino, ci sono tre tappe discografiche davvero imprescindibili. La forza distintiva di questo gruppo sta nella scelta di cantare esclusivamente in francese e, come già detto, nell'impiego della Léode, uno strumento singolare ideato da Claude Leonetti capace di fondere le sfumature di una chitarra con quelle di un sintetizzatore.

La trilogia fondamentale

En avant doute.... (2006): Il disco del grande salto internazionale. Caratterizzato da un'esplosione di ritmiche esotiche, marimba e riff energici, questo lavoro raccoglie tracce drammatiche e suggestive che tracciano il profilo della loro prima fase artistica.

Tant que l'herbe est grasse (2014): Acclamato dalla critica per la sua coesione e maturità compositiva. Qui le architetture acustiche si sposano alla perfezione con le sonorità neo-prog e le potenti incursioni della Léode.

Le fantastique envol de Dieter Böhm (2020): Un suggestivo concept album dal forte impatto lirico e sinfonico. Attraverso la metafora di un uomo che assegna le sue canzoni alle onde del mare come messaggi in bottiglia, rappresenta uno dei momenti più toccanti della loro produzione.

Per continuare l'ascolto

Per ampliare oltre la conoscenza della loro discografia, vale la pena ricordare altri tre lavori significativi:

4603 battements (2011): Un capitolo denso di pathos, eccellente per focalizzarsi sulla loro scrittura dei brani.

Lazuli 11 (2023): Un progetto luminoso ed elegante, dove la grazia delle melodie incontra liriche di grande trasporto emotivo.

Naturalmente è imperdibile l'ultimo lavoro quì postato Être et ne plus être (2026): L'opera in studio più recente, caratterizzata da un'atmosfera intima, meditativa e fortemente teatrale.


domenica 16 agosto 2026

Stefano Panunzi - Caravaggio 2026 (Italia) Art Rock - Crossover Prog

Cover Album  Caravaggio - Stefano Panunzi 2026

 Stefano Panunzi – Caravaggio: la consacrazione di un maestro del chiaroscuro sonoro

L'ambizioso doppio album "Caravaggio" conferma la maturità e l'ispirazione di Stefano Panunzi. Tra chiaroscuri sonori, tensioni cinematiche e raffinatezze art rock, l'opera si impone a tutti gli effetti come il punto più alto della sua discografia.

Per cogliere appieno la portata di questo doppio album, occorre ripercorrere il cammino dell'artista romano:

Fin dal suo esordio solista con Timelines (2005), Panunzi aveva mostrato un'attitudine raffinata per il crossover prog e il pop sofisticato d'ispirazione nord-europea.

Un percorso proseguito con il successivo A Rose (2009), in cui le collaborazioni internazionali avevano iniziato a definire la sua impronta distintiva.

Il decisivo salto di qualità si era poi compiuto con Beyond the Illusion (2021) e Pages from the Sea (2023), dischi acclamati dalla critica e caratterizzati da sonorità ancor più avvolgenti e cinematiche.

Con "Caravaggio", Panunzi riprende ed espande le intuizioni dei lavori precedenti, elevandole a una dimensione orchestrale ed evocativa senza precedenti. Benché l'influenza del mondo di Steven Wilson (sia nelle produzioni soliste che nelle atmosfere malinconiche alla Porcupine Tree e No-Man) sia ben visibile e a tratti quasi esplicita, l'autore riesce a farla propria con personalità. Il titolo stesso non è casuale: il disco traduce in musica il celebre chiaroscuro di Merisi, creando continui contrasti tra improvvisi bagliori melodici e fondali cupi e stratificati.

Alcuni brani chiave dell'album:

Caravaggio (CD1 - Traccia 1): La suite d'apertura (di quasi dieci minuti) è la perfetta sintesi dell'evoluzione di Panunzi: un'architettura dinamica e imponente dove tastiere avvolgenti e tensioni ritmiche disegnano la tela sonora dell'intero progetto.

Hidden Ties (CD1 - Traccia 3): Con la voce inconfondibile di Tim Bowness e i fiati eleganti di Theo Travis, il brano incarna l'anima art rock e malinconica del disco, dove l'omaggio all'estetica wilsoniana emerge con maggiore forza ma con straordinaria classe.

Sea of Madness (CD2 - Traccia 11): Posizionato verso la conclusione del secondo CD, è un capitolo di pura atmosfera guidato dai fraseggi di David Torn e dal flicorno di Luca Calabrese, a riprova della capacità di Panunzi di integrare elementi jazz e avanguardia in una cornice elegante.

Se Beyond the Illusion e Pages from the Sea avevano tracciato la strada, "Caravaggio" ne rappresenta la naturale ed esaltante prosecuzione. Un lavoro imponente (24 tracce) che richiede un ascolto attento, ma che ripaga appieno, come l'opera definitiva di un compositore al vertice della propria creatività.

Stefano Panunzi & Elisabetta Todrani - "Ink Scars" (Video)


sabato 15 agosto 2026

Deep Purple – SPLAT! 2026 (UK)

 

Cover album  SPLAT! - Deep Purple 2026

Deep Purple – SPLAT!: L’anima heavy-prog dei pionieri del rock non si spegne

Cosa spinge una band con oltre mezzo secolo di storia alle spalle a rimettersi in gioco, evitando la trappola nostalgica dei tour d'addio infiniti? La risposta si nasconde tra i solchi digitali e i solchi del vinile di “SPLAT!”, il nuovo capitolo discografico dei Deep Purple pubblicato in questo luglio 2026.

Se qualcuno si aspettava un pigro compendio di hard rock standardizzato, rimarrà felicemente spiazzato: “SPLAT!” è un disco vibrante, coraggioso e, soprattutto, profondamente ancorato a quell'universo heavy prog che la band stessa ha contribuito a inventare tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70.

Il perfetto equilibrio tra Hammond e sei corde

L'album si apre senza timori reverenziali. La sezione ritmica è una macchina del tempo instancabile, ma il vero cuore pulsante del disco risiede nel dialogo serratissimo tra le tastiere e la chitarra. Non siamo di fronte a una semplice esibizione di muscoli; le tracce respirano attraverso strutture complesse e tempi dispari che deviano costantemente dai classici canoni del rock radiofonico.

La produzione mette in risalto un calore analogico avvolgente, quasi a voler dimostrare che l'energia del rock non ha bisogno di compressioni digitali esasperate. L’immancabile organo Hammond ruggisce come nei giorni migliori, stendendo tappeti sonori imponenti e lanciandosi in assoli vertiginosi che faranno la felicità degli amanti del progressive classico. La chitarra risponde colpo su colpo con riff taglienti e aperture melodiche drammatiche, figlie del miglior chitarrismo prog-oriented.

Tra psichedelia e suite strumentali

La vera sorpresa di “SPLAT!” è la sua imprevedibilità. I Deep Purple rispolverano la loro antica anima psichedelica, dilatando i brani e lasciando ampio spazio all'improvvisazione controllata.

Non mancano le cavalcate strumentali d'ampio respiro, dove la band abbandona momentaneamente la forma-canzone per esplorare territori più complessi. Le tracce si sviluppano attraverso continui cambi di tempo e atmosfere che fluttuano tra momenti di pura energia heavy e rallentamenti sognanti, quasi sinfonici. È proprio in queste suite che emerge la maturità di un gruppo che non ha più nulla da dimostrare, se non il proprio viscerale amore per la musica d'avanguardia.

Il mio verdetto

SPLAT!” non è solo un ottimo album dei Deep Purple: è una dichiarazione d'intenti. In un panorama musicale spesso omologato, i pionieri del genere ricordano a tutti che il rock progressivo non è un pezzo da museo, ma una materia viva, pulsante e ancora capace di graffiare.

Un ascolto obbligato per chi cerca dinamismo, tecnica e quel pizzico di sana follia strumentale tipica delle grandi produzioni degli anni Settanta.

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venerdì 14 agosto 2026

Riffstone - Mythical Creatures (UK) 2026

 

Cover album  Mythical Creatures - Riffstone 2026

"Mythical Creatures" dei Riffstone – Un disco rock che lascia il segno

Se c’è una cosa che serve al rock di oggi, è la capacità di raccontare belle storie senza complicarsi troppo la vita. I Riffstone lo sanno bene, e lo dimostrano dall'inizio alla fine nel loro nuovo album, "Mythical Creatures". Questo disco non è solo una raccolta di brani, ma un vero e proprio viaggio che fa venire in mente paesaggi desertici, storie misteriose e tanto buon rock vecchio stile.

Come suona l'album?

Fin dalla prima traccia, il disco mette le cose in chiaro: qui si suona rock duro, ma con un ritmo che ti entra subito in testa e un pizzico di melodia che non guasta mai. La cosa più bella è come è stato registrato: gli strumenti si sentono tutti benissimo, il basso è caldo e profondo e la batteria dà un ritmo forte e preciso.

Le chitarre sono le vere regine del disco. I giri di nota sono potenti e pesanti, ma ci sono anche dei bellissimi assoli che sembrano volare e che ti catturano fin dal primo ascolto.

Di cosa parla il disco?

Il titolo dell'album significa "Creature Mitiche", ma non aspettatevi canzoni su draghi o unicorni delle favole. Le creature di cui parlano i Riffstone siamo un po' tutti noi: parlano delle nostre paure, dei ricordi del passato e dei segreti che ognuno di noi si porta dentro.

 I pezzi migliori: Alcuni brani colpiscono dritto alla pancia con un ritmo lento e rock che ti conquista, mentre altre sono più veloci e piene di energia.

 La voce: Il cantante ha una voce fantastica, un po' graffiante. Riesce a passare da un tono calmo e quasi sussurrato a grida piene di energia.

La cosa più bella: Quest'album si sente che è vero. Non è musica finta fatta al computer: si percepisce il lavoro della band in sala prove e l'intesa tra i musicisti che suonano insieme con passione.

In conclusione: perché vale la pena ascoltarlo?

I Riffstone non hanno inventato un genere nuovo, ma sanno fare il loro lavoro maledettamente bene. "Mythical Creatures" è un disco solido, maturo, che va ascoltato a volume alto, magari in macchina o la sera per rilassarsi.

Se vi piace il rock vero, quello fatto con il cuore e con le chitarre che spingono forte, quest'album deve assolutamente entrare nella vostra lista dei preferiti di quest'anno.

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mercoledì 12 agosto 2026

Simone Cozzetto - Glass Cradle 2026 (Italia) Symphonic Prog


cover album Glass Cradler - Simone Cozzetto 2026

Con Glass Cradle, il polistrumentista e compositore romano Simone Cozzetto firma un’opera di Symphonic Progressive Rock imponente, raffinata e di rara caratura espressiva. L'album fonde maestria tecnica, tessiture sinfoniche di Mellotron e synth con fughe chitarristiche di stampo floydiano e neo-prog.

Architettura Sonora e Atmosfere

Il disco naviga tra sonorità eteree e crescendo drammatici, costruendo un ponte ideale tra il prog classico degli anni '70 e le produzioni sinfoniche contemporanee. Cozzetto cura la quasi totalità delle parti strumentali (chitarre elettriche ed acustiche, tastiere, basso, lap steel), bilanciando con misura virtuosismo ed evocazione visiva.

Pianificazione e Struttura: I 7 brani che compongono l'opera si sviluppano come una suite fluida, dove la dolcezza delle chitarre acustiche e del flauto traverso si alterna a complesse aperture sinfoniche.

Contributi Vocali di Rilievo: L'album si avvale di ospitate vocali d'eccezione che donano dinamismo drammatico ai testi, tra cui le interpretazioni di Roberto Tiranti (Glass Cradle, Framed), Michael Trew (Isolation, Sphinx) e Germana Noage (No Way).

Sezione Ritmica e Coloriture: La batteria sorregge i cambi di tempo con precisione chirurgica, affiancata dal flauto di Alex Mevi e dagli interventi di synth e pianoforte di Massimo Pieretti e Francesco Proietti.

Punti di Forza del Disco

Praetextum & Glass Cradle: Un'apertura folgorante dove la title-track mette in mostra l'estensione e il pathos di Roberto Tiranti su un tappeto di Mellotron e chitarre sognanti.

Isolation & Sphinx: Momenti in cui la psichedelia e il prog sinfonico si fondono, guidati dalla voce ipnotica di Michael Trew.

No Way: Traccia corale in cui le chitarre ritmiche di Matteo Palladini e i synth creano un'energia travolgente.

Conclusione

Glass Cradle è un lavoro maturo, sontuoso e ricco di sfumature, destinato a diventare un punto di riferimento per gli amanti del Rock Progressivo Italiano ed internazionale. Simone Cozzetto dimostra una straordinaria sensibilità compositiva nel coordinare un ensemble di talenti senza mai perdere di vista la coesione dell'opera.

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martedì 11 agosto 2026

Rick Miller - Temporal Illusion 2026 (Canada)

 

Cover album  Temporal Illusion - Rick Miller  2026

Viaggiare nel tempo con la musica di "Temporal Illusion" di Rick Miller

Se state cercando un album che vi faccia staccare la spina dalla frenesia quotidiana e vi trasporti in un'altra dimensione, avete bussato alla porta giusta. Oggi parliamo di "Temporal Illusion", uno degli ultimi capitoli discografici del polistrumentista canadese Rick Miller.

Non fatevi spaventare da etichette complesse come "rock progressivo" o "art rock". Questo disco è, prima di tutto, un bellissimo viaggio sonoro accessibile a chiunque ami la buona musica.

Atmosfere da film e sogni ad occhi aperti

Fin dalle prime note, Temporal Illusion si presenta come una via di mezzo tra la colonna sonora di un film di fantascienza e un sogno lucido. Rick Miller ha un talento raro: sa creare un'atmosfera. La sua musica non è fatta per essere ascoltata di fretta mentre si lavora in casa; va assaporata, magari sul divano e a luci soffuse.

L'album si sviluppa come un flusso continuo. 

Troverete:

 Chitarre dolci e sognanti, che ricordano molto lo stile leggendario dei Pink Floyd.

 Tastiere avvolgenti, che creano un sottofondo quasi spaziale, profondo e misterioso.

 Una voce calda e sussurrata, che non urla mai, ma vi accompagna per mano attraverso le tracce.

Di cosa parla l'album?

Il titolo stesso, "Illusione Temporale", ci dà un indizio importante. Le canzoni ruotano attorno al concetto di tempo, memoria e nostalgia. Miller gioca con i suoni per farci sentire sospesi tra il passato e il futuro. È un album malinconico? Un po' sì, ma di quella malinconia piacevole e rilassante, che fa riflettere senza rattristare.

Perché vale la pena ascoltarlo

Spesso il rock progressivo viene accusato di essere troppo complicato, pieno di assoli infiniti e tecnicismi per pochi esperti. Rick Miller fa l'esatto contrario: toglie il superfluo e lascia spazio alle emozioni.

Le melodie sono semplici, pulite e colpiscono dritto al cuore. Non serve una laurea in conservatorio per godersi questo disco: basta avere voglia di lasciarsi andare.

Il mio verdetto

Ideale per chi cerca un'oasi di pace, per gli amanti dei Pink Floyd più atmosferici e chiunque voglia regalarsi un'ora di puro relax mentale.

Temporal Illusion è un album solido, elegante e senza tempo. Un ascolto che consigliamo caldamente di inserire nella vostra prossima playlist serale.

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Gong - Bright Spirits 2026 (Multinazioni)

 

Cover album  Bright Spirits - Gong  2026

"Bright Spirits" dei Gong – Il ritorno della teiera spaziale, ma con i piedi nel futuro

Se c’è una band nella storia del rock che ha fatto della stravaganza e della libertà totale il proprio marchio di fabbrica, quella è sicuramente la band dei Gong. Nati negli anni '70 dalla mente geniale e folle di Daevid Allen, ci hanno fatto viaggiare nello spazio profondo a bordo di una mitica "teiera volante" (Flying Teapot), tra folletti verdi, filosofie hippy e una buona dose di sregolatezza.

Ma oggi ha ancora senso parlare di loro? La risposta è un clamoroso "sì", e ce lo dimostra il loro ultimo album, Bright Spirits.

Una vera e propria rivoluzione generazionale

Per capire questo disco bisogna prima comprendere un fatto fondamentale: la formazione attuale è composta da musicisti che nulla hanno avuto a che vedere con i fantastici esordi degli anni '70. Non si tratta di una reunion di vecchie glorie, ma di una line-up completamente nuova.

Questa totale discontinuità con il passato è la vera chiave di volta del progetto attuale. I nuovi elementi non sono intrappolati nel mito della vecchia "teiera volante"; al contrario, portano linfa nuova, influenze moderne e una freschezza tecnica che rigenera completamente il marchio Gong, pur rispettandone lo spirito libero originario.

Cosa è cambiato dagli anni '70?

Diciamocelo chiaramente: se cercate la fotocopia dei vecchi dischi, siete fuori strada. I Gong degli inizi erano anarchici, caotici, intrisi di psichedelia pura e legati a una narrazione mitologica quasi fumettistica.

 Meno caos, più focus: In Bright Spirits, quella "follia" un po' ingenua degli esordi lascia spazio a una produzione pulita, potente e decisamente più moderna.

 Strutture solide: Laddove negli anni '70 la musica sembrava fluttuare senza una meta precisa, oggi i brani hanno una direzione più chiara e un groove travolgente. I nuovi elementi sanno esattamente dove vogliono andare a parare.

L'anima sperimentale non muore mai

Ma attenzione a non scambiare questo disco per un album "commerciale". I Gong non hanno venduto l'anima al pop. La forte connotazione sperimentale, tipica del progressive rock moderno, è il cuore pulsante di tutto il lavoro.

Bright Spirits è un viaggio sonoro incredibile. Troverete tempi dispari che vi faranno perdere il ritmo, improvvisazioni jazz che si fondono con synth futuristici e chitarre distorte che graffiano al punto giusto.

La band riesce in un'impresa difficilissima: essere accessibile senza essere banale. I brani scorrono via che è un piacere, ma a ogni ascolto si scopre un dettaglio nuovo, un suono nascosto, un cambio di tempo inaspettato. È la dimostrazione di come il progressive possa evolversi, staccandosi dagli stereotipi del passato grazie all'energia di forze fresche.

In conclusione

Bright Spirits è un album luminoso, come suggerisce il titolo. Non è un nostalgico tributo ai bei tempi andati, ma un manifesto di ciò che i Gong sono oggi: una macchina musicale straordinaria, capace di farci sognare ancora, anche con un equipaggio completamente rinnovato.

Se amate la musica che osa, che sperimenta e che non si accontenta dei soliti quattro accordi, questo è il disco da ascoltare in cuffia stasera.

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lunedì 10 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo II°) Part. V° (Canamii) Sud Africa

Dall'Estremo Oriente viriamo bruscamente verso sud, compiendo l'ultima tappa di questo secondo volume in una terra la cui storia musicale è tanto ricca quanto complessa. Atterriamo nel Sud Africa della fine degli anni '70 per scoprire come, in un contesto politico e sociale drammatico e isolato, un gruppo di musicisti sia riuscito a far fiorire una gemma di puro prog sinfonico, intrisa di una forte impronta teatrale e fiabesca: i Canami.

Cover album  Concept - Canamii 1980
Canamii - Concept

Quando si mappa la geografia del progressive rock, l'Africa rimane spesso una macchia bianca sulle cartine dei collezionisti. Eppure, proprio nei momenti di maggiore isolamento culturale e politico, l'urgenza espressiva trova strade impensabili. È il caso del Sud Africa del 1978: mentre il paese è stretto nella morsa dell'Apartheid e le radio di regime boicottano quasi tutto ciò che non sia strettamente allineato, una band di Johannesburg decide di debuttare con un concept album orchestrale, ambizioso e totalmente fuori dal tempo. Loro sono i Canamii e il loro unico lascito si chiama "Concept".

Un'oasi sinfonica a Johannesburg

Il progetto Canamii nasce dall'incontro tra polistrumentisti e arrangiatori visionari, tra cui spiccano Paul Woodley (chitarre), Philip Nel (tastiere) e la cantante Claire Whittaker.

Nel 1978, l'industria discografica sudafricana è orientata o verso il pop leggero o verso il boicottaggio internazionale. Registrare un album prog in questo contesto è un atto di pura follia romantica. Eppure, la band riesce a farsi produrre dalla Atlantic locale, entrando in studio con un obiettivo chiaro: creare un'opera che unisca la complessità del rock sinfonico europeo a una forte componente narrativa e teatrale, quasi da colonna sonora cinematografica.

Concept: Tra fiaba, tastiere giganti e dinamica

L'unico omonimo album dei Canamii (noto appunto anche come Concept) è un lavoro sorprendente, strutturato come un racconto continuo. Il sound della band si distacca dalle spigolosità rock dei coevi connazionali Freedom's Children per abbracciare un prog sinfonico ultra-melodico, che guarda direttamente ai Renaissance più orchestrali e ai Genesis dell'era Wind & Wuthering.

 La teatralità vocale di Claire Whittaker: La voce di Claire è il filo conduttore dell'album. Chiara, potente e drammatica, si muove su linee melodiche complesse, dando al disco un'atmosfera fiabesca, a tratti epica, che bilancia perfettamente le incursioni strumentali.

 Muri di tastiere e arrangiamenti classicheggianti: Philip Nel tesse trame imponenti usando sintetizzatori, organo e pianoforte con un approccio marcatamente classico. I brani cambiano costantemente atmosfera, alternando ballate acustiche e delicate a improvvise aperture sinfoniche dove la chitarra di Woodley esce allo scoperto con assoli di grande gusto melodico.

Ciò che colpisce di Concept è la pulizia della produzione, incredibile se si pensa ai mezzi dell'epoca in quel territorio, e la capacità di mantenere una narrazione fluida per tutta la durata del disco, senza mai cadere nella noia o nel virtuosismo fine a se stesso.

Il valore di una rarità assoluta

Inutile dire che, date le barriere commerciali del Sud Africa dell'epoca, il disco dei Canamii rimase confinato entro i confini nazionali, diventando quasi subito un fantasma editoriale. Per decenni, scovare una copia in vinile della Atlantic sudafricana è stata un'impresa titanica riservata a pochissimi eletti.

Fortunatamente, l'archeologia musicale del prog ha fatto il suo corso e la successiva riscoperta da parte delle etichette di ristampa ha sottratto i Canamii all'oblio. Concept resta una testimonianza straordinaria: la prova che la musica progressiva, con il suo desiderio di evadere dalla realtà per costruire mondi alternativi, è riuscita a mettere radici e a generare bellezza anche negli angoli più inaspettati e complessi del pianeta.

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Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo II°) Part. IV° (Yonin Bayashi) Giappone

Dall'energia latina dei Crucis attraversiamo l'Oceano Pacifico per approdare in un Giappone in pieno fermento creativo. A metà degli anni '70, mentre l'Occidente guardava al Sol Levante quasi solo per la tecnologia, un gruppo di giovanissimi musicisti stava ridefinendo i confini del rock psichedelico e progressivo asiatico, assimilando la lezione dello space-rock britannico per rivestirla di una precisione e di una poesia uniche. Parliamo degli Yonin Bayashi.

Cover album  Isshoku-Sokuhatsu - yonin bayashi 1974
yonin bayashi Isshoku-Sokuhatsu

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori: Yonin Bayashi

Quando si esplora il progressive rock giapponese, il rischio è quello di imbattersi in band degli anni '80 caratterizzate da tastiere gelide e un sound marcatamente neo-prog. Ma se si scava indietro fino agli anni '70, si scopre una stagione d'oro di una spontaneità e di una finezza disarmanti. In cima a questa piramide sotterranea ci sono senza dubbio gli Yonin Bayashi, una band che è riuscita a prendere il lirismo dilatato dei Pink Floyd e a fonderlo con la precisione millimetrica tipica della cultura nipponica.

Il loro capolavoro del 1974, "Isshoku-Sokuhatsu", è un titolo che in giapponese descrive una situazione esplosiva, pronta a scattare al minimo tocco. Ed è esattamente ciò che si prova poggiando la puntina sul piatto: un perfetto equilibrio tra quiete ipnotica e improvvise scariche elettriche.

I quattro musicisti del tempo

Nati a Tokyo nei primi anni '70 come quartetto, gli Yonin Bayashi schieravano una formazione di autentici talenti precoci: Daiji Okai alla batteria, Shin'ichi Nakamura al basso, Hidemi Sakashita alle tastiere e, soprattutto, il leader carismatico Katsutoshi Morizono alla chitarra e alla voce.

Mentre molte band coeve in Giappone si limitavano a copiare pedestremente il blues rock americano o il prog sinfonico europeo, questi ragazzi scelsero una terza via. Decisero di cantare rigorosamente in lingua madre (scelta coraggiosa all'epoca per il rock locale) e di puntare tutto sulla costruzione di atmosfere dilatate, cinematiche e fortemente evocative.

La risposta giapponese a "Dark Side of the Moon"

Ascoltare Isshoku-Sokuhatsu significa fare un viaggio a cavallo tra lo space-rock di Meddle e le suite più ragionate dei Camel. La genialità degli Yonin Bayashi sta nella gestione dello spazio e del silenzio: la loro musica non è mai inutilmente affollata di note, ma ogni singolo tocco è pesato per massimizzare l'impatto emotivo.

 La chitarra liquida di Morizono: Il lavoro chitarristico in questo album è celestiale. Morizono possiede un tocco fluido ed elegante che flirta costantemente con il jazz-rock, alternando arpeggi malinconici ad assoli graffianti dal sustain infinito che ricordano il miglior David Gilmour.

 Tastiere e dinamiche ipnotiche: Sakashita stende tappeti di tastiere discreti ma fondamentali, lasciando che la sezione ritmica crei groove ipnotici e mai banali. Il brano che dà il titolo all'album è una suite magistrale di oltre dodici minuti in cui i cambi di tempo e di atmosfera avvengono con una naturalezza disarmante, passando da momenti di pura psichedelia fluttuante a riff di chitarra rock granitici.

Un culto transoceanico

Nonostante l'enorme successo di critica in patria (furono persino scelti per aprire le date giapponesi dei Rainbow di Ritchie Blackmore), fuori dai confini nazionali gli Yonin Bayashi rimasero a lungo un segreto custodito gelosamente da pochi collezionisti disposti a pagare cifre astronomiche per le stampe originali della Toho Records.

La band subirà cambi di formazione negli anni successivi, virando verso sonorità più commerciali e fusion, ma il valore storico e artistico del loro debutto del 1974 resta intatto e leggendario. Isshoku-Sokuhatsu è la dimostrazione fulgida di come il progressive rock potesse diventare un linguaggio globale, capace di assorbire l'anima d'oltreoceano per restituire un'opera d'arte profondamente radicata nella sensibilità e nel fascino del Sol Levante.

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Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo II°) Part. III° (Crucis) Argentina

Dalle atmosfere dense e stratificate del prog americano dei Cathedral, ci spostiamo ora verso il calore e la travolgente energia del Sud America. Voliamo in Argentina per riscoprire una band leggendaria che, pur avendo avuto una vita brevissima, ha lasciato un segno indelebile grazie a una combinazione unica di tecnica impressionante e passione latina: i Crucis.

Immagine Band - Crucis

Rubrica Brevi Storie delle prog band minori: Crucis

Se c’è una nazione che negli anni '70 ha saputo assimilare la lezione del progressive rock europeo per poi sputarla fuori con una foga, un lirismo e un'elettricità del tutto unici, quella è l’Argentina. In questo panorama così fertile e drammatico, i Crucis rappresentano una delle vette assolute del rock sinfonico ed energetico dell'intero continente.

Autori di due soli album prima di sciogliersi, questi quattro musicisti straordinari sono riusciti a fondere la complessità del prog con una visceralità ritmica quasi hard rock. Il risultato? Un suono travolgente che, in più di un'occasione, evoca la magia e la freschezza dei primi capolavori di casa nostra.

Un quartetto di virtuosi nella Buenos Aires degli anni '70

La storia dei Crucis decolla a Buenos Aires intorno al 1974, quando la formazione si stabilizza come un quartetto formidabile: Gustavo Montesano (basso e voce), Pino Marrone (chitarra), Aníbal Kerpel (tastiere) e Gonzalo Farrugia (batteria).

A differenza di molte band minori che faticavano a trovare spazio, i Crucis impressionano fin da subito per la loro devastante potenza tecnica dal vivo. Vengono notati da Charly García (il padrino del rock argentino), che decide di produrre il loro omonimo album di debutto nel 1976. Ma è con il secondo e ultimo capitolo, "Los Delirios del Mariscal" (sempre del 1976), che la band firma il suo capolavoro definitivo: un album interamente strumentale che ridefinisce i confini del prog sinfonico e del jazz-rock.

Cover album Crucis - Crucis 1976
Crucis - Crucis

Cover album Los Delirios del Mariscal - Crucis  1976
Crucis - Los Delirios Del Mariscal

Quell'inconfondibile profumo di PFM

Per un ascoltatore italiano (e non solo), l'ascolto dei Crucis regala spesso improvvisi brividi di familiarità. La loro musica ha un legame genetico fortissimo con la sensibilità mediterranea e, in particolare, con i primi due storici album della Premiata Forneria Marconi: Storia di un minuto e Per un amico.

Non si tratta di una banale imitazione, ma di una profonda affinità elettiva. Nelle trame dei Crucis ritroviamo:

 I dialoghi tra tastiere e chitarra: Il modo in cui i synth e l'organo di Aníbal Kerpel si intrecciano con i fraseggi solisti e fulminei della chitarra di Pino Marrone ricorda da vicino la magica intesa tra Flavio Premoli e Franco Mussida.

 La transizione dinamica: Proprio come nei primi lavori della PFM, i Crucis sono maestri nel passare, nello spazio di un secondo, da passaggi acustici delicati, quasi bucolici e pastorali, a improvvise ed esplosive cavalcate sinfoniche guidate da una sezione ritmica serratissima.

 La solarità melodica: Nonostante la complessità strutturale dei brani (come la monumentale title-track Los Delirios del Mariscal), la melodia resta sempre al centro. È un prog luminoso, caldo, che privilegia l'emozione e il dinamismo rispetto all'oscurità claustrofobica tipica di certe band nordeuropee.

Una cometa nel cielo argentino

La parabola dei Crucis fu purtroppo tanto luminosa quanto breve. Le tensioni interne e la complessa situazione politica e sociale dell'Argentina della fine degli anni '70 spinsero la band allo scioglimento nel 1977, subito dopo un tour di grande successo in Brasile.

Ciò che resta nella loro discografia è però oro puro. Los Delirios del Mariscal non è solo un disco consigliato ai collezionisti, ma un ascolto obbligatorio per chiunque ami la PFM più energica e voglia scoprire come quella stessa urgenza espressiva sia riuscita a fiorire, intatta e vibrante, dall'altra parte del mondo. Un vero e proprio gioiello di dinamismo strumentale che merita di essere rispolverato e celebrato.

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