sabato 8 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. V° (Yezda Urfa) US

                                         Yezda Urfa (US)

Yezda Urfa - Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. V°

Se pensate che il progressive rock degli anni '70 sia stato un affare esclusivamente europeo, fatto di conservatori, atmosfere medievali e aplomb britannico, preparatevi a ricredervi. Per il capitolo finale della nostra prima cinquina attraversiamo l'oceano e atterriamo a Portage, una cittadina industriale dell'Indiana, Stati Uniti.

È qui che nel 1973 un manipolo di polistrumentisti fuori di testa decide di fondare gli Yezda Urfa. Il loro obiettivo? Prendere la complessità geometrica del prog europeo, moltiplicarne la velocità per dieci e frullare il tutto con un'ironia dissacrante. Il risultato è una delle montagne russe musicali più incredibili mai registrate su nastro.

Una tempesta di note nel vuoto discografico

Guidati dal polistrumentista Rick Rodenbaugh alla voce e da una sezione ritmica formata da Marc Miller (basso) e Brad Christoff (batteria), gli Yezda Urfa si sono subito dei mostri di tecnica. Ma a differenza delle grandi band americane del periodo (come i Kansas o gli Styx), che cercavano di unire il prog all'hard rock da arena per scalare le classifiche, questi ragazzi ignoravano totalmente le regole del mercato.

Il loro stile era un mosaico impazzito. Immaginate i cambi di tempo matematici e spezzati dei Gentle Giant, gli intrecci melodici frenetici dei Gentle Giant o degli Yes del periodo Relayer, e l'umorismo grottesco e tagliente di Frank Zappa. In un solo brano degli Yezda Urfa potevate trovare un assolo di flauto folk, una sfuriata jazz-fusion, un coro polifonico a cappella e un riff di chitarra ai limiti del metal. Il tutto eseguito a una velocità d'esecuzione che definire "frenetica" è un eufemismo.

Il dramma delle autoproduzioni: Boris e Sacred Baboon

La proposta degli Yezda Urfa era così estrema e fuori dagli schemi che nessuna casa discografica americana ebbe il coraggio di metterli sotto contratto. Troppo complessi per le radio rock, troppo bizzarri per il pubblico di massa.

Cover album Boris - Yezda Urfa 1975



Nonostante l'isolamento, la band non si arrese e nel 1975 registrò un demo album intitolato "Boris", stampato privatamente in pochissime copie (oggi un vinile originale vale una fortuna tra i collezionisti). L'anno successivo, nel 1976, entrarono nuovamente in studio per registrare il loro capolavoro formale: "Sacred Baboon".

Cover album Sacred Baboon - Yezda Urfa 1976



 Brani come ToTa in the Moya o Cancer of the Band sono monumenti al virtuosismo d'avanguardia. Le tastiere di Phil Kimbrough e la chitarra di Mark Tipins si incastrano in rincorse sonore millimetriche, mentre la voce di Rodenbaugh si lancia in vocalizzi teatrali e surreali.

Purtroppo, anche Sacred Baboon non trovò sbocchi commerciali. Schiacciata dall'indifferenza delle major e dall'impossibilità di sopravvivere senza un supporto economico, la band si arrese e si sciolse alla fine del decennio, svanendo nel nulla senza aver mai pubblicato ufficialmente il proprio capolavoro (che vedrà la luce solo nel 1989 grazie all'etichetta Syn-Phonic).

Il mito sotterraneo

Con gli anni, la leggenda degli Yezda Urfa è cresciuta a dismisura grazie al passaparola globale tra gli amanti del prog più estremo e tecnico. Oggi sono considerati dei pionieri assoluti, anticipatori di quel filone iper-tecnico e matematico che anni dopo prenderà il nome di Math Rock o prog-metal d'avanguardia.

Gli Yezda Urfa sono stati una meteora impazzita, un gruppo che ha osato sfidare i limiti del tecnicismo senza mai perdere il gusto per il divertimento. Il finale perfetto per dimostrare che il progressive rock, negli anni '70, non aveva confini né geografici né mentali.

Un primo ascolto quì sotto:



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