giovedì 27 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IV°) Part. IV° (Danimarca) Ache

Voliamo in Danimarca per riscoprire gli Ache, un gruppo formidabile che già nei primissimi anni '70 proponeva un prog sinfonico ed esplorativo di assoluta avanguardia, lontano dalle mode e con un uso impressionante dell'organo Hammond.

Cover album De Homine Urbano - Ache 1970

Rubrica Storie delle prog band minori: Ache – De Homine Urbano (1970)

Quando si parla dell'alba del rock progressivo europeo nei primissimi anni '70, la mente va subito alla Gran Bretagna o alla Germania. Eppure, nel profondo Nord, la Danimarca vantava una scena fermentativa di primissimo ordine. Tra le band più audaci e mature di quel periodo spiccano gli Ache, un quartetto che già nel 1970, con il suo primo capolavoro "De Homine Urbano", ha saputo firmare una delle opere più avanguardistiche, complesse e visionarie dell'epoca.

Mentre molti gruppi stavano ancora cercando di capire come integrare la musica classica nel rock, gli Ache avevano già perfezionato un linguaggio unico, dove lunghe suite strumentali e intuizioni teatrali si fondevano in un'esperienza sonica totale.

I pionieri di Copenaghen

Formatisi a Copenaghen alla fine degli anni '60, gli Ache vedevano nella loro formazione di punta Torsten Olafsson (basso, voce e percussioni), Finn Olafsson (chitarre), Glenn Fischer (batteria) e il vero e proprio motore sonoro della band, il tastierista Peter Mellin.

Già da questo suo fantasioso esordio del 1970 (De Homine Urbano), la band si distinse per una scelta radicale: comporre brani lunghissimi pensati per accompagnare spettacoli di danza moderna e parti teatrali. Questo legame con le arti visive diede alla loro musica una spiccata natura drammatica e cinematografica, priva delle classiche strutture canzone pop dell'epoca.

De Homine Urbano: L'organo Hammond e l'avanguardia nordica

Pubblicato nel 197o dalla Philips, De Homine Urbano è un album monumentale diviso sostanzialmente in due grandi suite che occupano le due facciate del vinile. È un lavoro d'impatto, oscuro e magnificamente distorto, guidato da un approccio tastieristico che non sfigura affatto accanto a quello di giganti come Keith Emerson o Jon Lord.

Il dominio sonoro di Peter Mellin: Mellin fa letteralmente ruggire il suo organo Hammond. Il suo stile passa con disinvoltura da contrappunti di chiara matrice bachiana a dissonanze quasi jazz e rumoriste, anticipando molte soluzioni che il prog sinfonico avrebbe adottato solo negli anni successivi.

Tensioni ritmiche e intrecci di chitarra: La chitarra di Finn Olafsson si muove tra arpeggi delicati e riff pesanti, quasi hard rock, mentre la sezione ritmica di Fischer e Torsten Olafsson garantisce cambi di tempo continui e una spinta propulsiva ipnotica.

La suite che dà il titolo all'album, De Homine Urbano, è un capolavoro di drammaturgia musicale: tra passaggi cantati in lingua madre (e in inglese), esplosioni d'organo e momenti di pura improvvisazione d'avanguardia, il brano dipinge affreschi sonori cupi ed epici con una maestria disarmante per il 1970.

Un'eredità da riscoprire

Nonostante l'immenso valore artistico dei loro primi due lavori, la svolta verso sonorità più commerciali negli anni successivi portò a un ridimensionamento del nome degli Ache, che finirono per sciogliersi alla fine del decennio.

Tuttavia, De Homine Urbano rimane una pietra miliare assoluta del prog scandinavo e proto-sinfonico. Un album coraggioso, oscuro e incredibilmente maturo per i suoi tempi, che merita di essere riscoperto da tutti gli amanti delle sonorità analogiche più viscerali e avventurose.

Un primo ascolto: QUI

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