Big Big Train – Woodcut (2026)
Un’opera concettuale di altissimo profilo
Ci sono band che non si accontentano di adagiarsi sui propri successi, ma sentono il bisogno viscerale di evolversi, di scavare sempre più a fondo nella materia sonora per tirarne fuori un senso nuovo. È esattamente quello che hanno fatto i Big Big Train con "Woodcut", sedicesimo album in studio e vera e propria pietra miliare della loro trentennale carriera.
Se con il precedente The Likes Of Us (2024) il gruppo aveva inaugurato la transizione verso la formazione guidata dalla carismatica voce di Alberto Bravin, Woodcut alza radicalmente l'asticella: ci troviamo di fronte al primo concept album continuo e organico nella storia del gruppo.
Il tema centrale ruota attorno alla figura dell'Artista, alla spinta creativa, all'ossessione per il dettaglio e al sottile confine che separa l'ispirazione dalla perdita di sé. Come un incisore che intaglia il legno asportando il superfluo per rivelare l'immagine nascosta, i Big Big Train costruiscono una narrazione sonora simmetrica, fatta di contrasti tra luce e ombra, positivo e negativo.
Il suono: tradizione e rinnovamento
Ciò che rende Woodcut un lavoro di rara brillantezza è il perfetto equilibrio tra la maestosità del Symphonic Prog classico (i richiami alla delicatezza dei Genesis o alla profondità dei dettagli stilistici inglesi) e un'energia viscerale, a tratti moderna e inaspettatamente grintosa.
I sedici brani che compongono il disco non si presentano come una semplice sequenza di canzoni, ma come un'unica grande suite fluida in cui i temi musicali (i classici leitmotiv) ritornano, si trasformano e cambiano forma nell'arco dell'opera.
La formazione schierata è in uno stato di grazia invidiabile:
Alberto Bravin si conferma un leader d'eccezione, capace di passare da momenti di estrema dolcezza e intimismo a interpretazioni vocali intense e drammatiche.
L'ossatura ritmica guidata da Gregory Spawton (basso e pedali) e Nick D’Virgilio (batteria e percussioni) è una roccia di precisione e dinamismo.
La sezione strumentale composta da Oskar Holldorff (tastiere, Mellotron, piano) e Rikard Sjöblom (chitarre, organo Hammond) regala intrecci armonici sontuosi.
La presenza determinante del violino di Clare Lindley e della tromba di Paul Mitchell arricchisce la tavolozza sonora con colori folk, classici e sognanti.
Viaggio traccia per traccia: i punti salienti dell'album
L'Apertura e la Creatività: L'introduttiva e malinconica Inkwell Black predispone l'ascoltatore all'atmosfera d'insieme, cedendo il passo alla magnificenza di The Artist. In oltre sette minuti, questo brano riassume l'essenza stessa del prog: chitarre acustiche a 12 corde, esplosioni ritmiche, soli di tromba toccanti e un testo che affronta i dubbi di chiunque cerchi di creare arte. The Lie Of The Land prosegue con intrecci vocali e pianoforti avvolgenti che ricordano la natura incontaminata delle campagne inglesi.
Tensioni e Inquietudini: Con The Sharpest Blade e la frenetica Albion Press l'album mostra il suo lato più spigoloso e avvincente. Qui emergono ritmi sincopati, la voce graffiante e misteriosa di Clare Lindley e riff rock di grande impatto, a testimoniare la tormentata ossessione del protagonista.
I Contrasti e la Svolta: La parte centrale del disco gioca su specchi e contrapposizioni. Tracce più raccolte come Chimaera o la poetica Arcadia offrono un respiro acustico e melodico di grande lirismo, mentre pezzi vertiginosi e complessi come la strumentale Cut And Run o l'impetuosa Warp And Weft mostrano la band al massimo della propria potenza tecnica e virtuosistica.
Verso il Finale: Man mano che ci si avvicina alla conclusione, Light Without Heat e Dreams In Black And White riprendono i temi iniziali rivestendoli di una luce diversa, carica di disillusione e consapevolezza. La vetta emotiva dell'album si raggiunge con Counting Stars: oltre cinque minuti di pura estasi progressiva, sostenuti dai pedali del basso, da un assolo di chitarra mozzafiato e dall'interpretazione vocale forse più commovente dell'intero disco. A chiudere il cerchio ci pensa Last Stand, epilogo perfetto e maestoso che sigilla il racconto.
Giudizio Finale
"Woodcut" non è semplicemente un gran bel disco di rock progressivo: è la dimostrazione di come un genere storico possa rimanere vivo, vibrante e rilevante senza scivolare nell'effetto nostalgia o in esercizi di stile fine a se stessi.
I Big Big Train hanno confezionato un'opera coerente, elegante, ricca di sfumature narrative e musicali, capace di conquistare sia il fan storico alla ricerca di ricchezza strutturale, sia l'ascoltatore occasionale guidato dal gusto per le buone melodie e le grandi storie. Un lavoro destinato a rimanere a lungo nelle cuffie e nei cuori degli appassionati.
Un primo ascolto: The Artist, Albion Press, Chimaera, Cut And Run, Counting Stars
Buy: Quì

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