domenica 27 settembre 2026

Broken Springs - Hidden Door 2026 (Ungheria)

 

Cover album Hidden Door - Broken Springs 2026

Il debutto dei Broken Springs, intitolato Hidden Door, si presenta fin dal primo ascolto come un’opera di rara coerenza viscerale e raffinatezza compositiva. Nel panorama contemporaneo del progressive rock, spesso incline a un tecnicismo sterile o a una stancante nostalgia anni '70, il collettivo ungherese sceglie una via diversa e decisamente più coraggiosa: quella dell’emotività pura legata alla forma canzone evoluta.

Un’architettura sonora tra intimità e maestosità

L'album non cerca mai il virtuosismo fine a se stesso; la perizia tecnica dei musicisti - tutti professionisti con anni di esperienza alle spalle - è costantemente messa al servizio dell'atmosfera. Hidden Door funziona proprio come suggerisce il titolo: una porta socchiusa su stanze sonore inaspettate, dove momenti rarefatti e acustici sfociano improvvisamente in aperture sinfoniche di grande impatto drammatico.

La fusione tra stilemi classici del prog (archi sintetizzati, tempi dispari mai ostentati, tessiture di tastiere avvolgenti) e sonorità contemporanee (chitarre dal timbro moderno, una sezione ritmica asciutta e profonda) dona al disco una freschezza dinamica notevole. Ogni traccia respira, lasciando che siano il silenzio e la variazione di volume a guidare la tensione emotiva.

La presenza carismatica di Madeline Besson

Elemento di rottura ed autentico valore aggiunto dell'album è l'innesto della cantante francese Madeline Besson (nota anche per il progetto Molly Moonshine). La sua vocalità non si adegua ai cliché del progressive metal o del prog sinfonico tradizionale:

 Timbro e interprete: Possiede un colore caldo, sfaccettato e profondo, capace di passare da un sussurro intimo e malinconico a vette d'estensione graffianti ed evocative.

 Identità sonora: La combinazione tra la matrice strumentale mitteleuropea dei Broken Springs e l'espressività di stampo chiaramente europeo-occidentale di Besson crea un contrasto magnetico che diventa il vero marchio di fabbrica di Hidden Door.

I punti di forza del disco

1. Gestione delle dinamiche: I pezzi non risultano mai prevedibili. Le strutture ampie ed elaborate non appesantiscono l'ascolto grazie a un bilanciamento continuo tra melodie immediate ed espansioni strumentali.

2. Produzione indipendente pulita ed organica: Pur trattandosi di un'autoproduzione, il suono è fluido, arioso e privo di quella compressione eccessiva che spiana la resa dinamica nelle produzioni moderne.

3. Forte spinta melodica: Nonostante la complessità degli arrangiamenti, i temi melodici rimangono impressi fin dai primi ascolti, rendendo l'opera accessibile anche a chi non frequenta abitualmente i territori del prog.

CONCLUSIONE

Hidden Door è un debutto maturo e rigenerante per la scena progressive europea. I Broken Springs dimostrano che è ancora possibile fare rock progressivo mettendo l'anima e il sentimento al centro del progetto, senza rimanere ostaggio del passato o cedimenti auto-celebrativi. Un album ideale per chi cerca musica d'atmosfera, ricca di dettagli da svelare ascolto dopo ascolto.

Tracce consigliate: Le composizioni più estese del disco, dove il dialogo tra la voce di Madeline Besson e i crescendo strumentali della band raggiunge la massima espressività.

Un ascolto imprescindibile. Quì


mercoledì 23 settembre 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. VI° (Italia) Corte dei Miracoli

 

Cover album  Corte dei Miracoli - Corte dei Miracoli 1976

Rubrica Storie delle prog band minori: Corte dei Miracoli 

Per questa tappa dedicata al prog italiano è d'obbligo fare un'eccezione alla regola: aggiungere un contenuto bonus speciale dedicato a una band che si lega in maniera viscerale e perfetta alle altre cinque protagoniste della selezione. Parliamo della Corte dei Miracoli, formazione ligure che nel 1976 diede alle stampe per la GDM il suo omonimo capolavoro d'esordio, firmando una delle testimonianze più eleganti e travolgenti dell'intero panorama nazionale.

Con un suono dominato da un virtuosismo mai fine a sé stesso e un doppio intreccio di tastiere da capogiro, il gruppo rappresenta il coronamento ideale di questo viaggio nel prog nostrano.

Il marchio di fabbrica: Doppie tastiere e dinamismo lirico

La caratteristica distintiva della Corte dei Miracoli risiede nella presenza di ben due tastieristi di formazione classica, capaci di creare una muraglia sonora imponente e raffinata. La lineup vedeva Graziano Zippo alla voce solista, Alessio Feltri e Riccardo Zegna alle tastiere, Gabriele Siri al basso e Flavio Scogna alla batteria e percussioni (con la partecipazione speciale di Vittorio De Scalzi dei New Trolls alla chitarra nel primo brano e al missaggio).

L'assenza di una chitarra di ruolo nella formazione base viene brillantemente compensata dal dialogo perenne tra pianoforte, organo Hammond e sintetizzatori, sostenuti da una sezione ritmica rocciosa e dalla voce drammatica e potente di Zippo.

Corte dei Miracoli (1976): Un capolavoro di equilibrio sinfonico

L'album del 1976 si sviluppa in cinque traccia-capolavoro per oltre 41 minuti di pura estasi progressiva:

...E Verrà L'Uomo e Verso Il Sole: L'inizio è folgorante. Tra contrappunti di tastiera, stacchi ritmici complessi e la chitarra di De Scalzi ad impreziosire l'apertura, la band mostra subito la capacità di unire la potenza del rock sinfonico a una vena melodica genuinamente italiana.

Una Storia Fiabesca e Il Rituale Notturno: Episodi in cui la poetica del gruppo si fa più scura ed evocativa. Tra arpeggi di pianoforte, fughe d'organo dal sapore barocco e un basso pulsante, la musica evoca scenari d'altri tempi.

I Due Amanti: La suite finale di oltre 13 minuti rappresenta il vertice espressivo del disco. Un lungo viaggio sonoro ricco di variazioni di tempo, crescendo drammatici e momenti di sospensione lirica che confermano la straordinaria maturità della band.

Il capitolo ritrovato: Dimensione Onirica (1992)

A dimostrazione della straordinaria vena creativa di questa formazione, nel 1992 l'etichetta Mellow Records ha recuperato e pubblicato "Dimensione Onirica".

Sebbene sia venuto alla luce nei primi anni '90, il materiale contenuto nel disco è stato interamente concepito e registrato nella metà degli anni '70, prima dello scioglimento della band. Si tratta di un album che racchiude registrazioni d'epoca e brani inediti che confermano la dimensione sognante, complessa e fiabesca del gruppo, regalando ai collezionisti un ulteriore tassello di inestimabile valore.

La Corte dei Miracoli rimane così la perfetta ciliegina sulla torta di questo capitolo italiano: un miracolo sonoro che merita un posto d'onore tra le grandi opere del rock progressivo.

Un Primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. V° (Italia) Cherry Five

Cover album  Cherry Five - Cherry Five 1975

 Dalla maestosità dei Murple continuiamo la quinta tappa del nostro viaggio nella scena italiana con un gruppo legato a una delle storie più affascinanti e curiose di tutta la musica nostrana: i Cherry Five.

Pubblicato nel 1975 per la Cinevox, l'omonimo "Cherry Five" rappresenta uno straordinario esempio di prog sinfonico anglo-italiano, nato dalle ceneri degli Oliver e destinato a trasformarsi, quasi contestualmente, nel nucleo fondante dei celeberrimi Goblin. 

Rubrica Storie delle prog band minori: Cherry Five

Nel 1975 vede la luce un lavoro di rara caratura tecnica, rimasto a lungo avvolto in un'aura di mistero per via delle intricate vicende di formazione che lo accompagnarono. L'album "Cherry Five" dei Cherry Five è una gemma di prog sinfonico cantata interamente in lingua inglese, guidata da intrecci di tastiere scintillanti e riff di chitarra di chiarissima scuola britannica, con fortissimi richiami a Yes e Genesis.

Incisione registrata prima che il gruppo cambiasse nome in Goblin per firmare la colonna sonora di Profondo Rosso, questo LP brilla di luce propria grazie ad arrangiamenti complessi, ritmiche serrate e una carica melodica di altissimo livello.

Virtuosismo britannico con cuore romano

L'organico impegnato sul disco vanta nomi che avrebbero segnato la storia della musica per film e del rock progressivo: Tony Tartarini alla voce solista, Massimo Morante alle chitarre ed in veste di compositore, Claudio Simonetti a tastiere e composizione, Fabio Pignatelli al basso e chitarra acustica, e Carlo Bordini a batteria e percussioni.

Le rutilanti tastiere di Simonetti (Mellotron, organo e synth) si spingono in serrati contrappunti con la chitarra elettrica di Morante, sorrette da un basso pulsante e da una batteria versatile, creando un'architettura sonora ricca e mai statica.

Cherry Five (1975): Tra letteratura, ritmo e sinfonismo

L'album si articola in sei traccia-capolavoro per un totale di oltre 42 minuti di pura musica progressiva:

Country Grave Yard e The Picture of Dorian Gray: I due lunghi brani d'apertura mostrano subito la caratura della band. Tra aperture tastieristiche solenni, continui cambi di tempo e l'ispirato canto di Tartarini, la musica si muove agile tra atmosfere cupe ed esplosioni di puro sinfonismo.

The Swan Is a Murderer (Part 1 & Part 2): Divisa in due sezioni, questa composizione mette in luce l'incredibile coesione del gruppo, dove arpeggi delicati e ritmiche spezzate sfociano in assoli lirici di chitarra e synth.

Oliver e My Little Cloud Land: La parte finale consolida l'ispirazione britannica del disco. Oliver, con i suoi oltre nove minuti, è un monumento di tecnica ed eleganza, mentre My Little Cloud Land chiude l'opera con un perfetto bilanciamento tra potenza rock e ricchezza d'arrangiamento.

I capitoli e le reincarnazioni successive

Se il disco del 1975 rimase a lungo un episodio isolato per via del travolgente successo ottenuto dai membri fondatori sotto il marchio Goblin, la storia degli Cherry Five non si è spenta del tutto. A distanza di quarant'anni, la sigla è stata ripresa per dare vita a nuovi capitoli discografici:

Il Pozzo Dei Giganti (2015): Album che vede il ritorno di Tony Tartarini e Carlo Bordini insieme a una nuova formazione, per un ambizioso concept ispirato alla Divina Commedia di Dante.

De Rossi e Bordini: De Rossi e Bordini (2022): Un'ulteriore diramazione e continuazione del percorso artistico legata al batterista Carlo Bordini insieme a Gianluca De Rossi.

L'album d'esordio "Cherry Five" del 1975 rimane un punto fermo e imprescindibile: un lavoro fresco, internazionale ed energico che chiude degnamente la quinta parte di questo  nostro ottavo capitolo e la panoramica su alcune delle più interessanti prog band "minori" italiane dei seventies.

Un Primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. III° (Italia) Alusa Fallax

Cover album  Intorno alla mia Cattiva Educazione - Alusa Fallax 1974

 Dalla drammaticità solenne dei Metamorfosi ci spostiamo in Lombardia per scoprire uno dei dischi concettuali più raffinati, poetici ed eleganti dell'intera storia del rock progressivo italiano: "Intorno alla mia cattiva educazione" degli Alusa Fallax.

Pubblicato nel 1974 per la Fonit Cetra, questo concept album rappresenta una perfetta sintesi tra il sinfonismo classico, delicate sfumature jazz-rock e un lirismo introspettivo di rara bellezza.

Rubrica Storie delle prog band minori: Alusa Fallax

Nel 1974, nel pieno dell'età d'oro del prog nostrano, gli Alusa Fallax danno alla luce un'opera dalla sensibilità e dalla maturità compositiva disarmanti. Il loro unico album in studio, "Intorno alla mia cattiva educazione", affronta il tema della crescita individuale, dei condizionamenti sociali e del difficile scontro tra la libertà dell'individuo e le imposizioni del mondo adulto.

Un viaggio sonoro fluido e continuo, in cui le tredici tracce si fondono l'una nell'altra creando un unico, grande affresco musicale prive di frammentazioni artificiali.

Polistrumentismo e finezza d'arrangiamento

A rendere il suono degli Alusa Fallax così ricco e variegato è l'eccezionale versatilità dei suoi musicisti. La formazione vedeva Augusto "Duty" Cirla alla voce solista, batteria, campane e flauto dolce, affiancato da Guido Gabet alle chitarre (elettrica ed acustica) e cori, Massimo Parretti a un parco tastiere d'altissimo livello (pianoforte, organo, clavicembalo e sintetizzatore ARP), Mario Cirla ai sassofoni (tenore e contralto), flauto traverso, corno francese e cori, e Guido Cirla al basso e cori.

L'uso sapiente e mai invadente dei fiati (flauto, sax e corno francese) regala all'album una tavolozza cromatico-sonora calda e avvolgente, che spazia dal sinfonismo di stampo classico a suggestivi tocchi pastorali.

Intorno alla mia cattiva educazione (1974): L'evoluzione di un'anima

L'album si sviluppa come un racconto ininterrotto che guida l'ascoltatore attraverso le varie tappe della consapevolezza:

I primi passi e la presa di coscienza: Dalla delicata introduzione di Soliloquio e Non Fatemi Caso, si passa a brani come la title-track Intorno Alla Mia Cattiva Educazione, Fuori Di Me, Dentro Di Me e Riflessioni Al Tramonto. Qui arpeggi acustici, fughe di pianoforte e interventi di flauto si alternano a vigorosi stacchi ritmici e melodie vocali intense.

La critica alle convenzioni: Brani più brevi e tirati come Il Peso Delle Tradizioni, Carta Carbone e Perchè Ho Venduto Il Mio Sangue mettono in luce il lato più aggressivo ed energico del gruppo, dove il synth ARP e il sax disegnano trame serrate e graffianti.

La rinascita e il finale sinfonico: Nella parte conclusiva, con Per Iniziare Una Vita, E' Oggi, E' Così Poco Quel Che Conosco, Ciò Che Nasce Con Me e la maestosa Splendida Sensazione, la musica si dilata. Tra crescendo d'organo, assoli di chitarra carichi di pathos e un intreccio polifonico tra le voci ed i fiati, l'album si chiude con una liberatoria e sognante apertura verso il futuro.

Una meteora di pura classe

Nonostante il valore artistico assoluto dell'opera e l'ottima risposta della critica, gli Alusa Fallax non riuscirono a dare un seguito a questo capolavoro, sciogliendosi poco tempo dopo.

Ciononostante, "Intorno alla mia cattiva educazione" rimane una pietra miliare del prog italiano: un album equilibrato, profondo e arrangiato con una maestria che continua a incantare generazioni di appassionati.

Un Primo Ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. II° (Italia) Metamorfosi


Cover album Inferno - Metamorfosi 1972

Dalla furia giovanile dei Semiramis rimaniamo a Roma per incontrare una band che ha saputo firmare una delle opere più ambiziose, concettuali e imponenti di tutta la storia del rock progressivo italiano: i Metamorfosi.

Dopo l'esordio dai toni ancora embrionali del 1972 con "...E fu il sesto giorno", la band romana compie un balzo evolutivo impressionante, regalando alla storia un capolavoro assoluto che avrebbe dato il via a un vero e proprio viaggio dantesco proseguito e completato molti anni più tardi con Paradiso (2004) e Purgatorio (2016).

Rubrica Storie delle prog band minori: Metamorfosi

Nel 1973, anno di grazia per la musica d'autore e il prog d'oltralpe e nostrano, i Metamorfosi pubblicano per la Vedette Records un album monumentale: "Inferno". Se il disco d'esordio dell'anno precedente, ...E fu il sesto giorno, mostrava ancora un legame forte con il beat e il pop sinfonico dell'epoca, con Inferno la formazione romana sposta l'asticella verso un rock progressivo oscuro, maturo e intriso di una drammaticità teatrale travolgente.

Ispirandosi liberamente alla prima cantica della Divina Commedia di Dante Alighieri, la band rivisita i gironi infernali attualizzandoli in chiave sociale e politica, creando un'opera che travalica il tempo.

La forza operistica delle tastiere e della voce

La struttura sonora di Inferno si regge su un intreccio strumentale potentissimo, guidato dall'imponente formazione del gruppo: la voce operistica, stentorea e inconfondibile di Jimmy Spitaleri (impegnato anche al flauto), le tastiere ed i sintetizzatori di Enrico Olivieri, le chitarre, il basso e i cori di Roberto Turbitosi, e la batteria e percussioni di Gianluca Herygers.

Privo di chitarre soliste invadenti, il disco poggia interamente sulle cattedrali sonore erette da Enrico Olivieri al pianoforte, organo e synth, sulle quali svetta l'interpretazione vocale di Spitaleri, vera e propria forza della natura capace di donare al disco un'atmosfera sacra, solenne e al contempo terrorizzante.

Inferno (1973): I gironi della società moderna

L'album è un lungo flusso continuo diviso in 12 capitoli che non lasciano un attimo di tregua:

L'apertura solenne: Dalla maestosa Introduzione fino alla Porta dell'Inferno e Caronte, la band costruisce una tensione palpabile, sorretta da fughe di tastiere e dal declamare lirico di Spitaleri.

La condanna dei mali moderni: I peccati danteschi diventano le piaghe del mondo contemporaneo. Brani come Spacciatore di droga, Lussuriosi, Avari, Violenti e Malebolge si susseguono a ritmi serrati, alternando momenti sinfonici ad attacchi carichi di rabbia e sdegno.

Il vertice politico e la chiusura: Con Sfruttatori, Razzisti e la spietata Lucifero (Politicanti), i Metamorfosi sferrano un attacco frontale ai poteri forti e alle ingiustizie della società. La breve Conclusione chiude il viaggio lasciando l'ascoltatore col fiato sospeso.

Il completamento della trilogia dantesca

Nonostante lo scioglimento dopo l'uscita del disco, il legame dei Metamorfosi con l'opera dantesca non si è mai spezzato. A distanza di decenni, la band si è ritrovata per completare quel viaggio ideale iniziato nel 1973: prima con la pubblicazione di "Paradiso" nel 2004 e infine con "Purgatorio" nel 2016.

Tuttavia, il fascino primordiale, scuro e viscerale di "Inferno" rimane un punto fermo e ineguagliabile: un capolavoro di sinfonismo e impegno che iscrive di diritto i Metamorfosi tra i giganti del prog italiano.

Un Primo Ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VIII°) Part. I° (Italia) Semiramis

 Questa ottava cinquina (+ 1) delle brevi storie delle prog band minori è completamente dedicata al RPI

Cover album Dedicato a Frazz - Semiramis 1973

Rubrica Storie delle prog band minori: Semiramis

Nel 1973, nel pieno del fermento creativo della scena romana, un gruppo di ragazzi appena maggiorenni dà alle stampe per la Trident Records un disco destinato a diventare un pilastro imprescindibile del rock progressivo italiano: "Dedicato a Frazz". Quella band si chiamava Semiramis e l'album rappresenta un'esplosione di aggressività, tecnica e lirismo tragico che non ha eguali nell'intera produzione d'epoca.

Un lavoro tirato, complesso e scuro, dove la giovinezza dei componenti si traduce in una furia espressiva travolgente, priva di qualsiasi filtro o banale concessione commerciale.

Virtuosismo precoce e sonorità imponenti

Ciò che rende incredibile l'unico LP dei Semiramis è l'altissima perizia tecnica profusa da una formazione giovanissima. Il gruppo vedeva un sedicenne Michele Zarrillo alla voce solista, chitarra elettrica ed acustica (oltre che autore delle musiche), affiancato da Giampiero Artegiani ai sintetizzatori e chitarre (classica e 12 corde), Maurizio Zarrillo ad un arsenale di tastiere (pianoforte gran coda, organo Eminent, piano elettrico, synth, clavicembalo etc.), Marcello Reddavide al basso, campane ed effetti, e Paolo Faenza a batteria, percussioni, vibrafono ed effetti.

La presenza di un vero e proprio "muro" di tastiere, combinato con gli strappi aggressivi della chitarra elettrica e gli interventi del vibrafono, creava un suono denso, nevrotico e continuamente cangiante.

Dedicato a Frazz (1973): Un viaggio drammatico in sette tracce

L'album si snoda attraverso sette brani concatenati che compongono un affresco musicale cupo e teatrale:

La bottega del rigattiere e Luna Park: L'attacco è bruciante. I continui cambi di tempo e gli intrecci tra sintetizzatori e chitarra elettrica introducono una voce graffiante e disperata, capace di passare da sussurri sognanti a esplosioni rabbiose.

Uno zoo di vetro e Per una strada affolata: Episodi in cui la band dimostra una sensibilità compositiva matura, dove momenti d'atmosfera dominati dalla chitarra a 12 corde e dal pianoforte sfociano in ritmiche serratissime e fughe di organo dal sapore classico.

Dietro una porta di carta, Frazz e Clown: Il cuore e il finale del disco. Tra l'uso del vibrafono, gli effetti sonori e l'intreccio vocale, i Semiramis mettono in scena la paranoia e la solitudine dell'essere umano, toccando il vertice con la title-track e la drammatica chiusura di Clown.

Un'eredità immortale del prog italiano

Subito dopo la pubblicazione del disco e qualche esibizione dal vivo nei festival dell'epoca, le strade dei musicisti si separarono (con Michele Zarrillo e Giampiero Artegiani destinati a percorsi di relativo successo nella musica d'autore pop).

Tuttavia, "Dedicato a Frazz" dei Semiramis rimane una meteora incandescente: un disco di pura avanguardia e passione giovanile che ancora oggi lascia a bocca aperta gli appassionati di tutto il mondo.

Un Primo Ascolto: Quì


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giovedì 17 settembre 2026

L'Ombra della Sera - Segreti nel Nero 2026 (Italia) RPI

Cover album Segreti nel Nero - L'Ombra della Sera 2026

 Un viaggio ipnotico nel mistero della TV italiana degli anni '70

Con l'album Segreti nel Nero, il supergruppo L'Ombra della Sera, creato dai membri de La Maschera di Cera (Fabio Zuffanti, Alessandro Corvaglia, Agostino Macor) insieme a Martin Grice (Delirium) e Andrea Orlando (La Coscienza di Zeno,  firma un’opera affascinante.

Il disco è un tributo al fascino dei famosi sceneggiati televisivi di genere giallo, sci-fi e mistero della Rai degli anni '70. Tra sigle storiche reinterpretate ed elementi di pura invenzione, la band prende le leggendarie composizioni di maestri come Riz Ortolani, Berto Pisano ed Enrico Simonetti e le riplasma secondo il proprio linguaggio musicale.

Caratteristiche musicali

Sound Vintage e Atmosferico: Il disco punta su strumentazioni dell'epoca - sintetizzatori vintage, organo, mellotron, flauto e sax - per creare un'atmosfera sospesa nel tempo, scura ma avvolgente.

Prog Rock e Intrecci Generi: Le fondamenta appartengono al rock progressivo di matrice dark/gotica e sinfonica, ma vengono arricchite con inserti psichedelici, spunti jazz, venature funkeggianti e passaggi cameristici.

La Suite Monumentale: Il fulcro narrativo e musicale dell'album è rappresentato dai 19 minuti di Le Venti Giornate di Torino, colonna sonora immaginaria ispirata all'omonimo romanzo di Giorgio De Maria, articolata in 8 movimenti che spaziano da momenti di tensione sotterranea ad aperture liriche.

Cosa vuole trasmettere la band

L'Ombra della Sera non si limita all'effetto nostalgia. Il messaggio e l'intento profondo dell'opera sono chiari:

Il brivido dell'ignoto: Recuperare quella sensazione di lucida inquietudine e mistero che la televisione in bianco e nero riusciva a stampare nell'immaginario collettivo degli spettatori.

Musica come narrazione visiva: Ogni brano lavora per immagini; l'ascolto diventa una vera e propria proiezione cinematografica della mente.

Memoria e modernità: Dimostrare come il patrimonio delle colonne sonore italiane degli anni '70 mantenga una potenza espressiva straordinaria, capace di parlare con forza e attualità anche al pubblico di oggi.

Line-up

Agostino Macor (tastiere, orchestrazioni)

Fabio Zuffanti (basso)

Martin Grice (sax, flauto)

Andrea Orlando (batteria)

Alessandro Corvaglia (tastiere, voce)

Tracklist

Albert e L'uomo Nero (4:26)

Gamma (6:09)

Ritratto di Donna Velata (3:36)

Fantastic Fly (Racconti Fantastici) (5:36)

A Come Andromeda (6:43)

La Traccia Verde (6:10)

La Ballata Di Carini (L'amaro Caso della Baronessa di Carini) (5:33)

Le Venti Giornate di Torino (19:06)

Cento Campane (Il Segno del Comando) (4:55)

A Blue Shadow (Ho Incontrato un'Ombra) (10:46)

"Segreti nel Nero" è un lavoro elegante, evocativo e accessibile sia agli amanti del rock progressivo che a chiunque voglia lasciarsi trasportare dall'iconica estetica del mistero all'italiana. Un ascolto consigliato da assaporare rigorosamente a luci soffuse.

Per un primo ascolto e l'acquisto: Quì

martedì 15 settembre 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VII°) Part. V° (Francia) Carpe Diem

 

Band Carpe Diem
Carpe Diem

Chiudiamo questa settima cinquina restando in Francia con un'altra band, i Carpe Diem, che ancora oggi fa parlare di se negli ambienti esclusivi degli appassionati e collezionisti

Rubrica Storie delle prog band minori: Carpe Diem

Nel panorama progressive francese degli anni '70, costellato da un lato dalla drammaticità teatrale degli Ange e dall'altro dalle sonorità oscure dei Magma, una band proveniente da Nizza scelse una strada completamente diversa: quella dell'eleganza pura, della trasparenza sonora e di un lirismo quasi pastorale. Quei musicisti rispondevano al nome di Carpe Diem e, tra il 1975 e il 1976, incisero due album in studio che rimangono tra le pagine più luminose e poetiche del prog europeo.

La loro musica, priva di virtuosismi e di aggressività, era un flusso continuo di arpeggi acustici, intrecci di flauto e sax, tastiere cristalline e lunghe digressioni atmosferiche che ricordavano i momenti più eterei dei Camel e dei Pink Floyd.

Architetture trasparenti e raffinatezza timbrica

I Carpe Diem vantavano una formazione dal gusto arrangiativo unico: Christian Trucchi (tastiere e voce), Gilbert Abbenanti (chitarra), Alain Berg (basso), Alain Faraut (batteria) e l'elemento chiave Claude-Marius David (sax e flauto traverso).

A differenza di molti gruppi simili che saturavano gli spazi con muri di organo Hammond o distorsioni, i Carpe Diem lavoravano sulla sottrazione e sul colore timbrico. Il sax soprano e il flauto non intervenivano per brevi assoli, ma guidavano le linee melodiche principali, intrecciandosi con il lavoro pulitissimo della chitarra e con le tessiture avvolgenti dei sintetizzatori.

La doppietta capolavoro: En Regardant Passer le Temps (1975) e Cueille le Jour (1976)

In soli due anni, la band di Nizza dette alla luce due opere imprescindibili per qualsiasi collezionista del genere:

En Regardant Passer le Temps (1975): L'esordio contemplativo

Cover album  En Regardant Passer le Temps - Carpe Diem 1975

Pubblicato per l'etichetta Arcane, l’album d'esordio è una meditazione in musica. Fin dai primi minuti della traccia d'apertura "Voyage du Non-Retour", la band mostra la propria cifra stilistica: tempi fluidi, sfumature jazz-rock trattenute e una straordinaria capacità di dilatare le strutture musicali. La suite "Publiophobie" e la splendida Jeux du siecle mostrano un intreccio continuo tra flauto, pianoforte elettrico e chitarra, stendendo un tappeto sonoro ipnotico dove il tempo sembra davvero fermarsi.

Cueille le Jour (1976): La piena maturità sinfonica

Cover album Cueille le Jour - Carpe Diem 1976

Il secondo album, pubblicato per la celebre etichetta Crypto, affina ulteriormente la formula rendendo il suono ancora più ricco e sinfonico. Diviso in sei composizioni di varia durata, l'album è un viaggio cromatico straordinario in cui fughe di sintetizzatore Moog, assoli lirici di sax e momenti acustici toccano vertici di pura bellezza. La conclusiva suite "Coulers", oltre 21 minuti di passione musicale, chiude l'opera con una spinta ritmica più decisa, confermando la perfetta coesione del gruppo.

Un'eredità d'immensa poesia

Nonostante l'accoglienza entusiastica della critica dell'epoca, le difficoltà finanziarie e i mutamenti del mercato musicale portarono la band allo scioglimento prima di poter completare un terzo lavoro.

I due album dei Carpe Diem rimangono tuttavia due monumenti di grazia ed equilibrio: la dimostrazione di come il rock progressivo sapesse essere sognante, colto e contemplativo senza mai risultare pretenzioso. Un'aggiunta d'obbligo per chiudere con la massima classe questa mia cinquina francese.

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VII°) Part. IV° (Francia) Shyloch


Cover album  Ile De Fievre - Shyloch 1978

Dalle coste della Normandia ci spostiamo in Alsazia per raccontare la storia di una band che ha fatto della perizia tecnica, dell'ampiezza degli arrangiamenti e della pura potenza sinfonica la propria bandiera: i Shyloch.

Se c'è un gruppo francese che ha saputo raccogliere l'eredità degli Yes più complessi e dei Camel più melodici per fonderli in un'unica, travolgente architettura sonora, quello è proprio il quintetto dei Shyloch.

Rubrica Storie delle prog band minori: Shyloch

Nel 1977, in una fase storica in cui l'industria discografica voltava definitivamente le spalle alle strutture complesse e ai brani di lunga durata, una formazione di Strasburgo decise di ignorare ogni logica di mercato per dare vita a un'opera monumentale. Quei musicisti erano gli Shyloch con  due album pubblicati a distanza di un anno l'uno dall'altro, "Gialorgues" 1977 e "Île de Fièvre" 1978 (pubblicato per la celebre etichetta Crypto), quest'ultimo, rappresenta un capolavoro assoluto di prog sinfonico, caratterizzato da un virtuosismo eccelso e da una produzione sorprendentemente nitida e potente.

Ci soffermeremo quì sul loro secondo straordinario lavoro, un disco esuberante, dinamico e privo di tempi morti, capace di unire la precisione matematica britannica alla consueta sensibilità poetica transalpina.

Architetture virtuose e sfumature di flauto

I Shyloch vantavano una formazione dal livello tecnico davvero impressionante. Il gruppo vedeva alla guida Didier Lustig (tastiere e sintetizzatori), Frédéric l'Epèe (chitarra elettrica ed acustica), Serge Summa (basso) e Andrè Fisichella (batteria e percussioni).

Ciò che distingueva i Shyloch da molte altre formazioni francesi dell'epoca era la scelta di dare alla chitarra solista e ai sintetizzatori un ruolo preminente e aggressivo: gli assoli fluidi ed espressivi  s'intrecciavano a fitte fughe di tastiera che regalava improvvise aperture pastorali e sognanti, garantendo un continuo cambio di colore timbrico.

Île de Fièvre (1979): Un viaggio tra luce e virtuosismo


L'album si sviluppa in sei tracce-capolavoro dove la melodia si sposa costantemente con tempi dispari e strutture articolate:


Île de Fièvre: La title-track d'apertura è un manifesto di puro rock progressivo. Riff taglienti di chitarra, synth squillanti e una sezione ritmica implacabile introducono un virtuosismo  espressivo in un crescendo che lascia subito a bocca aperta per impatto e precisione.


 Le Sang des Capucines: Un brano complesso e geometrico in cui le tastiere di Lustig si prendono la scena, dialogando con arpeggi di chitarra classica, pause e  improvvise ripartenze che ricordano la lezione dei Gentle Giant e dei Focus.


Choral, Himogène, Lierre  d'aujourd'hui e Laocksetal: Episodi in cui la band dimostra di saper dominare sia la delicatezza acustica che la lunga durata sinfonica. I momenti più sognanti lasciano il posto a lunghi intermezzi strumentali ricchi di pathos, sorretti da assoli di chitarra elettrica carichi di sustain ed eleganza.

Un monumento al tramonto del genere

Uscito in un anno difficile per il prog, "Île de Fièvre" fu una testimonianza discografica importante lasciata dagli Shyloch prima dello scioglimento. Nonostante la mancanza di un seguito, l'album ha saputo conquistare col tempo uno status di culto indiscutibile tra i collezionisti di tutto il mondo, venendo riconosciuto come una delle produzioni più pulite, mature e brillanti di tutta la scena francese tardo-settanta.

Gli Shyloch hanno dimostrato che la passione per la grande musica sinfonica non poteva essere spenta dalle mode del momento, regalandoci un'opera di rara potenza e intramontabile bellezza.

Un Primo Ascolo: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VII°) Part. III° (Francia) Memoriance

 

Cover album Et Après... - Memoriance 1976

Dalle dissonanze teatrali degli Arachnoid facciamo tappa in Normandia, per la precisione a Le Havre,
per scoprire una band che ha saputo incarnare la componente più sognante, eterea e poetica del prog sinfonico francese: i Memoriance.

Se cercate intrecci chitarristici raffinati, tastiere avvolgenti dal retrogusto spaziale e strutture mai concitate, i Memoriance rappresentano uno dei segreti meglio custoditi d'oltralpe.

Rubrica Storie delle prog band minori: Memoriance

Nel 1976, mentre la scena progressive europea iniziava a subire i primi colpi di coda del cambiamento discografico, una formazione formatasi sulle coste della Normandia dà alle stampe per la Eurodisc un LP di rara bellezza: "Et Après...". Quella band si chiamava Memoriance e il loro album d'esordio è oggi ricordato come un capolavoro di equilibrio, eleganza e romanticismo sinfonico.

Capaci di sposare il pathos teatrale tipico dei gruppi transalpini con le trame malinconiche alla Steve Hackett ed echi spaziali in stile Pink Floyd, i Memoriance hanno creato un sound morbido, avvolgente e stratificato.

Intrecci chitarristici e cattedrali di tastiere

La cifra stilistica dei Memoriance poggiava su un'intesa strumentale priva di virtuosismi da sfoggio. La formazione dell'esordio vedeva Jean-François Périer alle tastiere e voce, Didier Guillaumat alla chitarra solista e voce, Jean-Pierre Boulais alla chitarra ritmica e voce, Michel Aze al basso e Didier Busson alla batteria.  

Il lavoro delle due chitarre (una costante presenza di arpeggi acustici e assoli lirici dai lunghi sustain) si combinava a meraviglia con il pianoforte e i sintetizzatori di Périer. Le parti vocali, cantate in francese con discrezione e tonalità suggestive, non prevaricavano mai la musica, ponendosi come un ulteriore elemento di atmosfera all'interno della trama orchestrale.

Et Après... (1976): Tra paesaggi pastorali e romanticismo

L'album Et Après... si sviluppa attraverso quattro composizioni di ampio respiro, ricche di variazioni timbriche e sfumature dinamiche:

Je Ne Sais Plus: L'apertura del disco definisce subito le coordinate sonore della band. Un arpeggio malinconico introduce un tema melodico guidato dalla chitarra e sorretto da un basso profondo e pulsante, per poi evolversi in aperture d'organo e synth di stampo squisitamente sinfonico.  

La Grange Mémoriance: Un brano straordinario per costruzione, dove gli arpeggi acustici dal sapore pastorale sfociano in dinamiche sinfoniche di ampio respiro. La sensibilità lirica della chitarra richiama da vicino le atmosfere di dischi come Wind & Wuthering o le produzioni dei francesi Carpe Diem.  

Et Après... e Tracsir: La seconda facciata contiene la suite che da il titolo all'album e il brano di chiusura. Tra cambi di ritmo fluidi, momenti di distensione psichedelica ed esplosioni melodiche, la band dimostra una maturità compositiva notevole, mantenendo sempre un tono poeticamente trattenuto e mai sguaiato.  

Un percorso unico nel prog d'Oltralpe

A differenza di molte band meteora, i Memoriance riuscirono a dare un seguito al proprio debutto, pubblicando qualche anno dopo (nel 1979) l'ambizioso concept album "L'Écume des Jours", ispirato all'omonimo romanzo di Boris Vian. Ciononostante, è proprio la freschezza sognante del primo disco, Et Après..., a rimanere impressa a fuoco nel cuore dei collezionisti.

I Memoriance rimangono la testimonianza di come il prog francese sapesse volare alto anche nelle sue declinazioni più delicate, regalandoci una musica che continua ad affascinare a distanza di decenni.

Un Primo Ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VII°) Part. II° (Francia) Arachnoid


Cover album Arachnoid - Arachnoid 1979

Dalla maestosità sognante dei Pentacle ci spostiamo a Parigi per incontrare una band che rappresenta il lato più cupo, drammatico e viscerale del prog transalpino: gli Arachnoid.

Se molte formazioni cercavano l'armonia, gli Arachnoid scelsero di esplorare l'inquietudine e la tensione teatrale, offrendo una risposta francese e spigolosa alle sonorità dei King Crimson più oscuri e dei Van der Graaf Generator.

Rubrica Storie delle prog band minori: Arachnoid

Nel 1979, con il movimento progressive ormai soffocato dall'esplosione della new wave, un ensemble parigino decise di pubblicare per l'etichetta indipendente Cobra uno dei dischi più intransigenti, drammatici e complessi della scena francese. Il gruppo si chiamava Arachnoid e il loro omonimo lavoro d’esordio rappresenta una pietra miliare assoluta per chiunque ami le atmosfere cupe, contorte e ricche di pathos.

Un disco alienante e magnifico, in cui il rock progressivo si fonde con la musica contemporanea e il teatro dell'assurdo.

Un'orchestra di tensione e follia controllata

Ciò che rendeva unico il suono degli Arachnoid era l'incredibile densità strumentale e la presenza di ben sei elementi: Patrick Woindrich (basso, chitarra, voce), Mark Meryl (voce solista e percussioni), Nicolas Popowski (chitarra), François Faugieres (tastiere, Mellotron), Pierre Kuti ( Piano, Fender Rodhes & Korg Synth) e Bernard Mini (batteria), arricchiti dagli interventi al flauto e sax di Philippe Honore.

L'uso costante del Mellotron e dell'organo, intrecciato alle dissonanze delle chitarre e ai fiati, erigeva una muraglia sonora opprimente e affascinante. Sopra questo tessuto svettava la voce di Mark Meryl: una recitazione nevrotica, sofferta e teatrale, chiaramente debitrice di Peter Hammill e Christian Descamps (Ange), ma spinta verso toni ancora più paranoici.

Arachnoid (1979): Un incubo sonoro di rara bellezza

L'album si snoda attraverso composizioni articolate che rifiutano qualsiasi struttura pop convenzionale:


Le Chamadère: Un attacco folgorante dove ritmiche spezzate, fughe di flauto e tastiere ossessive preparano il terreno per un crollo sonoro di straordinaria potenza drammatica.

Piano Caveau,  Toutes Ces Images, : Brani in cui la tensione si fa quasi insostenibile. Le chitarre tracciano trame spigolose mentre il Mellotron stende tappeti plumbei, intervallati da esplosioni liriche e declamazioni vocali che raccontano l'alienazione e la follia.

La Guèpe e L'Adieu Au Pierrot : Episodi che mostrano il lato più sperimentale del gruppo, tra arpeggi acustici dissonanti, pianoforte classico e sferzate di sax che sfociano nella suite finale, una spaventosa e maestosa discesa negli abissi della psiche umana.

Un capolavoro al tramonto di un'epoca

Pubblicato purtroppo fuori tempo massimo per intercettare il grande pubblico, l'album degli Arachnoid fu anche il loro unico manifesto prima dello scioglimento. La loro musica, troppo complessa e oscura per le radio dell'epoca, è stata poi ampiamente riscoperta dai collezionisti di tutto il mondo, diventando un vero e proprio mito del prog europeo.

Gli Arachnoid hanno lasciato un'impronta indelebile: la dimostrazione di come la Francia sapesse maneggiare la drammaticità del prog con una forza espressiva unica e senza compromessi.

Un primo ascolto: Quì

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VII°) Part. I° (Francia) Pentacle

 

Cover album La Clef Des Songes - Pentacle 1975

Il VII° capitolo è dedicato esclusivamente a 5 album straordinari del progressive rock d'oltralpe.

La scena progressive francese degli anni '70 ha una personalità inconfondibile: drammatica, teatrale, ricca di sfumature sinfoniche e intrisa di un lirismo poetico del tutto originale.

Pentacle, autori di una gemma rara e imponente del prog sinfonico d'oltralpe.

Rubrica Storie delle prog band minori: Pentacle

Nel 1975, mentre la Francia musicale si divideva tra il rock teatrale degli Ange e l'avanguardia ipnotica dei Magma, a Belfort prendeva forma una formazione dal talento sinfonico cristallino: i Pentacle. Il loro unico lavoro discografico, "La Clef des Songes" (pubblicato nel 1975 per la piccolissima etichetta PP/Crypto), rappresenta una delle vette più pure ed eleganti del rock progressivo d'oltralpe, un album capace di incantare al primo ascolto per la sua grazia e la sua profonda carica poetica.

Un disco maestoso e fiabesco, dove il sinfonismo di matrice britannica trova una declinazione squisitamente francese, fatta di declamazioni drammatiche e atmosfere sognanti.

Architetture sinfoniche e lirismo poetico

La forza dei Pentacle risiedeva in un equilibrio perfetto tra virtuosismo e sensibilità melodica. La formazione vedeva Claude Menetrier alle tastiere (Mellotron, organo Hammond, pianoforte), Richard Treiber al basso e alla chitarra acustica, Gerald Reuz alla chitarra elettrica ed acustica e alla voce e Michel Roy alla batteria.

Ciò che colpisce fin dai primi solchi è l'uso maestoso del Mellotron: le tastiere di Menetrier dipingono cattedrali sonore avvolgenti, su cui gli altri strumenti disegnano ricami di chiara ispirazione classica. La voce, cantata interamente in lingua madre, non si limita a eseguire una melodia, ma recita e declama i testi con un pathos teatrale tipico della grande tradizione del prog transalpino.

La Clef des Songes (1975): Aprire le porte del sogno

L'album è composto da nove ampie composizioni che formano un unico, suggestivo viaggio nell'inconscio e nella fantasia:

I primi brani mostrano l'incredibile capacità della band di gestire le dinamiche. Arpeggi delicati di chitarra acustica e interventi strumentali eterei  si alternano a improvvise esplosioni d'organo e Mellotron, sorrette da una sezione ritmica fluida ed elegante.

La seconda facciata del disco tocca i vertici più espressivi del disco. Tra fughe di pianoforte dal sapore classico, assoli di chitarra carichi di melodia e crescenti sinfonici travolgenti, i Pentacle riescono a creare un'atmosfera magica e sospesa, dove ogni nota sembra pensata per spalancare la "chiave dei sogni" evocata dal titolo.

Una meteora di pura bellezza

Come purtroppo accaduto a molte altre meteore del prog europeo, i Pentacle non riuscirono a dare un seguito a questa meravigliosa opera d'esordio. Le difficoltà di distribuzione dell'epoca e i rapidi mutamenti del mercato discografico portarono allo scioglimento del gruppo poco dopo la pubblicazione.

Ciononostante, "La Clef des Songes" dei Pentacle rimane un capolavoro imprescindibile: un album che dimostra come il prog francese sapesse essere incredibilmente maestoso, poetico e senza tempo.

Un primo ascolto: Quì

Prefazione

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venerdì 11 settembre 2026

Onségen Ensemble – A Tale 2026 (Finlandia) Heavy Prog

Cover album  A Tale - Onségen Ensemble 2026

 Il collettivo finlandese Onségen Ensemble torna con "A Tale", un’opera di sette tracce (per poco più di 42 minuti complessivi) che conferma la straordinaria capacità della band di fondere progressive rock, sonorità cinematografiche, folk e suggestioni psichedeliche.

La Tavolozza Strumentale: Un Mosaico Sonoro

L'architettura musicale di "A Tale" si distingue per la ricchezza degli strumenti coinvolti, lontana dai classici canoni di una semplice rock band:

Tessitura Ritmica e Percussiva: La batteria di Samuli Lindberg e le percussioni di Heikki Hallanoro combinano intrecci ritmici complessi, spesso dal sapore rituale o tribale. Il basso di Esa Juujärvi sorregge il tutto con linee profonde e monolitiche.

Fiati e Paesaggi Sonori: Le sfumature di flauto, armonica e soundscapes curati da Mikko Vuorela offrono un respiro quasi pastorale e western alla Morricone, mentre la tromba di Jarmo Väärä dona accenti solenni ed eterei.

Archi e Chitarre: Il violino di Tuuli Jartti si sposa con le chitarre di Joni Mäkelä, creando passaggi dinamici che oscillano tra momenti contemplativi e crescendo hard rock di grande impatto.

Voci ed Espressione Vocale: Le voci di Esa Juujärvi, Vilma Pesola e i cori di Merja Järvelin (curatrice anche dell'artwork dell'album) aggiungono calore e teatralità, alternando recitati narrativi a vocalizzi suggestivi.

Significato dell'Album: Il Concetto di Pace

Il vero filo conduttore dell'opera è una profonda riflessione spirituale e sociale incentrata sul concetto di pace:

La Pace come Valore fragile e Mutabile: La band affronta la pace non come uno stato statico o scontato, ma come un'idea fragile che richiede continua alimentazione. Nei testi emmerge la consapevolezza che spesso la pace viene riconosciuta solo dopo che è stata smarrita.

Il Rapporto con la Natura e la Memoria: Attraverso le immagini evocative di brani come Garden of Celestials o Crystal Waters of Spring, il collettivo invita a riscoprire il legame ancestrale con la natura e la memoria collettiva.

L'Umanità Smarrita: Tracce come To be Led by the Lost o The First Casualty riflettono sulle contraddizioni dell'essere umano moderno, in un viaggio emotivo che parte dalla devastazione per cercare una rinascita spirituale.

Tracce dell'Album

Garden of Celestials (6:20)

To be Led by the Lost (7:09)

A Thought (5:46)

The Word (5:11)

Oldest Father (4:50)

The First Casualty (4:25)

Crystal Waters of Spring (8:32)

"A Tale" si rivela un ascolto immersivo e privo di tecnicismi sterili: un racconto in musica accessibile, suggestivo e capace di parlare direttamente all'anima dell'ascoltatore.

Per un primo ascolto e l'acquisto: Quì


mercoledì 9 settembre 2026

Ettore Majorana: Fisico, Genio Catanese e il Mistero della Scomparsa


Ettore Majorana: Fisico, Genio Catanese e il Mistero della Scomparsa

"Ci sono menti che illuminano la storia e poi si dissolvono nel buio, lasciando dietro di sè una scia di pura meraviglia e domande senza risposta. Per noi catanesi, Ettore Maiorana non è soltanto un gigante della fisica teorica, ma un alone di genio e mistero che cammina ancora tra i vicoli della nostra città. Ricordarlo oggi non significa solo ripercorrere le sue intuizioni straordinarie, capaci di anticipare il futuro della scienza, ma anche rendere omaggio a quell'inquietudine profonda che lo rese unico. Un figlio illustre di Catania che ha preferito farsi enigma, lasciandoci in eredità il fascino immortale del suo talento e del suo silenzio".

Ettore Maiorana: Genio e Fisico Catanese

La fisica teorica ha conosciuto tra le sue glorie figure indimenticabili, e tra queste spicca il nome di Ettore Majorana. Conosciuto non solo per le sue scoperte rivoluzionarie, ma anche per la sua enigmatica scomparsa. Majorana ha lasciato un segno indelebile nel mondo della scienza e della cultura. Nato a Catania, la sua origine catanese rappresenta un aspetto fondamentale della sua identità, contribuendo a plasmare la sua visione unica della realtà fisica. In questo articolo affronteremo la vita, le scoperte e il mistero della scomparsa di questo grande fisico, evidenziando i momenti cruciali del suo percorso e analizzando come le sue idee continuino a influenzare la fisica moderna.

In un’epoca in cui la conoscenza scientifica veniva messa in discussione e rielaborata, Ettore Majorana si distinse per il suo approccio originale e profondo. La sua capacità di cogliere la struttura sottile della realtà fisica, attraverso intuizioni matematiche e concetti innovativi, ha aperto nuove strade di ricerca e continua a ispirare scienziati di ogni generazione. Attraverso un viaggio che parte dalle sue origini, passa per il contesto storico della sua epoca, e si sofferma sulle sue scoperte e il mistero irrisolto della sua scomparsa, cercheremo di dare una panoramica completa del suo contributo alla fisica teorica.

Contesto Storico

Per comprendere appieno l'importanza delle scoperte di Ettore Majorana, è fondamentale ripercorrere il contesto storico in cui visse e lavorò. La prima metà del XX secolo fu un periodo di grandi trasformazioni, non solo in campo scientifico, ma anche politico e sociale. Il mondo era alle prese con le conseguenze della Prima Guerra Mondiale, l'ascesa di regimi totalitari e una rapida evoluzione tecnologica che cambiava il modo in cui le persone vedevano il mondo e la scienza.

In particolare, in Italia si assisteva ad un fermento intellettuale e scientifico senza precedenti. L’Italia, pur essendo ancora alle prese con tradizioni accademiche consolidate, stava aprendo le porte a giovani menti brillanti che ponevano domande nuove e rivoluzionarie. Fu in questo scenario che Majorana, ragazzo di origini catanesi, cominciò a distinguersi per il suo innato talento e per la sua capacità di andare oltre i limiti della conoscenza del tempo.

Il periodo in cui Majorana operava vide il fiorire di grandi nomi della fisica, come Enrico Fermi, che insieme ad altri colleghi formò il celebre "Gruppo dei Via Panisperna". Questo gruppo di studiosi si impegnò nella ricerca atomica e nucleare, contribuendo in modo significativo allo sviluppo della fisica moderna. In questo vivace ambiente scientifico, Majorana si distinse per la sua originalità e per il rigore con cui affrontava problemi complessi, dimostrando che la passione per la scienza può andare ben oltre le convenzioni del tempo.

Sullo sfondo di tensioni politiche e sociali, l'Europa viveva anche un'epoca di splendore culturale. Le scoperte scientifiche venivano comunicate attraverso riviste, incontri e conferenze, e l'idea di un sapere condiviso era all'ordine del giorno. In questo clima, Majorana giunse a fare scoperte che sarebbero diventate fondamentali non solo per la fisica teorica, ma anche per la nostra comprensione del mondo microscopico e delle particelle elementari.

Scoperte Principali di Ettore Majorana

Ettore Majorana è ricordato soprattutto per le sue scoperte nel campo della fisica teorica, le quali hanno gettato le basi per ricerche scientifiche che ancora oggi influenzano il mondo della fisica. Le sue intuizioni si concentrarono su problematiche di natura quantistica e sulle proprietà delle particelle, anticipando concetti che sarebbero diventati fondamentali in anni successivi.

Uno dei contributi più celebrati di Majorana è l’ideazione dei cosiddetti "Majorana fermions". In termini semplici, si tratta di particelle che potrebbero essere le proprie antiparticelle. Nella fisica classica, ogni particella ha una controparte (l'antiparticella) con carica opposta; tuttavia, Majorana ipotizzò l'esistenza di particelle che non fanno questa distinzione, dando luogo a interessanti conseguenze teoriche e sperimentali. Questo concetto non solo ha ridefinito la nostra visione delle particelle subatomiche, ma ha anche aperto nuove strade nella ricerca su fenomeni come la materia oscura e il decadimento beta doppio senza emissione di neutrini.

Per spiegare questo in modo semplice: immaginate di avere una moneta che, invece di avere una faccia positiva e una negativa, sia uguale su entrambi i lati. In teoria, una particella di Majorana sarebbe proprio come quella moneta, in cui non c’è distinzione fra le due “facce” - essa sarebbe, in un certo senso, completa e simmetrica. Questa idea ha stimolato lo sviluppo di ricerche e sperimentazioni che cercano di identificare questi particolati nei materiali superconduttori, potenzialmente aprendo la strada a nuove tecnologie nel campo dell’informatica quantistica.

Un altro aspetto fondamentale del lavoro di Majorana riguarda il modo in cui affrontava i problemi matematici legati alla meccanica quantistica. La sua abilità nel manipolare equazioni complesse e nel proporre soluzioni eleganti e innovative ha portato alla formulazione di teorie che ancora oggi trovano applicazioni: per esempio, le sue equazioni hanno ispirato modelli teorici che cercano di spiegare le interazioni tra particelle e la natura della forza nucleare.

È interessante notare come le ricerche di Majorana abbiano avuto un impatto profondo sulla fisica moderna. Le sue equazioni e teorie non sono state solo eleganti esercizi matematici, ma strumenti utili per interpretare fenomeni che, fino ad allora, erano avvolti nel mistero. Oggi, esperimenti di fisica delle particelle e di materia condensa continuano a fare riferimento al lavoro di Majorana per comprendere meglio come la natura operi su scala microscopica.

Un ulteriore aspetto degno di nota è l’eredità culturale e scientifica che Majorana ha lasciato. Diverse fondazioni e progetti, sia in Italia che all’estero, portano il suo nome e promuovono studi e iniziative per la divulgazione scientifica. Tra questi, spiccano centri di ricerca e congressi dedicati interamente allo studio della fisica teorica e alla memoria del grande fisico catanese. Queste istituzioni non solo celebrano il suo contributo, ma incoraggiano anche le nuove generazioni di scienziati a pensare fuori dagli schemi, proprio come faceva Ettore Majorana.

Nella narrazione della fisica teorica, il lavoro di Majorana rappresenta un ponte tra il passato e il presente. Le sue idee sono state un catalizzatore per lo sviluppo di concetti che oggi sono considerati fondamentali, e la loro influenza si estende ben oltre la fisica delle particelle. L’innovazione di Majorana risiede anche nella sua capacità di unire la teoria matematica con le osservazioni sperimentali, creando un modello di ricerca che continua a essere seguito e aggiornato dagli studiosi contemporanei.

Il Mistero della Scomparsa di Ettore Majorana

Oltre alle sue opere scientifiche, Ettore Majorana è tristemente famoso per la sua misteriosa scomparsa, avvenuta nel marzo del 1938. Questo evento ha alimentato numerose speculazioni e teorie, rendendo la figura di Majorana ancora più affascinante e enigmatica agli occhi di scienziati e appassionati. La sua sparizione, avvolta nel mistero, continua a essere uno dei più intriganti romanzi della storia della fisica.

Le vicende che portarono alla sua sparizione sono state oggetto di molte discussioni: alcuni ipotizzano che l’enigma fosse parte di una scelta consapevole del fisico per ritirarsi dalla vita pubblica e dal mondo accademico, mentre altri suggeriscono un collegamento con complessi intrighi politici e militari dell’epoca. Valendo una narrazione che necessita di una certa attenzione, possiamo immaginare Ettore Majorana come un uomo in lotta con i dilemmi esistenziali e scientifici, che forse preferì l’oscurità e il silenzio al clamore di una vita sotto i riflettori.

Quali potrebbero essere state le motivazioni alla base di quella scelta radicale? Alcuni storici della scienza suggeriscono che il fisico catanese, tormentato da una visione profonda e a volte desolante della natura umana e della scienza, vedesse nel suo ritiro l’unico modo per salvaguardare una componente fondamentale della sua identità intellettuale.

Una teoria particolarmente affascinante è quella secondo la quale Majorana avrebbe voluto sfuggire alle pressioni di un mondo in rapido mutamento, dove la scienza veniva strumentalizzata da interessi politici e militari, desideroso di restare fedele ad un ideale di ricerca pura, libero da compromessi.

La scomparsa di Ettore Majorana ha lasciato un vuoto non solo a livello personale, ma anche nel panorama scientifico internazionale. La sua sparizione ha generato un alone di mistero che ha stimolato innumerevoli indagini, documentari e opere letterarie, rendendo la sua figura un simbolo della fragilità del genio e dell'intersezione tra scienza e destino.

Questo mistero ha anche spinto molti giovani fisici a interrogarsi sui dilemmi esistenziali che accompagnano la ricerca scientifica, sottolineando come la passione per la conoscenza possa, talvolta, condurre a scelte apparentemente incomprensibili.

Non si può fare a meno di notare come, anche dopo decenni, la scomparsa di Majorana continui a sollevare domande: cosa veramente si celava dietro quell'atto? Quali erano le pressioni e le motivazioni personali ed etiche che lo spinsero verso il silenzio? Queste domande, che ancora oggi non trovano risposte definitive, alimentano il mito del fisico e invitano chiunque a riflettere sul rapporto tra scienza, etica e destino personale.

In un’epoca in cui la fiducia nella scienza è messa a dura prova da numerosi eventi storici, il mistero della scomparsa di Ettore Majorana risuona come un monito della complessità intrinseca della condizione umana. La sua scelta, seppur avvolta nel mistero, ci invita a guardare oltre la superficie dei successi scientifici e a riflettere sulle responsabilità e i compromessi che ogni ricercatore può incontrare lungo il percorso della propria carriera.

Conclusione: Una Riflessione sul Mistero e il suo Impatto Storico

La figura di Ettore Majorana rimane un affascinante enigma, un connubio tra genialità scientifica e mistero esistenziale. Le sue scoperte in fisica teorica, dall’introduzione dei Majorana fermions all’eleganza delle sue equazioni, sono ancora oggi fonte di ispirazione per ricercatori e studiosi. La sua origine catanese, le esperienze vissute nel contesto storico del suo tempo e la sua scomparsa misteriosa, tutto concorre a rendere il suo nome simbolo di una scienza che va oltre la mera tecnica e abbraccia la dimensione umana.

Riflettendo su questo intreccio di passioni, scoperte e misteri, possiamo concludere che Majorana abbia rappresentato un ponte tra il desiderio di conoscenza assoluta e la realtà imperfetta del vivere umano. La sua eredità ci insegna che il progresso scientifico non è mai lineare: al suo interno si celano dubbi, paure e, talvolta, scelte difficilmente interpretabili. La scomparsa del fisico rimane ancora oggi un invito a interrogarci sul vero significato del genio, sulla fragilità di chi osa addentrarsi nei meandri dell’ignoto e sulla responsabilità che ogni scoperta porta con sé.

La storia di Ettore Majorana è anche una storia di coraggio intellettuale e di una continua ricerca di verità, che non si ferma con il raggiungimento di risultati concreti, ma si espande verso domande sempre più profonde e complesse. In questo senso, l’eredità lasciata dal fisico catanese trascende i confini della fisica teorica: essa rappresenta un modello di impegno e dedizione, un richiamo a non arrendersi di fronte ai misteri della vita, anche quando le risposte si allontanano dalla portata delle nostre certezze.

Guardando al presente, possiamo riconoscere come le sue equazioni e teorie continuino a influenzare la ricerca attuale. Progetti moderni nel campo dell’informatica quantistica e della materia condensata fanno riferimento alle intuizioni di Majorana, riconoscendo il valore di un approccio che, già allora, guardava al futuro con occhi diversi. Fondazioni e istituti dedicati al suo nome svolgono un ruolo importante nel promuovere la cultura scientifica, mantenendo viva la memoria di un uomo che ha saputo interpretare la natura con una sensibilità unica.

In conclusione, il mistero della scomparsa di Ettore Majorana non deve essere visto soltanto come una ferita irrisolta del passato, ma come un monito per le nuove generazioni: quella del cammino intrapreso dalla scienza è costellata di trionfi e oscurità, ed ogni scoperta, per quanto brillante, porta con sé la consapevolezza dei limiti umani. Il fisico e genio catanese ci mostra che ogni ricerca, per quanto rivoluzionaria, non può esistere al di fuori del contesto storico e personale che la plasma.

Così, mentre continuiamo a esplorare i confini della fisica teorica e a implementare nuove tecnologie ispirate dal lavoro di Ettore Majorana, il ricordo della sua scomparsa misteriosa ci ricorda l’importanza di mantenere viva la curiosità, di non accontentarci delle risposte facili e di abbracciare l’incertezza come parte integrante dell’avventura scientifica. La storia di Majorana ci insegna che il vero genio sta nella capacità di farsi domande e di guardare al futuro, senza dimenticare le radici e le esperienze che hanno segnato il cammino.

In definitiva, Ettore Majorana rimane, a distanza di molti anni, uno dei simboli più potenti dell’intersezione tra scienza, umanità e mistero. La sua vita e la sua enigmatica scomparsa invitano non solo a una riflessione sul valore delle scoperte scientifiche, ma anche su quanto la ricerca della verità possa essere un'impresa solitaria e complessa. Nel concludere questo percorso narrativo, possiamo affermare che il mistero di Majorana continua a influenzare il nostro modo di interpretare il passato e a illuminare la strada per il futuro, mantenendo vivo il dialogo tra sapere, curiosità e il profondo bisogno umano di comprendere l'universo.

Le parole che oggi riecheggiano nel mondo della scienza - Ettore Majorana, fisica teorica e scomparsa misteriosa - non sono semplici etichette, ma pilastri su cui si fonda la memoria di un uomo che ha saputo trasformare l’oscurità dell’ignoto in una luce guida per le generazioni future. In questo spirito, ricordiamo Ettore Majorana non solo come un fisico dotato di una mente eccezionale, ma anche come un simbolo della ricerca incessante dell’uomo verso la conoscenza, anche di fronte ai misteri più profondi e insondabili della vita.

In fin dei conti, se la scomparsa di Ettore Majorana resta ancora avvolta nel mistero, essa non ha fatto altro che alimentare un’eredità che risuona forte nel mondo scientifico. Il suo spirito continua a vivere nei laboratori, nelle teorie e nei cuori di chi, oggi, decide di cimentarsi con l’ignoto; un invito permanente a non temere il mistero, ma ad abbracciarlo, perché in esso - in ogni domanda senza risposta - si cela il vero splendore della scienza.

Così, mentre riflettiamo sul passato e sui traguardi raggiunti da questo straordinario fisico catanese, non possiamo che sperare che il mistero della sua scomparsa continui a ispirare il mondo accademico e il grande pubblico, spingendo tutti noi ad avventurarci sempre più lontano nei territori sconosciuti della conoscenza.

Nino A.


martedì 8 settembre 2026

Benjamin's Kite - Celestial Indulgences 2026 (Canada) Crossover Prog

Cover album  Celestial Indulgences - Benjamin's Kite  2026

 Se siete alla ricerca di un album che sappia coniugare la grandiosità del rock progressivo classico con un tocco di freschezza moderna, "Celestial Indulgences" della band Benjamin's Kite è un ascolto obbligato. Pubblicato in questo 2026 e con una durata complessiva di 46 minuti e 17 secondi, questo lavoro si presenta come un vero e proprio viaggio sonoro ricco di sfumature, cambi di tempo ed esplorazioni atmosferiche.

L'Architettura dell'Album e la Scaletta

L'album è composto da 6 tracce ben strutturate, che alternano articolate suite ad episodi più diretti e concisi:

In The Shadow of Kynigos - Part 1: Through The Void (17:20) a. Proxima / b. Slipping Away / c. Traveler's Prelude / d. Time Wells. Una vera e propria suite d'apertura da oltre 17 minuti che si sviluppa attraverso varie sezioni emozionali, impreziosita dall'apporto vocale di Gabrielle Santin nella sezione iniziale (Proxima).

Amone (Solid Ground) (4:41) Un brano più compatto che riporta "i piedi per terra" grazie a una struttura solida ed energica.

The Missing Piece (4:24) Un pezzo melodico e riflessivo, perfetto ponte centrale del disco.

World On Fire (4:08) Traccia grintosa e guidata da un ritmo incalzante.

A Fork in the Road (10:18) a. The More I Get / b. The Only One. Il secondo brano fiume dell'album: diviso in due parti, esplora sonorità avvolgenti con arrangiamenti ricchi di fascino.

Pages Turn (5:25) La chiusura ideale dell'opera, un brano dal sapore nostalgico e risolutivo.

Lo Stile Musicale e la Formazione

Dal punto di vista sonoro, l'album attinge dalle sonorità del prog-rock di ispirazione britannica e nord-europea (richiamando le atmosfere di band storiche e contemporanee come Pink Floyd, Genesis o Porcupine Tree), ma con un linguaggio accessibile a tutti.

L'intesa tra i musicisti della band è il vero punto di forza dell'album:

Bryan Vamos: Pianoforte, Mellotron, organo Hammond, sintetizzatori, effetti speciali (FX) e produzione.

Robbie Brennan: Chitarre e voce principale.

Marc Mongrain: Basso, seconde voci ed effetti (tracce 1, 5, 6).

Zoltan Vamos: Batteria ed effetti (traccia 5).

Ospite

Gabrielle Santin: Voce nella prima parte della suite d'apertura (1a).

Conclusione

"Celestial Indulgences" è un opera equilibrata: complessa per chi ama analizzare ogni singolo dettaglio d'arrangiamento, ma al contempo immediata ed emozionante per chiunque cerchi semplicemente un ottimo disco da ascoltare dall'inizio alla fine.

Per un primo ascolto e l'acquisto: Quì


lunedì 7 settembre 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VI°) Part. V° (US) Ethos

 

Ethos

Per chiudere in bellezza questa cinquina tutta americana ci spostiamo a Fort Wayne, in Indiana, per raccontare la storia di una delle pochissime band prog statunitensi ad essere riuscite a pubblicare due capolavori consecutivi per una major discografica: gli Ethos.

Con il loro sinfonismo raffinato, spaziale e ricco di contaminazioni, gli Ethos hanno lasciato un segno indelebile con due album eccelsi (Ardour del 1976 e Open Up del 1977).

Rubrica Storie delle prog band minori: Ethos

Mentre la gran parte delle band del movimento progressive americano degli anni '70 era costretta all'autoproduzione e a tirature limitatissime, nel 1976 un quintetto dell'Indiana riuscì a catturare l'attenzione della colossale Capitol Records. Quel gruppo si chiamava Ethos (precedentemente noti come Atlantis) e la loro eredità è legata a due album straordinari che rappresentano una delle espressioni più mature, brillanti e tecnologiche del prog d'oltreoceano.

Capaci di fondere le atmosfere cosmiche dei Pink Floyd, la precisione dei Gentle Giant e le maestose strutture sinfoniche di King Crimson e Yes, gli Ethos hanno creato un linguaggio sonoro unico, moderno e straordinariamente affascinante.

Due tastieristi e sonorità spaziali

La forza propulsiva degli Ethos risiedeva nella formazione a due tastieristi: Michael Ponczek (anche chitarrista e voce) e Duncan Hammond (sintetizzatori, organo, pianoforte e Mellotron), affiancati dalla chitarra e voce solista di Wil Sharpe, dal basso di Brad Stephenson e dalla versatile batteria di Mark Richards.

L'ampio parco di sintetizzatori e l'uso continuo e drammatico del Mellotron permettevano alla band di creare tessiture sonore dense e avvolgenti, dove le linee vocali limpide s'intrecciavano a ritmiche complesse e sfumature quasi "spaziali" (sci-fi).

La doppietta capolavoro: Ardour (1976) e Open Up (1977)

A differenza di molte altre band meteora, gli Ethos hanno regalato al pubblico due opere imprescindibili e complementari:

Ardour (1976): Il trionfo del sinfonismo cosmico

Cover album Ardour - Ethos 1976

L'esordio è un concept album maestoso e compatto. Brani come Intrepid Traveller, Space Brothers e la mini suite The Dimension Man mostrano un gruppo all'apice della forma: fughe di sintetizzatore Moog si fondono con arpeggi acustici, ripartenze serrate e ritmiche dispari. Il suono è caldo, avvolgente e fortemente suggestivo, sorretto da una produzione di altissimo livello.

Open Up (1977): Maturità e perizia tecnica

Cover album Open Up - Ethos 1977

Il secondo capitolo, pubblicato l'anno successivo, affina ulteriormente la formula. Pur introducendo momenti leggermente più snelli e melodici, l'album contiene vette di complessità e arrangiamento pazzesche. Brani come Pimp City, Memories e Close Your Eyes mettono in mostra un intreccio contrappuntistico di tastiere e chitarre di rara eleganza, dimostrando una maturità compositiva pari ai grandi maestri britannici.

Il valore di una grande eredità

Nonostante il supporto della Capitol Records e tour di grande impatto al fianco di giganti come Kiss e Frank Zappa, la pressione commerciale e il mutamento dei gusti del pubblico verso la fine del decennio portarono allo scioglimento della band.

I due album degli Ethos rimangono tuttavia un punto di riferimento assoluto per chiunque voglia comprendere fino a che punto il progressive rock americano potesse rivaleggiare per eleganza, tecnologia e sinfonismo con la scuola europea.

Un primo ascolto: (Ardour) Quì, (Open Up) Quì.

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Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VI°) Part. IV° (US) Mirthrandir

Cover album For You The Old Women -  Mirthrandir 1976

Dalla poesia intimista degli Easter Island ci spostiamo in New Jersey per incontrare una band che rappresenta il punto d'arrivo assoluto del virtuosismo, della complessità e della precisione tecnica nel prog americano: i Mirthrandir.

 Se c'è un gruppo statunitense che ha preso le geometrie dei Gentle Giant e la maestosità sinfonica degli Yes per spingerle oltre ogni limite di incastro e arrangiamento, quello è proprio il sestetto dei Mirthrandir.

Rubrica Storie delle prog band minori: Mirthrandir

 Nel 1976, mentre negli Stati Uniti le radio venivano invase dalle prime avvisaglie del rock radiofonico AOR e dalla disco, una giovanissima formazione del New Jersey dette alle stampe in totale indipendenza un album destinato a far tremare i polsi a qualsiasi musicista per complessità e perizia tecnica. Il gruppo si chiamava Mirthrandir (chiaro omaggio, pur con una lieve variazione ortografica, al Gandalf di J.R.R. Tolkien, Mithrandir) e il loro unico lavoro, "For You the Old Women", è una vera e propria meteora di puro ed esaltante prog sinfonico.

 Un disco incredibilmente ambizioso, ricco di cambi di tempo vertiginosi, fughe polifoniche e un utilizzo geniale dei fiati all'interno della struttura rock.

 Una macchina da guerra tecnica tra fiati e tastiere

 I Mirthrandir potevano contare su un organico numeroso e straordinariamente preparato dal punto di vista formale: Simon Gannet alle tastiere (Mellotron, Moog, organo, pianoforte), Richard Excellente alle chitarre, John Vislocky alla voce, tromba e trombone, Robert Arace alla batteria, Alexander Romanelli alla chitarra e James Miller al basso e al flauto.

 Ciò che distingueva i Mirthrandir da molte altre band dell'epoca era proprio l'integrazione perfetta della sezione fiati (tromba, trombone e flauto) nel tessuto sinfonico: invece di limitarsi a semplici assoli o riempitivi, i fiati disegnavano complesse fughe contrappuntistiche insieme alle tastiere e alle chitarre, creando una sonorità ricca, brillante e densissima.

 For You the Old  Women (1976): Labirinti sonori e pura energia

 L'album "For You the Old Women" è composto da cinque tracce in cui non c'è un solo secondo di banalità o di riempitivo:

 For You the Old Women: La title-track d'apertura mette subito in chiaro le intenzioni della band: un attacco folgorante guidato da riff incrociati di chitarra e synth, ritmiche dispari serratissime e continui cambi di atmosfera.

Conversation With Personality: Un brano che mostra la chiara influenza dei Gentle Giant nella gestione dei controcanti e dei continui incastri timbrici. Il dialogo tra il flauto, la tromba e l'organo Hammond crea un vortice sonoro di rara precisione matematica.

Light of the Candle: Un'ampia composizione in cui la band dimostra di saper alternare al virtuosismo più sfrenato anche momenti di grande respiro melodico e sinfonico, sorretti da tappeti di Mellotron e da una prestazione vocale espressiva e d'impatto.

 Number Six e For Four: Gli episodi che chiudono il disco, dove le trame di chitarra di Romanelli e i sintetizzatori di Gannet toccano vertici di dinamica pazzeschi, sorretti da una sezione ritmica capace di cambiare tempo e metro con una naturalezza disarmante.

 Il destino di una stella cometa

 Realizzato con enormi sforzi finanziari personali e distribuito in tiratura limitata per la propria etichetta Foxtrot Records, "For You the Old Women" non trovò il supporto delle grandi major, incapaci di comprendere e commercializzare una musica così complessa. La band si sciolse poco dopo, lasciando questo singolo album come testimonianza del proprio passaggio.

 Nonostante ciò, Mirthrandir rimane un nome reverenziale tra gli amanti del prog degli anni '70: un disco monumentale, dinamico ed esuberante, che dimostra fino a che punto si potesse spingere l'ambizione musicale della gioventù americana dell'epoca.

Un primo ascolto: Quì

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