lunedì 7 settembre 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo VI°) Part. III° (US) Easter Island

Cover album Easter Island - Easter island 1979

 Dalle atmosfere cupe dei Babylon ci spostiamo in Kentucky per esplorare la proposta di un'altra gemma nascosta del prog americano: gli Easter Island.

Se molte band statunitensi dell'epoca cercavano il compromesso commerciale, gli Easter Island realizzarono nel 1979 un album interamente indipendente, dominato da un'anima squisitamente sinfonica, intima e quasi cameristica.

Rubrica Storie delle prog band minori: Easter Island

Sul finire degli anni '70, la cittadina di Lexington, in Kentucky, non era certo considerata la capitale del rock progressivo. Eppure è proprio da qui che nel 1979 emerse una formazione dal talento puro e cristallino: gli Easter Island. Il loro unico omonimo album, stampato privatamente per la piccolissima etichetta Helicon, rappresenta uno dei segreti meglio custoditi di tutto il panorama prog d'oltreoceano.

Lontano dalle mode dell'epoca e totalmente immune alle sirene della disco music o del punk, Easter Island è un'opera di puro romanticismo sinfonico, intessuta con una grazia e una sensibilità fuori dal comune.

L'eleganza dell'esecuzione

La forza espressiva degli Easter Island risiedeva nella combinazione insolita dei loro strumenti di punta. La formazione vedeva Mark Miceli alle tastiere, chitarra e voce solista, Rick Bartlett voce principale, Park Crain al basso, Mark Hendricks alla batteria e percussioni e, soprattutto, Ray Vogel al pianoforte, sintetizzatori Yamaha CS80 e Mellotron.


L'uso del sintetizzatore e di un pianoforte dal sapore squisitamente classico donava alla loro musica una dimensione da "musica da camera", che si fondeva alla perfezione con le trame di Mellotron e gli effetti synth dal timbro morbido e avvolgente.

Easter Island (1979): Poesia e sinfonismo acustico

L'album si sviluppa come un viaggio delicato e introspettivo, dove il virtuosismo non è mai ostentato, ma sempre messo al servizio della melodia e dell'atmosfera:

Solar Fire e The Golden Shrine: I brani di apertura mostrano subito la cifra stilistica del gruppo. Intrecci eleganti di chitarra acustica e pianoforte si alternano a improvvisi cambi di tempo guidati dalla sezione ritmica, con linee vocali calde e liriche che richiamano la delicatezza dei Camel o la poesia dei Renaissance.

Face to Face, The Inward View e Alms for the Blind: Episodi in cui Synth e Mellotron prendono il sopravvento, stendendo tappeti armonici di rara bellezza e malinconia. Il dialogo tra gli strumenti ad arco e i sintetizzatori crea un contrasto timbrico affascinante, sospeso tra passato e futuro.

Winds of Change: La traccia di chiusura rappresenta il vero capolavoro del disco. Una composizione fluida e cangiante, capace di passare da delicate aperture acustiche a momenti di grande impeto sinfonico, lasciando all'ascoltatore una sensazione di profonda serenità.

Un piccolo grande capolavoro da riscoprire

Stampato all'epoca in poche centinaia di copie, "Easter Island" è rimasto per anni un disco introvabile, contribuendo a creare l'alone di mistero attorno al nome della band. La successiva riscoperta da parte della critica specializzata e dei collezionisti di tutto il mondo ha infine reso giustizia a questa band del Kentucky.

Gli Easter Island hanno dimostrato che il prog americano sapeva essere anche sommesso, poetico e sognante, regalando agli appassionati un album di rara bellezza, eleganza e senza tempo.

Un primo ascolto: Quì

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