Nel variegato mosaico del progressive rock italiano degli anni '70, pochissime band sono riuscite a coniugare l'irruenza del rock con la grazia della musica classica ed etnica in modo così fluido ed emozionante come Quella Vecchia Locanda. Nata a Roma alla fine degli anni '60 e arrivata all'esordio omonimo nel 1972 per l'etichetta RCA, questa formazione ha firmato pagine di rara bellezza, distinguendosi immediatamente per l'uso magistrale degli strumenti ad arco e a fiato.
Se il loro secondo lavoro (Il tempo della gioia, 1974) ne confermerà la maturità, l'album d'esordio del 1972 rimane una folgorante testimonianza di freschezza, poesia e potenza espressiva.
Il dialogo tra rock e musica da camera
Ciò che rendeva unico il suono di Quella Vecchia Locanda era la composizione del gruppo, che vedeva affiancati musicisti di estrazione rock e strumentisti di formazione classica. La formazione del primo album vedeva Giorgio Giorgi al flauto e voce solista, Donald Lax al violino, Massimo Roselli alle tastiere, Raimondo Cocco alle chitarre, Romualdo Coletta al basso e Patrick Traina alla batteria.
In un'epoca in cui molti gruppi usavano il violino o il flauto solo come colore occasionale, la Locanda ne fece i pilastri portanti della propria architettura sonora. Il violino di Lax e il flauto di Giorgi non si limitavano a seguire le melodie, ma duellavano costantemente con la chitarra elettrica e l'organo Hammond, creando una trama timbrica ricca, vibrante e dal sapore squisitamente mediterraneo.
Quella Vecchia Locanda (1972): Una fiaba in musica
L'album d'esordio del 1972 - celebre anche per l'iconica e sognante copertina illustrata - è un susseguirsi di dinamiche perfette, dove momenti di profonda introspezione acustica sfociano improvvisamente in furiose fughe rock:
"Prologo" e "Un villaggio, un'illusione": L'apertura del disco chiarisce subito la statura della band. Arpeggi delicati di chitarra acustica e interventi eterei di flauto si fondono con la voce poetica e declamatoria di Giorgio Giorgi, prima che il violino e la sezione ritmica scatenino un crescendo sinfonico mozzafiato.
"Realtà" e "Immagini Sfuocate": Brani in cui l'organo Hammond e la chitarra distorta spingono su ritmiche serrate, sorrette dai cambi di tempo geometrici di Traina e Coletta. Il violino assume toni quasi zingareschi e virtuosistici, donando un carattere energico ed etnico del tutto originale.
"Il Cieco", "Dialogo", "Verso la Locanda" e "Sogno ,Risveglio E..": Insieme rappresentano i vertici lirici dell'album e di tutto il prog italiano. Melodia malinconiche e indimenticabili, sorrette dal pianoforte e da un violino struggente, che mostrano il lato più romantico e intimista del gruppo.
Un'eredità d'oro della scuola romana
Nonostante due album impeccabili e un grande consenso da parte di chi li vedeva dal vivo, la band decise di sciogliersi a metà anni '70 di fronte alle trasformazioni del mercato discografico e alla fine della stagione d'oro del prog.
Ciononostante, l'opera d'esordio di Quella Vecchia Locanda rimane un capolavoro assoluto, capace di equilibrare perfettamente la grazia del barocco e del rinascimento con la forza del rock anni '70. Un ascolto imprescindibile che impreziosisce ulteriormente questa quinta cinquina tutta italiana della mia rubrica "Brevi Storie delle Prog Band Minori".
Un Primo Ascolto: QUI
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