Ci sono album che diventano leggenda non solo per la musica contenuta nei loro solchi, ma per la tempesta culturale, mediatica e sociale che sono riusciti a scatenare. Nel fitto sottobosco del progressive rock italiano degli anni '70, nessun disco incarna questa aura di "capolavoro maledetto" con la stessa potenza di "Zarathustra" del Museo Rosenbach, pubblicato nel 1973 dalla Ricordi.
Un'opera monumentale, viscerale e complessa che, pur travolta all'epoca da assurde polemiche ideologiche, è riuscita a vincere la sfida contro il tempo, imponendosi oggi come una delle pietre miliari assolute del prog sinfonico a livello internazionale.
Dalle coste ligure al tempio del Prog
La storia del Museo Rosenbach affonda le sue radici a Bordighera, in Liguria, dall'unione di due formazioni locali (La Quinta Strada e gli Insieme). La formazione classica che darà vita all'album vede Giancarlo Golzi alla batteria (futuro perno dei Matia Bazar), Alberto Moreno al basso e pianoforte, Pit Corradi alle tastiere, Enzo Merogno alla chitarra e un giovanissimo Stefano "Lupo" Galifi alla voce.
Ciò che distingueva il Museo Rosenbach dalla maggior parte delle band era l'impatto sonoro: una combinazione perfetta tra la maestosità sinfonica dell'organo Hammond e del Mellotron e un'aggressività ritmica quasi hard rock, guidata dal canto potente, graffiante e teatrale di Lupo Galifi.
Zarathustra: L'impatto di un capolavoro
Ispirato liberamente alla figura e alla filosofia di Friedrich Nietzsche, Zarathustra è un concept album incentrato sul superamento dell'uomo, sulle sue debolezze e sulla ricerca di una nuova consapevolezza. Il disco si apre con la titanica suite che occupa l'intera prima facciata del vinile, divisa in cinque movimenti (a partire dal folgorante "l'Ultimo Uomo" fino a "Il Tempio delle Clessidre").
L'intreccio sonoro: Il lavoro di Pit Corradi al Mellotron e all'Hammond stende cattedrali di suono cupe ed evocative, su cui si innestano i riff taglienti della chitarra di Merogno e le complesse geometrie della sezione ritmica di Golzi e Moreno.
La voce di Lupo Galifi: La prestazione vocale di Galifi è una delle più straordinarie di tutto il prog italiano. La sua interpretazione è viscerale, drammatica, carica di un pathos che trascina l'ascoltatore dentro il travaglio interiore del protagonista.
La seconda facciata racchiude tre brani distinti ma concettualmente legati ("Degli Uomini", "Della Natura" e "Dell'eterno Ritorno"), dove la band dimostra una maturità compositiva disarmante, capace di alternare momenti di pura violenza sonora a delicate e malinconiche aperture acustiche.
Le polemiche e la riscoperta
Purtroppo, al momento della sua uscita nel 1973, l'album fu travolto da una feroce polemica politica. La scelta del tema nietzscheano, unita al volto di Mussolini inserito nel collage d'epoca della celebre copertina nera ad opera di Cesare Monti, portò l'ambiente discografico e radiofonico (RAI in primis) a boicottare il disco, etichettando ingiustamente la band.
Messa ai margini e frustrata dalla mancanza di supporto, la band si sciolse poco dopo. Tuttavia, la forza della musica ha superato ogni censura: a partire dagli anni '80 e '90, con la riscoperta del prog italiano in Giappone e in tutta Europa, Zarathustra è stato riconosciuto per ciò che è sempre stato: un'opera d'arte pura, potente ed esaltante.
Un Primo Ascolto: QUI
Precedente: Capitolo IV° (Part. V°) Espiritu (Argentina)
Successivo: Capitolo V° (Part. II°) Alphataurus (Italia)

Nessun commento:
Posta un commento