Dalla maestosità sinfonica dei Fireballet ci spostiamo in Maryland per incontrare una delle band più affascinanti, oscure e viscerali dell'intero panorama progressive americano: i Babylon.
Se molti gruppi statunitensi cercavano di ammorbidire la propria proposta con spunti AOR, i Babylon fecero l'esatto contrario: scelsero la strada della complessità teatrale, guardando dritto negli occhi la scuola britannica più drammatica e concettuale.
Rubrica Storie delle prog band minori: Babylon
Nel 1978, quando il movimento punk e la disco music dominavano i mercati e il rock progressivo veniva frettolosamente dichiarato estinto, una band di St. Petersburg (Florida), ma formatasi originariamente nel Maryland, dette alla luce in totale indipendenza un disco straordinario e controtendenza. Quel gruppo si chiamava Babylon e il loro omonimo album d'esordio (Babylon, pubblicato per la piccolissima etichetta Mephisto Records) è oggi considerato un oggetto di culto assoluto del prog d'oltreoceano.
Ispirati dalle atmosfere cupe e contorte dei Genesis di "The Lamb Lies Down on Broadway", dai Gentle Giant più geometrici e dalle trame lisergiche di Peter Hammill, i Babylon crearono un sound drammatico, teatrale e intriso di una tensione quasi ossessiva.
Architetture complesse e teatralità d'avanguardia
I Babylon erano guidati dalla figura istrionica del cantante e tastierista Doroccas (Rod Sacco), affiancato dal secondo tastierista Gary Chambers (che si alternava anche al basso e alla chitarra acustica), dal chitarrista J. David Boyko, dal bassista Rick Leonard e dal batterista Rodney Best.
La presenza di ben due tastieristi permetteva al gruppo di erigere una fitta rete di sintetizzatori, organo e pianoforte, su cui si innestavano i continui cambi di tempo della sezione ritmica e le chitarre taglienti. Ma l'elemento catalizzatore era la voce di Doroccas: un canto espressivo, drammatico, declamatorio e teatrale, capace di passare da toni sibilanti a improvvise esplosioni liriche.
Babylon (1978): Un labirinto sonoro di quattro tracce
L'album è composto da soli quattro lunghi brani, ciascuno dei quali si sviluppa come un vero e proprio dramma sonoro:
The Mote in God's Eye: Un'apertura ipnotica e drammatica, caratterizzata da un continuo rincorrersi di tastiere, ritmi dispari e una linea vocale che trascina l'ascoltatore in un'atmosfera carica di pathos ed inquietudine.
Before the Fall: Brano che mette in mostra la straordinaria perizia tecnica della band, con trame intrecciate di sintetizzatore Moog e chitarra che ricordano la precisione matematica dei Gentle Giant, riletta però con un tono molto più cupo.
Dreamfish: Una traccia maestosa dove pianoforte e sintetizzatori tessono una melodia nostalgica e decadente, su cui Doroccas regala una delle sue interpretazioni vocali più intense.
Cathedral of the Mary Ruin: La suite di chiusura che rappresenta il vertice creativo dell'album. Tra cambi di tempo vertiginosi, fughe di tastiere e intermezzi acustici, i Babylon costruiscono un'opera sinfonica complessa e senza compromessi commercial-pop.
Un'eredità riscoperta nel tempo
A causa della scarsissima distribuzione e del periodo storico poco favorevole al genere, l'album dei Babylon passò quasi inosservato al grande pubblico dell'epoca. Tuttavia, la straordinaria qualità della musica e la personalità unica della band portarono alla sua riscoperta negli anni '90, trasformandolo in una pietra miliare del prog sinfonico americano.
I Babylon hanno dimostrato che il prog americano non era solo perizia tecnica o arena-rock, ma sapeva spingersi nelle profondità dell'avanguardia e della poesia teatrale con un coraggio fuori dal comune.
Un primo ascolto: Quì
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