Dalle coste della Normandia ci spostiamo in Alsazia per raccontare la storia di una band che ha fatto della perizia tecnica, dell'ampiezza degli arrangiamenti e della pura potenza sinfonica la propria bandiera: i Shyloch.
Se c'è un gruppo francese che ha saputo raccogliere l'eredità degli Yes più complessi e dei Camel più melodici per fonderli in un'unica, travolgente architettura sonora, quello è proprio il quintetto dei Shyloch.
Rubrica Storie delle prog band minori: Shyloch
Nel 1977, in una fase storica in cui l'industria discografica voltava definitivamente le spalle alle strutture complesse e ai brani di lunga durata, una formazione di Strasburgo decise di ignorare ogni logica di mercato per dare vita a un'opera monumentale. Quei musicisti erano gli Shyloch con due album pubblicati a distanza di un anno l'uno dall'altro, "Gialorgues" 1977 e "Île de Fièvre" 1978 (pubblicato per la celebre etichetta Crypto), quest'ultimo, rappresenta un capolavoro assoluto di prog sinfonico, caratterizzato da un virtuosismo eccelso e da una produzione sorprendentemente nitida e potente.
Ci soffermeremo quì sul loro secondo straordinario lavoro, un disco esuberante, dinamico e privo di tempi morti, capace di unire la precisione matematica britannica alla consueta sensibilità poetica transalpina.
Architetture virtuose e sfumature di flauto
I Shyloch vantavano una formazione dal livello tecnico davvero impressionante. Il gruppo vedeva alla guida Didier Lustig (tastiere e sintetizzatori), Frédéric l'Epèe (chitarra elettrica ed acustica), Serge Summa (basso) e Andrè Fisichella (batteria e percussioni).
Ciò che distingueva i Shyloch da molte altre formazioni francesi dell'epoca era la scelta di dare alla chitarra solista e ai sintetizzatori un ruolo preminente e aggressivo: gli assoli fluidi ed espressivi s'intrecciavano a fitte fughe di tastiera che regalava improvvise aperture pastorali e sognanti, garantendo un continuo cambio di colore timbrico.
Île de Fièvre (1979): Un viaggio tra luce e virtuosismo
L'album si sviluppa in sei tracce-capolavoro dove la melodia si sposa costantemente con tempi dispari e strutture articolate:
Île de Fièvre: La title-track d'apertura è un manifesto di puro rock progressivo. Riff taglienti di chitarra, synth squillanti e una sezione ritmica implacabile introducono un virtuosismo espressivo in un crescendo che lascia subito a bocca aperta per impatto e precisione.
Le Sang des Capucines: Un brano complesso e geometrico in cui le tastiere di Lustig si prendono la scena, dialogando con arpeggi di chitarra classica, pause e improvvise ripartenze che ricordano la lezione dei Gentle Giant e dei Focus.
Choral, Himogène, Lierre d'aujourd'hui e Laocksetal: Episodi in cui la band dimostra di saper dominare sia la delicatezza acustica che la lunga durata sinfonica. I momenti più sognanti lasciano il posto a lunghi intermezzi strumentali ricchi di pathos, sorretti da assoli di chitarra elettrica carichi di sustain ed eleganza.
Un monumento al tramonto del genere
Uscito in un anno difficile per il prog, "Île de Fièvre" fu una testimonianza discografica importante lasciata dagli Shyloch prima dello scioglimento. Nonostante la mancanza di un seguito, l'album ha saputo conquistare col tempo uno status di culto indiscutibile tra i collezionisti di tutto il mondo, venendo riconosciuto come una delle produzioni più pulite, mature e brillanti di tutta la scena francese tardo-settanta.
Gli Shyloch hanno dimostrato che la passione per la grande musica sinfonica non poteva essere spenta dalle mode del momento, regalandoci un'opera di rara potenza e intramontabile bellezza.
Un Primo Ascolo: Quì
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