sabato 8 agosto 2026

Tusmorke - Balderdom 2026 (Norvegia)

 

Cover album  Balderdom - Tusmorke 2026

"Balderdom" dei Tusmørke (2026) – Un viaggio magico nel folk rock norvegese

I Tusmorke, una band capace di farci viaggiare nel tempo senza muoverci dal divano. Il gruppo norvegese è tornato in questo 2026 con un nuovo album intitolato "Balderdom", e possiamo dirlo subito: è un piccolo gioiello di stranezza, melodia e folklore.

Ma di cosa si tratta esattamente? E perché dovreste ascoltarlo anche se non masticate il rock più alternativo? Scopriamolo insieme.

Di cosa parla l'album?

Il titolo Balderdom ci porta dritti nella mitologia nordica (avete presente Balder, il dio della luce e della bellezza?). Ma non aspettatevi del metal pesante o canzoni rabbiose. I Tusmørke preferiscono usare canzoni che sembrano fiabe antiche, piene di mistero, folletti e foreste incantate.

Il sound è un mix unico:

 Strumenti d'epoca: Flauti magici, tastiere che sembrano uscite dagli anni '70 e un basso caldissimo.

 Ritmi ballabili: Anche se i testi parlano di storie antiche, la musica vi farà battere il piede a tempo fin dal primo ascolto.

 Un'atmosfera teatrale: Ascoltare questo disco è un po' come guardare uno spettacolo di burattini in un bosco di notte. È divertente, un pizzico bizzarro, ma affascinante.

Perché piacerà anche a voi

La cosa più bella di Balderdom è che non si prende troppo sul serio. Molti gruppi che fanno musica ispirata al passato risultano freddi o troppo accademici. I Tusmørke, invece, mantengono uno spirito giocoso e ironico.

Le melodie si stampano in testa facilmente e l'uso del flauto dà a tutto l'album un senso di leggerezza incredibile. È il disco perfetto da mettere su mentre si legge un libro fantasy, si sorseggia un tè caldo o semplicemente quando si ha voglia di staccare dalla frenesia della vita quotidiana.

Un album colorato, fuori dagli schemi e accessibile a tutti, capace di trasformare il grigiore quotidiano in una favola scandinava.

Non serve essere esperti di rock progressivo o di storia vichinga per godersi Balderdom. Basta avere un briciolo di curiosità e la voglia di farsi trasportare in un mondo parallelo. 

Date una chance ai Tusmørke: vi sembrerà di aver trovato un vecchio libro di favole dimenticato in soffitta.

I due brani da non perdere (e perché ascoltarli)

Per capire davvero quest'album, ci sono due tracce in particolare che mostrano i due lati dei Tusmørke: quello più orecchiabile e festoso, e quello più epico e misterioso.

1. "Svensk Drøm" – L'inno dell'amicizia davanti al falò

Scelta come primo singolo, questa canzone è il biglietto da visita perfetto dell'album. Nata da un vero sogno del cantante, evoca l'atmosfera di una cerchia di amici che cantano intorno a un fuoco di notte.

 Cosa vi colpirà: Ha un ritmo travolgente, quasi una marcia allegra che vi farà muovere subito la testa. Il flauto è il protagonista assoluto, saltellante e leggero, accompagnato da cori di gruppo che danno l'idea di una grande festa in mezzo ai boschi. È un brano solare, accessibile e trasmette una fortissima sensazione di unione e calore.

2. "Lidskjalv" – Il viaggio epico da oltre 20 minuti

Se Svensk Drøm è la festa, Lidskjalv è la vera e propria avventura fantasy. Questo brano occupa da solo l'intera seconda metà dell'album e dura ben 20 minuti! Il titolo fa riferimento al trono di Odino da cui il dio poteva guardare tutto l'universo.

 Cosa vi colpirà: Non spaventatevi per la durata: la traccia cambia continuamente forma, proprio come una storia a capitoli. Troverete parti più sussurrate e mistiche, improvvisi assoli di tastiere vintage che ricordano il rock degli anni '70 e un magico coro teatrale (l'Oslo Badstukor) che rende tutto incredibilmente solenne. È una traccia complessa ma affascinante, ideale da ascoltare ad occhi chiusi per lasciarsi trasportare.

Un primo ascolto: Quì


giovedì 6 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. III° (Kaipa)

                                            Kaipa (Svezia)

Kaipa - Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. III°

Quando pensiamo alle radici del progressive rock, la mappa geografica ci porta quasi sempre a Londra, a Canterbury o tra le città d'arte italiane. Eppure, a metà degli anni '70, mentre nel resto d'Europa il genere iniziava a mostrare i primi segni di stanchezza, nelle gelide terre della Svezia stava germogliando qualcosa di incantevole.

I Kaipa non sono stati solo una band minore di quel periodo: sono stati i custodi di un sound boreale, capaci di prendere la complessità del prog sinfonico e tingerla con i colori della malinconia e delle leggende popolari scandinave.

La nascita del suono boreale

La storia comincia a Uppsala nel 1973, inizialmente sotto il nome di Ura Kaipa, per iniziativa del tastierista Hans Lundin e del bassista Tomas Eriksson. La svolta decisiva arriva però con l'ingresso di un giovanissimo e talentuoso chitarrista, non ancora maggiorenne: Roine Stolt (un nome che, decenni dopo, scriverà pagine fondamentali del genere).

A differenza dei loro contemporanei anglosassoni, i Kaipa scelsero una strada coraggiosa: rifiutarono l'inglese e decisero di cantare rigorosamente nella loro lingua madre. Questa scelta, se da un lato ne limitò l'esportazione immediata all'estero, dall'altro conferì alla loro musica un'autenticità e un fascino fiabesco inimitabili. Le tastiere di Lundin e la chitarra lirica di Stolt dialogavano come se stessero descrivendo immensi paesaggi innevati, foreste millenarie e cieli scandinavi.

Gli anni d'oro: Inget Nytt Under Solen (1976)

Cover album Inget Nytt Under Solen - Kaipa 1976


Dopo un eccellente album di debutto omonimo nel 1975, la band pubblica l'anno successivo quello che è considerato il loro capolavoro assoluto degli anni '70: "Inget Nytt Under Solen"(Niente di nuovo sotto il sole).

L'album è un trionfo di prog sinfonico che guarda ai Genesis di Foxtrot e agli Yes di Close to the Edge, ma rielaborati attraverso una sensibilità melodica squisitamente svedese. La suite che dà il titolo al disco, divisa in quattro parti, è un viaggio strumentale e vocale di rara bellezza, dove la chitarra di Stolt piange letteralmente note di puro lirismo, sorretta da un uso maestoso di organo Hammond e sintetizzatori.

Nonostante il successo in patria e i tour intensi, i continui cambi di formazione e l'arrivo degli anni '80 (con l'inevitabile mutamento del mercato discografico) spinsero la band a una lunga pausa, che sembrava aver messo la parola fine alla loro storia nel 1982.

Il miracolo della rinascita: Un ponte verso il presente

Molte delle storie che raccontiamo in questa rubrica finiscono con un muro di rimpianti e lo scioglimento definitivo. Per i Kaipa, invece, il destino aveva in serbo una trama completamente diversa.

Nel 2002, dopo vent'anni di silenzio, Hans Lundin e Roine Stolt si sono ritrovati, decidendo di riaccendere il motore della band. Non si è trattato di una semplice operazione nostalgica, ma dell'inizio di una seconda giovinezza artistica straordinaria.

I Kaipa sono una delle pochissime realtà degli anni '70 che non solo è attiva ancora ai nostri giorni, ma che da oltre vent'anni continua a regalarci capolavori di progressive rock moderno a scadenze regolari. Album come Notes from the Past (2002), Sattyg (2014) o il meraviglioso Urskog (2022) mostrano una band che non ha perso un briciolo della propria freschezza.

Oggi, arricchiti da musicisti straordinari della scena svedese (come il bassista Jonas Reingold e le incredibili voci di Patrik Lundström e Aleena Gibson), i Kaipa continuano a tessere trame sonore maestose, dimostrando che il progressive rock, quando ha radici profonde e sincere, non invecchia mai. Splende, semplicemente, come un sole di mezzanotte.

La bussola per i lettori: I due volti dei Kaipa

Per iniziare a esplorare il loro immenso patrimonio musicale, ti consigliamo di ascoltare questi tre dischi, distanti nel tempo ma uniti dallo stesso spirito:



Urskog (2022)

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Telegraph – Topography of Mind (2026) Israele

 

cover album Topography of Mind - Telegraph 2026

Telegraph – Topography of Mind (2026): Un viaggio cosmico tra nostalgia e futuro

Il 2026 si sta rivelando un anno incredibilmente generoso per le sonorità progressive, eppure alcune delle gemme più preziose continuano a fluttuare fuori dai radar dei grandi media. È il caso dei Telegraph e del loro straordinario nuovo lavoro, Topography of Mind. Se siete alla ricerca di un album capace di fondere la maestosità del prog sinfonico classico con le derive ipnotiche dello space rock, avete appena trovato il vostro Santo Graal musicale.

Mappe mentali e costellazioni sonore

Fin dalle prime note, Topography of Mind si presenta come un concept album nel senso più nobile del termine. Non si tratta solo di una successione di brani, ma di una vera e propria mappatura geografica degli stati d'animo. I Telegraph riescono nell'impresa di far coesistere due anime apparentemente distanti: la precisione geometrica del prog sinfonico anni '70 (pensa ai Genesis dell'era Gabriel o ai Camel più ispirati) e la libertà fluttuante dello space rock alla Pink Floyd o Hawkwind.

Il disco si apre con suite strumentali che lasciano ampio respiro ai musicisti. I sintetizzatori vintage e i tappeti di tastiere creano una nebbia cosmica da cui emergono, improvvisi e taglienti, assoli di chitarra carichi di phaser e delay.

Mellotron, flauti e riff pesanti

La vera forza dell'album risiede nel dinamismo. I Telegraph non si limitano a replicare il passato. Accanto a strumenti tradizionali del genere come il flauto traverso e il mellotron - che donano un calore folk e pastorale ad alcuni passaggi - la band non ha paura di spingere sul pedale del distorsore. Nelle sezioni centrali dell'opera, la sezione ritmica si fa serrata, quasi marziale, sfociando in un heavy prog sofisticato ma potente, che destabilizza l'ascoltatore prima di riportarlo in orbita.

Le parti vocali, centrate e mai sovraesposte, fungono da bussola in questo oceano sonoro. I testi, criptici e poetici, esplorano il legame tra l'immensità dell'universo e i labirinti della mente umana, perfettamente in linea con il titolo dell'opera.

Perché è un album da non perdere?

In un'epoca di singoli "mordi e fuggi" da tre minuti, Topography of Mind è un atto di ribellione. Richiede tempo, cuffie di buona qualità e la volontà di lasciarsi trasportare. È un disco stratificato: al primo ascolto colpiscono le melodie sinfoniche, al quinto si scoprono dettagli di produzione e incastri ritmici millimetrici.

Se amate il prog che sa essere romantico, spaziale, a tratti oscuro ma sempre incredibilmente tecnico, quest'album merita un posto d'onore nella vostra collezione del 2026. Non lasciate che rimanga un segreto per pochi iniziati.

Un primo ascolto: Quì

Buy: Quì


mercoledì 5 agosto 2026

Rubrica: Brevi Storie delle Prog Band Minori (Capitolo I°) Part. II° - Maxophone

                                                    Maxophone (RPI)

Nella gloriosa e affollata stagione del Rock Progressivo Italiano (RPI) degli anni '70, la maggior parte delle band nasceva nelle cantine, tra chitarre distorte dei complessi beat convertiti al nuovo verbo e l'urgenza politica delle piazze. I Maxophone, invece, nascono tra le mura austere e rigorose del conservatori di Milano.

Questa genesi accademica non ha tarpato le ali alla loro creatività; al contrario, ha permesso loro di dare vita a un album omonimo, pubblicato nel 1975, che rappresenta probabilmente il punto di massima sofisticazione formale e tecnica di tutto il movimento progressivo italiano. Un disco monumentale che, purtroppo, ha dovuto fare i conti con la spietata legge del tempismo commerciale.

Gli artigiani del suono perfetto

Il nucleo dei Maxophone era composto da musicisti di una preparazione spaventosa. Polistrumentisti capaci di saltare da uno strumento a fiato a una chitarra elettrica senza battere ciglio. Tra loro spiccavano Sergio Lattuada (tastiere) e Roberto Giuliani (chitarra e pianoforte), ma a fare la vera differenza era la presenza di fiati classici come il corno francese di Maurizio Bianchini e il clarinetto di Leonardo Schiavone.

Mentre molte band del periodo cercavano l'impatto viscerale o la provocazione teatrale, i Maxophone cercavano la perfezione geometrica e la purezza del suono. Il loro prog non era solo "rock con elementi classici", ma una vera e propria fusione molecolare tra musica da camera, jazz-rock e canone sinfonico.

Il capolavoro: Maxophone (1975)

Cover album Maxophone - Maxophone 1975

L'omonimo album di debutto, stampato dalla Produttori Associati (la stessa etichetta dei primi dischi di Fabrizio De André e degli Alusa Fallax), è un'opera d'arte curata fino all'ossessione. Sei tracce che tolgono il fiato per la complessità degli arrangiamenti e la bellezza delle linee melodiche.

 C'è un paese al mondo: La traccia d'apertura è un manifesto dinamico. Inizia con un delicato intreccio acustico per poi esplodere in un trionfo di fiati e tastiere, sorretto da testi poetici e mai banali che riflettono sulle contraddizioni della società dell'epoca.

 Fase: Un brano strumentale dove la band mette in mostra un'agilità jazz-rock straordinaria, con continui cambi di tempo e un interplay tra basso e batteria che ricorda le produzioni d'oltremanica più blasonate.

 Al mancato compleanno di una farfalla: Forse la vetta emotiva del disco. Qui le influenze della musica sacra e corale si fondono con il rock progressivo, creando un'atmosfera solenne, quasi mistica, spezzata solo da assoli strumentali fulminanti.

 La vera firma stilistica dei Maxophone risiede nei loro cori. A differenza di molti gruppi prog italiani in cui il cantato era spesso il punto debole, i Maxophone costruivano intrecci vocali a quattro o cinque voci di matrice polifonica, curati al millimetro e intonati in modo celestiale.

 Il paradosso del 1975 e l'oblio


Perché, di fronte a un simile capolavoro, i Maxophone non sono diventati famosi come la PFM o il Banco del Mutuo Soccorso? La risposta sta tutta nell'anno di pubblicazione: il 1975.

In quel momento, l'età dell'oro del prog italiano si stava bruscamente chiudendo. Il pubblico giovanile stava cambiando pelle, la musica si faceva più politicizzata e cruda, e nelle discoteche iniziavano a risuonare i primi battiti della dance. Un album così rifinito, colto e orchestrale venne percepito da una parte della critica come un esercizio di stile anacronistico.

La band tentò persino la carta del mercato internazionale registrando una versione del disco con i testi in inglese (curati da svariati collaboratori tra cui anche un giovane Peter Hammill), ma la promozione fu scarsa. Delusi dalla mancanza di riscontri e dalle difficoltà del mercato, i Maxophone si sciolsero poco dopo, lasciando quel disco come una splendida cattedrale nel deserto.

Perché il loro vinile è un Santo Graal


Oggi, a distanza di decenni, il tempo ha cancellato le mode del 1975 e ha lasciato parlare solo la musica. L'album dei Maxophone è considerato dai collezionisti di tutto il mondo (specialmente in Giappone e Corea, dove il prog italiano è venerato) come uno dei dischi più preziosi e musicalmente ineccepibili di sempre.

 I Maxophone sono stati i sarti di un prog d'alta moda, capaci di cucire insieme spartiti classici e attitudine rock con un filo d'oro. Un ascolto obbligatorio per chiunque voglia capire fino a dove si sia spinta l'eccellenza musicale italiana in quel decennio irripetibile.


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martedì 4 agosto 2026

Agusa - Panacea (2026) Svezia

 

Cover album  Panacea - Agusa 2026
Agusa - Panacea (Live)

Agusa – Panacea (Karisma Records, 2026)

Quando un gruppo come gli Agusa decide di dare alle stampe un nuovo album dal vivo, non ci si trova mai di fronte a una semplice operazione nostalgica o a un riempitivo discografico. Il quintetto svedese ha dimostrato a più riprese che la dimensione live è il terreno dove la propria formula - un irresistibile mix di prog settantiano, folk scandinavo, psych rock e derive kraut - trova la sua massima dilatazione ed energia espressiva. 

Registrato nel settembre 2024 al Progressive Circus Festival di Malmö e pubblicato nel maggio 2026 dalla Karisma Records, Panacea raccoglie in 45 minuti di musica appena tre tracce. Una scelta essenziale ma mirata, che mette a confronto tre fasi differenti della discografia della band e dimostra come i brani da studio si trasformino su palcoscenico in organismi vivi, caldi e in continua evoluzione. 

Le tracce e il confronto con le versioni da studio

1. Lust Och Fägring (Sommarvisan)

Versione originale: Två (2015) 

La resa live (14:34): Rispetto alla traccia d'apertura del loro secondo lavoro in studio, che spiccava per un'eleganza pastorale e un intreccio flauto/chitarra quasi idilliaco, questa versione dal vivo aumenta l'impatto ritmico e la tensione ipnotica. Il flauto si fa più viscerale, mentre la sezione ritmica spinge con maggiore irruenza. Se in studio il brano evocava un paesaggio estivo svedese e sognante, dal vivo acquisisce un'energia pagana e quasi dionisiaca, estendendo le sezioni soliste verso territori decisamente più psichedelici. 

2. Den Förtrollade Skogen

Versione originale: Högtid (2014) 

La resa live (20:43): "La foresta incantata" è il pilastro del debutto degli Agusa. Se la versione da studio era un'escursione kraut-prog dal carattere fortemente cosmico e contemplativo, su Panacea diventa una suite monumentale di oltre venti minuti. L'organo Hammond guida la narrazione con un timbro più denso e scuro, mentre i continui cambi di dinamica tra momenti di quiete sognante ed esplosioni lisergiche mostrano una band capace di respirare all'unisono con il pubblico. È il vero cuore pulsante dell'album. 

3. Ur Askan

Versione originale: Prima Materia (2023) 

La resa live (10:39): Tratto dal recente corso della band, Ur Askan ("Dalle ceneri") chiude il disco con una carica catartica. Rispetto all'esecuzione pulita e stratificata presente su Prima Materia, la versione live guadagna in ruvidezza e dinamica. Il tema principale di chitarra suona più incisivo e drammatico, librandosi su una trama di organo e flauto che costruisce un crescendo finale liberatorio. 

Un balsamo per la mente

Il titolo Panacea non è casuale: l'intenzione del gruppo è quella di offrire un rimedio sonoro alle ansie della vita moderna. La masterizzazione curata da Magnus Lindberg restituisce un suono organico, nitido ma privo di artificialità, permettendo di percepire ogni minima sfumatura e l'acustica calda dell'esibizione dal vivo. 

Panacea non sostituisce gli album in studio degli Agusa, ma li completa e li sublima. Per chi li conosce già è la conferma del loro status di maestri della scena neo-prog/psych nordica; per chi non li ha mai ascoltati, rappresenta una perfetta porta d'ingresso per comprendere la forza primordiale del loro suono. Un acquisto caldamente consigliato, sia in digitale che nelle sue eleganti edizioni in vinile. 

Quì: per l'acquisto e un primo ascolto

domenica 2 agosto 2026

Jordsjø – Pestkronikene (2026) Norvegia

Cover album  Pestkronikene - Jordsjø 2026

Un piccolo capolavoro di artigianato e poesia nordica

Se c’è una band capace di prenderci per mano e portarci dritti all’interno di una foresta scandinava, avvolti dalla nebbia e dal profumo di resina, quella è sicuramente i Jordsjø. Il duo norvegese è tornato in questo 2026 con un nuovo capitolo discografico intitolato Pestkronikene (che potremmo tradurre come "Le Cronache della Peste").

Non lasciatevi spaventare dal titolo apparentemente cupo: i Jordsjø sono riusciti ancora una volta a fare una magia, trasformando un tema storico e malinconico in un viaggio musicale straordinario, ricco di luce, sogni e atmosfere d'altri tempi.

Un viaggio nel tempo e nella natura

Pestkronikene non è un semplice album rock, ma un vero e proprio racconto sonoro. La forza di questo disco sta nella capacità di unire il progressive rock classico (quello fatto di lunghi brani, cambi di ritmo e continui colpi di scena) con il folk nordico più puro e ancestrale.

Fin dalle prime note si respira un'aria d'autunno. La band non usa trucchi elettronici o modernità esasperate; al contrario, si affida al calore degli strumenti acustici. Sentirete flauti che sembrano sussurrare tra gli alberi, chitarre acustiche delicatissime e tastiere vintage (come il leggendario Mellotron) che creano tappeti sonori caldi e avvolgenti.

I punti di forza del disco

Perché questo album merita di essere ascoltato e riascoltato? Ecco cosa lo rende speciale:

 L'equilibrio perfetto tra ombra e luce: Nonostante il concetto di fondo sia legato a un periodo storico buio ("la peste"), la musica non è mai deprimente. C’è sempre un senso di speranza, una melodia dolce che spunta subito dopo un momento più misterioso.

 Strumenti che cantano: Anche nei brani strumentali (o dove la voce in lingua norvegese diventa uno strumento tra gli altri), la musica riesce a parlare chiaramente. Non serve capire il norvegese per sentire la nostalgia, la meraviglia o la sacralità della natura che vogliono trasmettere.

 Artigianato musicale: Si sente che ogni singola nota è stata suonata col cuore. Non c'è nulla di artificiale: è musica "fatta a mano", genuina e curata nei minimi dettagli.

Le tracce da non perdere

L'album va vissuto come un'unica grande storia, ma ci sono alcuni momenti che colpiscono dritto al petto:

1. L'apertura dell'album: Ti proietta immediatamente in un castello medievale o su una scogliera fiabesca. Il lavoro del flauto qui è semplicemente celestiale.

2. I brani centrali: Qui il rock progressivo si fa più presente. I ritmi cambiano improvvisamente, la batteria si fa più energica e l'organo regala fiammate che ricordano i grandi classici degli anni '70, ma con quel tocco scandinavo unico che solo loro sanno dare.

3. Il finale: Una chiusura poetica che lascia addosso un senso di pace e di profonda connessione con la terra.

In conclusione: perché i Jordsjø continuano a farci sognare

Con Pestkronikene, i Jordsjø confermano di essere una delle realtà più straordinarie e pure del panorama musicale attuale. Hanno il raro dono di saper rallentare il tempo: in un mondo che corre frenetico, questo disco vi costringerà a fermarvi, chiudere gli occhi e respirare.

Se amate le atmosfere folk, le storie antiche, la natura incontaminata e la musica suonata con l'anima, questo album non è solo consigliato: è una tappa obbligatoria per la vostra mente.

Un primo ascolto Quì: Pestkronikene


sabato 1 agosto 2026

Legs on Wheels - Gobble 2026 (UK) Eclectic Prog


Cover album Gobble - Legs on Wheels 2026

Oltre il sipario del tempo: perché "Gobble" dei Legs on Wheels domina il Prog nel 2026

Quando si stila la classifica di fine anno per un genere monumentale (e a volte fin troppo accademico) come il progressive rock, il rischio è sempre quello di premiare la tecnica fine a se stessa o i nostalgici ritorni al passato. Nel 2026, però, una band di Manchester ha deciso di prendere le regole del tavolo, ribaltarlo e costringerci a ballare sulle macerie. Il primo posto della mia personale classifica, di quest'anno, andrà senza la minima esitazione, a Gobble, la seconda e dirompente prova sulla lunga distanza dei Legs on Wheels.

Se il loro debutto Legroom (2023) ci aveva mostrato una band promettente, Gobble è il momento in carena in cui il quintetto (Danny Murgatroyd, Alex Crumbie, George Roberts, Ged Hawksworth e Dean Stoloff) compie il definitivo salto di qualità, confezionando 44 minuti di assoluta, controllata e schizofrenica genialità.

Tra Zappa, XTC e i Gentle Giant: un'eredità digerita e risputata

La musica contenuta in Gobble è un organismo vivente e iperattivo. È "Eclectic Prog" nella sua accezione più pura e nobile. Immaginate i ricami barocchi e la complessità ritmica dei Gentle Giant, la spigolosità post-punk e l'ironia pop degli XTC, la follia dissacrante di Frank Zappa e la teatralità del primo Peter Gabriel. Eppure, i Legs on Wheels non suonano come dei semplici imitatori: hanno preso questo enorme calderone e lo hanno aggiornato per l'ascoltatore moderno, con un'attitudine "ADHD-coded" che non ti lascia un attimo di respiro.

La prima cosa che colpisce è l'incredibile pulizia sonora: la produzione e il mixaggio riescono nel miracolo di rendere intelligibile ogni singolo strato. E di strati ce ne sono tantissimi. Synth analogici che stridono, assoli di tastiera taglienti, armonie vocali stratificate e una sezione ritmica (basso e batteria) che viaggia a velocità intergalattiche, cambiando tempo ogni tre battute ma mantenendo sempre un groove micidiale.

Il viaggio traccia per traccia: dall'assurdo all'epico

L'album si sviluppa come un banchetto surreale sin dal titolo ("Gobble" dopotutto significa "ingozzarsi", "divorare").

 L'apertura è affidata a Oysters On The Half Shell, un manifesto programmatico che aggredisce l'ascoltatore con un'energia frenetica, mettendo subito in chiaro che i confini della forma-canzone tradizionale qui sono banditi.

 Si passa poi attraverso le bizzarrie aliene di A.P.E.S. e il piglio contagioso di Winner Winner e Peekaboo, tracce brevi ma densissime, dove la band dimostra una dote rara nel prog moderno: la capacità di scrivere ritornelli irresistibili e memorabili pur dentro a strutture ritmiche impossibili.

 La parte centrale tocca vette di puro godimento strumentale con Waiting For His Drowning e la spaventosa Centipede, quest'ultima impreziosita da un assolo di tastiera di George Roberts che definire devastante è riduttivo. Quando la tensione si fa infernale in Dinnertime For Rat, capisci che la band non ha paura di sporcarsi le mani con atmosfere cupe e spigolose.

La suite definitiva: Masteroid

Il vero capolavoro nel capolavoro, però, è la traccia di chiusura. Nessun album prog degno di questo nome può dirsi completo senza una suite di oltre dieci minuti, e Masteroid (10:47) adempie al compito in modo magistrale. I testi, immaginifici e a tratti dadaisti (ma mai vuoti, anzi ricchi di metafore sull'ipocrisia umana e sul senso dell'esistenza), si esauriscono nella prima metà del brano. Da lì in poi, la band si lancia in una cavalcata strumentale fantascientifica. Sembra di correre dentro a una griglia al neon, schivando ostacoli a folle velocità, finché la traccia non si decompone in un finale psichedelico, dilatato e sognante, dominato dal feedback di un loop di nastro, lasciando l'ascoltatore a fluttuare nello spazio profondo.

"Gobble"  è la dimostrazione che il progressive rock non ha bisogno di guardarsi indietro per essere grandioso. Ha bisogno di audacia, di ironia e di una spaventosa dose di talento.

Perché è il numero uno del 2026?

In questo  2026 ho ascoltato ottimi dischi, produzioni imponenti e ritorni di fiamma. Ma nessuno ha avuto il coraggio, la gioia contagiosa e la freschezza dei Legs on Wheels. Gobble è un album che richiede più ascolti per essere assimilato, che diverte, che spiazza e che si rifiuta categoricamente di essere noioso o pretenzioso. È la dimostrazione che la complessità musicale può (e deve) essere esaltante e divertente.

Lo troverete in cima alla mia personalissima classifica dei "The Best Albums Progressive" del 2026 che sarà pubblicata come al solito all'inizio del nuovo anno.

Se cercate il solito clone dei Pink Floyd o dei Genesis, cercate altrove. Se volete sentire dove sta andando il futuro del rock progressivo, Gobble è la vostra unica, imprescindibile destinazione. Primo posto meritatissimo.

Nino A.

Un primo ascolto: Quì

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Esistenza Ciclica e Reincarnazione Cosmica: Un Viaggio nell'Omniverso

  Esistenza Ciclica secondo il Buddhismo: Una Visione Estesa Il concetto di ciclicità nell’insegnamento buddhista è da sempre un argomento...