Twethy six sixth and Then - Reflections on the Future (1972)
Dalla furia jazz-rock degli Ikarus rimaniamo nel primissimo scorcio degli anni '70 per incontrare una formazione che ha saputo fondere l'impatto ruvido dell'hard-rock alla maestosità sinfonica del prog anglo-tedesco: i Twenty Sixty Six and Then.
Il loro unico e leggendario album d'esordio del 1972, "Reflections on the Future"(pubblicato per la celebre etichetta United Artists Records), rappresenta un capolavoro assoluto di potenza, tecnica e stratificazione.
Rubrica: Storie delle prog band minori: Twenty Sixty Six and Then
Nel 1972, a Mannheim, prende forma un sestetto unico nel suo genere, capace di erigere un vero e proprio "muro del suono". I Twenty Sixty Six and Then firmano con "Reflections on the Future" un album esplosivo, in cui l'aggressività delle chitarre e le fughe d'organo tipiche del sound proto-prog si fondono con le dilatazioni cosmiche e psichedeliche della scuola germanica.
Un disco viscerale, potente e al contempo virtuosistico, dominato da una presenza vocale carismatica e da un assetto strumentale d'impatto devastante.
L'arsenale a tastiera doppia e l'impronta britannica
La vera cifra distintiva della band risiedeva nella presenza contemporanea di ben due tastieristi di primissimo ordine e di un cantante britannico di razza. La formazione vedeva Geff Harrison alla voce solista, Gerhard Mrozeck alle chitarre (elettrica ed acustica) e cori, Steve Robinson ad un arsenale di tastiere (organo, piano elettrico, synth, Mellotron, vibrafono e cori), Veit Marvos (organo, pianoforte, piano elettrico, Mellotron, percussioni e cori), Dieter Bauer al basso e Konstatin Bommarius alla batteria.
Il continuo dialogo tra i due tastieristi - capaci di sovrapporre tappeti di Mellotron a sferzanti riff di organo e vibrante vibrafono - trovava una valvola di sfogo perfetta nei graffi di chitarra di Mrozeck e nella voce ruvida, potente e d'ispirazione hard-rock di Geff Harrison.
Reflections on the Future (1972): Un viaggio tra rabbia e visione
L'album si snoda attraverso cinque composizioni tese ed energiche che non concedono pause:
At my Home: L'apertura è un attacco diretto. Riff granitici di chitarra e organo distorto sorreggono la voce graffiante di Harrison, impostando subito ritmi serrati e cambi di tempo imprevedibili.
Autumn e Butterking: Due brani di straordinaria ampiezza dinamica. In Autumn le atmosfere malinconiche introdotte dal Mellotron e dal pianoforte sfociano in un crescendo sinfonico d'impatto drammatico, mentre Butterking sfoggia un groove ritmico travolgente arricchito da fughe di tastiera quasi jazzate.
Reflections on the Future e How do you feel: La title-track è una suite monumentale di oltre sedici minuti, vero e proprio cuore pulsante dell'opera. Tra digressioni psichedeliche, assoli virtuosistici, esplosioni hard-rock e dilatazioni sonore, la band tocca il suo apice compositivo prima di chiudere il vinile con la più breve e sferzante How do you feel.
Un'impronta indelebile nel rock teutonico
Nonostante la qualità eccelsa del materiale e l'accoglienza entusiastica da parte degli appassionati del settore, problemi di gestione e divergenze interne portarono allo scioglimento della band poco dopo la pubblicazione. Molti dei suoi membri avrebbero poi alimentato altri progetti di spicco della scena tedesca (come Emergency, Eloy e Achor).
"Reflections on the Future" dei Twenty Sixty Six and Then resta una pietra miliare incandescente: un album muscolare, affascinante e ricco di sfumature che merita un posto d'onore in ogni collezione di rock progressivo.
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