martedì 6 ottobre 2026

Rubrica: Brevi Storie delle prog band minori (Capitolo IX°) Part. II° (Germania) Twenty Sixty Six and Then

Cover album  Reflections on the Future - Twethy six sixth and Then 1972

 Twethy six sixth and Then - Reflections on the Future (1972)

Dalla furia jazz-rock degli Ikarus rimaniamo nel primissimo scorcio degli anni '70 per incontrare una formazione che ha saputo fondere l'impatto ruvido dell'hard-rock alla maestosità sinfonica del prog anglo-tedesco: i Twenty Sixty Six and Then.

Il loro unico e leggendario album d'esordio del 1972, "Reflections on the Future"(pubblicato per la celebre etichetta United Artists Records), rappresenta un capolavoro assoluto di potenza, tecnica e stratificazione. 

Rubrica: Storie delle prog band minori: Twenty Sixty Six and Then

Nel 1972, a Mannheim, prende forma un sestetto unico nel suo genere, capace di erigere un vero e proprio "muro del suono". I Twenty Sixty Six and Then firmano con "Reflections on the Future" un album esplosivo, in cui l'aggressività delle chitarre e le fughe d'organo tipiche del sound proto-prog si fondono con le dilatazioni cosmiche e psichedeliche della scuola germanica.

Un disco viscerale, potente e al contempo virtuosistico, dominato da una presenza vocale carismatica e da un assetto strumentale d'impatto devastante.

L'arsenale a tastiera doppia e l'impronta britannica

La vera cifra distintiva della band risiedeva nella presenza contemporanea di ben due tastieristi di primissimo ordine e di un cantante britannico di razza. La formazione vedeva Geff Harrison alla voce solista, Gerhard Mrozeck alle chitarre (elettrica ed acustica) e cori, Steve Robinson ad un arsenale di tastiere (organo, piano elettrico, synth, Mellotron, vibrafono e cori), Veit Marvos (organo, pianoforte, piano elettrico, Mellotron, percussioni e cori), Dieter Bauer al basso e Konstatin Bommarius alla batteria.

Il continuo dialogo tra i due tastieristi - capaci di sovrapporre tappeti di Mellotron a sferzanti riff di organo e vibrante vibrafono - trovava una valvola di sfogo perfetta nei graffi di chitarra di Mrozeck e nella voce ruvida, potente e d'ispirazione hard-rock di Geff Harrison.

Reflections on the Future (1972): Un viaggio tra rabbia e visione

L'album si snoda attraverso cinque composizioni tese ed energiche che non concedono pause:

At my Home: L'apertura è un attacco diretto. Riff granitici di chitarra e organo distorto sorreggono la voce graffiante di Harrison, impostando subito ritmi serrati e cambi di tempo imprevedibili.

Autumn e Butterking: Due brani di straordinaria ampiezza dinamica. In Autumn le atmosfere malinconiche introdotte dal Mellotron e dal pianoforte sfociano in un crescendo sinfonico d'impatto drammatico, mentre Butterking sfoggia un groove ritmico travolgente arricchito da fughe di tastiera quasi jazzate.

Reflections on the Future e How do you feel: La title-track è una suite monumentale di oltre sedici minuti, vero e proprio cuore pulsante dell'opera. Tra digressioni psichedeliche, assoli virtuosistici, esplosioni hard-rock e dilatazioni sonore, la band tocca il suo apice compositivo prima di chiudere il vinile con la più breve e sferzante How do you feel.

Un'impronta indelebile nel rock teutonico

Nonostante la qualità eccelsa del materiale e l'accoglienza entusiastica da parte degli appassionati del settore, problemi di gestione e divergenze interne portarono allo scioglimento della band poco dopo la pubblicazione. Molti dei suoi membri avrebbero poi alimentato altri progetti di spicco della scena tedesca (come Emergency, Eloy e Achor).

"Reflections on the Future" dei Twenty Sixty Six and Then resta una pietra miliare incandescente: un album muscolare, affascinante e ricco di sfumature che merita un posto d'onore in ogni collezione di rock progressivo.

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