Questa, per il decimo capitolo, è una selezione a carattere internazionale che potremmo definire eccezionale: spazieremo tra Europa, Americhe e Asia per dare un ampio respiro davvero unico e affascinante alla rubrica.
Iniziamo subito questo nuovo viaggio partendo dal Nord Europa con gli svedesi Atlas e il loro straordinario capolavoro del 1979.
Rubrica: Storie delle prog band minori: Atlas
Sul finire degli anni '70, mentre le grandi correnti musicali mondiali viravano verso sonorità più immediate, la Svezia continuava a sfornare talenti cristallini capaci di mantenere viva la fiamma del rock progressivo sinfonico. Nel 1979 una formazione di Malmö pubblica per l'etichetta Bellatrix un unico, maestoso lavoro interamente strumentale intitolato "Blå Vardag" (Traducibile come "Infinita Quotidianità" o "Lunedì Grigio"). Un album dalla bellezza sconfinata, dove la maestosità del Mellotron incontra la delicatezza del jazz-rock e le atmosfere tipiche della tradizione nordica.
Gli Atlas riescono nell'impresa di creare una musica evocativa e ricca di colori senza sentire mai la necessità di inserire una parte vocale.
Architetture a doppia tastiera e lirismo scandinavo
La formula vincente degli Atlas risiede in una sezione ritmica estremamente dinamica e, soprattutto, nell'interazione di due tastieristi poliedrici capaci di erigere veri e propri muri sonori intrisi di Mellotron. La formazione vedeva Janne Persson alle chitarre, congas, piatti e flauto, Björn Ekborn ad organo, pianoforte, sintetizzatori, Clavinet, Mellotron e piano Fender Rhodes, Erik Björn Nielsen anch'egli impegnato a sintetizzatori, Mellotron, Rhodes, organo e pianoforte, Uffe Hedlund al basso, pedaliera e chitarra, e Micke Pinotti alla batteria.
La presenza contemporanea di Ekborn e Nielsen regala al disco una profondità timbrica impressionante, bilanciata dal tocco raffinato di Persson alla chitarra e dal pulsare preciso della linea di basso di Hedlund.
Blå Vardag (1979): Un affresco strumentale in cinque atti
I cinque brani che compongono l'album scivolano via con una naturalezza disarmante, alternando momenti di pura energia a sospensioni contemplative:
Elisabiten: L'apertura definisce subito l'impronta del gruppo. Intrecci serrati di sintetizzatori e piano Rhodes sfociano in un prog sinfonico maestoso che ricorda da vicino i momenti migliori di Genesis e Camel, arricchito da spunti ritmici d'ispirazione jazz-rock.
På Gata: Una suite imponente di oltre quattordici minuti, vero e proprio vertice compositivo del disco. Un continuo alternarsi di temi guidati dal flauto, soli di tastiera e cavalcate di chitarra elettrica, sorretti da una ritmica che non si stanca mai di mutare forma.
Blå Vardag e Gånglåt: La title-track Blå Vardag tocca corde malinconiche ed eteree grazie a maestosi tappeti di Mellotron, mentre la breve Gånglåt richiama le radici folk della terra svedese riviste in chiave moderna.
Den Vita Tranans Väg: La chiusura è affidata a una composizione di oltre sette minuti che riassume l'essenza degli Atlas: un crescendo emotivo tra pianoforte, chitarra e synth che lascia un senso di pacifica contemplazione.
Un'eredità senza tempo
Nonostante l'incredibile spessore tecnico e compositivo dell'opera, le mutate condizioni del mercato discografico di fine decennio portarono gli Atlas a sciogliersi poco dopo la pubblicazione.
Ristampato negli anni e giustamente rivalutato dai collezionisti di tutto il mondo, "Blå Vardag" degli Atlas rimane uno dei dischi strumentali più belli e poetici mai prodotti in Scandinavia, una partenza perfetta per il nostro decimo capitolo internazionale.
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Un Primo Ascolto: Quì

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