Dal fascino intellettuale dei Pierrot Lunaire voliamo oltreoceano negli Stati Uniti per riscoprire una vera e propria gemma nascosta del prog americano di fine anni '70: i Lift e il loro unico, magnifico e sfortunato album “Caverns of Your Brain”.
Rubrica: Storie delle prog band minori: Lift
Mentre la scena americana della seconda metà degli anni '70 era dominata dal cosiddetto AOR e dall'Arena Rock di gruppi come Kansas, Styx e Boston, ad Atlanta nacque una formazione capace di guardare oltreoceano e di assimilare con incredibile classe il lirismo del rock progressivo britannico. I Lift diedero alle stampe nel 1977 l'album "Caverns of Your Brain", una vera e propria gemma nascosta che racchiude una complessità e una bellezza sinfonica di altissima fattura.
Un lavoro travolgente e sfortunato che soffrì di una vicenda discografica tormentata (uscito in origine persino tramite un'edizione non autorizzata) e che non riuscì a trovare la giusta diffusione dell'epoca, finendo per diventare un oggetto di culto conteso tra i collezionisti di tutto il mondo.
Tastiere analogiche e romanticismo sinfonico
Ciò che colpisce fin dal primo ascolto di "Caverns of Your Brain" è la ricchezza degli arrangiamenti e la presenza imponente di tastiere e sintetizzatori analogici d'epoca, sostenuti dal tocco del flauto e da una sezione ritmica impeccabile. La formazione vedeva Chip Gremillion all'imponente arsenale di tastiere (organo Hammond B-3, Mellotron 400, pianoforte elettrico ed acustico, Moog Sonic Six, ARP Odyssey), Cody Kelleher al basso Rickenbacker e alla pedaliera Taurus, Chip Grevemberg a batteria, campane, gong e percussioni, Richard Huxen alle chitarre (elettrica, acustica e steel slide guitar) e Courtenay Hilton-Green alla voce solista e al flauto.
L'uso costante del Mellotron e dei sintetizzatori da parte di Gremillion dona ai brani una profondità epica, impreziosita dai ricami di flauto di Hilton-Green e dai gustosi assoli di chitarra di Huxen.
Caverns of Your Brain (1977): Quattro suite di rara intensità
L'album si sviluppa su quattro composizioni di lunga durata per oltre 36 minuti di pura estasi progressiva:
Simplicity: Il brano di apertura da oltre dieci minuti traccia subito la rotta. Tra intro di Mellotron, stacchi ritmici complessi e la calda voce di Hilton-Green, la traccia evidenzia l'anima più maestosa e sinfonica della band, vicina ai momenti migliori di Yes, Genesis e Gentle Giant.
Caverns: La title-track, un episodio scuro ed evocativo di oltre nove minuti. L'intreccio tra il flauto traverso, la pedaliera Taurus e l'organo Hammond crea un'atmosfera misteriosa e sognante che esplode in un finale di grande sensibilità.
Buttercup Boogie: L'episodio più breve e ritmato del vinile, in cui la band inserisce persino un un tocco di energia Southern-rock ricamato dal lavoro di organo e chitarre.
Tripping Over the Rainbow: La suite finale di oltre undici minuti rappresenta il vertice dell'album. Un lungo viaggio sonoro ricco di arpeggi acustici, aperture di slide guitar, maestose cavalcate di sintetizzatore e cambi di tempo che lasciano un senso di pura meraviglia.
Un destino sfortunato ma un'eredità eterna
La storia dei Lift è quella di una band straordinaria penalizzata dalle disavventure distributive e da un mercato che sul finire del decennio voltava le spalle alle strutture complesse.
Grazie alle successive riscoperte e alle riedizioni su CD e vinile, "Caverns of Your Brain" dei Lift è stato riscattato dall'oblio: un album poetico, potente e raffinato che rappresenta una delle vette più alte del prog americano degli anni '70.
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